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12 Aprile 2026 4 Commenti Samuele Mannini

Ogni volta che tengo in mano un CD, mi chiedo perché non abbia mai suscitato in me lo stesso tipo di emozione che provo con un vinile. Eppure, per quasi vent’anni, il compact disc è stato il formato dominante della musica registrata: il supporto su cui ho ascoltato gran parte degli album che mi hanno formato, e probabilmente anche voi. È stato la colonna sonora di una generazione. Poi è arrivato lo streaming, e il CD è diventato quasi invisibile: troppo poco romantico per rinascere come il vinile, troppo poco pratico per competere con lo streaming.
Dopo aver esplorato l’articolo sull’elogio del tangibile (QUI il LINK), la loudness war e i suoi effetti sulla qualità delle registrazioni (QUI il LINK) e il vinile in ogni suo aspetto (QUI il LINK), è arrivato il momento di dedicare al CD lo stesso approfondito trattamento: un’analisi tecnica e storica che ne sveli i segreti, smonti i miti, positivi o negativi che siano e ne racconti la parabola straordinaria. Come sempre proveremo a parlare di questo formato usando i fatti, l’analisi tecnica e, ove possibile, i dati.
Vi invito a seguirmi in questo viaggio. Buona lettura.
La storia del compact disc non comincia in uno studio di registrazione, ma in laboratori dove ci si occupa di elettronica ottica e codifica digitale dei segnali. La sua genesi è dovuta alla ricerca di un sistema efficiente per trasmettere e registrare informazioni attraverso la digitalizzazione audio utile anche per le telecomunicazioni. L’applicazione congiunta del sistema numerico binario e della lettura laser al suono diede vita a quello che sarebbe poi diventato il CD. Il progetto prese forma concreta alla fine degli anni ’60 nei laboratori Philips, dove si lavorava su un sistema di disco ottico per immagini chiamato VLP (Video Long Play). Fu proprio quella tecnologia, inizialmente pensata per il video e presentata pubblicamente nel 1972, a fornire le basi ottiche e meccaniche per il futuro disco audio.
Sony, nel frattempo, aveva sviluppato per proprio conto sistemi di registrazione digitale per uso professionale, tra cui il PCM-1600 del 1978, che permetteva di registrare audio digitale su nastri U-matic in formato professionale. Era un sistema ingombrante e poco pratico per il mercato di massa, ma di qualità straordinaria per l’epoca. L’8 marzo 1979, Philips tenne una conferenza stampa storica a Eindhoven presentando un prototipo di lettore ottico per audio digitale davanti a circa trecento giornalisti. La delegazione si recò poi in Giappone a presentarlo ai principali produttori elettronici: la maggior parte assunse un atteggiamento attendista, ma Sony era già convinta della strada da percorrere. Come ricordò in seguito Nakajima Heitarō, uno degli ingegneri Sony presenti e figura chiave nel progetto CD, la convergenza tra le competenze ottiche di Philips e l’esperienza Sony nella registrazione digitale appariva da subito una combinazione naturale e potenzialmente decisiva. Così nacque la collaborazione che avrebbe cambiato per sempre l’industria musicale.
Tra il 1979 e il 1980, Sony e Philips si incontrarono sei volte per definire le specifiche tecniche del nuovo formato. Non fu una trattativa semplice. Le due aziende avevano approcci diversi su quasi tutto: il diametro del disco (Philips voleva 115 mm, come la diagonale di una musicassetta; Sony propose qualcosa di più grande), il metodo di modulazione del segnale, il sistema di correzione degli errori. Alla fine prevalse una soluzione ibrida che valorizzava il contributo di entrambe. Philips portò l’EFM (Eight-to-Fourteen Modulation), un sistema di codifica sviluppato dall’ingegnere Kees Schouhamer Immink che offre una notevole resistenza ai difetti fisici come graffi e impronte digitali, oltre a una densità informativa superiore del 30% rispetto alle soluzioni precedenti. Sony portò il CIRC (Cross-Interleaved Reed-Solomon Coding), il sistema di correzione degli errori. Il diametro fu fissato a 120 mm.
La capacità di 74 minuti è avvolta in una storia diventata leggenda, che la ricerca storica ha contribuito a rendere ancora più intricata. La versione più diffusa vuole che fosse la moglie di Norio Ohga, dirigente Sony, musicista di formazione e appassionato direttore d’orchestra dilettante, a insistere affinché il disco potesse contenere l’intera Nona Sinfonia di Beethoven nella sua versione preferita, quella storica di Wilhelm Furtwängler e non, come spesso si riporta, quella di Karajan. Ma c’era anche una ragione strategica tutt’altro che romantica: Philips possedeva già un impianto sperimentale di produzione dischi tarato su 115 mm, il che le avrebbe garantito un vantaggio competitivo significativo. Accettare i 12 cm significava azzerarlo. La Nona di Beethoven fu, insomma, un argomento usato più come giustificazione postuma che come fatto reale.
Il 17 agosto 1982, nello stabilimento Polygram di Langenhagen, vicino ad Hannover, ironia della sorte, non lontano dal luogo dove Emil Berliner aveva prodotto i suoi primi dischi grammofono un secolo prima. Il primo CD a uscire dalla catena di produzione fu “The Visitors” degli ABBA. Tra i primissimi titoli prodotti figurava anche la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss con i Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan, registrazione che era già stata usata come test pressing nei mesi precedenti. Il maestro era diventato uno dei più entusiasti sostenitori del nuovo formato: alla prima presentazione pubblica del 15 aprile 1981 a Salisburgo, aveva definito lo sviluppo del CD niente meno che «un miracolo». Il 1° ottobre 1982, il Sony CDP-101, primo lettore CD commerciale, andò in vendita in Giappone accompagnato da un catalogo di cinquanta titoli pop e rock. Il primo album in assoluto ad essere messo in commercio sul nuovo formato fu “52nd Street” di Billy Joel, con numero di catalogo 35DP-1. Al momento del lancio era però già stata prodotta una biblioteca di circa 150 titoli, prevalentemente classica. Nel marzo 1983 il formato debuttò negli Stati Uniti e in Europa. Quel momento viene spesso indicato come il “Big Bang” della rivoluzione audio digitale. La risposta del pubblico fu entusiasta, soprattutto nelle comunità degli audiofili e degli appassionati di musica classica. I prezzi dei lettori erano ancora proibitivi, ma con il calo graduale dei costi il CD cominciò a penetrare anche nei mercati pop e rock. Nel 1985, Dire Straits e Philips strinsero una collaborazione per promuovere il nuovo formato: “Brothers in Arms” divenne il primo album a vendere un milione di copie su CD, e uno dei primi grandi successi registrati e prodotti interamente in digitale a raggiungere quella cifra.
A differenza di quanto accaduto negli anni ’50 tra i formati 33 e 45 giri, il CD non dovette affrontare una vera guerra di formati. Philips e Sony avevano scelto saggiamente di unire le forze e imporre uno standard unico prima del lancio. Tuttavia, la battaglia si combatté su un altro piano: quello della conversione digitale-analogica. Philips si trovò in una situazione curiosa: aveva già impegnato il proprio design su convertitori a 14 bit quando fu concordato con Sony che lo standard CD avrebbe richiesto 16 bit. Invece di ricominciare da capo, un ingegnere Philips propose una soluzione ingegnosa, l’oversampling a 4x, che consentiva di ottenere la risoluzione equivalente a 16 bit dal convertitore già esistente. Come disse all’epoca il collega che aveva trovato il trucco, il marketing ne avrebbe fatto una virtù dalla necessità. Sony dal canto suo puntò su convertitori nativi a 16 bit, che richiedevano però filtri analogici in uscita più complessi e costosi. Le differenze sonore tra i due approcci alimentarono per anni le discussioni tra gli appassionati, e ancora oggi i vecchi lettori Philips con i loro TDA1540 godono di una reputazione quasi leggendaria tra i collezionisti.
Nel 1987 le vendite di CD superarono quelle del vinile negli Stati Uniti. Nel 1991 superarono quelle delle musicassette. Nel 2002 il CD raggiunse il suo apice storico: il 95,7% di tutta la musica venduta negli USA era su compact disc. Un dominio quasi assoluto che non ha paragoni nella storia dei formati musicali.
L’inizio del XXI secolo segnò l’inizio del declino. Prima Napster e le piattaforme peer-to-peer, poi iTunes (2003) che legittimò l’acquisto digitale del singolo brano senza dover comprare l’intero album. L’industria nel frattempo non rimase a guardare: alla fine degli anni ’90, mentre le vendite di CD cominciavano a mostrare i primi segnali di cedimento, Sony e Philips tornarono a collaborare per lanciare il Super Audio CD (SACD), mentre il DVD Forum proponeva il DVD-Audio. Due formati ad alta risoluzione, incompatibili tra loro, entrambi presentati come il naturale successore del CD. Il SACD introduceva il DSD (Direct Stream Digital), una modalità di codifica alternativa al PCM con frequenze di campionamento elevatissime; il DVD-Audio puntava su PCM ad alta risoluzione fino a 192 kHz e 24 bit. Entrambi offrivano anche l’audio multicanale, che si pensava potesse diventare il nuovo standard domestico sull’onda del successo del DVD video. Non andò così: i due formati si combatterono per quasi un decennio replicando in piccolo la guerra Betamax/VHS, ma senza un vincitore. Il pubblico non aveva motivo sufficiente per investire in nuovi lettori, le etichette pubblicavano catalogo limitato, e nel frattempo iTunes stava già ridisegnando le abitudini di consumo.
Quando Spotify arrivò in Europa nell’ottobre 2008 e negli Stati Uniti nel 2011, portando con sé il modello dell’accesso illimitato in abbonamento, la questione del formato fisico ad alta risoluzione era già diventata irrilevante per la maggior parte degli ascoltatori, e ogni anno i dati peggioravano. Da un picco di 943 milioni di CD venduti nel 2000 negli USA, si scese a circa 300 milioni nel 2009, a poco più di 50 milioni nel 2019. Nel 2025, secondo i dati RIAA, il CD ha generato 312 milioni di dollari di fatturato negli Stati Uniti, contro 1,04 miliardi del vinile e 9,75 miliardi dello streaming. La tanto annunciata “rinascita del CD”, cavalcata da alcuni media tra il 2022 e il 2023, non si è materializzata: le vendite continuano a contrarsi anno dopo anno. Il CD è oggi un formato di nicchia, apprezzato da collezionisti, fan che vogliono sostenere i propri artisti preferiti e alcuni mercati specifici come il Giappone, dove le vendite fisiche sono rimaste storicamente robuste. Non è morto, ma la sua parabola discendente appare difficilmente reversibile.
Guardandolo in controluce, un CD sembra un semplice disco di plastica trasparente con un film argentato. In realtà è una struttura multistrato di precisione, in cui ogni elemento ha un ruolo preciso e insostituibile. Il substrato in policarbonato costituisce la parte strutturale del disco: uno strato di circa 1,2 mm di spessore, trasparente e resistente, che rappresenta la base su cui vengono impressi i dati. Il policarbonato è un materiale termoplastico con eccellenti proprietà ottiche (fondamentale, perché il laser deve attraversarlo per leggere i dati) e una buona resistenza agli urti. È lo stesso materiale usato, in formulazioni diverse, per i finestrini degli aerei e i caschi da moto. I dati sono fisicamente impressi nel policarbonato sotto forma di microscopiche rientranze (chiamate “pit”) e zone piatte (“land”), che insieme formano una spirale continua che parte dal centro e si estende verso il bordo del disco. I pit misurano circa 500 nm di larghezza e tra 850 nm e 3.500 nm di lunghezza: dimensioni dell’ordine di mezzo millesimo di millimetro, invisibili a occhio nudo. Dispiegata, la spirale di dati di un CD misura circa 5,4 km. Lo strato riflettente è un sottilissimo film metallico, nella stragrande maggioranza dei casi alluminio puro, depositato sulla superficie del policarbonato tramite un processo di sputtering, ovvero la vaporizzazione del metallo in ambiente sottovuoto. Questo strato, spesso tra i 50 e i 100 nm, funge da specchio: riflette il laser del lettore, consentendo al fotodiodo di rilevare le variazioni tra pit e land. Nelle versioni destinate ad una maggiore durabilità nel tempo e di maggior pregio collezionistico (in particolare alcuni CD-R e produzioni speciali) l’alluminio può essere sostituito con oro o argento. L’oro è chimicamente stabile e non soggetto ad ossidazione; l’argento è più riflettente ma più portato a degradarsi rispetto al metallo nobile. Il lacquer protettivo è uno strato di vernice acrilica trasparente applicato sopra lo strato metallico. Ha due funzioni: proteggere il fragile film di alluminio dall’ossidazione e dai danni fisici, e fornire una superficie su cui stampare l’etichetta grafica.
C’è un aspetto della struttura del CD che sorprende quasi sempre chi lo scopre: il lato più vulnerabile di un CD non è quello trasparente che si graffia facilmente, ma il lato dell’etichetta. Il laser legge i dati dal basso, attraverso i 1,2 mm di policarbonato, uno spessore sufficiente a “scavalcare” otticamente graffi superficiali di dimensioni moderate.
Ma sul lato etichetta, lo strato riflettente si trova a pochissimi micron dalla superficie. Un oggetto appuntito, un solvente aggressivo, persino una penna a sfera premuta con forza sull’etichetta possono danneggiare irreparabilmente il metallo, rendendo il disco illeggibile in quella zona. Non tutti lo sanno, e non pochi CD sono stati rovinati prestando meno cura al lato superiore, di quanto non meritassero certi graffi sul policarbonato.
I CD registrabili (CD-R) e riscrivibili (CD-RW) condividono la forma dei CD pressed ma hanno una struttura interna profondamente diversa. Invece di pit fisici impressi nel policarbonato, contengono uno strato di colorante organico (nei CD-R) o di materiale a cambiamento di fase (nei CD-RW) che viene modificato dal laser di scrittura per simulare la differenza tra pit e land.
Nei CD-R il processo è irreversibile: il laser altera chimicamente il colorante, e quella modifica rimane permanente. Nei CD-RW il materiale cambia stato tra fase cristallina (più riflettente) e amorfa (meno riflettente), un processo reversibile per circa un migliaio di cicli prima che il supporto inizi a degradarsi.
Quando un suono entra in un microfono, genera una variazione di pressione nell’aria che si traduce in un segnale elettrico analogico: una curva continua, che varia senza interruzioni nel tempo. Convertire questo segnale in dati digitali significa misurarlo a intervalli regolari e assegnare a ciascuna misurazione un valore numerico. Questo processo si chiama campionamento, e il risultato si chiama PCM (Pulse-Code Modulation): la forma più diretta di rappresentazione digitale dell’audio.
Il campionamento funziona come una serie di fotografie. Se scattate abbastanza fotografie al secondo, il filmato risultante sembrerà un movimento continuo. Se ne scattate troppo poche, otterrete scatti separati, e il movimento andrà perso nei gap tra una foto e l’altra. Il teorema di Nyquist-Shannon (uno dei fondamenti della teoria dell’informazione, formalizzato da Claude Shannon sulla base del lavoro di Harry Nyquist) stabilisce con precisione matematica quante “fotografie” servono: per ricostruire correttamente un segnale, la frequenza di campionamento deve essere almeno il doppio della massima frequenza contenuta nel segnale stesso.
L’udito umano arriva, in condizioni ideali, a circa 20.000 Hz. Servirebbe quindi una frequenza di campionamento di almeno 40.000 Hz. Il CD usa 44.100 Hz.
Questo numero non è stato scelto per ragioni puramente legate all’audio, ma deriva dai limiti della tecnologia video degli anni ’70. In quel periodo, uno dei pochi modi praticabili per registrare audio digitale era utilizzare videoregistratori come supporto di memorizzazione. I sistemi PCM adattavano il segnale audio al formato video, sfruttando le linee del segnale televisivo per trasportare i dati. Poiché esistevano due standard principali, NTSC (USA e Giappone) e PAL (Europa), era necessario trovare una frequenza di campionamento compatibile con entrambi senza conversioni. Il meccanismo era semplice quanto elegante: l’NTSC aveva 490 linee attive per fotogramma a 30 fps, il PAL ne aveva 588 a 25 fps. Registrando 3 campioni per linea si ottiene, in entrambi i casi, esattamente 44.100 campioni al secondo. Il valore di 44.100 Hz non era quindi un compromesso arbitrario: era l’unico punto di convergenza matematica tra i due standard, a parità di campioni per linea. Questo schema fu adottato nel Sony PCM-1600, introdotto nel 1978, e nei modelli professionali successivi della stessa serie, che divennero lo strumento standard per la masterizzazione digitale nelle sale di registrazione. Quando venne definito lo standard del CD (Red Book, 1980), quella frequenza era già consolidata nell’intera filiera produttiva musicale e fu quindi adottata — con Sony che la impose anche in sede di negoziazione con Philips, la quale aveva proposto valori alternativi intorno ai 44.000 Hz.
La frequenza di campionamento indica quante misurazioni vengono effettuate ogni secondo. La profondità di bit indica con quanta precisione viene misurato ogni campione. Il CD usa 16 bit per campione, il che significa che ogni istante sonoro viene codificato con uno dei 65.536 possibili valori. Questo si traduce in un range dinamico teorico di circa 96 dB; una differenza molto ampia tra il suono più basso e quello più alto registrabile. Per confronto, il vinile offre tipicamente un range dinamico compreso tra 50 e 70 dB, a seconda delle condizioni di incisione e riproduzione.
Aumentare la profondità di bit migliora la precisione delle misurazioni, soprattutto nei segnali più deboli. I formati ad alta risoluzione usano 24 bit, che portano il range dinamico teorico a circa 144 dB, un valore ben oltre la dinamica effettivamente sfruttabile in condizioni di ascolto reali. In pratica, 16 bit sono già sufficienti per coprire la gamma uditiva umana in modo completo. Ma questo è territorio da falsi miti, e ci arriveremo.
C’è un aspetto del processo di quantizzazione che suona paradossale: per ottenere una conversione più accurata, gli ingegneri aggiungono intenzionalmente una piccola quantità di rumore casuale controllato al segnale prima della conversione. Questa tecnica si chiama dithering. Il motivo è controintuitivo ma matematicamente solido: il rumore di quantizzazione (l’errore introdotto dall’arrotondamento di ogni campione al valore discreto più vicino) tende a generare distorsioni percettivamente fastidiose, specialmente nei segnali deboli. Il dithering “randomizza” questo errore, trasformando la distorsione strutturata in un rumore di fondo casuale molto meno percepibile. Il rumore aggiunto rimane nel segnale finale, ma è un compromesso vantaggioso: un sottofondo uniforme e neutro è molto meno fastidioso delle distorsioni armoniche che lo sostituisce. È una delle tante raffinatezze invisibili che stanno dietro la superficie lucida di un CD.
Un CD è un oggetto fisico che accumula graffi, polvere, impronte digitali. Eppure suona, quasi sempre, senza interruzioni. Come è possibile? La risposta è nel sofisticato sistema di correzione degli errori sviluppato da Sony, chiamato CIRC (Cross-Interleaved Reed-Solomon Coding), che costituisce uno degli aspetti tecnicamente più eleganti dell’intero formato. Il principio di base è la ridondanza: i dati audio non vengono scritti sul disco così come sono, ma vengono trasformati, interlacciati e accompagnati da informazioni di controllo che permettono di ricostruire i dati originali anche in presenza di errori. Il processo funziona su due livelli (Reed-Solomon C1 e C2) applicati in sequenza, ognuno capace di correggere errori diversi. L’interleaving, ovvero la distribuzione interlacciata dei dati fisici sul disco, garantisce che un graffio lineare, che danneggerebbe una sequenza contigua di bit, venga invece distribuito su dati non correlati, rendendo l’errore molto più facile da correggere. Il risultato pratico è notevole: il CIRC è in grado di correggere burst di errori fino a circa 3.500 bit consecutivi, corrispondenti a 2,4 mm di superficie del disco, e di compensare errori fino a 12.000 bit, ovvero circa 8,5 mm, il che equivale a un graffio visibile a occhio nudo. Per errori più grandi, entra in gioco l’interpolazione: il decoder ricostruisce i campioni mancanti basandosi su quelli adiacenti, con risultati generalmente trasparenti all’ascolto. Solo quando gli errori superano anche questa capacità di correzione e interpolazione si produce il tipico artefatto associato a un CD molto danneggiato: un salto, un’interruzione, o un muting improvviso.
L’Eight-to-Fourteen Modulation, sviluppata da Philips, è il sistema con cui i dati digitali vengono convertiti nel pattern fisico di pit e land sul disco. Non è possibile incidere i bit direttamente: lunghe sequenze prive di transizioni renderebbero difficile per il lettore mantenere la sincronizzazione del segnale. L’EFM traduce ogni byte di 8 bit in una sequenza di 14 bit, scelta in modo da garantire una distribuzione controllata delle transizioni. I 3 bit di collegamento aggiunti tra una sequenza e l’altra non servono alla decodifica, ma assolvono due funzioni precise: evitare che la concatenazione di sequenze adiacenti violi i vincoli di lunghezza minima e massima delle transizioni, e mantenere il bilanciamento in continua del segnale, il che facilita il controllo del laser e la stabilità della lettura. In totale, ogni byte di dati occupa 17 bit sul disco. Questo permette al lettore di mantenere un clock stabile, facilitando la lettura e riducendo la probabilità di errori.
Come spiegato nell’articolo sul vinile, il mastering per LP è un processo altamente vincolato dalla fisica del supporto: i bassi devono essere controllati per non far saltare la puntina, i sibilanti limitati per non surriscaldare la testina, la dinamica complessiva dosata attentamente per rispettare i limiti dello stilo. Vincoli che, visti in retrospettiva, hanno avuto l’effetto secondario benefico di scoraggiare le pratiche peggiori della manipolazione del segnale audio.
Il CD non ha questi vincoli fisici diretti. I dati digitali non “pesano” fisicamente, non occupano più spazio se il segnale è più intenso, e non si comportano diversamente se il volume è forte o debole. L’unico limite fisico è lo 0 dBFS (decibel Full Scale), il massimo livello rappresentabile digitalmente senza clipping. Come scritto nell’articolo sulla Loudness War, pensate di continuare a versare acqua in un bicchiere già pieno: nulla può oltrepassare quel limite. Tutto ciò che sta sotto può invece essere aumentato, compresso e manipolato liberamente.
Negli anni ‘80, gli ingegneri di mastering erano ancora cauti e tendevano a lasciare ampio headroom: molti album rock si attestavano intorno a −17 dBFS RMS. Il CD era un formato nuovo, costoso e presente soprattutto in impianti hi-fi di qualità, che avrebbero immediatamente rivelato difetti in masterizzazioni eccessive. Con la diffusione del CD, la democratizzazione del formato e l’arrivo dei CD changer, nessun produttore voleva che il proprio album risultasse “quello silenzioso” in una sequenza di ascolto.
Nel 1994 fu commercializzato il primo brickwall limiter digitale con funzione look-ahead: un processore capace di limitare i picchi prima che si verifichino, con una precisione impossibile in ambito analogico. Da quel momento, l’escalation è stata inarrestabile: ogni anno i master si fecero più compressi, i valori RMS più alti, il range dinamico più stretto. Il punto più estremo è probabilmente Death Magnetic dei Metallica (2008), con clipping pervasivo, mentre molti fan preferivano la versione meno compressa utilizzata nel videogioco Guitar Hero.
Il CD, con i suoi 16 bit e oltre 90 dB di range dinamico teorico, avrebbe potuto essere il formato con la maggiore fedeltà dinamica mai commercializzata. In molti casi, è stato usato per ottenere esattamente il contrario.
Paradossalmente, la svolta è arrivata grazie allo streaming, che aveva contribuito al declino del CD. Piattaforme come Spotify, Apple Music e YouTube hanno introdotto la normalizzazione del loudness: tutti i brani vengono riprodotti a livelli medi standard (circa −14 LUFS su Spotify, −16 su Apple Music, −13/-14 su YouTube). Di conseguenza, masterizzare più forte non dà più alcun vantaggio percepibile: i brani più “caldi” vengono automaticamente ridotti in playback. Molti mastering engineer hanno così ripreso a lavorare con maggiore attenzione alla dinamica, sapendo che i picchi estremi non saranno più premiati dall’ascolto. È un cambiamento lento, ma reale.
La produzione di un CD commerciale inizia con il glass mastering, l’equivalente dell’incisione della lacca nel vinile. Un laser ad alta precisione incide i dati digitali su un disco di vetro rivestito con materiale fotosensibile, creando il pattern di pit e land con precisione nanometrica. L’operazione avviene in camere a contaminazione controllata (cleanroom), dove anche una singola particella di polvere più grande di un pit potrebbe compromettere il master.
Come nel vinile, la replicazione passa attraverso l’elettroformatura galvanica. Dal master in vetro si ottiene un primo stamper in nichel, detto father, che per le grandi tirature viene usato per generare stamper intermedi (mother e son), così da produrre in parallelo senza tornare al master originale. Lo stamper viene quindi montato in una macchina di iniezione che pressa il policarbonato fuso a circa 300 °C in pochi secondi, trasferendo i dati con fedeltà estrema su ogni disco replicato. Successivamente, il disco riceve la metallizzazione (film di alluminio per sputtering), il lacquer protettivo e la stampa dell’etichetta.
Rispetto al vinile, la produzione del CD è impressionantemente rapida: mentre una pressa per LP impiega circa 30 secondi per un disco, una linea di replicazione CD può generarne uno ogni pochi secondi. Questa efficienza è uno dei fattori che hanno reso il CD economico e più facilmente scalabile per le economie con grandi numeri.
C’è un paradosso nella storia del compact disc che merita una parentesi a parte: il cosiddetto disc rot. Non è un mito, ma un fenomeno documentato che può rendere un CD illeggibile in modo permanente. Il disc rot consiste nella degradazione dello strato riflettente del disco. Quando il processo avanza oltre una certa soglia, i dati non possono più essere letti, nemmeno con i sistemi di correzione degli errori.
Secondo gli studi sulla conservazione dei supporti ottici, il fenomeno si manifesta principalmente in tre modi.
La bronzatura (bronzing) è il caso più evidente: lo strato riflettente assume una colorazione brunita che parte spesso dal bordo e avanza verso il centro. È un segnale chiaro di ossidazione in corso.
La formazione di micropori (pinhole oxidation) consiste nella comparsa di minuscoli fori nello strato metallico, visibili controluce. Ogni punto rappresenta una perdita irreversibile di dati.
L’edge rot colpisce invece il bordo del disco, dove la protezione è più vulnerabile, favorendo l’ingresso di agenti esterni.
Il meccanismo è sempre lo stesso: quando lo strato protettivo (lacquer) non isola più correttamente il sottile film metallico, l’alluminio può reagire con ossigeno, umidità o contaminanti, avviando un processo di corrosione progressivo e irreversibile.
Il caso più noto riguarda lo stabilimento Philips & DuPont Optical (PDO) di Blackburn, nel Lancashire. Tra il 1988 e il 1993, alcuni CD furono prodotti con un lacquer difettoso, incapace di proteggere adeguatamente lo strato riflettente dai composti solforati presenti nella carta dei libretti. A complicare il quadro, PDO aveva utilizzato argento invece dell’alluminio standard come strato riflettente: a contatto con lo zolfo, l’argento forma solfato d’argento, una sostanza dalla caratteristica colorazione brunastra che spiega la tipica bronzatura osservata su molte produzioni dell’epoca, in particolare nel catalogo di etichette classiche come Hyperion, Decca e Deutsche Grammophon. Il problema venne reso pubblico a metà anni ’90 e riconosciuto dalla stessa PDO, che avviò un programma di sostituzione durato fino al 2006, quando l’azienda cambiò proprietà e denominazione. Episodi simili, seppur più limitati, si verificarono anche presso lo stabilimento italiano Opti.Me.S. Un dato rassicurante per i collezionisti: se un CD prodotto in quegli anni non ha ancora mostrato segni di degrado dopo decenni, è molto probabile che non sia affetto da questa problematica.
Al di là dei casi industriali, il disc rot può essere favorito da condizioni ambientali sfavorevoli: calore, umidità, luce UV, contatto con materiali chimicamente instabili (come PVC o alcune schiume presenti nei cofanetti). Anche elementi meno evidenti, come carta acida o inchiostri aggressivi, possono contribuire nel lungo periodo al deterioramento dello strato protettivo.
A differenza del vinile, che si deteriora in modo graduale e progressivo, il CD mantiene una qualità apparentemente perfetta finché il sistema di correzione errori riesce a compensare i danni. Quando questa soglia viene superata, il degrado può diventare improvvisamente evidente: clic, salti o perdita totale di leggibilità. È un comportamento “tutto o nulla”, molto diverso dall’usura analogica.
Se un CD mostra segni di bronzatura, micropori o corrosione, la priorità è il ripping immediato per preservarne il contenuto. Per la prevenzione, è sufficiente conservare i dischi in custodie rigide non in PVC, mantenerli in un ambiente fresco e asciutto, ed evitare l’esposizione alla luce diretta e il contatto con materiali degradabili e corrosivi.
Questo è forse il mito più diffuso e anche il più resistente, perché contiene una scintilla di verità sepolta sotto anni di generalizzazioni. Tecnicamente, il CD supera il vinile nella maggior parte dei parametri misurabili: range dinamico, estensione in frequenza, rapporto segnale/rumore, assenza di degradazione con gli ascolti, ripetibilità assoluta.
Eppure molti ascoltatori riferiscono una preferenza per il suono del vinile. Le ragioni sono molteplici: il confronto spesso non è omogeneo, perché si paragona un vinile remasterizzato con cura a un CD prodotto nel pieno della Loudness War; alcune distorsioni caratteristiche del vinile (saturazione armonica, compressione analogica naturale, risposta in frequenza influenzata dalla curva RIAA, dalla testina e dal braccio) possono risultare piacevoli; infine, il contesto d’ascolto e il rituale influenzano la percezione.
I primi lettori CD utilizzavano inoltre filtri anti-aliasing relativamente bruschi, che potevano rendere le alte frequenze più dure, un limite ormai superato nei design moderni.
In sintesi, “freddo” e “digitale” descrivono sensazioni percettive, non proprietà intrinseche del formato.
Il jitter, ovvero la variazione temporale negli intervalli tra i campioni durante la conversione digitale-analogica, è reale e misurabile. Nei lettori CD e nei DAC moderni, tuttavia, è tipicamente dell’ordine di pochi nanosecondi, valori troppo bassi per essere udibili. Solo dispositivi difettosi o progettazioni scadenti possono portarlo a livelli percepibili.
Si tratta quindi di un fenomeno reale, spesso sovrastimato, ma che dà molto da discutere agli audiofili.
Negli anni ’90 e primi 2000 si diffuse l’idea che CD-R artigianali potessero suonare meglio. È falso: i lettori CD leggono dati, non suono. Se i dati sono identici, il risultato è identico.
Differenze nei processi di lettura e correzione errori possono semmai penalizzare i CD-R nel tempo, non avvantaggiarli.
Un CD da 80 minuti ha pit leggermente più piccoli e ravvicinati, richiedendo maggiore precisione di lettura, quindi qualche vecchio lettore poteva avere dei problemi nella corretta taratura del laser.
Nei lettori moderni, il sistema di correzione degli errori compensa completamente queste differenze. Non esiste una “zona grigia” in cui il suono peggiora gradualmente: i dati digitali vengono letti correttamente o non vengono letti affatto.
“Perfect Sound Forever”, lo slogan con cui Sony e Philips lanciarono il formato, era parzialmente fuorviante.
I CD possono degradarsi: lo strato metallico può ossidarsi, come visto nella sezione sul disc rot. Gli studi di invecchiamento accelerato indicano longevità anche superiori ai 100 anni per molti CD commerciali pressed in buone condizioni, ma in condizioni di laboratorio controllate. Per i CD-R, la longevità stimata è significativamente inferiore.
Nel mondo reale, fattori come temperatura, umidità e qualità produttiva incidono però in modo determinante.
Pochi argomenti nell’universo audiofilo hanno generato più confusione di questo. La domanda sembra semplice: cambia il materiale riflettente o il colore del disco, e cambia il suono? La risposta richiede di separare tre variabili che vengono sistematicamente confuse: il supporto fisico, il master utilizzato e il processo di rimasterizzazione.
Il CD “silver” standard usa uno strato riflettente in alluminio. È la norma industriale fin dal 1982: economico da depositare per sputtering, ottima riflettività (intorno al 75-78% attraverso il policarbonato), sufficiente per una lettura laser affidabile.
Il CD “gold” sostituisce l’alluminio con uno strato in oro a 24 carati. Il vantaggio reale dell’oro non è la riflettività: a 780 nm, la lunghezza d’onda del laser CD, l’alluminio riflette intorno al 90% mentre l’oro si attesta intorno all’85%. Il vantaggio è la stabilità chimica: l’oro è inerte, non ossida, e non è soggetto al disc rot causato dall’ossidazione del metallo attraverso difetti nel lacquer protettivo. I CD gold nacquero negli anni ’80 proprio da questa preoccupazione, rivelatasi poi esagerata: i CD silver di buona fattura non mostrano degrado significativo in condizioni di conservazione normali. Dal punto di vista sonoro, l’oro non aggiunge nulla. Il lettore legge dati digitali, non una tensione analogica proporzionale alla riflettività. O i dati vengono letti correttamente, o non vengono letti affatto. Una riflettività marginalmente inferiore non incide sul risultato finale, perché il sistema CIRC ha già abbondante margine per correggere gli errori comunque.
Il vero motivo per cui i CD gold spesso sembrano suonare meglio è un altro: quasi tutti provengono da etichette audiofili come Mobile Fidelity Sound Lab (MFSL) o DCC, che li hanno masterizzati con cura artigianale dal nastro master originale, spesso con maggiore attenzione alla dinamica rispetto alle edizioni standard. È il master a fare la differenza, non l’oro. Lo stesso disco masterizzato da MFSL, pressato su alluminio, suonerebbe in modo identico.
Il CD “black” è un caso distinto, e ancora più frainteso. I dischi neri, noti soprattutto per le edizioni PlayStation, ma presenti anche in alcune tirature di CD-R audio, devono il loro colore a uno strato di colorante organico scuro applicato tra il policarbonato e lo strato riflettente. La funzione di quel colorante è assorbire la luce diffusa e ridurre le interferenze ottiche spurie durante la lettura laser. In termini pratici, questo si traduce in una lettura più pulita su lettori con laser meno precisi. Ma il ragionamento si scontra, ancora una volta, con il funzionamento del formato: il CIRC corregge gli errori di lettura senza alcun impatto udibile sul risultato. Un ulteriore dettaglio tecnico: il laser del CD opera nel vicino infrarosso (780 nm), una lunghezza d’onda alla quale il colorante scuro è in larga misura trasparente, rendendo il vantaggio ottico ancora più marginale di quanto sembri a occhio nudo.
In sintesi: il colore di un CD non incide sul suono. Il materiale riflettente non incide sul suono. Vale la pena ripetere dunque che ciò che incide è esclusivamente la qualità del master da cui il disco è stato prodotto e, come discusso nella sezione sulla Loudness War, le scelte di masterizzazione dinamica adottate in fase di produzione. A riprova che la pratica del celolunghismo non affligge soltanto gli amanti dell’analogico.
In chiusura vorrei richiamare l’attenzione al test di Dom Sigalas che ho descritto approfonditamente nell’articolo sul vinile, che, tra i formati testati, includeva anche Apple Music lossless e Spotify. In quella comparazione, il digitale lossless si è dimostrato il più fedele al master originale, come previsto dalla teoria. Ma “fedele al master” non significa automaticamente “più bello da ascoltare”, perché il master stesso può essere stato manipolato, compresso o alterato. La lezione del CD, se una lezione c’è, è che la qualità di un supporto dipende da come viene usato. Il CD avrebbe potuto essere il formato con la maggiore fedeltà dinamica mai commercializzata su larga scala. Spesso, invece, è stato usato per fare esattamente il contrario. Allo stesso tempo, i migliori CD mai prodotti, quelli masterizzati con cura nella prima metà degli anni ’80, quando gli ingegneri trattavano il nuovo formato con attenzione e deferenza, restano tra le registrazioni più belle e trasparenti ascoltabili su qualsiasi supporto.
Non mi interessa affatto decretare un vincitore tra i vari formati. Il CD e il vinile hanno percorso strade diverse, spesso in competizione tra loro, ma entrambi hanno fatto quello che conta davvero: hanno portato la musica alle persone, l’hanno conservata e ci permetteranno di tramandarla, e questo è già un gran risultato.
Storia e sviluppo del CD
Struttura fisica e materiali
Leggi quiDisc rot e degrado fisico
Audio digitale e jitter
Mastering e Loudness War
Mercato e trend
Percezione e confronto con vinile
15 Marzo 2026 16 Commenti Samuele Mannini

