LOGIN UTENTE

Ricordami

Registrati a MelodicRock.it

Registrati gratuitamente a Melodicrock.it! Potrai commentare le news e le recensioni, metterti in contatto con gli altri utenti del sito e sfruttare tutte le potenzialità della tua area personale.

effettua il Login con il tuo utente e password oppure registrati al sito di Melodic Rock Italia!

Ultime Recensioni

  • Home
  • /
  • Ultime Recensioni

Black Oak County – Misprint – Recensione

17 Aprile 2026 1 Commento Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Mighty Music

 

In arrivo il nuovo lavoro dei Black Oak County, band danese che si definisce hard rock, ma che coniuga perfettamente i molteplici elementi del panorama metal.

Partiamo con l’aggressiva “Kill The Pain”, dalla trama poderosa, canonica e trascinante, ottima nel breakdown e condita da una parte vocale “pettinante”. “Rock’n Roll” martella al punto giusto, con un ritornello che entra facilmente in testa, risultando gradevole nel complesso. Arriviamo a “Vertigo”, molto coinvolgente, dalla ritmica baritonale tipicamente metal e dalla tessitura strumentale ben congegnata. “Around The Sun” torna su atmosfere più hard rock, presentandosi come un discreto brano, non particolarmente originale, ma comunque ascoltabile. Arriva il momento della power ballad “Starlight”, intensa e passionale come giusto che sia, a mostrarci una nuova sfaccettatura dei Black Oak County. “Kiss & Tell” è un pezzo tradizionale, senza grandi acuti di innovazione, scritto in modo impeccabile e con tutte le accortezze del caso, al contrario della successiva “Fade”, dalla grandissima prestazione vocale e dalla struttura chitarristica interessante. Cadenzata, corale, granitica, arriva il turno di “Energy”, che si direbbe esserlo di nome e di fatto: buonissima prova della compagine danese. Con “Sick And Tired” ci orientiamo su un altro stile, più contemporaneo, che ci consegna una canzone molto ariosa, ruggente e frizzante, così come la potentissima “Before I Break”, cesellata sino al minimo dettaglio. “Landmine” non si scosta molto dalle sue “sorelle”, mantenendo questo orientamento a metà tra le sonorità contemporanee e il gusto compositivo di qualche anno fa. Con “The Shadow”, sigillo finale al disco, concludiamo l’ascolto: pezzi aggressivi, stile vario (anche se non sempre riconoscibile), esecuzione pregevole, per un lavoro globalmente buono.

Hardline – Shout – Recensione

16 Aprile 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Melodic Rock / Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Steamhammer

Forti del passaggio a una nuova casa discografica, la celebre Steamhammer, e dell’ingresso in pianta stabile di un nuovo chitarrista, Luca Princiotta (musicista con all’attivo ben 15 anni nei Doro), gli Hardline tornano sulla scena musicale dopo cinque anni di assenza con il loro nuovo, ottavo e super energico album Shout (nei negozi dal 17 aprile 2026).

Il disco, che è stato composto dal cantante americano Johnny Gioeli (Axel Rudi Pell, Crush 40) assieme al fedele tastierista e amico Alessandro Del Vecchio e al neo-ingresso Princiotta, presenta un sound hard rock melodico se possibile ancora più rafforzato e dinamico rispetto alle ultime produzioni, e che è contemporaneo nella produzione, ma dannatamente ottantiano nello stile. Ogni canzone ci viene letteralmente sparata nelle orecchie attraverso brani adrenalinici, ispirati, suonati a tutta potenza dai musicisti sopracitati, con il contributo essenziale della solita dinamitarda sezione ritmica firmata da Anna Portalupi al basso e Marco Di Salvia alla batteria.

Nasce così un prodotto che ha nella passione dei suoi interpreti, e nel loro personale e vero amore per la musica, la sua vera chiave di volta. Le energie sono vive, sono elettriche, e ce lo dimostra fin da subito l’opener, title-track e singolo Shout, una canzone esplosiva e immediata, cantata di petto e cuore da un Gioeli sempre in grande spolvero, e suonata a tutto volume dal team strumentale italiano, tra riff di chitarra incandescenti, tastiere in primo piano, e un ritmo incalzante, dritto al volto. Analogamente, Rise Up non cala di una virgola le emozioni sotto pelle, forte in particolare di un ritornello che sicuramente farà le fortune del prossimo tour del gruppo per come sa risultare immediatamente orecchiabile, e tutto da cantare sotto il palco.

