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26 Febbraio 2025 4 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 2025
etichetta: SeelHeart Records
Tracklist:
Pulsar (Main Titles)
Future Force
Into The Fire
Body Talks
Never Too Young To Die
Hard Day's Work
Private Justice
Mean Streak
Get Tough
Too Little Too Late
Formazione:
Steve Emm: All Instruments & Voice
Ospiti:
Manuel Trabucco: Sax
Carlo Uberti: Bass in Mean Streak
Alessandro Del Vecchio: Vocals in Never Too Young To Die
Matteo Bertini: Vocals in Into The Fire
Daniele 'Bassa' Bassani: Guitar in Future Force
Puntuale come un Casio al quarzo made in Japan del 1985, Steve Emm torna con il suo quarto album, Pulsar. Dopo aver conquistato il nostro referendum di redazione e il podio degli Awards di Rock Of Ages, il nostro AOR-Man, sperduto negli anni ’80, si candida di diritto a un posto tra i dischi più rilevanti dell’anno.
Ciò che mi stupisce di Stefano Mainini, aka Steve Emm, è la sua straordinaria capacità creativa e la vena compositiva praticamente inesauribile. Pensate che, in soli quattro anni, ha pubblicato ben quattro album AOR, un disco di bossa nova sperimentale, un progetto di retro synthwave, un album punk/metal con i Visione Inversa (QUI la recensione) e, udite udite, un disco black metal a nome Zaphanel. Ho sempre pensato che pubblicare troppi dischi in poco tempo fosse un limite per la creatività, rischiando di portare a ripetersi e di bruciare la scintilla artistica. Ma qui ci troviamo di fronte all’eccezione che conferma la regola: un vero vulcano di idee, guidato da una passione smodata per la musica a 360 gradi, capace di sfornare gemme a getto continuo.
Questo “Pulsar” non fa che confermare la mia impressione: dieci brani capaci di catapultarci nel 1985 con una naturalezza e un’immediatezza che mancano a molti altri interpreti dello stesso genere. L’ho già scritto nelle recensioni dei suoi precedenti dischi e lo ripeto: questo ragazzo sembra provenire da un’altra epoca. Non si limita a riprodurre il sound e le atmosfere degli anni Ottanta, ma le incarna e le trasforma in musica. Come avveniva nel precedente “Framework”, si prosegue con il mood da ‘colonna sonora’, nel senso che ogni canzone ha un tema accostabile a un film o a una serie TV dell’epoca. È, a suo modo, un’opera cinematica: ascoltate la musica e poi provate ad abbinarla a un film o telefilm, un gioco che stimola l’ascolto e, per chi ha vissuto quegli anni, rappresenta un vero e proprio tuffo nei ricordi.
In “Pulsar”, però, gli arrangiamenti appaiono ancora più raffinati rispetto ai lavori precedenti, spostando leggermente il focus verso sonorità più hi-tech. Questo li rende forse meno immediati, richiedendo un paio di ascolti in più per coglierne appieno ogni sfumatura. Inoltre, questa volta il buon Steve si avvale della collaborazione di ospiti che arricchiscono il sound con le loro peculiarità, conferendo al disco un respiro più ampio. Il risultato è un album che si lascia ascoltare con grande piacere, un vero gioiello per chiunque si consideri un cultore del genere, desideroso di scoprirne ogni dettaglio nascosto.
Vi invito dunque vivamente ad ascoltarlo e a perdervi nelle atmosfere di brani come la serrata e super catchy “Into the Fire”, in cui compare come special guest la voce dal potenziale da fuoriclasse di Matteo Bertini. Un altro pezzo straordinario è “Never Too Young to Die”, che ospita il secondo duetto con Alessandro Del Vecchio, il quale, come sentirete, sembra divertirsi come un matto, regalando una prestazione da fuoriclasse. Su “Body Talks” e “Private Justice” aleggia l’ombra di Tim Feehan, mentre “Hard Day’s Work” sembra un outtake degli Huey Lewis and the News. Fighissimo anche (e finalmente, dico io) il lento crepuscolare “Too Little Too Late”.
Notevoli e preziosi i numerosi inserti di sax di Manuel Trabucco, che arricchiscono il sound di un disco che, anche quest’anno, si pone come riferimento assoluto del genere. E, per favore, non ditemi che in Italia non siamo capaci di fare musica sopraffina, perché questo album vi smentirà… sonoramente.
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