«Spotify è l’ultimo sbuffo di gas che esce dal cadavere morente della vecchia industria musicale.»
Thom Yorke — cantante e anima creativa dei Radiohead — pronunciò queste parole nel 2013, quando lo streaming sembrava ancora una promessa evolutiva più che un sistema ormai consolidato. Per anni sostenne quella posizione ritirando la sua musica da Spotify, in un gesto di coerenza raro nell’industria musicale. Poi, nel 2017, quella musica tornò sulla piattaforma. In silenzio, senza dichiarazioni. Molti interpretarono quel ritorno come una ritrattazione. In realtà dimostrava qualcosa di diverso: il sistema aveva ormai raggiunto una massa critica tale da rendere economicamente difficile restarne fuori. Spotify non aveva convinto Yorke che si sbagliava — gli aveva semplicemente reso impossibile ignorarlo.
Oggi, mentre la piattaforma supera i 700 milioni di utenti attivi, quelle parole suonano meno apocalittiche di quanto sembrassero allora. Dietro questi numeri trionfali si intravedono infatti le crepe di un ecosistema musicale profondamente trasformato.
Per capirlo davvero, forse vale la pena tornare a un gesto semplice e antico, profondamente umano: prendere in mano un disco o un CD.
Possedere musica è sempre stato, prima di tutto, un atto culturale. Come costruire una biblioteca personale: ogni disco un volume scelto con cura, catalogato, custodito, difeso. Sfogliare una collezione, estrarre un vinile dagli scaffali, seguirne i solchi con lo sguardo e le dita è un gesto che trasforma l’ascolto in un’esperienza profonda, simile al piacere di leggere un libro dalla rilegatura consunta. Il passaggio dal possesso fisico alla «musica on-demand» ha invece trasformato l’arte in un’utilità simile all’acqua del rubinetto: sempre disponibile, incolore, priva di sapore. Abbiamo barattato l’identità per la comodità. Un tempo, la collezione era lo specchio dell’anima, uno studio metodico degli artisti; oggi la musica rischia di degradarsi a sottofondo per allenarsi o studiare, un brusio ambientale senza peso specifico.
Il paradosso economico è brutale nella sua evidenza: una famiglia europea può arrivare a spendere circa 700 euro l’anno in abbonamenti digitali tra piattaforme video, servizi online e app. Anche la musica rientra in questo ecosistema e chi cerca cataloghi completi e qualità audio elevata finisce spesso per affiancare due o tre servizi di streaming musicale, aumentando gradualmente la spesa annuale. Eppure, nonostante questa emorragia finanziaria costante, non può dire di possedere un solo secondo della musica che ascolta. Sinclair e Tinson (2017), in uno studio pubblicato sul Journal of Business Research, hanno documentato esattamente questo paradosso: i consumatori tendono ad attribuire un valore emotivo e monetario superiore al supporto fisico proprio a causa dell’assenza di proprietà legale e percepita associata allo streaming. Si paga, sì, ma si possiede nulla: il denaro scorre, il legame emotivo evapora, e il suono resta solo un’ombra digitale, senza peso né permanenza. La traccia digitale è diventata la «prova non provata della presenza di un’assenza»: un file intangibile che simboleggia la nostra rinuncia alla permanenza.
Lo streaming si è autorappresentato come una democratizzazione della musica. La realtà strutturale racconta però una storia diversa. Con royalties che oscillano tra 0,003€ e 0,005€ per stream, il sistema è un modello economico predatorio. Per generare 1.000 euro, un artista indipendente ha bisogno di circa 250.000 ascolti. La soglia dei 1.000 stream minimi introdotta nel 2024 da Spotify ha ufficialmente condannato all’invisibilità economica l’86% dei brani presenti sulla piattaforma — dato elaborato da Luminate (2023) e ripreso da United Musicians and Allied Workers — trasformando di fatto la musica indipendente in beneficenza mascherata da distribuzione digitale. Spotify contesta la lettura: sostiene che quei brani rappresentano appena lo 0,5% del totale degli stream e che la redistribuzione avvantaggia gli artisti emergenti attivi. Il punto in discussione, però, non è la percentuale di stream — è la percentuale di artisti condannati all’invisibilità economica perenne.
A questo si aggiunge la questione degli «artisti fantasma»: nomi come Rel Jar, Piot Mesca o De Watch non sono esseri umani con una storia, un vissuto, una poetica. Sono algoritmi travestiti da artisti, creati da società di background music per popolare playlist ambient e meditation, drenando royalties che altrimenti andrebbero a creatori reali. Spotify non vuole più i musicisti: vuole il controllo totale del catalogo. Il critico culturale Cory Doctorow ha definito questo processo «Enshittification»: il meccanismo per cui una piattaforma favorisce inizialmente gli utenti, poi le aziende partner, e infine degrada l’intero servizio solo a beneficio degli azionisti. Lo streaming musicale ne è oggi uno degli esempi più nitidi.
A completare il quadro, l’investimento di 700 milioni di euro di Daniel Ek in Helsing — società specializzata in software per l’industria militare — ha innescato quella che i critici definiscono la «Grande Fuga del 2025». Quando i Massive Attack chiedono a Universal di ritirare il loro catalogo e annunciano che il nuovo materiale in uscita nel 2026 non sarà mai disponibile su Spotify, non è un gesto simbolico: è la rottura definitiva di un patto sociale tra artisti e piattaforma.
C’è un paragone che torna spesso nelle difese dello streaming: «anche la radio trasmetteva musica che non possedevi — cos’è cambiato?» È un argomento apparentemente solido, ma che regge solo fino a quando non si guarda da vicino la natura profondamente diversa delle due mediazioni.
La radio FM degli anni Ottanta e Novanta condivideva con lo streaming la struttura di base: musica che arrivava da fuori, che non potevi scegliere brano per brano, che potevi scoprire per caso. In questo senso limitato, il parallelismo tiene. Ma qui finisce la somiglianza — e dove finisce, inizia la differenza che conta davvero.
Il DJ radiofonico era un soggetto culturale. Aveva una biografia, delle ossessioni, delle incoerenze, un gusto costruito nel tempo attraverso ascolti, errori e rivelazioni. Poteva farti ascoltare qualcosa che ti disturbava, che non capivi subito, che tornavi a cercare tre giorni dopo perché non ti dava pace. In quel disallineamento stava la scoperta: qualcuno con una voce propria ti tendeva la mano verso un territorio che da solo non avresti mai attraversato. Era la stessa dinamica del recensore di una rivista specializzata o del commesso visionario nel negozio di dischi — quello che ti metteva in mano un album dicendoti «fidati», e, spesso, aveva ragione.
Bisogna però essere onesti: la radio commerciale aveva i suoi meccanismi di controllo, le sue rotazioni imposte dalle major, le sue logiche di potere non troppo diverse da quelle di oggi. La libertà del DJ era reale soltanto nelle emittenti indipendenti, nelle trasmissioni notturne, negli spazi di resistenza culturale che le grandi reti tolleravano appena. La nostalgia non deve farci dimenticare che anche allora il mercato premeva forte.
La distinzione autentica, quindi, non è tra radio e streaming in quanto tali. È tra curatela e raccomandazione — due gesti che sembrano simili e sono opposti.
La curatela implica un punto di vista, una responsabilità estetica, una visione del mondo. Il curatore — che sia un DJ, un critico, un amico con gusti precisi — dice: questo è importante, anche se ancora non lo sai. Si espone, rischia, scommette sulla tua capacità di crescere verso qualcosa di nuovo. La raccomandazione algoritmica dice invece: questo è simile a ciò che hai già ascoltato. Non scommette su di te — scommette sulla tua inerzia. Non apre mondi: chiude loop.
L’algoritmo di Spotify non ha gusti: ha pattern di comportamento aggregato. Non è progettato per cambiarti — è ottimizzato per trattenerti. Anderson et al. (2020), in uno studio condotto su oltre 100 milioni di utenti Spotify e presentato alla Web Conference 2020 — ricercatori interni alla stessa Spotify — hanno dimostrato che l’ascolto guidato dall’algoritmo è associato a una riduzione della diversità nei consumi musicali rispetto all’ascolto organico guidato dall’utente. La metrica che il sistema massimizza non è la crescita culturale dell’ascoltatore, ma la sua retention: il tempo che rimane sulla piattaforma, la probabilità che non cambi servizio, la fluidità con cui scivola da un brano al successivo senza mai fermarsi a pensare. Il criterio non è estetico: è ingegneristico. E l’accondiscendenza non è un difetto del sistema — è il suo scopo dichiarato.
Il sociologo Eli Pariser aveva intuito questo meccanismo già nel 2011, parlando di informazione politica: lo chiamò filter bubble, bolla di filtraggio. L’algoritmo costruisce intorno a te uno spazio sempre più aderente a te stesso — sonoro, nel nostro caso — eliminando l’attrito, eliminando la sorpresa, eliminando la possibilità concreta di essere cambiati da ciò che ascoltiamo. Nella bolla tutto è familiare, tutto è confortante, tutto conferma ciò che già sei. È l’opposto esatto di ciò che la musica, nella sua forma più alta, ha sempre fatto: disturbare, spostare, rivelare.
La radio ti portava i gusti di qualcun altro — e in quel disallineamento stava la scoperta. L’algoritmo ti porta i tuoi gusti riflessi — e in quella perfezione sta la trappola.
Se la radio poteva almeno sorprenderti, lo streaming ha eliminato anche quella possibilità residua. Ma c’è un piano ancora più profondo su cui il digitale mostra la sua insufficienza: quello della memoria emotiva, del gesto fisico, del rito personale che trasforma un ascolto in un’esperienza che resta.
Ricordi il primo disco che hai comprato? La scelta tra scaffali, il peso del supporto tra le mani, il fruscio della copertina mentre si apre: ogni dettaglio contribuiva a fissare quell’esperienza nella memoria. Non era solo musica — era un rito sensoriale e culturale che richiedeva attenzione, tempo, cura.
Styvén (2010), in uno studio pubblicato sul Journal of Business Research su un campione di 870 partecipanti, ha documentato come le persone con alto coinvolgimento nella musica preferiscano i formati fisici — CD, vinile — e attribuiscano loro un valore percepito superiore rispetto ai formati digitali: toccare l’oggetto rafforza il legame emotivo con la musica che contiene. Proverbio et al. (2015), su Scientific Reports, hanno dimostrato che l’ascolto di musica emotivamente significativa produce un recupero della memoria episodica più efficiente rispetto all’ascolto neutro o al silenzio — un meccanismo che si attiva con particolare intensità quando l’esperienza sonora è accompagnata da un contesto rituale e attento, non distratto e passivo.
Il primo ascolto di un brano in streaming è quasi l’opposto: immediato, istantaneo, spesso fugace, senza gesto fisico, senza attesa, senza memoria tangibile. Come un incontro consumato in fretta tra schermi e cuffie, senza lasciare impronte nel tempo o nell’anima. Questo contrasto rende evidente perché il vinile, il CD o persino le cassette siano ancora oggi testimoni vivi di un modo diverso di stare con la musica.
Contro l’effimero, torna il rituale. Non per nostalgia, ma per una ragione pratica e culturale insieme: in un mondo dove una licenza scaduta, una decisione aziendale o un server offline possono far sparire la colonna sonora di un’intera vita, l’oggetto fisico è l’unica garanzia reale di permanenza.
Le vendite di vinili crescono costantemente da oltre un decennio, non solo tra i collezionisti di lungo corso. Tánczos, Novák e Magyar (2024), in una ricerca condotta su 475 ascoltatori pubblicata su Recreation Tudományos Magazin, documentano come i fruitori di musica analogica citino il piacere tattile e il valore rituale dell’esperienza come fattori primari nella scelta del supporto fisico: vedere la copertina del disco, osservare il nastro che scorre o il vinile che ruota, sentire lo scricchiolio della puntina nel solco. Non la qualità del suono, non la comodità — il significato dell’atto in sé. Anche la Gen Z ha compreso che un algoritmo non può replicare la sacralità di far scendere la puntina sul solco.
Il vinile e il CD restituiscono l’album alla sua natura originale di opera d’arte totale, da esplorare con mani, occhi e mente: ogni booklet, ogni fotografia, ogni segno del tempo diventa strato di significato che lo streaming, con la sua semplicità e immediata disponibilità, ha deliberatamente spogliato. Il CD resta il supporto fisico più accessibile: con un prezzo di vendita generalmente compreso tra i 15 e i 19 euro è sicuramente più alla portata di tutti, anche di chi non può permettersi il vinile e la sua esperienza tattile. E quando acquistato direttamente dall’artista — ai concerti, sul suo store, su Bandcamp — senza etichetta né distributore fisico ad erodere i ricavi, diventa anche lo strumento di remunerazione diretta più efficiente: ogni acquisto vale economicamente migliaia di stream.
Il «Friction-maxing», concetto emerso nelle comunità audiofili, descrive esattamente questo: in un’epoca che idolatra l’istantaneità, aggiungere intenzionalmente «attrito» — scegliere un disco, caricarlo, pulirlo, ascoltarlo dall’inizio alla fine senza shuffle — rende l’esperienza significativa. L’algoritmo può prevedere i tuoi gusti; non potrà mai capire il sentimento.
La soluzione al monopolio delle grandi major e al dominio dell’algoritmo non risiede in una controrivoluzione romantica, ma in una matematica alternativa e sostenibile. Il modello dei «1.000 True Fans», elaborato da Kevin Kelly e oggi più attuale che mai, dimostra che rincorrere il milione di stream è una metrica vanesia: Spotify paga mediamente tra 0,003 e 0,005 dollari per stream — circa 4 dollari ogni 1.000 ascolti — il che significa che un milione di stream frutta appena 3.000 euro lordi a un artista indipendente.
La matematica dell’indipendenza funziona diversamente e i numeri la rendono difficile da contestare. Un singolo acquisto diretto — un CD, un vinile, una t-shirt acquistati tramite Bandcamp o ai concerti — garantisce all’artista un margine che equivale comunque a migliaia di stream, indipendentemente dalla catena distributiva coinvolta. Ma il valore reale va oltre il singolo acquisto: chi compra un oggetto fisico stabilisce con l’artista un legame di fedeltà che predispone naturalmente ad acquisti futuri — il prossimo album, il merchandising del tour, il vinile in edizione limitata. Un fan che compra è, statisticamente, un fan che tornerà a comprare. L’algoritmo può generare ascolti; non può generare questo.
E un biglietto per un concerto rende il confronto ancora più eloquente: secondo una ricerca condotta su artisti indipendenti in tour nel 2023 e presentata al SXSW 2024 — campione limitato ma indicativo — il 57% dei musicisti indie risulta redditizio dopo le spese vive del tour, con un guadagno netto medio di 3.800 dollari — una cifra che nessun volume di stream individuale potrà mai avvicinare per un artista non legato a una major. Ogni presenza fisica — che sia davanti a un palco, in un negozio di dischi o su Bandcamp — è un atto economico diretto che cortocircuita l’intermediazione algoritmica e restituisce valore reale a chi crea.
Questa economia esiste già, anche se non senza contraddizioni. Su Bandcamp, in media l’82% di ogni vendita va direttamente all’artista o alla sua etichetta — solitamente entro 24-48 ore — un dato che rende la piattaforma strutturalmente incomparabile con qualsiasi concorrente diretto. Nel 2022 l’acquisizione da parte di Epic Games e nel 2023 la rivendita a Songtradr — società specializzata in licenze musicali per brand e aziende — hanno segnato una parabola discendente culminata nel licenziamento del 50% del personale, colpendo duramente anche i rappresentanti sindacali di Bandcamp United. Le ambizioni sociali originarie sono state compromesse. Eppure Songtradr ha dichiarato il proprio impegno a mantenere i servizi esistenti che fan e artisti amano, inclusa la quota di ricavi artist-first, i Bandcamp Fridays e il Bandcamp Daily. Finché questa struttura regge — e i numeri, per ora, la confermano — Bandcamp resta la piattaforma digitale economicamente più sostenibile per gli artisti indipendenti: non per purezza ideologica, ma per matematica. Nessun concorrente diretto offre condizioni paragonabili.
Parallelamente, si registra una riscoperta del «DIY digitale»: secondo dati eBay condivisi con Axios, le ricerche per iPod Classic sono aumentate del 25% tra gennaio e ottobre 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, trainate in particolare dalla Gen Z che sceglie dispositivi monouso come alternativa alla sovrastimolazione degli smartphone. Giovani che montano memorie SSD su vecchio hardware per costruirsi biblioteche musicali locali, autonome, non revocabili da nessuna scelta aziendale. È un atto di ribellione silenziosa: si sceglie cosa ascoltare, quando ascoltarlo, come conservarlo; un atto che ricollega l’artista e l’ascoltatore in una relazione diretta, reale, emotivamente significativa, lontana da algoritmi e playlist imposte.
C’è un aneddoto che circola tra i collezionisti: nel giorno della scomparsa di un proprio caro, ritrovarne la voce attraverso un vecchio CD dimenticato in un cassetto. Quel supporto fisico — graffiato, ingiallito, preziosissimo — è un ponte tra generazioni che nessuna piattaforma di streaming può costruire. Una password di Spotify non si eredita: scade con l’abbonamento. Un disco resta.
Una collezione musicale è la biografia di chi la possiede. Ogni disco è un capitolo: il primo acquisto adolescenziale, la scoperta di un artista che ha cambiato tutto, il vinile trovato per caso in un mercato domenicale. È memoria ed emozione custodite in forma tangibile, uno spazio dove l’identità si protegge dal flusso rapido e spesso anonimo dello streaming.
Possedere musica oggi è dunque un atto di consapevolezza e di difesa. Difesa contro la fugacità digitale, contro la superficialità dell’ascolto distratto, contro un sistema economico che ha separato l’arte dal suo significato. La collezione — di vinili, CD, cassette — è tatto, rituale, memoria ed emozione. È cultura tangibile che si conserva, si difende e si può trasmettere.
Iniziare o continuare una collezione oggi significa «metterci la testa»: smettere di essere consumatori passivi e tornare custodi della bellezza, difendere la memoria, preservare il gesto, proteggere l’esperienza emotiva che solo un oggetto tangibile sa garantire. Il vostro prossimo disco non è solo un acquisto — è il primo passo verso una libertà culturale che nessun algoritmo può revocare.
05 Gennaio 2026 3 Commenti Samuele Mannini

