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13 Settembre 2026 0 Commenti Samuele Mannini
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy
Nella marea di dischi di melodic rock e affini che provengono dalla Scandinavia si affacciano anche i Kindred North, che nascono perché due persone che si conoscono da una vita a un certo punto si dicono “perché non lo facciamo sul serio?”. Dietro il progetto ci sono lo svedese Andi Kravljaca (voce e chitarre, già sentito in Seventh Wonder, Hydra, Find Me e Thaurorod) e il norvegese Andreas Nergård, che di cognome dà anche il nome al proprio progetto solista e qui invece si mette al servizio di un’idea condivisa suonando praticamente tutto il resto: tastiere, basso, batteria. Vi confesso che, essendo abbastanza saturo di questa tipologia musicale che arriva a contare decine di dischi ogni anno, non è che mi aspettassi chissà cosa, né per quanto riguarda l’innovatività né per la qualità media delle composizioni. Ho quindi deciso di unire l’utile al dilettevole ed ascoltare il disco in macchina durante un weekend lungo di vacanze della scorsa settimana, così da riempire le ore di viaggio in auto. Non è certo il mio tipico approccio all’ascolto, ma la mancanza di tempo e le mille cose da fare a volte costringono a fare compromessi.
E vi dirò, confesso di aver ascoltato molto di peggio, anzi mi è capitato di alzare un sopracciglio tre o quattro volte durante l’ascolto, il che è un buon segno per chi, come me, per passione e per dovere ascolta centinaia di dischi all’anno.
L’apertura con “A Guiding Heart” ha tastiere che aprono la scena in grande stile e chitarre belle toste, ma anche un incipit che ha un che di progressive, e come dovreste sapere certe assonanze catturano subito la mia attenzione. Magari il ritornello non è dei più originali, ma lo si canticchia volentieri, e non è certo un male.
“Natural High” è invece il tipico melodic hard rock di scuola nord europea che a me non esalta particolarmente, ma mi rendo conto che sia efficace e orecchiabile. Ecco, il disco scorre un po’ così, tra alti e bassi, tra cose interessanti e altre più scontate, almeno per i miei gusti. Per esempio la dokkeniana “If This Is Love”, con quel piglio vocale alla zio Alice, non mi dispiace affatto, e la tentazione di muovere il piedino è forte, ancorché molto sconsigliata se guidi in autostrada.
Vi citerò i momenti per me migliori, quelli che, come ho detto, hanno catturato la mia attenzione uscendo dal sottofondo da viaggio, e sicuramente un brano è “A Billion Miles Away”, dove la matrice scandinava incontra e si sposa con quella americana, mischiando orecchiabilità a quel guizzo di potenza che ne smorza la parte più melensa. Poi c’è “Dance The Night Away”, che pare fatta apposta per un viaggio in auto, di quelli in cui la strada scorre e la testa vaga. “It’s Hard To Say Goodbye” è una ballatona dove gli scandinavi sono indubbiamente dei maestri, verrebbe da alzare l’accendino, ma guidando non sarebbe una bella idea.
Dico la verità, sarà per le melodie acchiappone, sarà per il pacchetto tecnico di livello alto, fatto da gente che chiaramente sa cosa sta facendo, ma la voglia di riascoltarlo è alta, e quindi è andata a finire che l’ho ascoltato tre volte all’andata e tre al ritorno, il che è sicuramente un buon indice di gradimento.
Alla fine quello che resta dall’ascolto dei Kindred North è un debutto solido, scritto da due persone che si conoscono e si fidano da tempo, e che questa volta hanno deciso di raccontare qualcosa di loro invece che al servizio di un altro, ennesimo, progetto. Non reinventa sicuramente il melodic hard rock, e onestamente non credo nemmeno volesse farlo. Ma tra chitarre che sanno ancora di amplificatore vero, ritornelli che restano in testa e qualche trovata originale qua e là, questo disco fa esattamente quello per cui è nato: far venire voglia di riascoltarlo. E, come dice il titolo di uno dei brani, fa venire voglia di guardare avanti invece che indietro, magari alla prossima uscita.
Io un ascolto senza impegno glielo darei, non si sa mai che capiti anche a voi di alzare il sopracciglio, piacevolmente stupiti.
12 Settembre 2026 1 Commento Yuri Picasso
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Reigning Phoenix Music
Band che ho sempre stimato e sempre farò. Quarantacinque anni di carriera non sono uno scherzo, soprattutto nel rock. I Mad Max arrivano a questo traguardo con Stories Of Destiny, un album che suona ciò che è stato ed è tuttora: partendo dal legame con una tradizione differenziata nella propria proposta e mai troppo elogiata, data erroneamente per scontata, queste storie del destino parlano la lingua del Hard Rock Melodico. È nel dna della band, dal come back Night Of White Rock (2006), riprendere lo stile dei dischi degli 80’s, un po’ Dokken un po’ hard Teutonico, e miscelarlo con gusto con impercettibili soluzioni moderne.
Parlando del rapporto col passato, il neoentrato singer inglese Alan Clark divide il microfono con l’originario Andreas Baesler in Piece of Candy (proposta anche in spagnolo), ottimo mid tempo deciso e aggressivo quanto basta; Jürgen Breforth, mastermind, chitarrista fondatore ed unico membro presente in ogni uscita discografica, pesca nel proprio archivio recuperando due brani del 1991 come Weapons Of Love, pezzo dalla linea vocale aorizzata che osserva la musica d’oltreoceano dell’epoca, e Til The End Of Time, artisticamente più legata ai primi anni della band e dotata di un grande refrain. Silver apriva il disco con eleganza, Keep You Alive alza il livello delle chitarre e restituisce la tipica grinta. Far Behind è un altro episodio riuscito, più melodico e atmosferico. She Was Mine riecheggia i migliori Praying Mantis ricordando che gli assoli hanno un senso nel 2026 se inseriti nel contesto giusto e non per capriccio. Verso il finale troviamo il lento d’atmosfera Wings of Freedom, rassicurante e sentito nell’interpretazione della band.
