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Europe – Come This Madness – Recensione

26 Settembre 2026 13 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining

Tracklist:

01. One on One
02. The Cult of Ignorance
03. Come This Madness
04. This Time of Year
05. Scandinavian Eyes
06. In a Different World
07. Takin' It Back
08. In the Absence of Grace (Interlude)
09. The Angels Must Have Flown
10. The Devil's Back
11. Nothing Can Follow This

Formazione:

Joey Tempest – voce solista, tastiere addizionali
John Norum – chitarre, cori
John Levén – basso
Mic Michaeli – tastiere, pianoforte, sintetizzatori, cori
Ian Haugland – batteria, percussioni

 

Cominciamo subito con una confessione, io non sono un nostalgico imperituro degli anni 80 e a me la svolta di Start From The Dark piacque, e non poco, e la divisione delle due fasi sonore della carriera degli Europe, non mi ha causato affatto traumi come invece sembra aver fatto tra i fan della prima ora. Ecco, a costoro posso dire che qui troveranno ben poco se cercano le sonorità di Out of This World, Prisoners in Paradise, Final Countdown et similia. Anzi, a dir il vero, qualcosa c’è e non è proprio tutto positivo, ma affronteremo il discorso più avanti.

Detto questo, nove anni dopo “Walk the Earth” (un disco che, per parlar chiaro, non è che avesse entusiasmato granché nemmeno i fedelissimi) arriva “Come This Madness”, e le aspettative dei fan sono ovviamente alte. Da una band con una storia del genere, con una formazione ormai stabile e consolidata e più di 45 anni di carriera alle spalle, è sempre lecito aspettarsi qualcosa, specialmente dopo tutta questa attesa.

Andiamo dunque a sviscerare i vari momenti del disco e a individuarne le caratteristiche, le criticità e le intenzioni e come sono state realizzate, questo è almeno quello che ho tratto io dai numerosi ascolti fatti sia in auto sia sul mio fedele impianto hi fi, giudice supremo della qualità audio. La produzione di Tom Dalgety e il mixaggio di Mike Fraser sono efficaci e tentano, con parziale successo devo dire, di dare una cromatura moderna anche a pezzi che vanno a pescare in sonorità hard and heavy di fine seventies, regalando un compromesso accettabile tra classicità e moderno, perché se tutti dividono in due fasi la carriera degli Europe, è bene ricordarsi che il loro esordio era molto più vicino all’heavy metal che all’hard rock patinato di fine anni 80, e a mio orecchio certe atmosfere vengono proprio da lì, dal recupero delle radici più heavy dell’esordio.

La partenza di “One on One”, intro orchestrale, quasi disneyano, basso pulsante e riffone metal con la voce leggermente filtrata all’inizio, danno il colpo di grazia a chi nutriva speranze di ascoltare le atmosfere degli Europe da classifica, ma comunque sia la canzone funziona molto bene e il ritornello entra bene in testa, per me un inizio perfettamente centrato. “The Cult of Ignorance” è a mio avviso l’estremo opposto, struttura ordinaria e banalotta, fatta sì per essere canticchiata al volo, ma se il recupero di sonorità più easy deve passare dagli Europe che rifanno il verso agli Eclipse di “Viva la Victoria”, anche no grazie. Ecco il disco si muove tra questi due estremi con canzoni che esprimono oramai l’attuale stato musicale della band e tentativi direi non esattamente riusciti di rinfrescare il look. Tra i brani più riusciti io vi citerei “Come This Madness”, scura e articolata, con momenti quasi atmosferici, basso distorto, tastiere, una sezione centrale narrata e un assolo molto bluesy, sicuramente non annoia. La ballad del disco è “This Time of Year”, lontana però dai canoni classici della power ballad anni ’80. Piano, synth e voce inizialmente dominano, poi il pezzo cresce progressivamente fino al ritornello: ecco, se proprio vogliamo trovare tracce degli Europe della golden era, sono racchiuse proprio qui. Un altro pezzo da novanta è “Scandinavian Eyes”, pezzo che paga un enorme tributo ai seventies con un connubio di sonorità tra Deep Purple e Rainbow, che mostrano chiaramente dove batte il cuore di questi musicisti, anche la produzione generalmente moderna in questo pezzo si incupisce leggermente andando a recuperare il sacro fuoco dell’epoca d’oro del rock duro. Ecco il problema è che non c’è molto altro oltre a questo, almeno per i miei gusti: “In a Different World” e “Takin’ It Back” fanno il loro compito, riff potenti e ritmica solida, ma restano più sottofondo che sostanza, e scivolano via senza lasciare traccia. Quel poco che la seconda parte ci riserva davvero è il minuto e mezzo di interludio di “In the Absence of Grace”, che ci introduce “The Angels Must Have Flown”, un brano particolare con buone idee ed una compiutezza sviluppata solo in parte, e la solida ma ordinaria “The Devil’s Back”, molto seventies e di intrattenimento, ma che suona di già sentito lontano un miglio. Apprezzo molto il songwriting, che ha un taglio molto più attuale e profondo rispetto alla media delle band rock, anche se nella conclusiva “Nothing Can Follow This” questo taglio più profondo finisce annegato in una canzone orecchiabile, ma un po’ banale e ricca di cliché.

Come collocare dunque questo disco nella ricca discografia degli Europe? Beh alla fine è un disco valido che non tocca certo i vertici qualitativi dei top album di entrambe le epoche (se vogliamo semplificare e limitarci a due), ma che ha una sua dignità matura e inoltre regala un paio di pezzi destinati a restare nella memoria della band, e dopo 12 album non mi pare cosa da poco. Secondo me un fan della band dovrebbe annoverarlo nella sua discografia, ed è quello che sicuramente farò io al netto dei suoi difetti, ma tenendo bene in vista i suoi indubbi pregi.

© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.

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