Questo per MelodicRock.it è stato un anno particolarmente difficile. Per un periodo abbiamo seriamente pensato che potesse essere l’ultimo.
Problemi personali e lavorativi all’interno della redazione ci hanno costretto a rivedere ruoli e priorità, spesso arrangiandoci pur di riuscire a portare la nave in porto. Oggi, però, siamo ancora qui. E questo, già di per sé, significa molto.
Proprio il fatto di dovermi occupare più direttamente di altri aspetti, come la gestione della pagina Facebook, mi ha portato a soffermarmi con maggiore attenzione su alcuni numeri. Approfondendo l’analisi, abbiamo compreso quanto questo sito, che ricordiamo essere completamente amatoriale e assolutamente no profit, rappresenti ancora un punto di riferimento per i lettori di lingua italiana, per le band, per le etichette e, di conseguenza, per tutto il movimento che ruota intorno all’AOR, all’ Hard Rock melodico ed ai suoi generi affini.
Non vogliamo assolutamente vantarci né attribuirci un’importanza maggiore di quella che realmente abbiamo, soprattutto in un’epoca di informazione sovrabbondante, dove tutto sembra a portata di clic. Tuttavia l’impegno che quotidianamente mettiamo nel raccontare, informare, dialogare ed anche dibattere sulla nostra musica preferita è da anni una costante e proprio in questo periodo di difficoltà i numeri ci hanno dimostrato che il nostro lavoro non è passato inosservato.
Per questo motivo vogliamo proporvi un’analisi di ciò che abbiamo fatto nel corso del 2025, di ciò che ha funzionato meglio e di ciò che inevitabilmente dovrà essere migliorato. Con la voglia di rimboccarci ancora una volta le maniche e, se vorrete, di ascoltare anche i vostri consigli, per continuare a portare avanti quella che da 16 anni è la nostra e vostra passione.
Quelli che seguono sono i numeri degli articoli pubblicati sul nostro sito e rappresentano in modo concreto ciò che, nel corso dell’anno, abbiamo fatto per informare e raccontare la scena del rock melodico tout court. È però doveroso fare una precisazione: la nostra non è certo una redazione numerosa. Al netto di defezioni e nuovi innesti, parliamo di una decina di persone, con qualche collaborazione ed integrazione sporadica. Ci auguriamo quindi che questi numeri riescano a restituire la reale proporzione dello sforzo che abbiamo profuso.
Nel corso del 2025 abbiamo pubblicato complessivamente 1602 articoli, così suddivisi:
1446 news e video, sempre accompagnati da didascalie informative e contestualizzate
118 recensioni di nuovi dischi
23 recensioni di classici e gemme sepolte, andate ad arricchire ulteriormente il nostro archivio storico
7 speciali lunghi ed approfonditi, dedicati non solo al rock, ma anche alla musica in senso più ampio, ai supporti, alla scena italica e alle nuove tecnologie
5 live report, tra cui quello particolarmente dettagliato dello scorso Frontiers Rock Festival
3 interviste esclusive, tra le quali ricordiamo quella a Luca Vicini con i suoi 4Got10
Sulla base dei dati forniti dalle piattaforme social che utilizziamo per diffondere i nostri contenuti, abbiamo ottenuto risultati che riteniamo significativi. In un’epoca in cui la circolazione degli articoli passa sempre meno dai siti e sempre più dai social, è inevitabile soffermarsi anche su questo aspetto.
Facebook resta il nostro canale principale, una scelta quasi obbligata per una realtà come la nostra, fortemente orientata alla diffusione di contenuti scritti. Instagram viene invece utilizzato in maniera più limitata, soprattutto per le immagini delle recensioni e alcuni reel legati a eventi o ricorrenze particolari.
Su Instagram i segnali sono incoraggianti: nel corso dell’anno siamo passati da circa 600 a 820 follower. Valuteremo come sviluppare ulteriormente questo canale, pur consapevoli che si tratta di una piattaforma più orientata a un pubblico giovane, non perfettamente sovrapponibile a quello della musica che trattiamo, ma con possibilità diverse per quanto riguarda la pubblicizzazione dei nostri contenuti.
Su Facebook, invece, il pubblico rispecchia maggiormente i lettori del sito e il genere musicale di riferimento. Dopo anni trascorsi intorno ai 4800 follower, nel 2025 abbiamo superato quota 5000, attestandoci a 5070 follower al 31 dicembre. Ancora più significativo il dato delle visualizzazioni annue, arrivate a 492.196, a un soffio dalle 500.000.
Per un sito come il nostro si tratta di un risultato importante, rafforzato da un tasso di crescita anno su anno superiore al 50%. Anche i 13.680 like complessivi, pur in un contesto non particolarmente social-friendly, rappresentano un segnale concreto di apprezzamento. La distribuzione geografica del pubblico (54% Italia, 46% estero) dimostra inoltre come sia possibile superare i confini nazionali nonostante l’ostacolo linguistico. Da segnalare infine che il 59% delle visualizzazioni proviene da follower abituali, mentre il restante 41% da utenti che ancora non ci seguono: un dato che indica margini di crescita ancora interessanti.