Il risultato è più che piacevole, sincero e in linea con le ultime uscite di una band sottovalutata alle nostre latitudini. I Mad Max fanno quello che sanno fare, e lo fanno ancora bene.
12 Settembre 2026 1 Commento Giulio Burato
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy Music
Gli Osukaru, band di Göteborg guidata da Oz Hawe Petersson, giungono al loro settimo lavoro in studio con Tall Tales, pubblicato quasi cinque anni dopo Starbound (qui la nostra recensione). Un album che prosegue il percorso evolutivo del gruppo verso sonorità più dure e robuste, allontanandosi progressivamente dalle radici AOR che caratterizzavano le prime uscite discografiche.
La produzione, uno dei punti di forza della release, restituisce un suono potente e moderno. Il lavoro è stato curato da Petersson e Werner, con il mixaggio affidato a Svein Jensen e il mastering a Mats Eriksson mentre l’artwork, in chiaro stile anime giapponese, è stato realizzato da Petersson insieme a Eliza Sica.
Tall Tales è uscito a fine agosto per Pride & Joy Music e si compone di dieci brani. L’iniziale Exceeder e la potente Ronin esemplificano al meglio la nuova veste musicale della band, grazie a riff robusti e cori talvolta ridondanti.
L’intro e l’outro all’armonica, in stile Tangier, caratterizzano Wendigo che, insieme alla successiva Blood on the Rocks, conferma la capacità del gruppo di coniugare potenza e validi spunti melodici.
Emergono richiami ai Def Leppard nella contagiosa The Outer Side Within, brano che riporta in superficie l’anima AOR della formazione. Se Who Do You Love punta sull’immediatezza grazie a un ritornello memorabile e a una sezione ritmica incalzante, Split propone invece un hard rock più sfrontato e moderno.
Interessante anche il trittico conclusivo, caratterizzato da sfumature che richiamano band come Dokken, Hurricane e primissimi Winger. Dalla bluesy Only Moments Left all’emotiva When It’s Over, fino a C’est Dans Ta Tête: un brano dal titolo francese ma dall’anima che richiama Back for the Attack di George Lynch e soci.
IN CONCLUSIONE
Gli Osukaru non rinnegano le proprie radici, ma le fanno evolvere con maggiore carattere e personalità. Il risultato è un album compatto, energico e convincente, capace di coniugare efficacemente l’eredità melodica del passato con un approccio più muscolare e contemporaneo.
08 Settembre 2026 3 Commenti Paolo Paganini
genere: Melodic Rock/AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Ho sempre avuto una grande ammirazione per Issa, sia perché quando la vidi durante il primo Frontiers Rock Festival nel 2014 si dimostrò particolarmente alla mano e disponibile nei confronti dei fans, sia perché il disco di esordio uscito quattro anni prima era davvero molto interessante.
Correva l’anno 2010 quando la bionda norvegese fece il proprio debutto nel panorama musicale con l’album Sign Of Angels proponendo un AOR femminile di altissimo livello. I dischi seguenti non fecero che confermare le doti di Isabell ma è solo negli ultimi anni che il timone è passato in mano a Tom e James Martin rispettivamente cognato e marito della Oversveen. I ragazzi sanno sicuramente il fatto loro avendo all’attivo alcuni dei progetti AOR più interessanti degli ultimi anni (Vega, The Switch, Nitrate) e il loro contributo rappresenta un indiscusso valore aggiunto di cui Issa può ovviamente giovarsi. I limiti di tutto ciò vengono però a galla quando si pone particolare attenzione alla produzione. Le sonorità si sono infatti spostate inevitabilmente verso quelle di The Switch e Nitrate, togliendo parzialmente quell’originalità e quella brillantezza che la vocalità di Issa conferiva alle canzoni. The Call Of Love apre le danze con un refrain tipicamente hard rock semplice ma efficace. Stranded e Fire & Ice sono quei tipi di brani che ci si aspetta da Issa; grandi melodie sostenute da tastiere in bella evidenza sulle quali la sua voce potente e brillante va letteralmente a nozze. La power ballad Sea Of Desire raffigura il territorio su cui Issa dà il meglio di sé e nel quale ha davvero poche rivali. Le fresche e spensierate One Step To Paradise e The Waiting Game potrebbero far parte della colonna sonora alle vostre vacanze. All Or Nothing e Bullet On The Road spostano il tiro su coordinate decisamente più robuste che potrebbero figurare nel repertorio dei Nitrate. Pay The Price è certamente il pezzo più riuscito del cd e non a caso è stato scelto come singolo di lancio.
Sono pochi gli spunti di sperimentazione ma va riconosciuto che qua e là sono presenti elementi che tentano di inserire piccole novità quali atmosfere più scure, o elementi di synth-pop e che risultano molto apprezzabili e che meriterebbero un approfondimento ulteriore. Un lavoro che ci presenta una Isabell in grande forma coadiuvata da due dei musicisti più talentuosi in circolazione. In un panorama musicale sempre più affollato e pieno di progetti estemporanei, Issa è ormai diventata una sicurezza che non delude mai.
