Registrati gratuitamente a Melodicrock.it! Potrai commentare le news e le recensioni, metterti in contatto con gli altri utenti del sito e sfruttare tutte le potenzialità della tua area personale.
effettua il Login con il tuo utente e password oppure registrati al sito di Melodic Rock Italia!
11 Luglio 2025 4 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Tracklist:
1. Prison of Illusion
2. No Fool for Love
3. The Man You Make Me
4. I Know the Way
5. Youphoria
6. Look Out for Me
7. Transient Times (Instrumental)
8. Silence Is Louder
9. Church of the Open Mind
10. Once Before
11. A Stranger's Face
12. This Day and Age
13. Love Could Rule
Formazione:
Chandler Mogel - Lead & Backing Vocals
Scott Duboys - Drums
Scott Metaxas - Bass & Backing Vocals
Chris Schwartz - Lead Guitar & Backing Vocals
Paul Baccash - Guitar & Backing Vocals
Alex Lubin - Keyboard
Questo è un disco che sinceramente non mi aspettavo, rappresentando un’operazione musicale che si distingue dalle solite strategie di mercato. Non siamo di fronte alla solita superband costruita ad hoc per promuovere gli artisti di un’etichetta, ma a un progetto già consolidato. La formazione, facilmente identificabile dal nome, è una cover band ufficiale dei Foreigner, e vanta un’ampia esperienza dal vivo, con concerti ininterrotti dal 2019 ad oggi. Un’altra piacevole sorpresa è la presenza di artisti di grande calibro: il cantante giramondo Chandler Mogel, il batterista Scott Duboys (già membro dei Warrior Soul), e, udite, udite, il bassista Scott Metaxas, che molti lettori di queste pagine ricorderanno come una delle menti dei leggendari Prophet.
Fa riflettere il fatto che artisti di questo calibro, per continuare a fare musica, debbano percorrere gli Stati Uniti come cover band (per giunta di un gruppo ancora in attività), anziché vivere della propria arte. Questo evidenzia quanto il grande pubblico sia ormai legato ai grandi nomi del passato, troppo restio a scoprire nuove proposte musicali. Un comportamento che trova complicità nelle grandi etichette discografiche, poco inclini a promuovere nuovi talenti in questo genere. In questo scenario, un plauso va alla Frontiers, che ha permesso la pubblicazione di queste canzoni.
La band dichiara sin da subito la propria missione: far rivivere il sound degli anni d’oro del genere, con un omaggio evidente ai Foreigner. Tuttavia, non si limita a riproporre formule già sentite, né a seguire pedissequamente un riferimento sonoro. Costruisce invece una propria identità, capace di evocare quell’epoca senza scadere nel mero revival, riuscendo a suonare, al tempo stesso, fedele e sorprendentemente attuale. Il mood dei Foreigner è ovviamente percepibile, ma le sonorità riflettono le diverse fasi della loro carriera, contribuendo a diluire e rendere più sfaccettato l’effetto derivativo.
In un periodo in cui mi sento sempre meno coinvolto emotivamente da un genere ormai saturo di uscite, talvolta tecnicamente dignitose ma raramente capaci di emozionarmi, questo disco è un raggio di sole: dimostra che, con un po’ di pazienza, qualcosa di davvero valido si può ancora trovare. Peccato, però, che l’industria privilegi ancora la quantità alla qualità, annacquando tutto con un flusso continuo di pubblicazioni che, a conti fatti, hanno ben poco senso dal punto di vista artistico, rischiando inoltre di sovraccaricare il pubblico dei pochi fedelissimi rimasti.
Veniamo però al disco, che saprà sicuramente intrattenervi durante questa torrida estate: l’opener “Prison of Illusion”, ritmato e catchy, ci cala subito nel mood giusto, e il suo solo di sax ci catapulta nei mid-eighties, preparandoci all’ascolto del primo singolo, ovvero la scanzonata e ficcante “No Fool for Love”. Già dagli arrangiamenti si intuisce che abbiamo a che fare con musicisti che conoscono il mestiere alla perfezione. “The Man You Make Me” è il primo lento del disco e ci mostra un Mogel sugli scudi, mentre la successiva “I Know the Way” potrebbe tranquillamente essere un outtake del debutto dei Tyketto, anche perché, in fin dei conti, il registro vocale del buon Chandler non è poi così distante da quello di Danny Vaughn. Eccoci dunque arrivare a “Youphoria”, esempio lampante di come, quando c’è buon gusto, si possa tirare fuori una canzone strafiga anche partendo da un giro tutto sommato basilare: un elogio alla semplicità unita alla classe. “Look Out for Me” è un altro lento ricco di pathos, seguito dalla strumentale Transient Times, chiaro omaggio all’album Double Vision, che, se la memoria non mi inganna, è l’unico strumentale rilasciato su disco dai Foreigner.
Siamo alla canzone numero otto e ancora non si notano cali di tensione di sorta, e anche “Silence Is Louder” intrattiene egregiamente, ed anche qui vorrei far notare la finezza degli arrangiamenti e gli innesti delle voci femminili, così tanto per gradire. La successiva “Church of the Open Mind” è probabilmente più canonica nella sua struttura, ma il ritornello catchy la eleva dalla mediocrità, mentre “Once Before” è un tripudio di sax, atmosfere soul, controcanti femminili ed un tocco a la Joe Pasquale. Mancano ancora tre canzoni alla fine, ma se non siete già in estasi allora ci penserà “A Stranger’s Face” a farvi gongolare immaginandovi ad un concerto con l’accendino al vento. “This Day and Age” e “Love Could Rule” chiudono il disco, la prima con un rock blues di categoria, la seconda con un tocco più easy, ma sempre quella sapienza negli arrangiamenti di caratura superiore.
In sostanza, non prendete il voto come un voto di circostanza: questo è un voto molto reale, un voto che sarebbe stato tale e quale anche nel 1987, non so se ho reso l’idea…
© 2025, Samuele Mannini. All rights reserved.
Devi essere registrato e loggato sul sito per poter leggere o commentare gli Articoli