Questo è stato l’articolo più letto dell’anno con ben 14180 visualizzazioni ed ha stracciato tutti i nostri record precedenti, sarà che l’evento è uno dei più attesi dell’anno, sarà che siamo usciti con la news in perfetta contemporanea con Frontiers, ma siamo comunque orgogliosi di aver contribuito a dare risonanza all’ evento.

Purtroppo, uno di quegli articoli che non avremmo mai voluto scrivere. Eppure, grazie alla fama e all’affetto che il pubblico ha sempre nutrito per Marcie/Mark Free, e anche al fatto che siamo stati i primi a riportare la notizia tra i siti italiani, ha raggiunto le 8.633 visualizzazioni

Questo è un altro pezzo nato da una di quelle notizie che non vorremmo mai dover raccontare. Quando un mostro sacro dell’hard rock annuncia il ritiro dalle scene, è inevitabile che l’attenzione del pubblico che lo ha sempre adorato si concentri sulla notizia. Anche in questo caso, essere tra i primi a riportarla ha fatto sì che raggiungesse le 8.466 visualizzazioni.
Il buon vecchio Robin resta tutt’oggi una delle migliori voci in circolazione, e la notizia del video in questione ha raccolto ben 2.401 visualizzazioni.
Inevitabilmente l’attesa di un nuovo dei Boulevard è una cosa che stuzzica molto perchè la notizia di questo video ha avuto ben 2039 visualizzazioni.
Rick Hughes famoso per essere il cantante degli Sword lancia il suo progetto solista accompagnato in questa canzone da Brad Gillis (chitarra), Rudy Sarzo (basso) e Tommy Aldridge (batteria) evidentemente ha attirato l’attenzione ottenendo 1894 visualizzazioni.

La Recensione più visualizzata dell’anno è stata quella dei Backlash progetto italiano di AOR di ottima qualità che ci riempie di soddisfazione con le sue 1950 visualizzazioni.

Forse perché in Italia ne abbiamo parlato solo noi, questa recensione dell’esordio del gruppo peruviano ha ottenuto ben 1857 visualizzazioni, inutile dire che siamo molto contenti di dare visibilità anche a gruppi che non hanno alle spalle grandi possibilità promozionali.

Anche questa è stata una sorpresa: evidentemente, quando ci occupiamo di gruppi meno seguiti dalle testate più generaliste e dai portali con numeri più ampi, le produzioni di nicchia trovano maggiore spazio sulle nostre pagine. Non a caso, le 1.869 visualizzazioni raccolte da questo progetto di Swedish melodic rock rappresentano un risultato davvero notevole.

Il maggior numero di visite va a un vero e proprio classico dell’epoca d’oro del genere, un titolo che non dovrebbe mancare in nessuna collezione che si rispetti. Ha totalizzato ben 2.279 visualizzazioni.

Seconda posizione per gli alfieri dell’AOR made in England, autori di un disco che sarebbe sacrilego non riscoprire. Non a caso, ha totalizzato 2.229 visite

Cosa può esserci di più classico di un disco in cui alla chitarra c’è Neal Schon? Le 1.737 visualizzazioni confermano tutto l’amore che circonda questo magnifico album.

Il nostro articolo che ripercorre tutti gli aspetti storici, tecnici ed emotivi del più antico supporto fisico, dalla A alla Z, ha suscitato un grande interesse, totalizzando 4.027 visualizzazioni.

Un appuntamento ormai classico è lo speciale di fine anno, che riscuote sempre grande successo tra i lettori, tanto da raggiungere 2.506 visualizzazioni. Anche quest’anno siamo riusciti a proporlo.

Pur trattandosi di un argomento controverso e complesso, anche il nostro editoriale impostato come processo all’intelligenza artificiale applicata alla musica ha ottenuto un risultato notevole, con 2.130 visualizzazioni. Un riscontro che ci rende estremamente soddisfatti
Eccoci dunque giunti alla fine di questo speciale, che ci ha permesso di ripercorrere insieme a voi lettori un’intera annata di MelodicRock.it. Ci auguriamo che la lettura non sia risultata troppo pesante, ma crediamo sia importante, per chi ci segue con costanza, dare anche uno sguardo dietro le quinte del nostro lavoro quotidiano e rendervi partecipi degli sforzi che mettiamo nel diffondere la voce della nostra musica preferita.
Vi ringraziamo per l’attenzione, per la partecipazione e per i consigli che vorrete condividere con noi, che cercheremo di valutare ed eventualmente implementare ogni volta che riterremo possano aiutarci a migliorare, compatibilmente con il tempo e le risorse a disposizione.
Per il 2026 rinnoviamo quindi il nostro impegno e faremo di tutto affinché, anche grazie a voi, i numeri e i risultati che vi abbiamo raccontato possano essere ulteriormente migliorati.
Keep on (Melodic) Rockin’
26 Dicembre 2025 11 Commenti Samuele Mannini
Eccoci dunque alla consueta Top Ten di fine anno, che mai come questa volta ha rischiato di non vedere la luce. Il 2025 è stato infatti un anno difficile, non solo per la redazione ma per la stessa esistenza di MelodicRock.it: tanti i problemi che hanno colpito noi redattori, qualche defezione – fortunatamente compensata anche da nuove forze – e una lunga serie di beghe che non ci hanno sempre consentito di lavorare al meglio. Eppure, anche questa volta, l’abbiamo portata a casa e proveremo a farlo anche l’anno prossimo.
Sì, perché nonostante tutto i numeri di MelodicRock.it sono stati impressionanti e questo non può che riempirci di gioia ed orgoglio. Di tutte le statistiche della nostra testata parleremo però in uno speciale dedicato, in arrivo all’inizio del nuovo anno, per farvi conoscere e comprendere tutto ciò che ruota attorno a una webzine amatoriale che ce la mette tutta per essere il più professionale possibile.
Intanto, gustatevi la Top Ten di fine anno: non una semplice somma dei dischi più apprezzati da ciascun redattore, ma il risultato di confronti, discussioni, spareggi e ribaltamenti dell’ultimo minuto. Questi sono gli album che, secondo noi, hanno maggiormente segnato il 2025 e che in qualche modo lo rappresentano al meglio (naturalmente abbiamo evitato di votare per la compilation che porta anche il nostro nome perché non ci sarebbe sembrato carino).
Ringraziamo di cuore tutti i lettori per il supporto costante e promettiamo il massimo impegno anche per l’anno nuovo.
Keep On Rockin’
La Redazione.
Ecco, dunque, la classifica dei primi dieci dischi con il link alla recensione:
2- H.E.A.T. – Welcome To The Future
3- Harem Scarem – Chasing Euphoria
6- The Theander Expression – Chaos, Dreams & Love
7- Midnite City – Bite The Bullet
10-Double Vision – Double Vision

-Di seguito tutte le classifiche di ogni Redattore-
Samuele Mannini:
Musicalmente parlando, dovendomi dedicare anche ad altri aspetti della gestione del sito e della pagina Facebook, devo ammettere di aver ascoltato meno uscite rispetto al passato. Ho inoltre trovato l’annata complessivamente meno eccitante rispetto agli scorsi anni: non tanto per una carenza di numeri, quanto per una certa sensazione di stanchezza del movimento, con molte produzioni che mi sono sembrate giocare sul sicuro. Sono stato quindi folgorato meno del solito da uscite realmente innovative e creative; ciò nonostante, quanto ho maggiormente gradito lo potete visualizzare qui sotto.
Un plauso va senza dubbio alla scena nostrana, che anche quest’anno ha saputo farsi valere. E come sempre, nella mia classifica troverete qualche titolo un po’ meno ortodosso… ma ormai dovreste sapere che sono lo strambo della redazione! 😄

Denis Abello:
Annata complessa ma che chiarisce, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’AOR made in Italy ormai è di assoluto livello internazionale… Soul Seller per me album dell’anno “senza se e senza ma” anche se ammetto che se la gioca con un bellissimo Night Vision degli Streetlight. A seguire distanziati di poco troviamo una serie di album su cui sventola il tricolore, 4GOT10, le ormai garanzie di successo Steve Emm e Hell in The Club e distanziati di poco Backslash e Wheels of Fire. Il resto se la gioca con qualche nome “sicuro” come i sempre validi Treat o gli H.E.A.T. e la conferma dei particolari Creeper. A stupire ci pensano a questo giro i Gotthard con un album che fa finalmente tornare brillantissima la loro fiamma. Chiudo con un paio di note a margine per i leoni Bryan Adams e Jimmy Barnes in grado dopo tanti anni ancora di far vibrare le note dei nostri cuori da vecchi rocker e menzione finale per due delle più interessanti nuovo uscite di quest’anno, The Switch e Laguna!

Vittorio Mortara:
Un anno ricco di uscite, non c’è che dire. E gran lavoro per la nostra redazione. Quindi bando alle ciance e andiamo di classifica. Tra i “famosi” conferma degli FM, macchine da guerra per i bei dischi, e bei lavori anche per i Perfect plan, per il polistrumentista Theander e per gli HEAT (anche se resto un fan sfegatato di Erik Gronwall) e ottima uscita anche per i Gotthard, ormai affrancati dalla prematura scomparsa di Steve Lee ed indirizzati su nuovi binari dall’andamento fresco ed attuale. Sul fronte delle nuove proposte, gran lavoro di pop rock per i The Switch e di AOR classico per gli Streetlight. Tra le tante uscite dei nostri connazionali, la bravura di Steve Emm è sempre al top. Per quanto, invece, riguarda la falange un po’ più dura, difficile dimenticarsi dello splendido esordio (sotto questo moniker) dei Sign Of The Wolf. Ma sopra tutto e sopra tutti io metto loro: i Midnite City. “In at the deep end” è un disco che non ha una virgola di originale ma, ragazzi, quanto spacca! Sperando che il 26 sia altrettanto prodigo di buona musica auguro a tutti i melodicrockers delle straordinarie feste! Stay Hard!

Alberto Rozza:
Tra le uscite più significative dell’anno, questa selezione personale mette in evidenza dischi capaci di distinguersi per solidità, ispirazione ed impatto complessivo. Dagli Inglorious, autori di un lavoro potente e carismatico, passando per l’energia e la personalità di Wildness e Circus Of Fire, fino alle certezze offerte da Barnabas Sky e alle piacevoli sorprese come Ramonda, il quadro restituisce un panorama vario e coerente. Completano la lista album affidabili e ben suonati come quelli di D’OR, Heaven’s Reign, Andy Susemihl, Russ Ballard e Marty And The Bad Punch, tutti accomunati da una qualità che li rende ascolti più che consigliati.

Yuri Picasso:
L’ingresso a gamba tesa dell’intelligenza artificiale nelle nostre cuffie e impianti stereo: cosi verrà ricordato il 2025. Un’ulteriore apertura alla quantità; la possibilità definitiva di far divenire artista chi non lo è: ad Ottobre, Breaking Rust con “Walk my Walk” (100% IA) , sale al primo posto delle classifiche Billboard di musica Country . L’arte diventa sinonimo di qualunquismo. La riuscita di un prodotto si è trasformata in una gara di marketing partendo da tentativi di combinazione di ‘prompt’ funzionali; il passo successivo è l’allungare una mazzetta all’influencer di turno, nel tentativo di diventare virali. C’è la possibilità per tutti, per quanto minima, di diventare qualcuno rimanendo di fatto un nessuno. Analizzato il triste presente, rimango ancorato al mio credo nominando artisti Veri, Esseri in grado di suonare il loro strumento.
10 dischi da avere in formato fisico (CD/LP a vostra discrezione) in ordine randomico, perlustrando il nostro genere a 360°.

Paolo Paganini:
Appuntamento ormai classico con la nostra imperdibile top ten di fine anno. Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad una sempre maggiore invasione di band virtuali generate dall’intelligenza artificiale, capace di creare brani dal forte appeal radiofonico ed estremamente facili da ascoltare. Prodotti usa e getta che comunque fanno riflettere sulla direzione che sta prendendo la musica in generale e la nostra in particolare. Il pensiero che dietro questi riff accattivanti ci sia un nerd da tastiera magari incapace di suonare anche il citofono inquieta e non poco. Per contro, nel mondo reale centinaia di band devono sudare ogni giorno le proverbiali sette camicie per far uscire il loro disco ed è su di loro che continueremo imperterriti a dedicare tutto il nostro tempo di modesti scribacchini. Di seguito i dieci album più meritevoli di questo 2025.

Giulio Burato:
Il 2025, come il 2024, e’ da considerarsi per me un anno molto difficile per motivi familiari che mi hanno tolto molti spazi e energie mentali per ascoltare le innumerevoli uscite dell’anno.
Tra tutte quelle che non sono riuscito ad ascoltare ci sarà sicuramente qualcosa di interessante che mi sono perso. Detto questo la mia top ten evidenzia la mia venerazione per l’ultimo, fantastico album degli Streetlight.
Virtualmente a pari merito per qualità melodiche e di idee gli H.e.a.t. ed il recente the Wild Card dei Treat.
Menzione particolare per la leggenda Bryan Adams, con un album di contenuti, i redivi Gotthard e i sorprendenti indiani Black Jack.
Fuori dalla top ten ma, in crescita, ascolto dopo ascolto, l ultimo album degli Hell in the club con un ottima Tezzi” Persson dietro al microfono.

Francesco Donato:
Anno veloce e ricco di cambiamenti questo 2025, un anno dove la musica ha elargito nella mia vita la solita forza e la sempre più viva convinzione che c’è sempre da imparare da essa, glorificandola ascolto dopo ascolto.
Un anno particolarmente difficile dal punto di vista musicale, un 2025 che ci ha tolto due vere e proprie icone come Ozzy Osbourne ed Ace Frehley.
Proprio quest’ultimo l’anno scorso rientrava nella mia top ten…
Ma “The show must go on”, quindi asciughiamo le lacrime e celebriamo questo 2025 con quelle che a parer mio sono le migliori uscite dell’anno.
La medaglia d’oro va ai The Night Flight Orchestra.
Una conferma della loro classe e del loro stato di grazia.
Medaglia d’argento per gli Streetlight.
Mi avevano già sorpreso positivamente con il loro esordio, ma questo “Night Vision” è davvero un album strepitoso!
Bronzo ai Crazy Lixx.
“Thrill Of The Bite” è un signor disco, uno dei loro migliori ultimi lavori con una canzone pazzesca come “Who Said Rock N’ Roll Is Dead” che per quanto mi riguarda è il vero e proprio inno dell’anno!

10 Novembre 2025 0 Commenti Yuri Picasso

È di questi giorni l’introduzione meritata nella Rock & Roll Hall of Fame della storica band Hard & Blues Bad Company. Dal 1974 al 1982, guidata dai membri Paul Rodgers (Voce), Mick Ralphs (Chitarra), Simon Kirke (Batteria), Boz Burrell (Basso) diede alle stampe 6 lavori in studio dalle alterne fortune, tra milioni di copie vendute e un conseguente aumento di popolarità, e la critica che da prima ne elogiava la qualità artistica per poi accusarla di una mancata innovazione.
Inevitabili screzi interni e la necessità di un cambiamento portarono Paul Rodgers ad allontanarsi e al conseguente scioglimento .
I restanti si dedicarono a progetti non troppo impegnativi e a godersi quello che i soldi e la vita del decennio precedente aveva portato loro in dote.
Fino a che nell’estate del 1985 i vertici dell’Atlantic si presentarono alla porta della coppia Kirke-Ralphs per chiedere loro di rimettere su il moniker, magari con un nuovo cantante e una nuova proposta artistica aggiornandola alla moda di metà anni 80. Riassoldato Burrel (che rimarrà meno di un anno), e con il sostegno di Mick Jones (Foreigner), venne reclutato il cantante Brian Howe (protagonista nel disco di Ted Nugent – Penetrator), dal timbro rimembrante Lou Gramm. Non era un caso: se i dissapori del tempo in casa Foreigner tra Gramm e Jones non si fossero placati, sarebbe stato Howe a cantare sul disco del 1987 ‘Inside Information’.
Come anticipato, il target commerciale era il focus e la voce di Brian era quella giusta.
Un timbro caldo, ricco di sfumature hair metal e AOR, in grado di dare pathos alle ballad e di spingere nei pezzi più Rock.
— Il primo risultato di questo connubio fu lo sfortunato, commercialmente parlando, ‘Fame and Fortune’ (1986): sembra di ascoltare i Foreigner: si sente tanto la mano della coppia Mick Jones/ Keith Olsen in cabina di regia, il che è un gran bene, almeno per le mie orecchie. 10 pezzi, nessun filler, il disco scorre bene ancora oggi dall’inizio alla fine. Il mid Tempo notturno “This Love” con un delizioso incrocio keys/sax. La Sincopata e diretta Title track, la nostalgica “Hold On My Heart” dove ancora un azzeccato sax fa capolino; la delicata e suggestiva ballad “When We made Love” (ascoltata oggi mi tira giù qualche lacrima). Come anticipato il disco fu commercialmente un fiasco il che porto’ il gruppo, privo ora di Burrell, a cambiare produttore e a mettersi alla mano (e alla penna) di Terry Thomas (Tommy Shaw, Richard Marx, Giant tra gli altri).
— Siamo nel 1988 ed esce ‘Dangerous Age’. Meno Aor, soluzioni più Hard, e i singoli “No Smoke Without a Fire” e “One Night” meriterebbero di essere suonati in radio ancora oggi. Un disco diverso dal precedente e comunque Eccellente. La riflessiva “Something About You” è una ballad diversa da quelle del tempo, altro highlight del length, rimembra le radici blues del gruppo aggiornandole al 1988. “Dirty Boy” anticipa quello che suoneranno le hair metal bands a cavallo delle due decadi e devo menzionare l’aggressiva e sensuale “Love Attack” presente in molte delle mie playlist. Il successo commerciale sfugge ma i nostri stanno aggiustando la mira per il successo che li bacerà due anni dopo
— Nel 1990 il songwriting passa quasi completamente nelle mani della coppia Thomas/Howe, relegando Ralphs/Kirke al ruolo di meri esecutori o poco più.
Ralphs d’ora in poi nei videoclip della band risulterà poco visibile..
La vena blues viene ulteriormente ridotta a qualche assolo per fare spazio a un hard/edge figlio dei tempi e delle mode che cambiano. Si riprende la formula del precedente ‘Dangerous Age’ e la si perfeziona con il plurivenduto ‘Holy Water’ (oltre il milione di copie, e disco di platino). Trascinato dal singolo “If You Needed Somebody” il gruppo sembra rivivere una seconda giovinezza anche se tempo dopo verrà fuori che screzzi e litigi difficilmente gestibili sono nativi di questo periodo.
Altri pezzi must listen sono “Walk Through Fire”, memore del Lou Gramm solista; “Boys Cry Tough”, l’ammissione della debolezza emotiva maschile; il mood cadenzato di “Stranger Stranger” e le formule ripetitive ma vincenti della title track e “Lay Your Love on Me”. Un disco perfetto da far passare sulle radio americane dell’epoca, un riuscito esercizio di forma e stile in grado di catturare l’attenzione del pubblico più generalista e di non allontanare i fan dell’Adult Oriented Rock.
— Due anni dopo esce l’ultimo capitolo dei Bad Company targati Brian Howe: ‘Here Comes Trouble’.
Un ricettacolo di cosa le radio (sempre americane) avevano passati negli ultimi anni; canzoni easy listening, marchiate da ritornelli e linee vocali assimilabili da qualunque ascoltatore. “Stranger Than Fiction” è un vero inno motivazionale, “Take This Town ” e “BrokenHearted” portando l’inevitabile upgrade ricalcando una formula distintiva e vincente. “How About That” suona come “Holy Water” aggiungendo freschezza. “This Could Be The One” è un lento da dieci aperto da un arpeggio tanto semplice quanto emotivamente provante.
Dopo il conseguente Tour e disco dal vivo, nel 1994 le strade del gruppo si separano. In interviste e documentari facilmente recuperabili emergerà il clima di tensione sopra citato. Da una parte un Howe consapevole e meritevole di aver allungato la vita di un moniker altrimenti defunto , aiutando a rinnovare il sound verso soluzioni artistiche radio friendly. Dall’altra la coppia Kirke/Ralphs rivendicando d’essere membri fondatori anima della band, rinnegano quella fase.
Howe era un quasi sconosciuto che risali alla ribalta. I membri fondatori venivano stipendiati direttamente dalla casa discografica per rimanere più o meno volontariamente dentro a un progetto in cui non si riconoscevano artisticamente.
Gli Ego da rockstars si scontrano e non troveranno negli anni a venire soluzione di pace.
Howe ci ha lasciato nel 2020, Mick Ralphs a giugno del 2025. e Simon Kirke è da poco entrato con Paul Rodgers a nome Bad Company nella Rock and roll Hall of Fame.
Una breve storia di una fase di una band che è vissuta, è morta, è rinata ed è stata celebrata, criticata e ancor oggi ascoltata.
06 Novembre 2025 3 Commenti Samuele Mannini