04 Settembre 2026 8 Commenti Yuri Picasso
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers Records
Osservando la mia personale discografia, sotto la lettera S, annoto di aver abbandonato gli svizzeri Shakra nel 2016 con “High Noon”, ritenendolo ai tempi un discreto lavoro di hard di stampo teutonico, ma estremamente lineare rispetto a quanto già proposto dagli elvetici fino a quel momento. Prima di accingermi all’ascolto di “Just Live Loud!“, ho ritenuto doveroso recuperare un paio di ascolti dei 3 dischi da allora pubblicati, e le collegate reviews, annotando che, per quanto la stampa europea apprezzi la solidità granitica della band, le mie orecchie denotano una sin troppo prevedibilità.
La proposta di hard rock muscolare e fortemente chitarristico, con una produzione che evidenzia la componente più metal del sound, è ampiamente caratterizzata dalla doppia chitarra di Thom Blunier e Thomas Muster, che alternano riff stoppati e sincopati inseriti in strutture circolari. Basso e batteria formano una sezione ritmica precisa, spesso orientata al mid-tempo ma capace di accelerazioni al limite dell’heavy metal, mentre Mark Fox aggiunge una voce roca ed aggressiva, assai riconoscibile.
Pronosticabile ma forgiata da una buona attitudine heavy l’opener “Let The Show Begin”.
Ritengo piacevole l’epicità di “Screaming Silence” dotata di un azzeccato cambio di tempo a metà brano; di buona fattura l’attitudine moderna di “Lost Generation” e, riproposta alzando i giri del motore, con “When We Were Young”.
I lenti rispondono al nome “Legends Never Die”, power ballad elettroacustica assai prevedibile, e “High Above The Storm”, più convincente, adornata da archi e pianoforte.
Superflua la cover di Anastacia di “Left Outside Alone”; proposta in due versioni, la prima vede il duetto con la connazionale Seraina Telli (Burning Witches), la seconda cantata in solitaria da Fox (come bonus track).
La continua ricerca di un songwriting inequivocabilmente diretto di per sé non è un male, risuona nelle soluzioni adottate, le quali alla fine dei conti rimangono talvolta ridondanti e prevedibili. Alcuni mid tempo, rocciosi, per quanto piacevoli pagano dazio ai Gotthard di inizio carriera, vedi “Wasteland Warriors” e “Demon Of The Night”. L’andamento simil ossessivo di “Another Day In The Universe” non migliora le mie sensazioni finali.
Fedeli a se stessi come pochi, il cosmo Shakra rappresenta un porto sicuro dove poggiare i nostri padiglioni accompagnato da una sensazione di déjà vu inevitabile.
Mi viene in mente Axel Rudi Pell. Con una dovuta precisazione: se il chitarrista di Bochum scrive lo stesso disco da 30 anni alternando ballate, epicità e riff alla Blackmore, il campo da gioco degli elvetici rimane decisamente più ristretto.
A volerne difendere le virtù, si potrebbe affermare che gli Shakra fanno album diversi all’interno di un’identità musicale estremamente ristretta e definita.
28 Agosto 2026 3 Commenti Giulio Burato
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining
Come un fulmine a ciel sereno, dopo decenni, tornano a sfornare nuova musica gli svedesi Sha-Boom che, negli anni ’80, ebbero successo grazie anche al singolo “R.O.C.K.” che scalò le classifiche di mezzo mondo (al primo posto nei paesi nordici).
Capitanati dallo storico cantante e leader Dag Finn, la band rispolvera le vecchie sonorità delle origini rimescolandole e rendendole più attuali grazie al supporto di Erik Mårtensson (Eclipse) in produzione e anche in fase di registrazione delle parti di chitarra.
Il primo singolo “Never Stop” ha quei connotati che, negli anni d’oro del melodic rock, lo avrebbe catapultato direttamente nella top ten di MTV con una coralità contagiosa. Alla stregua di questa potenziale hit si pone “Walk (Far Away)”, con la stessa struttura compositiva. E da qui a tutto il restante lotto di canzoni, ci troviamo immersi nella solarità della proposta degli Sha-Boom con quello studio del coro coinvolgente al primo impatto che regna sovrano per i quasi trentasei minuti di musica.
L’atmosfera del disco è raggiante, mai cupa o alla ricerca di uscire da una propria “comfort zone”; viaggia lineare senza deviare dal proprio binario musicale; pregio e difetto che però non è mai stucchevole.
“Out of Control” e “The Sun, The Moon, The Stars” richiamano i lenti degli Eclipse mescolati con gli Ammunition di Åge Sten Nilsen che sarebbe a suo agio nel cantare “Let’s Go (88)”, frizzante e leggera.
Influenze dei connazionali Roulette in “Back On The Streets” e degli Easy Action nel lento acustico “A Million Miles Away”, mentre la presenza di Linnéa Vikström (Thundermother) in “One More Drink for The Road” dà una piccola sferzata di brio e di originalità.
Basso e coralità accesa sono in evidenza in “Emergency”.
A chiudere il lotto la title track arricchita dalla pianola che correda il vivace ritornello.
“Another Nail In The Coffin” non sposta alcun equilibrio alla voce originalità, ma è un album fresco, allegro e che colpisce immediatamente i padiglioni auricolari. Una carica melodica di positività rock.
28 Agosto 2026 1 Commento Luca Gatti
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Mighty Music
Amici di MelodicRock.it, consoliamoci in questa fine estate con il nuovo e atteso lavoro dei Kickin Valentina, in uscita worldwide il 28/08/2026, band statunitense con tredici anni di attività sulle spalle ma con già un prolifico rullino di 4 album all’attivo che si sono fatti notare e rispettare sulle chart americane e non solo: sano ed arrogante hard rock a stelle e strisce, di brutti ceffi catapultati fuori dalla Sunset Boulevard, cosa chiedere di meglio.
