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BACKLASH – Intervista ad Andrea Frighi

BACKLASH – Intervista ad Andrea Frighi

18 Giugno 2026 0 Commenti Paolo Paganini

 

Come scrivevamo nella nostra recensione (Qui il Link), il nome Backlash porta inevitabilmente la mente al secondo disco dei Bad English, ma Andrea Frighi e i suoi compagni non si sono lasciati intimidire dal confronto, e Time To Impact — uscito a novembre 2025 per Burning Minds/Art Of Melody Music — lo ha dimostrato con piena convinzione. Dodici canzoni in cui almeno sei o sette reggono il confronto con il meglio della produzione AOR internazionale, costruite con la stessa passione e la stessa competenza con cui questa musica veniva fatta negli anni d’oro del genere: un disco che ogni amante del melodic rock dovrebbe avere in collezione, e che ci ha spinto a fare quattro chiacchiere con il suo artefice principale, il chitarrista bolognese Andrea Frighi.


Ciao Andrea, benvenuto sulle pagine virtuali di MelodicRock.it. Partiamo dall’inizio: raccontaci la genesi dei Backlash e il percorso che vi ha portato alla pubblicazione del disco.

Era dagli anni Novanta che lavoravo a dei pezzi miei, ma non riuscivo a trovare un cantante che mi convincesse appieno. Così ho iniziato a prendere lezioni di canto e a cimentarmi io stesso dietro al microfono, finché nel 2015 sono riuscito a mettermi in contatto con Massimo Ordine, che nel frattempo era uscito dai Perfect View. Il suo interesse nei confronti della mia musica è stato immediato e inaspettato, e da lì abbiamo cominciato una splendida collaborazione che continua ancora oggi. Con Angelo Franchini dei Crying Steel, invece, l’amicizia va avanti da una vita: abbiamo condiviso tantissime esperienze fin da adolescenti, e soprattutto la passione per l’hard rock. Il contributo che noi tre diamo alla stesura dei brani è pressoché uguale, e la filosofia con cui portiamo avanti la collaborazione è che a tutti deve piacere tutto — presupposto assolutamente necessario per far sì che le cose procedano nel migliore dei modi. Nel 2023, con tanto materiale a disposizione, abbiamo iniziato a selezionare le tracce che ritenevamo le migliori e a inserirle in quello che sarebbe poi diventato Time To Impact. Ad oggi ci troviamo con tantissimi brani, molto eterogenei tra loro, che opportunamente adattati andranno a confluire nel nuovo disco, a cui stiamo già lavorando.


Chi si occupa della scrittura dei testi?

In primo luogo Fabio Fratti e Mario Mutti, poi ho contribuito anch’io a scriverne alcuni. Detto questo, per noi la parte più importante resta il rispetto della linea melodica, che deve incastrarsi perfettamente con gli altri strumenti.


Cosa pensi del crescente interesse dei musicisti e delle band italiane nel panorama AOR internazionale?

L’AOR è un genere che non è mai sparito: nell’underground ha sempre continuato a sopravvivere, consolidandosi e diventando un classico che oggi sta vivendo una seconda giovinezza, soprattutto in certe fasce d’età e in determinate aree geografiche. Molto dipende anche dalla cultura musicale del paese in cui vivi. All’estero è normale andare a sentire gli Slayer una sera e Richard Marx la settimana successiva. Da noi una volta questo sembrava una cosa da pazzi, mentre fortunatamente oggi i giovani hanno una mentalità più aperta. Anche le nuove generazioni di appassionati di hard rock si rifanno comunque ai gruppi che hanno fatto scuola negli anni Ottanta e Novanta. Ti faccio un parallelismo: negli anni Ottanta gli Stray Cats riportarono in auge il rockabilly riproponendolo in chiave moderna e vitaminizzata, e lo fecero proprio perché era ormai diventato un classico a cui attingere. Fa parte dei cicli della storia musicale, validi per tutti i generi.


Sul disco figura anche la partecipazione di Lee Small (Shy, The Sweet, Phenomena). Come siete entrati in contatto con lui?