Dei Nightblaze avevo già parlato lo scorso anno nella recensione del loro album di debutto (qui la recensione), indicandoli come esempio emblematico del movimento italiano nel mio articolo dedicato alla scena melodic rock nazionale (qui il link). Il loro successo mi era parso un segnale incoraggiante: nel referendum di Rock Report si erano classificati al secondo posto, mentre in quello di Rock Of Ages avevano addirittura sbaragliato la concorrenza. Va ricordato che, in quell’anno, erano usciti dischi di band di ottimo livello e che il pubblico di Rock Report è internazionale, non limitato all’Italia — dove qualcuno potrebbe pensare che il fattore “patriottico” abbia avuto un peso.
Evidentemente anche la band ha pensato che fosse il momento giusto per tentare un salto di qualità e ampliare il proprio raggio d’azione, incidendo quattro nuovi brani dal sound più fresco e con un appeal musicale più moderno, nella speranza di farsi notare anche sulla scena internazionale.
È inutile spiegare quanto sia difficile sostenere tutto questo: comporre, registrare e produrre un disco comporta spese interamente a carico dei musicisti, e le vendite dei CD non bastano nemmeno a coprirle. Realizzare un video promozionale su YouTube rappresenta un ulteriore investimento, senza reali ritorni dalle visualizzazioni. Per sopravvivere economicamente, una band avrebbe bisogno di suonare dal vivo — ma in Italia, lo sappiamo bene, questo resta spesso un obiettivo irraggiungibile. Ed infatti, purtroppo, non è successo.
Questo “Evaricade” è infatti un EP di quattro canzoni che avrebbe dovuto fungere da volano per ottenere un riscontro anche all’estero e provare così a mantenere in vita il progetto anche sul piano economico. Ed invece non è andata così: è rimasto un vorrei ma non ho potuto, un tentativo sincero in cui la band ha comunque dato il tutto per tutto, mettendosi in gioco in una scena e in un genere che purtroppo stanno diventando sempre più una nicchia nella nicchia di una nicchia.
Sinceramente, a me sanguina il cuore nel pensare che nessuno abbia voluto dare una vera chance a questa band; eppure, facendo questo “mestiere di scribacchino”, mi è capitato di ascoltare molto di peggio, spesso peraltro promosso e pubblicizzato da etichette di ben maggiore risonanza. A quanto pare, solo la Burning Minds, dopo aver pubblicato l’album d’esordio, ha scelto di dare spazio anche a queste nuove canzoni — insieme ad alcune rivisitazioni del primo disco — offrendo comunque al gruppo la possibilità di lasciare una testimonianza concreta del proprio percorso.
Pensare che compositori del calibro di Dario Grillo ed una voce come quella di Damiano Libianchi non trovino una collocazione stabile in questa scena è, francamente, un paradosso. E voi pensatela come volete, ma mi permetto di esprimere questo giudizio perché ascolto diverse decine di dischi all’anno e, da quando seguo questa musica, ne ho ascoltati ormai diverse migliaia: direi quindi che un’idea abbastanza chiara su chi vale e chi no me la sono fatta.
Volete sapere come sono le canzoni, da questa mia ‘Non Recensione’? Sono fighissime — e sarebbero state sicuramente degne di essere affiancate da altri brani inediti, in un album completo che avrebbe potuto mostrare nuove sfaccettature di una band che, chiaramente, aveva ancora molto da dire.
Per quanto riguarda invece le versioni riarrangiate, alcune mi convincono e mettono in luce lati diversi che avrebbero potuto essere approfonditi, mentre altre, lo ammetto, lasciano un po’ il tempo che trovano. Ma non è un problema: non sono loro il ‘core’ del disco, e ciò che conta davvero è la qualità e l’anima dei nuovi brani, che parlano da soli.
Se anche voi, come me, avete creduto in questo progetto, prendete anche questo CD: credo sia bello possedere l’intero percorso musicale di una band che avrebbe voluto ed avrebbe persino potuto diventare molto di più.
31 Agosto 2025 6 Commenti Samuele Mannini

Uno degli argomenti più divisivi degli ultimi anni è senza dubbio l’impiego dell’intelligenza artificiale nella vita moderna, e in particolare in un ambito da sempre considerato umano per eccellenza: l’arte, in tutte le sue espressioni. È un tema complesso, ricco di sfumature che meritano attenzione. Qui ci concentriamo sulla musica, ma il discorso può estendersi alla scrittura, alla pittura, al cinema e oltre.
Proveremo ad affrontare la questione, consapevoli che riusciremo solo a sfiorarne la superficie, ma scegliendo un approccio giocoso che stimoli anche la riflessione. Buona lettura.
Pensate di trovarvi in una grande aula di tribunale, gremita di musicisti, critici, appassionati e curiosi. Va in scena un processo senza precedenti: l’imputato è l’Intelligenza Artificiale applicata alla musica.
C’è chi la accusa di minacciare la creatività umana, riducendo l’arte a un calcolo matematico, e chi invece la difende come uno strumento rivoluzionario, capace di ampliare le possibilità espressive e aprire orizzonti inediti.
Sul banco dei testimoni si alterneranno argomenti, esempi, esperimenti: canzoni generate in pochi secondi, colonne sonore modellate da algoritmi, ma anche la voce di chi teme un futuro in cui l’anima della musica venga sacrificata sull’altare della tecnologia. Ascolterete due versioni, spesso opposte e discordanti, che la giuria dovrà cercare di sintetizzare.
Il verdetto non è scontato, anzi, forse non esiste. Ciò che conta è osservare da vicino questo dibattito, con i suoi pro e contro, come in un vero processo: Accusa contro Difesa, Uomo contro Macchina, Tradizione contro Innovazione.
Il brusio in sala si attenua, le luci si abbassano, il giudice prende posto. Con voce ferma, dichiara:
«È aperta la seduta. Oggi siamo qui per discutere un caso senza precedenti: l’Intelligenza Artificiale applicata alla musica.
Sul banco degli imputati siede una tecnologia capace di comporre melodie, armonie e testi in pochi secondi. Una novità che entusiasma alcuni e terrorizza altri.
A rappresentare l’Accusa c’è chi vede nell’IA una minaccia all’essenza stessa della creatività umana; a rappresentare la Difesa chi la considera un alleato prezioso, un nuovo strumento per ampliare le possibilità dell’arte.
Il compito della giuria, cioè di voi lettori, sarà ascoltare le due versioni, valutarne i pro e i contro e, se possibile, trarne un giudizio. Ma, come in ogni grande processo, non è detto che la sentenza sia semplice o definitiva, né che ciò che oggi appare giusto sarà quello che accadrà domani.
Dichiaro dunque aperto il processo: L’Uomo contro la Macchina, la Tradizione contro l’Innovazione.»
Ecco prendere parola l’Accusa:
«Signori della corte, mai avrei pensato di trovarmi qui ad accusare un software di dare il colpo di grazia alla creatività umana. Da piccolo mi dicevano che, grazie all’evoluzione di macchine e programmi, avremmo avuto più tempo libero per sviluppare il nostro intelletto e dedicarci alle arti. Ho presto capito che l’automazione non ci avrebbe liberato dalla schiavitù lavorativa, ma non avrei mai immaginato che proprio le arti sarebbero state tra i settori più colpiti.
La musica nasce dall’esperienza, dall’emozione, dal vissuto. Un algoritmo non prova gioia, dolore, amore o rabbia. Può analizzare milioni di canzoni e copiarne schemi e progressioni, ma non potrà mai trasformare la sofferenza in poesia né raccontare un ricordo o una rivoluzione interiore.
C’è poi il rischio concreto per i musicisti: meno opportunità, meno lavoro, meno spazio per chi mette l’anima in ciò che produce. La creatività non è solo tecnica: è cultura, storia, sogno. Se lasciamo che l’IA produca musica in serie, rischiamo di ridurre tutto a un prodotto uniforme, calcolato, senza vibrazione.
E non dimentichiamo l’aspetto sociale: un pubblico abituato a consumare musica artificiale rischia di perdere il contatto con l’arte vera, con l’imperfezione che rende unica ogni creazione.
Non sono un nemico del progresso. Amo la tecnologia, ma la creatività umana non è un dato da replicare: è un patrimonio da proteggere.»
Prende ora la parola la Difesa:
«Signori della corte, comprendo le preoccupazioni sollevate dall’Accusa, ma vi chiedo di guardare oltre la paura: l’Intelligenza Artificiale non è un nemico, è uno strumento potente ma neutro, nelle mani di chi sa usarlo. L’IA non sostituisce la creatività: la amplifica. Può generare idee, suggerire melodie, proporre armonie inedite, ma non può vivere o scegliere per noi. È un alleato per chi compone, produce, sogna di trasformare in suono un’emozione. Non ruba nulla: spalanca nuove porte. Pensate agli strumenti musicali che oggi diamo per scontati: il pianoforte, la chitarra elettrica, i sintetizzatori. Quando furono introdotti, furono guardati con sospetto. Eppure, hanno rivoluzionato la musica. L’IA è lo stesso: un’evoluzione, non un furto. E c’è anche un lato sociale: permette a giovani e indipendenti di esprimersi e condividere la propria arte. Non è sostituzione, ma democratizzazione: un ponte tra idee e suono.
L’IA non spegne l’anima dei musicisti: semmai, la accende sotto nuove forme. Sta a noi decidere come usarla, con responsabilità e fantasia.»
Giudice:
«La corte ascolta ora il confronto diretto tra le due parti. Ogni affermazione sarà replicata dall’altra, per chiarire dubbi e posizioni.»
Accusa:
«L’IA non prova emozioni, non conosce gioia, dolore o passione, non ha nemmeno le orecchie e non può ascoltare con sensibilità umana. Come può allora creare musica autentica, che parli al cuore e non solo al calcolo?»
Difesa:
«È vero, non prova emozioni. Ma non è il software a doverle provare: le emozioni appartengono al compositore, al musicista che lo utilizza. L’IA è uno strumento, non un sostituto della sensibilità umana.»
Accusa:
«Resta il problema della standardizzazione: musica generata in serie, senza imperfezioni né originalità. I musicisti rischiano di perdere spazio creativo e identità.»
Difesa:
«Può sembrare così, ma l’IA può anche offrire nuovi spunti, combinazioni inedite e stimolare la fantasia. Sta al musicista decidere cosa usare e come personalizzarlo. Non elimina il ruolo umano, lo supporta.»
Accusa:
«E cosa dire del pubblico? L’abitudine a consumare musica artificiale può ridurre la percezione del valore dell’arte reale, dell’imperfezione e delle sfumature che rendono unica ogni creazione.»
Difesa:
«È un rischio possibile, ma non inevitabile. La tecnologia non obbliga nessuno a sostituire l’esperienza umana: l’ascoltatore sceglie ancora cosa sentire e come emozionarsi. L’IA può solo ampliare le possibilità, non sostituirle.»
Accusa:
«E non dimentichiamo l’impatto economico: una produzione massiva di musica automatica può marginalizzare chi vive di arte, riducendo opportunità e lavoro.»
Difesa:
«D’altra parte, l’IA può democratizzare la creazione musicale: chi prima non aveva mezzi o competenze può sperimentare, creare e condividere. È uno strumento di accesso, non solo di rischio.»
Accusa:
«Democratizzazione? L’arte non deve essere democratica. L’arte è un dono che non tutti hanno in egual misura. Perché fornire strumenti a chi è mediocre, solo perché ha mezzi economici per permettersi certe attrezzature e determinati software, mettendolo in competizione con chi ha davvero il dono del talento?»
Giudice:
«La discussione mette in luce due visioni opposte, entrambe legittime. L’IA non è neutra né onnipotente: è uno specchio delle scelte umane. La giuria, cioè voi lettori, dovrà decidere quale equilibrio trovare tra Uomo e Macchina.
Avete qualche testimonianza a suffragio delle vostre rispettive posizioni?»
Accusa:
«Certamente Vostro Onore, chiamo a testimoniare Francesco Lupo, cantautore indipendente.
Signor Lupo, ci racconti la sua esperienza per favore.»
Francesco Lupo, testimone:
«Con Piacere. Da anni creo musica con passione, cercando di raccontare storie che nascono dal mio vissuto. Ultimamente, però, noto qualcosa di inquietante: nelle playlist di Spotify, curate da algoritmi, le mie canzoni vengono spesso messe in ombra da brani generati interamente da IA. Questi pezzi non pagano diritti d’autore, eppure occupano gli stessi spazi che potrebbero essere miei.
Non è solo una questione economica: è anche un problema di riconoscimento. La mia musica è frutto di esperienza, emozione, lavoro umano. L’IA produce rapidamente, senza fatica né storia. Eppure, per l’algoritmo, vale lo stesso. È frustrante vedere che ciò che è autentico e umano viene oscurato da ciò che è calcolato.»
Difesa:
«Signor Lupo, comprendo le sue difficoltà. Tuttavia, esistono anche casi in cui l’IA può diventare uno strumento di visibilità per artisti indipendenti. Non ritiene che, se usata con attenzione, possa ampliare le opportunità invece di sottrarle?»
Francesco Lupo:
«Potenzialmente sì, ma nella realtà attuale l’equilibrio non c’è ancora. Il rischio che prevalga il calcolo algoritmico è concreto.»
Accusa:
«Nessun’altra domanda, Vostro Onore.»
Difesa:
«Vostro Onore, chiamo a testimoniare Elena Marino, cantautrice e producer indipendente.
Signora Marino, vuole illustrarci qual’ è la sua esperienza con l’ IA?»
Elena Marino, testimone:
«Vi racconterò molto volentieri quelle che sono le mie esperienze.
Io uso l’IA come strumento creativo. Quando preparo un nuovo pezzo, gli algoritmi suggeriscono progressioni armoniche o arrangiamenti alternativi, ma sono sempre io a decidere cosa conservare. Non sostituiscono la mia creatività, la arricchiscono.
Grazie a questi strumenti riesco a produrre più brani in meno tempo e a sperimentare stili che altrimenti non avrei mai provato. Alcuni algoritmi mi hanno persino aiutata a raggiungere nuovi ascoltatori. L’IA non cancella il lavoro umano, lo amplifica.»
Accusa:
«Non ritiene che un eccesso di fiducia in questi strumenti possa confondere il confine tra ciò che è umano e ciò che è generato automaticamente?»
Elena Marino:
«È un rischio da considerare, certo. Ma la responsabilità è nostra: decidere come e quanto usare la tecnologia, senza abdicare alla nostra creatività.»
Accusa:
«E se per una mancanza di responsabilità rischiassimo di appiattire o addirittura uccidere l’arte?»
Elena Marino:
«Vuol dire che dovremmo maturare come umanità.»
Giudice:
«Le testimonianze evidenziano due esperienze opposte ma reali. L’IA può essere sia un pericolo per alcuni, sia un’opportunità per altri. La giuria, cioè voi lettori, dovrà valutare questi elementi e ponderare rischi e benefici della tecnologia musicale.
Chiedo ai legali di fornire dati concreti sull’uso dell’Intelligenza Artificiale nella musica e come questi si riflettano sulla vita reale dei musicisti.»
Accusa:
«I numeri confermano quanto testimoniato da Francesco Lupo. Ogni giorno vengono caricati oltre 20.000 brani generati da IA, pari al 18% degli upload giornalieri. Fino al 70% degli stream sospetti sono generati da bot. La musica umana rischia di essere soffocata dalla produzione automatica, mentre i veri artisti vedono diminuire visibilità e opportunità economiche. Ci siamo lamentati per anni dell’autotune: ci sembrava già una minaccia alla naturalezza del canto. Eppure, in confronto all’IA, era solo un giocattolo. L’IA non si limita a correggere: compone, arrangia e produce intere opere quasi senza intervento umano, riducendo il valore di esperienza, emozione e cultura che stanno alla base di ogni grande musica. Oggi chiunque può produrre un brano completo senza saper suonare uno strumento o leggere una partitura. Non stiamo più parlando di uno strumento, ma di un autore fittizio che sostituisce l’uomo.»
Difesa:
«È vero che l’IA riduce la soglia tecnica di accesso, ma non elimina la creatività di chi sa guidarla. Testimonianze come quella di Elena Marino mostrano come un musicista consapevole possa usarla per sperimentare e raggiungere nuovi ascoltatori. I sistemi di rilevamento delle piattaforme, con accuratezza del 99,8%, aiutano già a tutelare il lavoro umano.»
Accusa:
Ma questi dati non cambiano la sostanza: la musica IA cresce in quantità, invade le piattaforme e riscrive le regole del mercato. La qualità artistica, la capacità di innovare, sfidare il pubblico e creare nuovi generi rischia ora di essere oscurata. Non possiamo ignorare che il processo creativo umano, frutto di sensibilità ed esperienza e del riflesso delle epoche vissute dagli artisti, ha generato movimenti come il progressive rock, il punk e l’heavy metal. L’IA non prova emozioni e non osa contraddire il gusto predefinito di algoritmi e piattaforme. Mi chiedo se, in un’epoca come la nostra, i Pink Floyd sarebbero potuti nascere…»
Difesa:
«Ribadisco: i numeri indicano quantità, non qualità. L’IA può diventare uno strumento di sperimentazione per chi ha visione e talento. Il musicista resta il vero autore, se decide di usarla come alleato e non come sostituto.»
Giudice:
«La corte prende atto: i dati mostrano rischi concreti e opportunità. Tuttavia, la dimensione artistica tradizionale è messa sotto pressione da un ecosistema in cui l’IA può imitare e saturare il mercato. Questo cambiamento ridisegna il modo in cui la musica viene creata, distribuita e consumata, e pone la giuria davanti a un interrogativo essenziale: l’innovazione culturale sopravviverà alla crescente autonomia delle macchine, o sarà costretta a ridefinirsi in un mondo dominato dagli algoritmi?
Chiedo ai legali se hanno qualcosa da aggiungere prima di concludere il dibattimento.»
Accusa:
«Abbiamo ascoltato numeri, dati, testimonianze. Ma non dimentichiamo il cuore della questione: la creatività umana. È grazie alla sensibilità e al coraggio che nascono capolavori e rivoluzioni. Dalla musica classica al blues, dal jazz al rock: tutto è frutto di un’evoluzione creativa fatta di esperimenti, fallimenti, ripensamenti e turbamenti dell’animo umano. Queste espressioni non sarebbero mai nate in un mondo dominato da algoritmi predittivi. L’IA può produrre melodie e arrangiamenti, ma non può osare, non può rischiare, non può rivoluzionare. Dobbiamo proteggere la scintilla dell’innovazione culturale prima che venga soffocata dall’efficienza fredda delle macchine.»
Difesa:
«Comprendo le preoccupazioni della parte avversa. Ma guardiamo ai fatti: l’IA non sostituisce la creatività, la moltiplica. Permette a chi ha talento di andare oltre i confini tradizionali, di combinare stili, di creare connessioni nuove tra generi. Il progressive rock, il punk, il metal hanno rivoluzionato la musica perché qualcuno ha osato usare strumenti innovativi con visione e passione: l’IA può essere quel nuovo strumento. Non è una minaccia, è un acceleratore, una porta verso territori inesplorati. Il futuro della musica non è meno umano: è più ricco, se l’uomo saprà guidare la macchina senza lasciarsi guidare.»
Giudice:
«La corte ha ascoltato ogni parola, ogni testimonianza e ogni dato. Davanti a voi, giuria, non c’è solo un imputato: c’è il futuro della musica, sospeso tra uomo e macchina. Riflettete sul valore dell’emozione, sulla forza della creatività, sul coraggio di innovare.
Il vostro verdetto non è semplice: è la scelta di quale mondo musicale vogliamo abitare domani.»
Speriamo che l’articolo vi sia piaciuto e che la forma un po’ “giocosa” che abbiamo usato sia stata utile a facilitarne la lettura. Precisiamo però che gli argomenti trattati sono reali e che i dati utilizzati sono veri, pubblici e verificabili. Lo stesso vale per i dialoghi dei due artisti riportati nelle testimonianze, presentati però con nomi di fantasia per motivi di privacy e per garantire una maggiore libertà creativa nella scrittura dell’articolo.
Comunque la pensiate, l’utilizzo delle IA cambierà per sempre il nostro futuro. Usarle come strumento nelle nostre mani o senza criterio condizionerà irrimediabilmente il concetto che avremo dell’arte nei prossimi anni. Probabilmente, il processo andrebbe fatto all’intero genere umano, che non sempre è stato capace di usare al meglio gli strumenti che egli stesso ha creato, ma qui il discorso si allargherebbe troppo rischiando di sfociare nella filosofia pura.
Se volete approfondire gli argomenti che abbiamo trattato, alcuni spunti li troverete nel box qui sotto.
04 Giugno 2025 6 Commenti Denis Abello