Registrato ad Atlanta, “Anthems From The Underground” cattura ambizione e volontà della band di alzare l’asticella, partendo dall’affidare la produzione e il mixaggio del disco a Pete Newdeck (Tony Martin, Steve Grimmett’s Grim Reaper) e il mastering a Harry Hess (Harem Scarem); già al primo ascolto spicca all’orecchio l’appagante tridimensionalità del mastering che, paragonato ai già ottimi precedenti lavori, porta una bella ventata di cattiveria e freschezza. Questo sound moderno contribuisce sicuramente a scolpire il suono dei Kickin’ in maniera più identitaria e coinvolgente, in un genere di mostri sacri e tatuati che fa pochi sconti alle brutte copie.
“Generation Time Bomb” si presenta on your face, resa sonora eccellente e produzione convincente: “out of the comfort zone”, come osa esprimersi il bassista Chris Taylor, definendo questa ritrovata energia della band nell’esplorare nuovi territori. I rimandi di lusso sono notevoli, dagli AC/DC agli Accept; batteria bene sui denti che tanto mi ricorda il primo Adler dei Gn’R, hard rock bilanciato tra aggressività strumentale e apertura vocale sui ritornelli che convince al primo ascolto.
“Dance Of Destruction” mantiene quel tiro di batteria da Sunset Boulevard band che fa godere e mi stuzzica l’acufene, con tutti i migliori cliché compositivi sfacciatamente Airbourne, ma con range vocali decisamente più bassi, godibili (dipende), e forse maggiormente sfruttabili radiofonicamente ($); sano rock and roll per dirla da cafone yankee, accattivante e comunque melodico. Canzone che gira bene, come bene percepibile è l’affiatamento strumentale dei componenti, che a parere personale fanno da giusto contorno a una batteria che da sola vale l’ascolto.
Altro calcio alla povera Valentina, e altro titolo senza mezze misure, è la terza “Rock’N’Roll Casualty”: piacevoli sentori di Alice Cooper su un groove molto più alternative. Il ritornello mi ricordava tanto qualcosa e, dopo un paio di notti insonni, l’ho associato a “Knucklebones” di D. Lee Roth: ora posso finalmente dormire senza melatonina.
L’album scorre in cuffia con coerenza e filo logico: a ogni pezzo l’ascoltatore viene martellato con dell’ottimo hard rock, seppur senza particolari esasperazioni di chitarre virtuose. Ma forse è proprio questa la loro ricetta: un’amalgama sonora fatta sì per piacere, ma con pochi fronzoli e tanta sostanza, da una band d’esperienza che fa il suo mestiere.
“Don’t Be Mad” ve la descriverei come una quasi ballad: c’è qualcosa dei Mötley Crüe e un che dei Foo Fighters, e direi perché no.
“Silver Moon” e la chitarra rimettono le carte in tavola: il pezzo prende la rincorsa con un’inquietante strofa alla Bon Jovi dai capelli ormai bianchi, poi sale di gradazione, con parti in scream accattivanti e ritornelli in pieno stile Skid Row (“Big Guns”). Mr. Revelle alla voce è concretezza: perde forse le altezze timbriche dei precedenti cantanti dei Kickin’ (n.d.r. Joe Edwards, 2013-2018; Brian Bezotte, 2018), non fa dell’irruenza la sua arma vincente ma apporta qualità e spessore vocale, garantiti anche dall’ottima produzione. Il bite sporco del suo attacco mi ricorda tanto il miglior Pino Scotto (è un complimento), mentre per l’ottimo bilanciamento penso al da poco recensito John Corabi.
Solida come una roccia anche la sesta “Dog Fight”: grintosa, attuale, ma senza mai perdere il filo conduttore con la semplicità e l’efficacia di chi li ha ispirati. L’abc è semplice: sezione ritmica a carpenteria e parti vocali che remano sulle medie per non fingersi mero accompagnamento. Non è la ricetta sforna-hit, ma garantisce di sicuro rock di ottimo livello.
Decisamente più classic “Good Time Bad Guys”: c’è ancora quel croccante e delizioso nostalgico del buon Corabi nel suo ultimo album, che vi invito ad ascoltare. L’affinità è palesemente figlia di questa produzione moderna, che conferisce nitidezza e focus strumentale a tutta la banda (di frequenze): una delle rare cose che possiamo invidiare agli americani.
“Overdose On Cloud 9” parte di gran cassa con una bella live vibe che vorreste sentire una sera in un pub, se non abitassimo la dimensione sbagliata: canzone semplice, come tracciata con il righello, ma efficace, scuola Alice Cooper. Non sapremo mai con certezza quanto l’IA influenzerà i processi compositivi delle piccole o grandi band che amiamo, o se non lo stia già facendo da parecchi anni a nostra insaputa; comunque, stile e grinta della band non perdono mai il focus sul genere, e tutta la tracklist si scolpisce quadrata, senza pezzi materasso: canzone dopo canzone l’album non si sgonfia e non stanca l’orecchio.
“Bulletproof Sound” è la nona traccia e ciò che meglio descrive la filosofia musicale dell’album: tutta batteria avanti e chitarre sui denti, come già accennato, pedigree genealogico di nonni AC/DC e cugini Airbourne. È la canzone che consiglio e che meglio la fotografa.
“Just Like A Movie” mostra un lato più introspettivo, stile Gotthard: un tentativo rabbioso di ballad che non snatura il filo logico hard rock del lavoro, ma anzi lo arricchisce. Canzone equilibrata e completa, che mi fa battere il tempo con il dito mentre butto giù questo scempio di recensione: anche i rocker più incalliti e incartapecoriti stile Rose Tattoo se ne innamorano.