Angelo Franchini mi fece ascoltare il disco degli Shy del 2011 e da lì iniziai a seguirlo. Di Lee apprezzo moltissimo la versatilità e la disinvoltura con cui passa dal blues al metal all’AOR mantenendo uno stile perfettamente riconoscibile. Con il parere positivo di tutti abbiamo quindi deciso di coinvolgerlo per Cold Case Of Rock ‘N’ Roll, brano nel quale Lee ha sviluppato autonomamente sia le linee vocali che il testo, appoggiandosi solo in alcuni punti ad alcune idee precedentemente abbozzate da Angelo e Max, regalandoci così una traccia finita e pronta da inserire direttamente nell’album. Per celebrare questa straordinaria occasione abbiamo anche deciso di realizzare un video ulteriore rispetto ai tre promozionali già previsti, approfittando della grande professionalità di Maurizio Del Piccolo.


Parliamo di Burning Minds, del label manager Stefano Gottardi e del produttore Roberto Priori.

A Roberto dobbiamo davvero tanto. Ha un’esperienza incredibile nel genere rock e metal e, essendo bolognese anche lui, è stata la scelta più ovvia e naturale che potessimo fare. Avevamo già le idee chiare su cosa volevamo, ma è stato lui a fare ordine e a dare ulteriore personalità al suono della band, amalgamando perfettamente sonorità robuste, quasi metal, con cori e melodie tipicamente AOR, e conferendo al tutto una certa modernità senza snaturare le nostre composizioni. Una volta terminato il master è stato lui stesso a metterci in contatto con l’etichetta e con il loro referente Pierpaolo “Zorro” Monti, che cura i rapporti con gli artisti. In un secondo momento è subentrato Stefano Gottardi. Insieme a lui abbiamo valutato come promuovere il disco: inizialmente si era pensato di pubblicare due o tre singoli con i relativi video, ma una volta terminata quella fase ci siamo trovati tutti d’accordo nel realizzare un video aggiuntivo per Cold Case Of Rock ‘N’ Roll, includendo le riprese che ci aveva mandato Lee Small da Londra. È stata un’esperienza impegnativa, ma anche estremamente divertente.


Avete già materiale pronto per il secondo album? Come si sta delineando?

Al momento abbiamo tanti pezzi, ma dobbiamo ancora capire come proporli perché sono tutti piuttosto diversi tra loro. Alcuni hanno una matrice AOR intrecciata a un sapore cyberpunk in stile Steve Stevens di Atomic Playboys. Sappiamo bene qual è il range entro cui muoverci: possiamo mettere insieme mele e pere con angurie e mango, ma non certo con le anguille! Alcuni brani hanno bisogno solo di piccoli aggiustamenti perché sono già pronti al novantacinque percento; per altri, invece, abbiamo delle idee che però potrebbero essere stravolte completamente nel momento in cui entrano in gioco le parti vocali di Max o le linee melodiche di Angelo.


Per chiudere: c’è qualcosa che vorresti che i nostri lettori sapessero dei Backlash, qualcosa che non emerge necessariamente ascoltando il disco?

Per noi, e per me in particolare, si tratta di qualcosa di estremamente importante. Tutte le persone che hanno collaborato lo hanno fatto con entusiasmo e senza aspettarsi nulla in cambio: da Massimiliano Mosci, amico di lunga data che ha suonato alcune chitarre blues, a Mirco Zuffa che ha suonato alcune tastiere e la batteria, fino a Luigi Bellanova. Tutti hanno dato il loro contributo per amicizia e per convinzione in quello che stavano facendo, sacrificando a volte anche delle priorità come il lavoro, la famiglia o il tempo libero. Per Max, per Angelo e per me si è trattata di una vera e propria occasione di riscatto. Tra problemi personali, contrattempi vari e tanto altro, in questi anni ne abbiamo passate di tutti i colori. Ognuno di noi aveva una motivazione extra per lavorare su questo album, e credo che si possa sentire ascoltando il disco. Mi concedo anche uno spazio personale: dedico questo CD a mia nonna, che mi ha sempre supportato e incoraggiato e che purtroppo ci ha lasciato prima che l’album fosse ultimato, e a mia figlia, che oggi ne porta il nome.

© 2026, Paolo Paganini. All rights reserved.

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