Diciamocelo, dopo sei anni di fermo non so se qualcuno si sarebbe aspettato una nuova edizione di quello che per sei edizioni è stato uno dei migliori Festival Hard e Melodic Rock d’Europa. Per fortuna il presidente della Frontiers, ovvero Serafino Perugino, è stato abbastanza folle da voler riaccendere i riflettori su questo meraviglioso evento!
Così il 2025 ha rivisto svettare per tre giorni (25, 26 e 27 aprile) sull’Italia (in quel luogo culto che è il Live Music Club di Trezzo sull’Adda) la bandiera del miglior Hard Rock e Melodic Rock / AOR.
Diciamoci anche questo, se il patron della Frontiers ha voluto riscommettere sul Frontiers Rock Festival, a questo punto possiamo dire che la scommessa è stata pienamente vinta. Sul palco sono saliti 21 Artisti per un tolate di 27 esibizioni, contando anche le acustiche, e nessuno ha mancato l’obiettivo di coinvolgere il pubblico e portarsi a casa, chi più chi meno, un valido show. Ci sono poi state punte di vera eccellenza come vedremo a breve sviscerando le varie esibizioni.
A questo giro inoltre il pubblico ha abbracciato questa nuova possibilità di aver un Evento di questa portata in Italia e diciamo che rispetto ad altre edizioni l’affluenza è stata sicuramente migliore, con la giornata di sabato a farla da leone.
DAY 01
FANS OF THE DARK
Il Festival riparte con questa giovane band Svedese che sinceramente reputo una delle migliori novità sotto l’ala di mamma Frontiers! Con tre ottimi album all’attivo, un cantante particolare e carismatico e una band di livello le premesse erano ottime e le mie speranze alte!
Non tutti forse sanno però che poco prima di partire per l’Italia la band ha avuto un contrattempo e per problemi personali ha “perso” il suo batterista Freddie Allen, che è anche uno degli “ideatori” di questa band… e qui capita il Miracolo!
Recuperato al volo un Italianissimo batterista che risponde al nome di Marco Sacchetto (attualmente in forze ai Temperance) che in una notte si è studiato la scaletta e “fresco come una rosa” (dopo una notte tempestosa) si presenta sul palco e permette alla band di portare a casa il concerto! A questo punto ci si poteva aspettare uno show leggermente sottotono ed invece i Fans Of The Dark spingono e forti della presenza scenica e della voce del frontman Alex Falk unita a dei brani che dal vivo funzionano si mettono in tasca una bella esibizione che infiamma da subito il già numeroso pubblico sotto al palco. Chiudono con una cover dei Balance! Hanno vinto tutto!
Dimenticavo, il buon Marco Sacchetto se la giostra come se avesse sempre suonato con loro e i Fans Of The Dark ne escono da assoluti vincitori! Onore a Marco e applausi alla Band! Bravi davvero!
SETLIST
Night of the Living Dead
Life Kills
Christine
Let’s Go Rent a Video
Find Your Love
The Neon Phantom
In for the Count (Balance cover)
ART NATION
Attesi da tanti anche grazie al frontman Alexander Strandell, una delle “Voci” del momento. Anche loro Svedesi, al pubblico sembrano non dispiacere ma al sottoscritto risultano forse un pochino troppo freddi.
Sanno comunque il fatto loro e sicuramente Strandell è un buon frontman ma come dicevo sopra al loro spettacolo manca un po’ di pepe. funziona, loro sono bravi ma nessuno mi toglie l’idea che abbiano viaggiato leggermente con il freno tirato. In ogni caso a parecchi fans sono piaciuti e loro sicuramente lo spettacolo se lo portano a casa.
SETLIST
Brutal and Beautiful
Thunderball
Echo
Lightbringer
Halo
Need You to Understand
SHAKRA
Qui si inizia a spingere sul serio. Non conoscevo particolarmente bene la band di Mark Fox e compari se non per alcuni brani sparsi. Che carica gente, questi vivono a pane e palco. Ancora una volta la Svizzera mostra di saper sfornare grandi band hard rock!
Hanno i brani, hanno un frontman dannato e picchiano come panzer tedeschi! Poche altre storie, sto recuperando la loro discografia!
SETLIST
Hello
A Roll of the Dice
Too Much Is Not Enough
Invincible
Something You Don’t Understand
Raise Your Hands
Ashes to Ashes
Rising High
BONFIRE
Per me i quattro (già… q u a t t o!) Bonfire sono degli Eroi. Dei “vecchi” Bonfire non hanno più nulla… neppure Hans Ziller (unico membro originale rimasto)! Infatti all’ultimo la band sembra sia rimasta “orfana” dell’unico membro portatore della bandiera dei “Bonfire di un tempo”.
Poco male, i nostri quattro salgono sul palco, dimostrano di essere dei professionisti con gli attributi, chiedono al loro cantante (Dyan Mair) di giocarsela tutta e sputare anche un polmone! Il risultato è l’esibizione più “metal” di questa tre giorni di musica!
Ascoltare pezzi storici dei Bonfire in versione “Speed Metal” fa un po’ strano mentre i nuovi brani calzano a pennello sulla voce di Mair e sui riff di chitarra di Panè. La sezione ritmica viaggia veloce come una buona Porsche 911 di qualche anno fa e alla fine ti ritrovi con il pugnetto alzato! Bravi “Metal Bonfire”, mi avete fatto divertire!
SETLIST
I Will Rise
S.D.I.
Sweet Obsession
I Died Tonight
Sword and Stone
You Make Me Feel
Longing for You
Don’t Touch the Light
Champion
Ready 4 Reaction
HONEYMOON SUITE
L’unica cosa che lascia l’amaro in bocca è sapere che a queste latitudini (ma direi in Europa) difficilmente li rivedremo. Il Frontiers vale già solo il viagio per loro. Si parte con un breve ritardo per un problema tecnico (piccola nota, qua e la durante il festival qualche problema si è presentato e forse i suoni non sono sempre stati perfetti), ma la band si dimostra subito in forma smagliante con un Johnnie Dee vocalmente ineccepibile e grande mattatore sul palco, coadiuvato dalla chitarra di Derry Grehan. I Canadesi ripagano da soli il prezzo della prima giornata e con una setlist riuscita che pesca dai loro album storici più alcuni brani dall’ultimo lavoro Alive del 2024 si conquistano praticamente tutto il pubblico!
SETLIST
Say You Don’t Know Me
Find What You’re Looking For
Burning in Love
Wounded
Stay in the Light
Lookin’ Out for Number One
Guitar Solo
New Girl Now
Love Changes Everything
PRIDE OF LIONS
Fermatevi tutti. Qui le cose si fanno serie e si è andati veramente vicini ad una piccola catastrofe… facciamo un passo indietro. Soundcheck, il buon Toby Hitchcock conosciuto per la sua incredibile Voce e che insieme a quella leggenda vivente di Jim Peterik (ex Survivor) forma la colonna portante dei Pride of Lions, sale sul palco… senza voce! Rischi del mestiere come si dice in questi casi… ma il nostro è uno che non si arrende!
Mentre la presentatrice (La Mary Ferranti) scalda il pubblico Toby si avvicina e con molta umiltà spiega la sua situazione e chiede l’aiuto del pubblico. Gran gesto ma tra il pubblico più di una persona si prepara al peggio.
Invece Toby una volta salito sul palco seppur non al 100% (ma un Toby al 70% è migliore del 98% dei cantanti al 100%) tiene botta per metà del concerto con il pubblico assolutamente coinvolto nello show… e poi?
Poi il buon Peterik, seppur meno attivo rispetto all’ultima sua partecipazione al Frontiers, ha un lampo di genio… coinvolgere Robin McAuley (che presenzierà solista il giorno seguente) nel concerto. Per chi non lo sapesse (… ma se non lo sapete e siete su queste pagine… Pentitevi Gente! 🙂 ) Robin ha preso parte ad un tour con i Survivor, band “madre” di Peterik.
Da li il concerto diventa una sorta di tributo ai Survivor e un’inaspettata svolta per il pubblico. Svolta tra l’altro che sembra nettamente gradita.
Alla fine diciamocelo chiaro, sicuramente non è stato un concerto “tecnicamente perfetto” ma fatemi dire che a livello di emozioni quello che i Pride of Lions hanno regalato al pubblico ed allo stesso modo quello che il pubblico ha regalato ai Pride of Lions è stato impareggibile!
Ultime due chicche… la backing band al seguito dei Pride Of Lions era formata tutta da Artisti Italiani (praticamente tutti gli Hell in the Club) e i nostri hanno contribuito in maniera magistrale a supportare quello che forse poteva essere lo spettacolo più “problematico della serata”! Grandi Ragazzi, ci avete reso orgogliosi di voi!
Secondo punto, visto che il Toby si sentiva in “difetto” verso il pubblico ha fatto l’unica cosa che gli pareva giusta, a fine concerto è sceso tra la gente e ha letteralmente conversato e si è “concesso” con tutti quelli che si trovavano in transenna… può sembrare una cosa da poco, ma non lo è! Gran bel gesto!
SETLIST
Eye of the Tiger (Survivor cover)
Sound of Home
Gone
It’s Criminal
In Good Faith (Survivor cover)
The Search Is Over (Survivor cover)
High on You (Survivor cover) (with Robin McAuley)
I Can’t Hold Back (Survivor cover) (with Robin McAuley)
Burning Heart (Survivor cover) (with Robin McAuley)
ASIA
In questa incarnazione degli ASIA originali resta solo il tastierista Geoff Downes. Poco male perchè alla voce c’è il “figlio segreto” di John Wetton. Harry Whitley, anche lui voce e basso è infatti la versione giovanile di Wetton con dalla sua una voce ancora più pulita dell’originale. Per non farsi poi mancare niente a chiudere il cerchio di questa band si trovano il chitarrista John Mitchell che faceva parte degli Icon, progetto parallelo proprio di Downes e Wetton e alla batteria il grandissimo Virgil Donati che faceva parte di un’edizione moderna del gruppo prog rock “UK” con Wetton. Insomma, gira e rigira tutti i componenti in qualche modo hanno un filo che li lega al mondo ASIA ed al compianto Wetton.
Questo però non basta. Per portarsi a casa pagnotta e serata i nostri sul palco fanno scintille e fuochi d’artificio. Perfetti, con una scaletta raffinata e centrata e con Harry Whitley che con eleganza e raffinatezza tiene alta la bandiera degli ASIA.
Sicuramente il concerto più “di classe” di questa kermesse musicale! Alto livello in chiusura di una giornata a dir poco eccellente!
SETLIST
The Heat Goes On
Don’t Cry
Wildest Dreams
Here Comes the Feeling
Eye to Eye
An Extraordinary Life
Time Again
Cutting It Fine
The Smile Has Left Your Eyes
Only Time Will Tell
Go
After the War
Sole Survivor
Encore:
Open Your Eyes
Heat of the Moment
DAY 02 – ACOUSTIC
Premessa: quest’anno il Frontiers cambia formula e per i possessori del VIP ticket viene organizzato un evento acustico nel secondo e terzo giorno come “warm up” pre festival. Ero scettico su questa scelta che invece grazie anche ad un’ottima location sempre all’interno delle mura del Live Clun e ad una perfetta gestione risulta assolutamente vincente dando ancora più enfasi e fascino a questa tre giorni di grande musica.
GIRISH AND THE CHRONICLES
Si aprono le danze con gli Indiani Girish and the Chronicles e l’effetto MTV Unplugged è subito servito su un piatto d’argento. Questi “scappati da casa”, come è giusto che sia per una band hard rock grezza e stradaiola si presentano invece in versione acustica come i bravi bambini della Prima Comunione e tirano giù un’esibizione veramente ben confezionata. Il gruppo c’è, è affiatato e si vede. In acustico mi aspettavo di vederli un po’ costretti, invece si divertono, hanno dalla loro inoltre il valore aggiunto di una voce fenomenale come quella di Girish Pradhan e ne escono quasi come i perfetti ragazzi da presentare alla mamma… ma che spero nessuna presenti mai veramente alla mamma.
SETLIST
Rock and Roll (Led Zeppelin cover)
Rock ‘n’ Roll Is Here to Stay
Hail to the Heroes
CHEZ KANE
Errare è umano. Ho sempre pensato che Chez Kane, per quanto brava, fosse un personaggio un po’ costruito. Quanto mi sbagliavo! Questa è proprio così come la si vede. Eccentrica e genuina con un Talento che dal vivo esplode ancora di più che su disco. Con la sua bella voce ed il suo modo di fare in grado di conquistarsi subito le simpatie del pubblico mostra in acustico una gran presenza scenica. Si porta inoltre a corredo una band con i calzini spaiati in bella vista (non scherzo) il che la rende ancora più “vicina” alla gente. Piace un po’ a tutti in modo sincero! Brava!
SETLIST
Too Late for Love
Better Than Love
Streets of Gold
Love Is a Battlefield (Pat Benatar cover)
Rocket on the Radio
FM
Questi simpatici e arzilli attempati giovanotti inglesi vivono sicuramente chiusi nel cellophane per essere scartati tutte le volte che devono salire su di un palco. Non si spiegherebbe altrimento lo stato di “conservazione” pressochè perfetto del loro talento. Che sia acustico o no questi non sbagliano un colpo ma a questo giro (e li ho già visti diverse volte) sono veramente in stato di grazia. La Voce di Overland è assolutamente perfetta e dalla lora hanno una serie di pezzi che sono una cannonata e che riarrangiati in acustico trovano nuova enfasi! Eroi del melodic rock di stampo Inglese!
SETLIST
That Girl
All or Nothing
Incredible
Don’t Need Another Heartache
DAY 02
CASSIDY PARIS
Si parte “ufficialmente” il secondo giorno con la giovanissima Cassidy Paris. Ammetto che su disco non mi ha mai catturato completamente ma su palco è un altro discorso. Oggi, ancor più di ieri, c’è già un bel numero di fans sotto al palco e devo dire che la brava Paris, pur con la sua giovane età, si gioca decisamente bene le sue carte sul palco regalando uno show coinvolgente e ben giostrato. Si porta poi dietro il papà (Stevie Janevski, che suona la chitarra con lei) e questo agli occhi di un altro papà come me le fa guadagnare ancora più punti.
Altro punto a favore, i pezzi vanno a segno, almeno per le mie orecchie, nettamente più facilmente dal vivo che non su disco.
IN conclusione, le Auguro un futuro roseo perchè la voglia di fare e la bravura ci sono tutte. Se il tempo le darà anche la possibilità di crearsi una “maturità artistica” sono sicuro che la Paris farà delle ottime cose!
SETLIST
Midnight Desire
Play Video
Nothing Left to Lose
Play Video
Here I Am
(Clif Magness cover)
Play Video
I Hate Myself for Loving You
(Joan Jett & The Blackhearts cover)
Play Video
Danger
Play Video
Butterfly
GIRISH AND THE CHRONICLES
Ritornano sul palco i miei amici “scappati da casa” (o dall’India se preferite) e sono più in forma che mai e prima ancora di mettere piede sulle assi del Live Club le note de “I Guerrieri della Notte” mettono subito in chiaro che qui non si fanno sconti a nessuno!
Questi vivono sul palco mangiando hard rock grezzo, diretto e stradaiolo e lo fanno come solo i migliori “scappati da casa” possono fare.
Ero curioso di vederli dal vivo e semplicemente mi hanno riversato addosso una carica di adrenalina devastante.
I pezzi non saranno quanto di più originale si possa trovare in giro ma sembrano essere un perfetto vestito sartoriale cucito su misura per i live. La voce di Girish viaggia a mille, la sezione ritmica schiaccia i sassi e la chitarra di Suraj Tikhatri A.K.A Suraz Sun è l’altra chicca di questa band.
Saltano, gridano, scalciano… dei bambini della Prima Comunione visti in sede acustica resta forse qualche Ave Maria gettata li a caso e niente più!
Buttano dal palco benzina su tutti i personaggi più grezzi che si trovano nel parterre che da li in avanti non smetteranno di bruciare e far casino.
Tiro da paura, grande band in sede live!
SETLIST
Intro (tratta da I Guerrieri della Notte)
Primeval Desire
Ride to Hell
Kaal
Hail to the Heroes
Rock ‘n’ Roll Is Here to Stay
CHEZ KANE
Dalle grezze strade polverose dell’India hard rock si passa al glitter e luci al neon dei più scintillanti anni ’80. Chez Kane sale sul palco con una mise assolutamente “fuori tempo massimo” e mette nero su bianco quanto di buono aveva iù fatto in sede acustica.
Brava, sul palco si diverte e fa un sacco divertire. Nelle vene gli scorrono fiumi e fiumi di anni’80 e la sua voce dal vivo è una gran bella scoperta. I ragazzi dai calzini spaiati (vedete la recensione dell’acustico) se la cantano e se la suonano ad alti livello supportando la nostra frontwoman in maniera egregia.
I pezzi, per quanto su disco non li trovi così eclatanti, dal vivo risultano degli acceleratori fenomenali per la sete di musica dei fans! Piacciono, piace anche lei che si dimosra un’Artista di valore e di grande impatto scenico. Promossa
SETLIST
Too Late for Love
All of It
I Just Want You
Nationwide
Ball n’ Chain
Love Gone Wild
Get It On
Rocket on the Radio
Powerzone
CRAZY LIXX
Non è la loro prima volta a questo Festival, anzi, se la memoria non mi inganna questa dovrebbe essere la loro terza venuta. Hanno una bella carica e ormai sono un gruppo ben rodato. Gli ultimi album gli hanno regalato anche una discreta dose di pezzi acchiappa fan da piazzare nella setlist.
Il loro spettacolo fila via in modo pulito e preciso. Manca forse un pelino di “cazzimma” in più ma comunque non ci possiamo lamentare. Bella anche l’uscita del cantante Danny Rexon che se ne esce ad un certo punto con una maschera da hockey in puro stile Venerdì 13 e impugnando un coltellaccio / microfono!
SETLIST
Final Fury
Whiskey Tango Foxtrot
Hell Raising Women
Little Miss Dangerous
Silent Thunder
Enter the Dojo
Rise Above
Sword and Stone (Bonfire cover)
Hunt for Danger
XIII
Blame It on Love
Who Said Rock ’n’ Roll Is Dead
Crazy Crazy Nights (KISS song) Final Fury
… un piccolo excursus: quello che state per leggere di seguito penso che, per chi l’ha vissuto, sia sicuramente da annoveramente come uno dei momenti Live del melodic rock da scolpire nella pietra. Gli ultimi tre gruppi a salire sul palco di questa seconda giornata dell’edizione 2025 del Frontiers faranno quacosa a livello musicale che si merita un posto nella Storia… e adesso prodseguiamo con umiltà in questo racconto…
FM
Questi simpatici e arzilli attempati giovanotti inglesi vivono sicuramente chiusi nel cellophane per essere scartati tutte le volte che devono salire su di un palco. Non si spiegherebbe altrimento lo stato di “conservazione” pressochè perfetto del loro talento… scusate, questo forse lo avevo già scritto.
Il problema è che calza a pennello anche per la loro versione “elettrica”. Macchine da guerra devote alla melodia. Gli FM hanno tutto, voce, pezzi, una band con i controfiocchi e la possibilità di rendere un semplice concerto un ricordo magico per tutti i presenti.
Perfetti sotto ogni punto di vista e per di più con una scaletta che mette in mostra tutti i loro punti di forza! Irresistibili!
SETLIST
Digging Up the Dirt
I Belong to the Night
Killed by Love
Someday (You’ll Come Running)
Let Love Be the Leader
Synchronized
Out of the Blue
Everytime I Think of You (Eric Martin cover)
That Girl
Bad Luck
Tough It Out
Turn This Car Around
TREAT
Aspettavo i Treat al varco… la loro prima “venuta” in terra di Frontiers Rock Festival (per la terza edizione) mi lasciò un po’ l’amaro in bocca. Dopo aver visto poi il concerto praticamente perfetto degli FM le possibilità che i nostri Svedesi ne uscissero con le ossa intere dal mio spietato giudizio erano ulteriormente calate… e chiariamolo subito, io AMO questa band! Proprio per questo però la volta scorsa ero rimasto amareggiato!
Cosa vi devo dire, secondo me sapevano di doversi far perdonare e piazzano un concertone! Robert Emlund si dimostra essere un vero frontman e gestisce il palco come solo anni di esperienza possono insegnare. Maestosa poi la prestazione del chitarrista Anders Wikström!
Una scaletta ben bilanciata tra vecchi classici e nuovi brani è la punta di diamante di un concerto bello e che viene vissuto in pieno dal pubblico. Ne esco con le lacrime agli occhi! Buon Segno!
SETLIST
Skies of Mongolia
Ready for the Taking
Papertiger
Home of the Brave
Rev It Up
Sole Survivor
We Own the Night
Freudian Slip
Changes
Scratch and Bite
Roar
Get You on the Run
Conspiracy
World of Promises
WINGER
Secondo headliner del Frontiers Rock Festival, i Winger prendono posto sul palco per quello che dovrebbe essera la loro ultima volta in Italia (e probabilmente Europa). Band con una formazione stellare è dir poco e poi non tutti possono vantare un frontman con il carisma di Kip Winger.
Si parte alla grande ed è chiaro subito che il livello della band Americana è fuori dal comune. Il concerto scorre via fluido fino all’arrivo della splendida ballata Miles Away. Mentre il pubblico si sta facendo piano pinao travolgere dalla band muore imporvvisamente la chitarra di Reb Beach! Kip Winger ferma lo spettacolo e qui la gente giù dal palco fa il Miracolo… tutti e ribadisco tutti iniziano a cantare il pezzo. Momento magico che viene forse colto solo in parte dalla band ma quando riparte la musica (con un Reb Beach particolarmente irritato) una cosa è subito chiara… se fino a questo punto c’è stata una band sul palco da qui in avanti diventerà un concerto band + fans! Meraviglioso.
Ancora di più tenendo conto che al di la del piccolo problema tecnico il livello dell’esibizione è di livello assoluto.
Unico piccolo neo di un concerto perfetto. I problemi tecnici devono aver infastidito più la band che il pubblico. Infatti i Winger dopo una prestazione per altro ineccepible se ne escono di scena senza neanche un saluto al pubblico. Perdonabile ma resta una piccola macchia su un concerto stratosterico!
SETLIST
Stick the Knife In and Twist
Seventeen
Can’t Get Enuff
Down Incognito
Chicken Picken (John Roth Guitar Solo)
Miles Away
Rainbow in the Rose
Guitar Solo (Reb Beach)
Black Magic (Reb Beach song)
Pull Me Under
Time to Surrender
Drum Solo
Midnight Driver of a Love Machine
Proud Desperado
Junkyard Dog (Tears on Stone)
Headed for a Heartbreak
Easy Come Easy Go
Madalaine
Saints Solos
Encore:
Guitar Solo(Reb Beach)
Blind Revolution Mad
Hungry
DAY 03 – ACOUSTIC
THE BIG DEAL
Permettetemi una premessa. Non sono mai stato un amante dei The Big Deal, li ho sempre trovati troppo “costruiti”. Così ammetto che per me loro potevano essere il classico concerto che abbassava il livello del Festival (finora veramente di altissimo livello). Mi sbagliavo, lo ammetto, mi sbagliavo veramente! Ora vi spiego perchè.
A loro il compito di aprire in acustico l’ultimo giorno del Festival e mi avvicino al palco con ben poche speranze. Due cose mi sono state subito chiare, la coppia Srdjan e Nevena Brankovic (coppia anche nella vita) è baciata da un Talento eccezionale. Nevena oltre ad avere una voce splendida vive in simbiosi con il pianoforte. Srdjan dimostra in acustico di essere un chitarrista veramente di valore giocando con la chitarra e costruendo giri e riff (cosa non semplicissima in acustico) di grande impatto. Si aggiunge a loro anche la bella presenza e voce di Ana Nikolic che completa un ottimo quadro sul palco.
Secondo punto, ho sempre trovato i pezzi dei The Big Deal troppo scolastici (e ne sono ancora più convinto dopo aver visto le qualità messe in campo live dalla band) e qui per me arriva l’altro colpo di scena. In acustico si presenta con una versione riarrangiata dei pezzi che include elementi folk della tradizione balcanica (la band ha origini Serbe) il risultato è fantastico. Sicuramente l’esibizione in acustico più particolare del lotto proposto. Solo complimenti a questo giro! Bravi davvero!
SETLIST
Survivor
Fairy of White
Sensational
Bad Times, Good Times
RONNIE ROMERO
Giornata acustica baciata dal talento dei chitarristi. Infatti anche Ronnie Romero sale sul palco in questa versione acustica con un chitarrista di grandissimo livello (José Rubio Jimenez).
Solo cover, ma che cover… senza contare che ormai il buon Ronnie ha dimostrato già da anni di potersi permettere di cantare QUALSIASI cosa gli passi per la testa! La gente comunque apprezza e quando ha intonato Heaven dei Gotthard con quella voce così simile a quella del compianto Steve Lee… beh… una lacrima ammetto che mi è scesa.
SETLIST
The Mob Rules (Black Sabbath cover)
Catch the Rainbow (Rainbow song)
Heaven (Gotthard cover)
Shot in the Dark (Ozzy Osbourne cover)
HAREM SCAREM
Parlavamo di chitarristi bravi in questa “sessione acustica”. gli Harem Scarem in formazione hanno Pete Lesperance, non un chitarrista qualsiasi, ma uno dei “Signori Chitarristi”! In coppia con Harry Hess è praticamente “la morte sua” del Melodic Rock. da un acustico condotto in maniera eccezionale e che raggiunge l’apice sulle note di Honestly i nostri Canadesi ci fanno capire che cosa può attenderci questa sera.
Maestri del Melodic Rock… anche in acustico!
SETLIST
Better the Devil You Know
Hard to Love
Gotta Keep Your Head Up (Darren Smith on vocals)
Honestly
Distant Memory
DAY 03
SEVENTH CRYSTAL
Ultimo giorno di Festival e si parte già con il piede sull’acceleratore con i Seventh Crystal. Poco da dire, la carica della band e pazzesca e merito anche dell’imponenza fisica del frontman Kristian Fyhr sul palco i ragazzi Svedesi si fanno notare. Partenza bella intensa e tirata grazie anche alla setlist e ai pezzi che la band propone che in sede live sprigionano una gran energia che fa breccia sul pubblico che anche oggi risulta essere bello numeroso da subito sotto al palco.
Siamo al limite del power metal ma la melodia la fa da padrona! Bella soperta in sede live!
SETLIST
Blinded by the Light
Path of the Absurd
Million Times
Architects of Light
So Beautiful
Mayflower
Say What You Need to Say
THE BIG DEAL
Dopo la versione acustica tornano i The Big Deal anche in veste elettrica. L’impatto visivo con le due belle presenze sceniche di Nevena e Ana è sicuramente riuscito! Il livello live è alto anche se dispiace vedere il chitarrista Srdjan Brankovic regalato nettamente più in un angolo a favore proprio del palco lasciato in mano alle due presenze femminili.
Comunque riuscito lo spettacolo anche se meno ricercato rispetto alla versione acustica. In ogni caso la band se la gioca bene e alla fine il pubblico pare gradire e apprezzare. Continuo ad essere convinto che il tallone d’achille di questa band continuino ad essere i pezzi anche in relazione al Talento messo in campo che invece ben traspare dal palco.
Alla fine comunque i nostri si portano a casa un bel risultato con il pubblico soddisfatto.
P.s.: Nevena è salita comunque sul palco dopo aver ricevuto la notizia pochi minuti prima di un brutto lutto familiare, un Grande Abbraccio per Lei!
SETLIST
I Need You Here Tonight
Better Than Hell
Wake the Fire
Fairy of White
Sensational
Never Say Never
Survivor
RONNIE ROMERO
La Voce di Romero zittisce chiunque! F E N O M E N O è dir poco. La prima parte scivola via sui pezzi solisti che iniziano a scaldare il pubblico, ma è quando iniziano ad apparire cover dei Rainbow E Dio che lo spettacolo ingrana veramente una marcia in più, su Rainbow in the Dark poi il pubblico va veramente in visibilio.
Romero sul palco ormai è rodatissimo (merito anche dei tanti live ormai archiviati) e si porta appresso una band di tutto rispetto con ancora una volta una menzione particolare per il chitarrista José Rubio Jimenez.
Penso nessun si aspettasse in chiusura una cover di Separate Ways dei Juorney cantata da DIO!!! Grande il nostro ruffinaccio Ronnie!
SETLIST
Castaway on the Moon
I’ve Been Losing You
Chased by Shadows
Stargazer (Rainbow song)
Kill the King(Rainbow song)
Vengeance
Rainbow in the Dark (Dio cover)
Separate Ways (Worlds Apart) (Journey cover)
STORACE
Storace per i più è la Voce dei Krokus ma in realtà questo arzillo diversamente giovane quando la band madre ha deciso di tirare un po’ il freno a mano a ben pensato di darsi ad una carrira solista dove, con una band differente (e che band!), praticamente fa esattamente quello che faceva con i Krokus.
Questo signore ha cancellato il concetto di “età anagrafica” e porta sul palco un’esibizione piena di carica e vitalità con dei pezzi che sono pura adrenalina nelle vene. Nella band può contare una bassista che èp un altro bell’animale da palco e se la giostra con il più pacato chitarrista. Menzione particolare per la giovanissima seconda chitarra, ancora un po’ troppo statica sul palco ma avrà sicuramente tutto il tempo per rifarsi, il Talento non manca.
C’è anche il momento “Carramba che sorpresa” quando Ronnie Romero sale sul palco per intonare insieme a Storace American Woman dei The Guess Who e dare così il via ad una guerra vocale al “chi la tiene di più”… Storace nulla può contro la vocalità prorompente del Romero ma ammetto che ne esce comunque con grande dignità. Un bel diversivo sul palco che il pubblico apprezza.
Per il resto dopo aver visto Storace dal vivo l’unica domanda che mi rimane è questa… quando posso rivederlo nuovamente??? Piaciuto, concerto “ignorante”, ma perfettamente riuscito!
SETLIST
Rock This City
Midnite Maniac (Krokus cover)
High on Love
To the Top (Krokus cover)
Play Video
Screaming in the Night (Krokus cover)
Hellraiser (Krokus cover)
Screaming Demon
We All Need the Money
American Woman (The Guess Who cover) (with Ronnie Romero)
Live and Let Live
Rock ‘n’ Roll Tonight (Krokus cover)
ROBIN MCAULEY
Per non farci mancare le Grandi Voci del Rock, visto che per il momento abbiamo avuto “solo” l’opportunità di apprezzare due “vocine” come quelle di Romero e Storace ecco che sale sul palco Robin McAuley. Abbiamo già avuto l’occasione di vederlo con i Pride of Lions e quindi sappiamo che l’ex MSG è in gran forma e poi, cavoli, questo è uno che sul placo si diverte davvero!
A dispetto dell’età (76 anni portati in maniera Divina) il buon Robin ha la voglia di giocare sul palco come un bambino dell’Asilo in un parco giochi! Ride, scherza, intrattiene il pubblico e se la canta con la band! Mitico!
A questo punto qualcuno si chiederà se ha anche cantato! La risposta è SI, eccome se ha cantato! Per poco non tira giù i muri del Live Club! In chiusura su Anytime tutto il pubblico era ormai con lui. Trionfale!
Nota di merito per la band tutta italiana messa su per l’occasione. Non avevano mai suonato insieme eppure sembravano insieme al buon McAuley una band rodata da anni insieme sul palco. Anche McAuley come Storace assolutamente da rivedere, e magari proprio con questa bella foramzione made in Italy!
SETLIST
Thy Will Be Done
Standing on the Edge
Say Goodbye
Alive
Dead as A Bone
Feel Like Hell
‘Til I Die
Soulbound
The Best of Me
Love Is Not a Game (McAuley–Schenker Group song)
This Is My Heart (McAuley–Schenker Group song)
Gimme Your Love (McAuley–Schenker Group song)
Anytime (McAuley–Schenker Group song)
MIKE TRAMP’S WHITE LION
Tutti i presenti avevano la stessa domanda in testa? Mike Tramp, ma soprattutto la sua voce, ce la farà ancora a fare i pezzi dei White Lion? La risposta è arrivata con una doccia di emozioni in quello che è stato sicuramente uno degli Highlight di questo Festival! … e si, ce la fa eccome! Certo forse qualche tono più in basso… ma l’intensità, le emozioni e la forza del carisma di Mike Tramp non fanno prigionieri.
I pezzi lo sappiamo sono fenomenali e sentirli dal vivo è una vera goduria, con un Tramp così in forma è poi un vero piacere per i padiglioni auricolari!
Aggiungiamo una gran band di contorno con il chitarrista Marcus Nand in grado di far volare la memoria verso i tocchi unici di Vito Bratta, bravo davvero!
Sulle note di When The Children Cry ho visto più di un occhio lucido tra il pubblico… compreso il mio!
Che altro dire, un piccolo gioiello di esibizione che arriva quasi sul finire del Frontiers!
SETLIST
Lights and Thunder (White Lion song)
Hungry (White Lion song)
Lonely Nights (White Lion song)
Out With the Boys (White Lion song)
All the Fallen Men (White Lion song)
El Salvador (White Lion song)
Little Fighter (White Lion song)
Living on the Edge (White Lion song)
Tell Me (White Lion song)
Broken Heart (White Lion song)
When the Children Cry (White Lion song)
Wait (White Lion song)
Lady of the Valley (White Lion song)
HAREM SCAREM
Ultimo giro di giostra sulle note di brani quali Honestly, Sentimental Blvd., Slowly Slipping Away e tanti altri… direi che non ci va per niente male! Anzi, calcolando che sul palco sono saliti i canadesi Harem Scarem e che anche loro, al pari di altri in questa tre giorni di Festival, sono in uno stato di forma invidiabile, direi che non ci possiamo lamentare.
La coppia Hess (Voce) e Lesperance (Chitarra) è forse una delle migliori e più collaudate di tutto il circuito del Melodic Rock attuale.
La scaletta proposta pesca abilmente tra vecchi classici e brani più recenti offrendo un mix assolutamente riuscito. C’è il tempo per mettere in gioco tante piccole chicche come le “comparsate” alla voce del batterista Darren Smith, anche lui a questo giro veramente in forma! In più un’emozionata Cassidy Paris si affiancherà ad Hess sulle note di The Death of Me e trova anche spazio un brano di Lesperance (Boy Without a Clue) oltre che una cover / omaggio ad un altro grande Canadese sulle note di Summer of ’69 di Bryan Adams cantata dal bassista Mike Vassos!
Come dicevamo poi il piatto principale fatto di pezzi della lunga carriera degli Harem Scarem è di quelli che sicuramente non lasciano con un buco allo stomaco… e sulle note di Honestly l’emozione tra il pubblico era più che palpabile.
Grande chiusura di Festival regalata da una band in assoluto Stato di Grazia! TOP LEVEL!
SETLIST
Better the Devil You Know
Hard to Love
Gotta Keep Your Head Up (Darren Smith on vocals)
Stranger Than Love
Distant Memory
Boy Without a Clue (Pete Lesperance song) (Pete Lesperance on lead vocals)
The Death of Me (with Cassidy Paris)
Here Today Gone Tomorrow
Mandy
Sinking Ship
Honestly
Garden of Eden
Sentimental Blvd. (Darren Smith on lead vocals)
If There Was a Time
Summer of ’69 (Bryan Adams cover) (Mike Vassos on vocals)
Slowly Slipping Away
Chasing Euphoria
Encore:
No Justice
16 Maggio 2025 2 Commenti Samuele Mannini