In conclusione, non posso che valutare positivamente questa giovane-vecchia band che non molla l’osso, anzi rilancia, con questo nuovo album, consacrandosi (un augurio) o semplicemente affinandosi verso sonorità più identitarie. Piacevole quella punta glam stile Guns, acchiappa-ragazzini che funziona collaudata per tutto l’album: forse mancherà quell’insana dose di irruenza giovanile per azzeccare una hit e sparire come le migliori meteore, ma ci accontentiamo volentieri dell’esperienza di questi veterani, che tengono duro il rock puntando tutto su longevità e concretezza.
27 Agosto 2026 3 Commenti Luke Bosio
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Andromeda Relix
Ritorno al futuro del Rock Sabaudo: quando la memoria incontra il sudore del palco!
‘’Certe uscite discografiche non si limitano a occupare uno spazio sugli scaffali dei negozi di dischi o a rimpinguare i cataloghi delle etichette indipendenti; a volte, aprono una botola temporale. Ascoltare oggi “40th Anniversary – Live!” degli Elektradrive, pubblicato per Andromeda Relix, mi fa inevitabilmente fare un salto indietro nel tempo di oltre quarant’anni,’’
Nei primi anni ’80, nascere in Italia e decidere di suonare Heavy Metal significava partire con un handicap che sembrava quasi impossibile da colmare. La distanza dai grandi centri discografici internazionali – Londra su tutti – le barriere linguistiche, la scarsità di strutture professionali e una scena italiana guardata con sufficienza oltreconfine rappresentavano ostacoli enormi per qualsiasi band che aspirasse a uscire dai confini nazionali.
Gli Elektradrive, però, avevano tutte le carte in regola per competere con molti dei grandi nomi d’oltremanica e d’oltreoceano. Tecnica, personalità, capacità compositiva e soprattutto quella perfetta combinazione di melodia e potenza che, proprio in quegli anni, stava conquistando il pubblico internazionale. Eppure finirono vittime di quel particolare “limbo tricolore” nel quale sono rimaste intrappolate tante eccellenze del Rock italiano, lontane dai circuiti che contavano per trasformare il talento in una vera carriera internazionale.
A volte ripenso al giovane metallaro torinese che ero in quegli anni ruggenti. Al mio giubbotto di pelle tempestato di toppe, alle fanzine ciclostilate passate di mano in mano, alle discussioni fuori dai negozi di dischi e ai concerti nei club, dove il fumo sembrava parte integrante dell’impianto scenico. Scoprire una band era quasi una caccia al tesoro: una recensione su una rivista straniera, una cassetta duplicata, un vinile importato, una registrazione passata da un amico all’altro. In quel contesto ho visto gli Elektradrive dal vivo tre o quattro volte. E già allora era evidente che non fossero la solita formazione italiana impegnata a inseguire mode provenienti dall’estero. Certo, il loro linguaggio musicale guardava dichiaratamente ai grandi nomi americani, ma dentro quel suono c’era qualcosa di profondamente nostro e persino torinese: un’attitudine operaia, la testardaggine di chi sa che nulla verrà regalato e che ogni centimetro di strada dovrà essere conquistato con il lavoro. Riff di chitarra affilati, melodie assai efficaci, arrangiamenti curati e una capacità compositiva tutt’altro che comune. Tutto lasciava pensare a una band con il potenziale per andare molto lontano. E oggi, rivederli sul palco con la stessa passione, ma con una maturità esecutiva affinata da quarant’anni di esperienza, produce una sensazione difficile da spiegare. È contemporaneamente un pugno nello stomaco e una carezza al cuore: la felicità di ritrovare una band che non ha smarrito la propria identità e, allo stesso tempo, la consapevolezza quasi dolorosa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Ma proprio qui devo fare un passo indietro e correggere me stesso.
Rileggendo queste righe mi accorgo di essere stato troppo clemente. Ho indossato gli occhiali sfumati del fan nostalgico, lasciandomi trasportare dal ricordo di un’epoca ormai consegnata alla storia. Ma la penna, per essere veramente tale, deve anche graffiare. E allora mettiamo da parte la retorica da libro Cuore e affrontiamo la parte della storia drammatica degli Elektradrive con la lucidità che merita.
Perché il vero dramma degli Elektradrive (e di vero dramma si tratta) non è il tempo passato. È l’occasione colossale che non è mai stata colta. Negli anni Ottanta il Rock duro viveva una delle sue stagioni più floride. Le grandi etichette cercavano nuovi nomi, i videoclip spalancavano le porte della televisione musicale e le tournée potevano trasformare una band in un fenomeno internazionale. Formazioni provenienti da Paesi considerati fino a pochi anni prima periferici riuscivano a costruirsi una carriera globale grazie a strutture, manager, etichette e circuiti promozionali adeguati. Gli Elektradrive, invece, si muovevano all’interno di un sistema che sembrava quasi progettato per impedire a una band italiana di compiere quel salto. L’Italia del Rock è stata per molti dei suoi figli migliori una splendida tomba: culturalmente provinciale, spesso convinta che ciò che arrivava dall’estero fosse automaticamente superiore a ciò che nasceva in casa e dominata da logiche discografiche che privilegiavano la melodia sanremese, il pop da classifica e i prodotti facilmente assimilabili. Una musica come quella degli Elektradrive richiedeva invece competenza, investimento e soprattutto una precisa strategia internazionale. Ed è proprio questo che fa male. Gli Elektradrive non erano semplicemente “bravi per essere italiani”, anzi, questa definizione rischia di sminuirli. Senza alcun timore sul piano compositivo avrebbero potuto confrontarsi con una parte consistente della concorrenza internazionale. E invece arrivarono budget ridotti all’osso, distribuzioni artigianali, scarsa esposizione internazionale, una rete promozionale insufficiente e un mercato domestico che troppo spesso sembrava preferire la copia sbiadita dell’originale straniero al talento di casa. È qui che la nostalgia smette di essere nostalgia e diventa rabbia. Perché ascoltare oggi gli Elektradrive significa rendersi conto di quanto fosse enorme il potenziale rimasto inutilizzato. Questo live, però, non è soltanto l’atto d’accusa definitivo contro le vecchie amarezze giovanili, è anche la radiografia di una band che, nonostante tutto, è riuscita a sopravvivere alle proprie occasioni perdute senza smarrire dignità, identità e voglia di suonare.
Ed è questo, forse, il suo valore più grande.
Gli Elektradrive hanno continuato a fare una cosa semplice e difficilissima: suonare. Senza scorciatoie, senza adeguarsi alle richieste del mercato e senza trasformare la propria storia in una semplice celebrazione nostalgica. Il loro sound riassume perfettamente questa identità: Hard’n’Heavy melodico e di classe, AOR raffinato e grandi architetture dell’Arena Rock anni ’80. Tastiere avvolgenti, chitarre incisive, ritornelli tosti, melodie vocali monumentali e arrangiamenti capaci di dare profondità anche alle strutture apparentemente più semplici. Rainbow, Foreigner, Journey, Van Halen [periodo con Diamond Dave], Saxon, Scorpions e, in certi frangenti, persino i primi Bon Jovi possono essere evocati come riferimenti. Ma fermarsi ai paragoni sarebbe un errore. Gli Elektradrive non sono diventati headliner del Wacken, né hanno dominato le classifiche Billboard, ma ascoltando oggi la qualità degli arrangiamenti, la solidità delle composizioni e la convinzione con cui questi brani vengono riproposti, una cosa appare evidente: il valore artistico non sempre coincide con il successo commerciale. E certi vizi d’orgoglio non si comprano e non si vendono al miglior offerente. Restano l’unica vera aristocrazia rimasta in questo circo.
Ed eccoci finalmente al nuovo disco live…
Il live in questione cattura la quintessenza degli Elektradrive attraverso una serie di concerti tenuti tra il 2023 e il 2024 per celebrare quarant’anni di storia. Ma la cosa più convincente è che non sembra di assistere a una semplice operazione commemorativa, anzi, la prima cosa che salta all’orecchio — e che farà felici i puristi del vero Rock — è l’assenza di rifiniture chirurgiche, correzioni posticce o artifici destinati a rendere il prodotto più perfetto di quanto fosse realmente sul palco.
Quello che si sente è quello che ho visto con i miei occhi in una delle serate: sudore, amplificatori tirati al limite, energia e tanto savoir-faire. La scaletta è un vero bignami di quattro decenni di Hard Rock melodico, condensati in venti tracce che attraversano le diverse stagioni artistiche della band.
È come sfogliare un vecchio album fotografico, solo che qui le fotografie hanno ancora il volume al massimo, i riff sono incandescenti e le melodie continuano ad essere affascinanti.
Dietro il microfono, Elio Maugeri offre un’interpretazione calda, teatrale e vigorosa, dimostrando di non avere alcuna intenzione di vivere di rendita sul proprio passato. Il cantante non cerca di imitare il cantante che era quarant’anni fa e non rincorre nostalgicamente una versione giovanile di sé stesso: ma porta sul palco l’esperienza accumulata in decenni di attività e la mette al servizio dei brani. La sua è la voce di un musicista che ha attraversato il tempo, ne ha conosciuto difficoltà e trasformazioni e oggi può permettersi di interpretare ogni pezzo con una consapevolezza che va oltre la semplice tecnica. La chitarra e gli intrecci di tastiere guidati da Simone Falovo ed Eugenio Manassero ricreano quel muro di suono che ci stregava nei club dei nostri vent’anni, quando bastavano un riff, una melodia di tastiera e un ritornello da cantare a squarciagola per sentirsi parte di qualcosa. La differenza è che oggi quella stessa materia sonora viene affrontata con una maturità e una precisione esecutiva che la rendono, se possibile, ancora più efficace. I suoni in sala sono pieni, compatti e potenti, ma non perdono mai la componente melodica che rappresenta l’anima stessa della band. È il passato che torna a bussare alla porta, ma lo fa con un suono sorprendentemente presente. Basta riascoltare alcuni dei brani presenti in questo live per rendersi conto della sproporzione tra il loro potenziale e le opportunità che ebbero a disposizione. Si parte dagli inzi, con “Secret Of The Holy Grave” e ”Lord Of THe Rings” che danno il via allo show con quelle strutture ”tirate” che strizzano l’occhio sia ai Rainbow dell’epoca Dio che agli onnipresenti maestri Black Sabbath periodo ”Heaven & Hell/Mob Rules” ed è giusto che sia così, dato che quelle erano le influenze principali ai tempi dei ragazi torinesi. La full-immersion delle grandi composioni prende piede con la magnifica “The Riot Of The Young Guns” (sempre adorata), “Lucille” e la B-side del primo singolo, “Brainstorm”, mostrano una band che non si limitava a riprodurre un genere, ma cercava di interpretarlo con una propria identità. Otitma come sempre “Snake ’92”, la trascinante “Dirty War Of Bloody Angels” e la malinconica “Still Remember”. Tutti tasselli fondamentali della scaletta. “Fly High (Hero)” conserva intatta tutta la propria grinta, “Time Machine” porta con sé quella carica immediata che invita a muoversi e cantare, mentre “Evil Empire” aggiunge una dimensione più intensa e malinconica, dimostrando quanto la componente melodica possa diventare emotivamente potente quando è sostenuta da un’interpretazione autentica.