Non potevamo limitarci a una semplice recensione per questa compilation: sarebbe stato un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono. E siccome ci teniamo a essere intellettualmente onesti, il nostro giudizio sarebbe potuto sembrare di parte. Per questo ho scelto di lasciare che a presentare il disco fossero le tante persone coinvolte nel progetto, così che possiate cogliere da soli il vero spirito che ha animato la realizzazione di un lavoro come questo. “We Still Rock… The World” è il suono di una scena che ha trovato finalmente la sua voce, e ho cercato di raccontarlo nelle liner note che ho avuto l’onore di scrivere per il libretto del CD. Un’opera che dà un senso compiuto anche all’impegno di MelodicRock.it, andando oltre la semplice volontà di informare e supportare una scena, fino a diventarne parte integrante.
Come dice Denis Abello, fondatore di MelodicRock.it:
«We Still Rock… the World” non è solo il nome di una compilation, ma in dieci anni è diventato un vero e proprio mantra per la scena hard & melodic rock italiana. Dietro questo titolo ci sono artisti, etichette, produttori, giornalisti, fotografi e soprattutto fan che continuano a sostenere una scena sempre più viva e di valore. Forse anche voi che state leggendo fate parte di questo movimento, e dovreste esserne fieri. Perché WE STILL ROCK!»
Nel vasto panorama del rock melodico internazionale, ben poche iniziative sono riuscite a condensare con tanta forza identitaria, coerenza artistica e spirito collettivo quanto “We Still Rock… The World”, secondo capitolo di una compilation nata per celebrare, e soprattutto testimoniare, la vitalità di una scena italiana che, negli anni, ha smesso di guardare fuori per cominciare a guardarsi dentro, e vogliamo che a parlarne sia chi ha fatto parte di questo progetto.
Gianluca Firmo, uno degli artisti coinvolti, lo spiega con lucidità e un pizzico di orgoglio:
«La scena italiana è diventata grande in ritardo, forse fuori tempo massimo. Ognuno può individuare il motivo che gli sembra più sensato: secondo me il più importante è che finalmente ha smesso di cercare di imitare il rock proposto da altri paesi e propone, invece, un sound molto variegato, ma anche molto riconoscibile. A molti piace, a qualcuno no, ma indubbiamente è “la scena italiana”.
Far parte anche del secondo capitolo di una compilation che ne celebra la ricchezza, la varietà e la voglia di continuare a proporre musica che i tempi moderni sembrano voler dimenticare è una grandissima soddisfazione.
Poterlo fare collaborando con vecchi e nuovi amici è, a maggior ragione, un vanto!»
La compilation è più di una raccolta di brani: è un manifesto. Lo conferma Pierpaolo Monti, mente instancabile dietro entrambe le uscite:
«We Still Rock possono sembrare, per molti, solo tre parole scritte nero su bianco, non differenti da molte altre espressioni quotidianamente in uso. Ma al contrario, da quasi dieci anni, sono invece diventate (in Italia e in giro per il mondo) il vero e proprio motto della scena rock melodica del nostro paese.
Dopo il successo del primo capitolo, uscito nel 2016 via Tanzan Music, ho ancora una volta un inconfondibile richiamo, quello che mi ha portato a riunire le forze al fianco di Melodicrock.it per dar vita ad un’altra grande raccolta di materiale inedito, nato dalla classe di alcune delle penne più autorevoli della nostra penisola.
Nella battaglia quotidiana per mantenere vivo il nostro amato genere musicale, i rockers Italiani sono tutt’oggi sempre in prima linea. E questo perché “We Still Rock… The World!”»
Sulla stessa lunghezza d’onda si pongono le parole di Davide “Dave Rox” Barbieri:
“Questa compilation, agli occhi di molti, può sembrare una semplice raccolta di canzoni… ma nasconde altresì qualcosa di ben più importante e prezioso. ‘We Still Rock’ è oramai divenuta, nel corso degli anni, un vero e proprio manifesto di una scena che resiste, si evolve, e trae essa stessa ispirazione da coloro i quali la compongono. Esserne parte, ancora una volta, è per me grande motivo di orgoglio.”
In un mondo discografico dove le compilation sembrano ormai relitti del passato, “We Still Rock… The World” si impone come un oggetto culturale vivo, una dichiarazione collettiva di esistenza e resistenza musicale. Lo ribadisce Luca Ferraresi:
«Essere parte di “We Still Rock…The World” non è solo una soddisfazione personale, ma anche un segnale concreto che il rock melodico Italiano è vivo, autentico e ha ancora tanto da dire. In un’epoca in cui tutto scorre veloce e superficiale, questa compilation rappresenta un atto di resistenza e d’amore verso una musica fatta di passione, sudore e condivisione. Aver contribuito a questo progetto è stato un vero onore, e sono felice che ci siano ancora persone che credono, investono e sostengono con convinzione questa realtà così preziosa.»
Questa consapevolezza non nasce dal nulla. È frutto di anni di lavoro, di evoluzione tecnica e artistica, come nota con entusiasmo Dave Zublena:
«Quando uscì la prima compilation di “We Still Rock” pensai subito a due cose: 1) che non era mai stato fatto nulla del genere in tutto il mondo; 2) che sarebbe stato impossibile fare un secondo capitolo migliore del primo.
Bene… sul secondo punto mi sbagliavo. “We Still Rock… The World” punta decisamente in alto e dimostra la crescita esponenziale in termini di songwriting, produzione ed esecuzione di tutte le band della scena hard rock / melodic rock / aor italiana. Questa compilation è la definitiva consacrazione di un team di lavoro “allargato” di livello internazionale. Un gruppo di appassionati e talentuosi musicisti, ma soprattutto, di amici. Sono assolutamente fiero di farne parte.»
L’ orgoglio di partecipare ad una scena di valore viene affermato anche da Lorenzo “Lorerock” Nava:
«La scena AOR Italiana ha sempre potuto contare, storicamente, su talenti di ottimo livello, e negli ultimi 10-15 anni questa qualità è stata ulteriormente consolidata, dimostrando che anche in Italia, al pari di paesi più affermati, si possono realizzare dischi di grande valore: proprio come quelli che, sin da bambino, mi hanno accompagnato, facendo sì che nascesse in me la voglia di imparare a suonare. Sono orgoglioso di aver contribuito, con la pubblicazione di Streetlore, a mantenere alto il prestigio dell’AOR made in Italy, e ancor di più di essere parte di questa rinomata compilation, ormai divenuta un vero e proprio fiore all’occhiello di tutta la scena tricolore.»
Mentre l’esordiente Lexyia celebra il suo debutto:
«Un onore e una grande emozione debuttare in studio in un contesto così sentito e partecipato come quello AOR, i cui protagonisti e appassionati del genere condividono un entusiasmo contagioso e autentico. Grazie di cuore, Zorro, per avermi coinvolta in questo grande progetto musicale!»
Il tema del collettivo ricorre spesso nelle parole degli artisti. Perché “We Still Rock… The World” non è un mero esercizio autoreferenziale, ma un atto di fiducia reciproca. Saal Richmond lo dice chiaramente:
«Quando Pierpaolo “Zorro” Monti mi ha comunicato che i FireSky avrebbero fatto parte di questa compilation, ho subito capito che cosa stava accadendo… tutta la scena Italiana era lì dentro!
E quando parlo di scena Italiana, mi riferisco a nomi che non hanno bisogno di presentazioni! Artisti con i quali ho avuto anche il piacere di lavorare e di cui conosco bene il valore e la professionalità… riconosciuta tra l’altro anche a livello internazionale.
Far parte di questo progetto è motivo di orgoglio sia per me che per tutta la band, perché ora siamo una grande famiglia allargata che vive e lotta per un unico obiettivo… la musica!»
Ed è proprio questo spirito di condivisione emotiva che dà senso alla compilation, come racconta Italo Graziana:
«Per noi Mindfeels è un onore far parte di “We Still Rock… The World” perché la musica è un linguaggio universale, un linguaggio che unisce ed in questo caso accomuna tutte le band legate dalla stessa passione per questa meravigliosa forma d’arte. Ognuno con la propria voce e con la propria sensibilità, ma uniti per l’amore che ci lega a questo genere musicale!»
Nel cuore di questo progetto non batte solo il rock melodico: batte una visione del lavoro musicale che è artigianato, amicizia e passione. Non è un caso se molti degli artisti coinvolti parlano della compilation non come di una semplice “raccolta”, ma come di un’esperienza collettiva, che li ha fatti sentire parte di qualcosa di più grande.
Lo racconta con entusiasmo Bruno Kraler, artista coinvolto con ben tre brani del suo progetto Laneslide:
«Grande ritorno della Compilation italiana più “Rock” di sempre! Sarà la mia colonna sonora per l’estate 2025. Onoratissimo di aver potuto partecipare con ben 3 brani del mio progetto “Laneslide”. Sinceri complimenti a tutti gli artisti italiani e internazionali coinvolti. Un altro centro targato “Art Of Melody & Burning Minds Music Group.»
Per Stefano Lionetti, invece, il progetto ha anche un valore personale:
«Onorato di prendere parte a questa fantastica compilation, in mezzo ad uno stuolo di brillanti talenti Italiani. Un ringraziamento particolare a Zorro, per aver consentito a “Ride Or Die” di essere finalmente resa disponibile su CD!»
Ancora più forte è l’emozione di Stefania Sarre, che sottolinea la qualità e il calibro del cast artistico coinvolto:
«Leggendo i crediti di “We Still Rock… The World” ho veramente i brividi. Sono presenti tutti i più rappresentativi musicisti della scena melodic rock italiana (nonché cari amici), coadiuvati da leggende internazionali del calibro di Robbie La Blanc, Toby Hitchcock, Bruce Gaitsch, Erik Martensson e Frank Vestry: wow, se è un sogno… non svegliatemi! Come se non bastasse, il mio basso ha avuto il compito di “ruggire” su ben 3 brani della compilation. Orgogliosa ed onorata oltre ogni modo.»
E non manca chi ha colto questa occasione anche come sfida creativa e professionale. È il caso di Oscar Burato (Broken Carillon), che racconta così il proprio percorso:
«Credo che la scena melodic rock italiana sia ormai una tra le più importanti del settore, ed è stata una grossa soddisfazione poter partecipare a questa compilation sia in veste di autore che di produttore. Con “Before That Night” ho proposto un brano inedito ed un progetto altrettanto nuovo, cimentandomi con sonorità che già apprezzavo, ma che hanno rappresentato per me anche una sfida ed uno stimolo a sperimentare nuove strade e soluzioni sonore.»
Dietro le quinte, non meno importanti, ci sono figure che hanno dato anima e corpo al progetto. Una di queste è Stefano Gottardi, che ha vissuto il passaggio da osservatore a protagonista con piena soddisfazione:
«Ho reagito con entusiasmo all’idea di Zorro di realizzare il secondo capitolo della compilation We Still Rock, dato che mi aveva spesso parlato in termini entusiastici della prima, a cui in qualità di label manager avevo partecipato solo grazie all’inserimento di un paio di gruppi del roster. Stavolta invece ho potuto seguire tutte le fasi realizzative del progetto, e persino contribuire alla stesura di due testi! Come etichetta è stata una grande soddisfazione apporre la nostra “firma”, assieme a quella degli amici di Melodicrock.it, su un lavoro particolare e di qualità, al quale speriamo che tanti appassionati di queste sonorità vorranno dare una chance.»
Roberto Priori, in qualità di fonico, ha avuto un punto di vista privilegiato sulla qualità artistica del progetto:
«Sono orgoglioso di aver partecipato anche a questa nuova compilation di “We Still Rock”, in questo caso come fonico per alcuni degli artisti presenti. La realtà italiana dell’hard rock melodico/AOR è più viva che mai, con musicisti e artisti di grande qualità. Seguo questa musica da tutta la vita ed esserne parte attiva per me è fondamentale. Lo sforzo di Burning Minds Group di dare voce alla nostra musica preferita viene raccolto in questa fantastica compilation, che non potete assolutamente perdere!»
Alessandro Del Vecchio, nome luminare del panorama hard rock/ AOR mondiale partecipa con un contagioso entusiasmo:
«Sono felicissimo di far parte, nuovamente, di questa fantastica compilation. Come sempre, mi piace essere una sorta di coltellino Svizzero, e tra mixing, mastering e voce, sono presente letteralmente su ogni brano. Ciò è un qualcosa che mi inorgoglisce notevolmente, essendo questo un album rappresentativo del melodic rock e hard rock Made In Italy. Sono inoltre particolarmente fiero del brano di Füel For Tunes, che mi vede alla voce in un genere diverso dal mio solito: tracce come queste, in realtà, svelano che quando hai grandi songwriters che scrivono per te, il gioco diventa facile! E sono poi davvero in ottima compagnia, quindi direi che può esistere solo una conseguenza a tutto questo: comprate l’album e supportateci!»
We Still Rock… The World è una celebrazione, sì, ma non è nostalgica. Ha i piedi piantati nel presente e lo sguardo aperto verso il futuro. Lo spiega bene Andrew Trabelsi, che coglie nella compilation una visione ampia e dinamica:
«Far parte di una compilation è sempre motivo d’orgoglio, soprattutto se questa non si limita a raccogliere materiale già edito ma diventa un vero e proprio pezzo unico con una sua identità. Non è esagerato vedere in tutto ciò una comunità che è e vuole restare viva poiché lo spazio e la possibilità di dire qualcosa ci sono, le orecchie e i cuori degli appassionati sono grandi e possono accogliere tutti. Questa compilation è anche una sorta di anteprima che mostra senza troppi compromessi cosa ci aspetta nell’immediato futuro, non è quindi una sintesi finale ma, al contrario, un punto di inizio.»
Gianluca “Mr Pisu” Pisana dei Night Pleasure Hotel si inserisce nella stessa lunghezza d’onda, legando la partecipazione alla compilation a una ritrovata speranza:
«Oggi, nel contesto musicale in cui siamo, poter entrare in una compilation del genere fa sì che ci sia uno spiraglio di luce. Perché l’ascoltatore medio potrà capire che il mondo del rock non è morto, ma sta tornando con la stessa forza che l’ha contraddistinto… invogliando poi l’ascoltatore ad approfondire il bagaglio artistico di band dalle indiscutibili qualità.»
Antonella “Aeglos Art” Astori è ovviamente l’autrice dell’ennesima opera d’arte creativa avendo splendidamente curato l’artwork di entrambe le compilation e di praticamente tutte le band presenti sul disco:
«La musica AOR ha conquistato il cuore degli italiani con le sue melodie emozionanti e testi profondi. Nel mio ruolo di disegnatrice grafica sono orgogliosa di poter contribuire con i miei artwork, i quali aiutano a dar vita alle canzoni contenute negli album, e a trasmettere l’emozione e la passione che le caratterizzano. La musica AOR è più di un genere, è un’esperienza che unisce le persone e crea ricordi indimenticabili. E ‘We Still Rock’ nasce proprio per dare risalto a tutto questo. Sono davvero onorata di farne parte e di poter condividere la mia arte con gli appassionati di musica. »
Ecco, io ho ben poco da aggiungere e spero davvero che abbiate colto lo spirito di quest’opera attraverso le parole di chi ne è stato protagonista, e che la passione che ha coinvolto tutti noi possa in qualche modo arrivare anche a voi. Ma lasciate che vi dia anche un consiglio un po’ più “tecnico”: ascoltatela, perché musicalmente rappresenta una vera e propria summa di tutto ciò che il nostro paese è in grado di offrire in questo genere. E oltre a godervi musica di livello assoluto, vi porterete a casa anche un oggetto da collezione che farà sicuramente una splendida figura nella vostra discografia. Credetemi, non ve ne pentirete.
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14 Gennaio 2025 10 Commenti Samuele Mannini

Da giorni ho in mente di scrivere un editoriale su questo tema, una riflessione che mi ha accompagnato mentre stilavo la top ten di Melodicrock.it. Questa sensazione si è rafforzata guardando la classifica degli iscritti a Rock Report e quella dei dischi più votati di Rock of Ages. Ma che scena meravigliosa abbiamo in Italia! E se tre indizi fanno una prova, allora eccone anche un quarto: nella mia personale top ten ci sono ben quattro dischi italiani, e sinceramente non lo avrei mai creduto possibile.
Devo fare però una premessa: non sono né nazionalista né partigiano. Anzi, in passato non ho mancato di criticare alcuni limiti della nostra scena musicale: pronuncia inglese spesso approssimativa, testi banali e arrangiamenti che sembravano copie sbiadite di band oltreoceano. Ma le cose stanno cambiando. Negli ultimi anni, ho visto emergere talenti che non pensavo il nostro paese potesse più sfornare. Prendiamo Steve Emm, che primeggia nelle nostre classifiche, o i Nightblaze, una band che con una piccola etichetta è riuscita a battagliare su Rock Report con un’audience internazionale e vincere l’award di Rock of Ages. Questo per me è motivo di orgoglio. Ho creduto in loro fin dal primo ascolto, come ho fatto con i Night Pleasure Hotel e, in ambito prog, con i Barock Project. In tutti questi casi ho sottolineato che i loro lavori non hanno nulla da invidiare alle uscite internazionali più blasonate. La mia recente polemica sul disco dei Nestor nasce proprio da qui: voglio distogliere l’attenzione da ciò che arriva dall’estero e spingerci a valorizzare ciò che abbiamo intorno. Se con quella provocazione sono riuscito a far ascoltare a qualcuno i dischi delle nostre band, penso di aver fatto la mia parte.
Non possiamo negarlo: la scena musicale italiana sta guadagnando riconoscimenti, anche internazionali. Questo è il segno che stiamo migliorando in termini di produzione, originalità e appeal globale. Ma la domanda resta: c’è un futuro professionale per questi talenti o siamo di fronte a un’ultima fiammata prima del declino?
Le difficoltà sono evidenti. Nonostante il talento, il sistema musicale italiano fatica a sostenere una scena indipendente. Produzione, distribuzione e promozione sono ancora troppo deboli. Mancano investimenti in tournée e festival nazionali, e la promozione internazionale è praticamente inesistente. Questi ostacoli rischiano di limitare gravemente le possibilità di crescita per i nostri artisti. Per crescere davvero, servono cambiamenti concreti. Innanzitutto, bisogna creare spazi dedicati alla musica emergente e sostenerli con finanziamenti adeguati. Una scena musicale non può prosperare senza una base solida. Poi c’è la questione dei pregiudizi. Ancora oggi, molti considerano la musica italiana inferiore rispetto a quella internazionale. Questo deve cambiare. Pubblico e media devono imparare a riconoscere il valore, il talento e l’originalità dei nostri artisti. Far conoscere la nostra musica all’estero è un altro passo fondamentale. La visibilità internazionale non solo offre nuove opportunità di crescita professionale, ma accresce anche il prestigio della scena italiana. Per questo, è essenziale che gli artisti siano preparati: saper produrre, promuoversi e creare reti di contatti è ormai indispensabile. Programmi di formazione, workshop e iniziative simili possono fare la differenza, ma serve anche una maggiore collaborazione all’interno del settore. Guardiamo alla Svezia: lì hanno imparato a fare sistema, superando rivalità e invidie personali per il bene comune. Le collaborazioni internazionali sono un altro elemento chiave. Lavorare con artisti e produttori stranieri non solo aumenta la visibilità, ma favorisce scambi culturali e artistici che arricchiscono tutti. E poi ci sono le band italiane, un vero tesoro nascosto. Molte hanno un potenziale straordinario, ma restano invisibili per mancanza di coraggio negli investimenti. È ora di dare loro una chance concreta. Con il supporto giusto, potrebbero fare un salto di qualità enorme. E non dimentichiamoci che in Italia avremmo anche la più importante etichetta per l’hard rock melodico. Se non sfruttiamo questo vantaggio, rischiamo di sprecare un’occasione irripetibile.
In definitiva, il futuro della musica italiana dipende da due fattori principali: il talento degli artisti e la capacità di creare un sistema che li supporti e li renda sostenibili. Questo è un momento cruciale, in cui potremmo davvero trasformare la scena del rock melodico italiana in un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale. Ma tutto dipende dalla nostra capacità di fare squadra e di guardare oltre i pregiudizi e le rivalità. Noi, nel nostro piccolo, ci stiamo provando e non per partito preso, ma per la qualità oggettiva che emerge. Spero che questa riflessione sia di stimolo anche ad altri.