“Back on the Road” ed “Escape From the Rock” completano un excursus che non perde mai tensione, alternando momenti diretti ad altri più atmosferici. Le canzoni non vengono semplicemente ripescate dal repertorio: vengono restituite al pubblico con una forza che dimostra quanto certe melodie siano ancora capaci di resistere al tempo. Quando le ultime note si spengono, rimane la sensazione che quei quattro decenni non siano affatto un capitolo chiuso, ma una storia ancora in movimento. Una storia fatta di chitarre, tastiere, grandi ritornelli, sudore, passione e soprattutto di quella ostinata, bellissima convinzione che il Rock, quando è suonato con il cuore, non abbia davvero una data di scadenza. Ed è forse questo il merito principale degli Elektradrive di oggi.
Non suonano per dimostrare che erano bravi quarant’anni fa. Suonano per dimostrare che lo sono ancora. Questo live non è quindi soltanto un’operazione nostalgica destinata ai fedelissimi reduci di una subcultura musicale cittadina, ma è la testimonianza di una vitalità artistica che, nonostante tutto, ha rifiutato di spegnersi. Per chi c’era nei club sabaudi negli Eighties, ascoltare queste tracce equivale a ritrovare vecchi amici che non sono mai davvero cambiati. Per i neofiti, invece, può rappresentare una piccola lezione di storia: non quella raccontata dai grandi libri del Rock, che ricordano soprattutto chi è riuscito ad arrivare in cima, ma quella parallela, fatta di band che hanno avuto talento, coraggio e ostinazione senza ricevere in cambio la stessa attenzione.
Bentornati, ragazzi. La strada è ancora lunga e voi, fortunatamente, siete ancora saldamente in sella.
22 Agosto 2026 2 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR / Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: AOR Blvd Records
Nel redigere questa recensione potrei sembrare un po’ di parte, perché per me Tony Mitchell rimanda immediatamente ai Kiss Of The Gypsy, band meteora dei primi anni ’90 che ho collocato anche nelle nostre Gemme Sepolte, quindi inevitabilmente la mia mente associa quella voce a quel preciso sound, anche perché ammetto di aver trascurato in gran parte i suoi successivi lavori solisti. Ergo, sono andato a recuperare un po’ del vecchio materiale, e a ripescare sul sito le vecchie recensioni dei dischi precedenti, per farmi un quadro più attuale ed esaustivo della proposta musicale post-Kiss Of The Gypsy.
Finito il ripasso, quello che sinceramente mi sento di dire è che la matrice autobiografica di questo lavoro traspare fin dal primo ascolto: è come se Tony, arrivato a questo punto della sua carriera, si voltasse indietro e ci raccontasse la sua storia, e questo appare sia dalle differenti sonorità e stili che permeano le tracce, sia dai testi che narrano cose di vita vissuta, passando dalla normalità della vita quotidiana, non solo nei momenti nei quali tutti possiamo riconoscerci, ma anche da eventi più personali e forgianti che, da buon artista, è riuscito a mettere in musica. Certo, questa eterogeneità delle composizioni potrebbe spiazzare l’ascoltatore distratto, ma la si può affrontare in due modi, uno più filologico e uno più estetico. Il primo guarda alle numerose mutazioni e influenze sonore che attraversano il disco e che potrebbero far risultare *Immortalis* un po’ slegato come stile, ma che in realtà raccontano un percorso narrato in maniera temporale, quasi un attraversamento cronologico della carriera di Mitchell più che un semplice susseguirsi di canzoni. Il secondo è uno sguardo più propriamente estetico, che nota come questi continui cambi di registro tendano a spezzare il ritmo narrativo, rendendo il disco forse fin troppo vario per un’assimilazione immediata.
Il mio approccio però è rimasto legato essenzialmente alla qualità delle composizioni e, sinceramente, sono rimasto talmente rapito dall’immediatezza di alcuni ritornelli, dalla maestosità di certi passaggi e dalla varietà e dalla profondità dei testi da non far quasi caso all’altalena di generi ed atmosfere che si alternano nelle varie parti del disco. Anzi, vi dirò di più: tolte un paio di canzoni, a mio giudizio più debolucce, mi trovo davanti ad un probabile disco da podio nella mia top ten di fine anno, tant’è che dopo il secondo ascolto ho immediatamente ordinato la mia copia fisica.
Cominciamo col dire che Mitchell, in questo lavoro, si è circondato di professionisti di assoluta sostanza. George Williams, già tastierista dei Kiss Of The Gypsy e oggi nei The Alarm, cura tastiere e orchestrazioni. Paul Hume, che i frequentatori del melodic rock britannico riconosceranno da Demon, Dirty White Boyz e Lawless, firma la chitarra solista. Darrel Treece Birch dei Ten si aggiunge al piano, mentre il sax di Remi Jefferson completa un impianto sonoro più ricco rispetto ai lavori precedenti.
Adesso finalmente passiamo a dare uno sguardo alle canzoni a mio avviso più riuscite, ma cercando di evitare un asettico track by track, perché, se vi fidate di me, questo è un disco che merita di essere scoperto ed ascoltato da ognuno secondo la propria sensibilità. Comunque già l’opener *Living for the Weekend*, che racconta quello che tutti noi viviamo, ha tutti i crismi per colpirvi col suo hook micidiale. Segue la doppietta *Beautiful Mistake*, intrisa di sax suadente, e *Heart Made Me Do It*, più vicina all’hard dei Kiss Of The Gypsy, ma che canterete a squarciagola dopo due ascolti di numero. Ecco, a questo punto lo stupore, perché con la title track *Immortalis* il taglio cambia in maniera radicale: tutto si fa maestoso, quasi barocco, e la canzone appare in tutta la sua pomposità. Tratti queenesque appaiono qua e là, ma è una goduria per le orecchie. C’è un dettaglio che, da appassionato di lunga data dei Kiss Of The Gypsy, non posso fare a meno di notare in *When We Were Brothers*: quel calore corale che accompagna il brano, quella scelta di affidarsi a voci di ascendenza soul per dare profondità emotiva alla struttura, non è una novità nel percorso di Mitchell. Già nel 1992, in *No Prize For The Loser*, i Kiss Of The Gypsy si affidavano a coretti dallo stesso sapore per costruire quella che allora definii una vera chicca del disco. Ritrovare oggi, in forma più esplicitamente gospel grazie al contributo del Rouges Gallery Gospel Choir, lo stesso istinto che Mitchell aveva già trent’anni fa mi restituisce la sensazione di un cerchio che si chiude, quasi un filo mai davvero interrotto tra il ragazzo che incideva quel disco a Fleetwood e l’artista che oggi guarda alla propria storia con la consapevolezza di chi ha ancora qualcosa da raccontare. Scanzonata e con accenni beatlesiani, *Cellar 36* è probabilmente la canzone più profondamente autobiografica del disco e, pur con una decisa virata stilistica, si ascolta con piacere. Non stupitevi poi se *Funky Feelin’* vi parrà un’outtake del disco del ’92, perché a tutti gli effetti lo è: il brano è stato infatti scritto in quell’epoca e poi escluso dal disco, ma, come una time machine, vi riporta subito dentro a quelle magiche atmosfere, restituendole intatte. Il disco prosegue con altri ottimi episodi, ma mi pare il caso che li scopriate da soli: a questo punto dovrei avervi incuriosito abbastanza.
Concludo dunque consigliandovi senza riserve questo disco, che recupera in parte le sonorità dei Kiss Of The Gypsy, ma le arricchisce e le amplia con l’esperienza accumulata; in certi tratti non teme di osare e sperimentare, regalando momenti che, secondo me, sapranno stupirvi ed emozionarvi come raramente succede al giorno d’oggi. Bravo Tony, per me hai fatto centro.
22 Agosto 2026 2 Commenti Yuri Picasso
genere: Sleaze rock
anno: 2026
etichetta: Scarlet Records
Con Damage Control, quarto disco in studio, i romagnoli Speed Stroke confermano di possedere nelle vene quello sleaze rock che tanto si affermò in un arco temporale limitato, tra la fine degli 80’s e l’inizio dei 90’s negli USA e, oltre una decade dopo, fu resuscitato e modernizzato da act quali Crashdïet e Hardcore Superstar. L’obiettivo perseguito rimane risultare convincenti e credibili ricercando nella solidità della proposta la molecola cardine intorno alla quale creare.
L’album parte con “Glorious Breakdown”, un brano diretto e aggressivo, derivativo ma funzionale nell’aprire le porte al terreno che andremo a percorrere.
Quando la melodia si inserisce con gusto e personalità, come nel caso del singolo “Heart Of The City”, ci possiamo abbandonare a un sano headbanging e inesorabilmente alzare il volume dello stereo. Un mid tempo sensuale e ammiccante quanto basta per riascoltarlo con piacere.
La title track, “Damage Control”, risulta immediata e ben costruita, sostenuta da una produzione estremamente curata. Il lavoro di Erik Mårtensson dietro al banco contribuisce a dare al disco un suono potente e moderno.
Aggressività e melodia si alternano e si intersecano egregiamente lungo la scaletta: ad esempio “State Of Shock”, dove il ritornello e la prestazione vocale di Jack la fanno da padrona, mentre “In Flames”, l’highlight del lavoro, aperta da un arpeggio distorto, bilancia la pesantezza del riff a un ritornello efficace che strizza l’occhio all’oltreoceano.
“Italian Coglione” ha il potenziale per far parlare di sé non altro dal titolo (sono rimasto deluso dal testo dove mi aspettavo un assalto feroce e diretto a un qualche lato degli abitanti del bel paese). Il bluesy bar di “Blessed By Misery”, omaggiata dalla presenza della bravissima Giorgia Colleluori (IT’sALIE), amplia il sound della band verso territori a me cari e ne diversifica la proposta (il sax in outro ne alza il tiro).
“All For The Weak End” torna su territori più tradizionali, con melodie che ricordano la grande scuola hard rock americana (ci sento molto i primi Firehouse in alcuni passaggi). “Chain Reaction” chiude il disco riportandoci al DNA sleaze e spensierato del gruppo (con la sorpresa della bella chiusura al piano). Ed è da questo dettaglio che mi accingo alla conclusione finale:
Gli Speed Stroke quando rischiano ne escono vincitori. Trovo nei momenti meno convenzionali e prevedibili, più personali, quelli più riusciti. Il che rende Damage Control un buon disco, predisposto per funzionare dal vivo, ottimamente prodotto, ma non abbastanza vario per definirlo imprescindibile. Ad ogni modo un passo avanti nella loro discografia.
Coerente, energico e professionale. I ragazzi hanno le qualità per rischiare di più. Non sono proprie a chiunque.