Con una chitarra in primissimo piano, It Owns You strizza l’occhio, ancora più delle precedenti, agli esordi del gruppo, suonando quasi come una traccia B del magnifico disco d’esordio Double Eclipse. Si apprezzano qui, oltre agli ottimi arrangiamenti di tastiere, i ricchissimi cori, che sono fondamentali alla riuscita melodica di una canzone che, per chi scrive, vale da sola il prezzo d’acquisto di questo platter. Largo poi alla prima power ballad, nonché cover di una meno conosciuta canzone degli Scorpions, When You Came Into My Life, perfettamente riproposta dal gruppo nella loro toccante dedica al cane, il migliore amico dell’uomo, con Mother Love a suonare come un ricercato e ispiratissimo inno rock melodico che ha nel superbo drumming esplosivo di Di Salvia e negli assoli eccezionali di Princiotta la vera marcia in più, con i due liberi di muoversi e osare grazie al collante dato dal ricco tappeto di tastiere di Del Vecchio.

Di rilevo anche Rise Above No Fear, che accarezza alcune trovate vicine all’heavy metal e che permette a Gioeli di spingere forte con la sua ugola, e Candy Love che, dopo una intro tutta synth, tira fuori una grinta hard rock da manuale, figlia di quegli anni’80 che più ci piacciono e proprio di quel sound primitivo a marca Hardline che fece la loro fortuna nell’illustre debutto. Con il piede sempre pigiato sull’acceleratore, I’m Leaning On It ci spinge a tutta velocità sull’autostrada della musica, forte di una chitarra e di una batteria ancora in primissimo piano, che non calano di una virgola la loro potenza anche nella seguente ed esplosiva Welcome To The Thunder, tutta ritmo, forza, e sugli scudi dalla prima all’ultima sua nota.

A chiudere l’album, ecco la power ballad Glow, seconda canzone del disco ad essere dedicata ai nostri amici più sinceri e ai migliori compagni di vita: gli animali domestici. Qui la vena è più triste, visto che il testo si concentra sul tema dell’abbandono e del maltrattamento, oltre che a quello del finale addio, e ne nasce così una canzone intima, piano e voce, in duetto perfetto tra Gioeli e Del Vecchio. I due, stretti assieme nel sincero amore per questa tematica, sfoggiano forse la loro migliore intesa vocale di sempre, dando al finale di questo splendido album un ulteriore acuto, da brividi al cuore.

IN CONCLUSIONE

Forse ancor più che i precedenti, questo Shout è un disco da comprare a scatola chiusa. Ha al suo interno, ve lo garantisco, tutti gli ingredienti magici che sanno rendere poesia le sette note di un pentagramma, ovvero quelle palline tra righe orizzontali che, spostate un po’ qua o un po’ là, un po’ su e un po’ giù, sanno colorare i sogni e vibrare nelle emozioni di noi ascoltatori e appassionati. E’ questo il motivo principale per cui non vi deluderà.

E poi passano gli anni, quelli sì, e cambiano le etichette e talvolta anche parte degli interpreti, ma le produzioni a marchio Hardline restano una garanzia assoluta per gli ascoltatori di hard rock melodico. Perché il motore, quel cuore che sta sotto la carrozzeria e che spinge, e spinge, e spinge, per macinare chilometri, beh, quello loro non lo cambiano proprio mai: ed è l’amore vero per quel mestiere fantastico che è fare la musica. Bravi!

Fighter V – Deja Vu – Recensione

12 Aprile 2026 0 Commenti Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Firmano per la nostrana Frontiers gli svizzeri Fighter V, arrivati in questo 2026 al terzo full length. Carriera iniziata con un hard rock in perfetto equilibrio tra il melodico e il teutonico come tradizione elvetica richiede nel 2019, virata verso un AOR muscoloso ma raffinato col successivo ‘Heart of The Young’ del 2024. Una proposta melodica dai tratti riconoscibili e personali; anche freschi, per quanto nel nostro genere sia stato detto e scritto il possibile, grazie al timbro sporco e sleazy del singer Emmo Acar (entrato per il disco HOTY), coadiuvato da arrangiamenti che mischiano la scuola scandinava dei primi HEAT e Brother Firetribe a un’idea artistica più retrò ed americaneggiante.

L’opener “Raging Heartbeat” apre le danze mediante una sezione ritmica spumeggiante, mettendo subito in chiaro le intenzioni del gruppo.
“Victory” sposta il confine verso lidi superiori; lavorata su un riff di tastiere riuscito ed inebriante (sono sicuro di averlo sentito prima). I nostri costruiscono trame melodiche utilizzando ogni mezzo a disposizione, dall’uso di cori eleganti ad orchestrazioni complete ed estrose.
Molto belle in tal senso “Foolish Heart” e “All Your Love”; il contrasto tra le strofe drammatiche e ritornelli notturni, con aggiunte di sax che vanno a riempire l’ipotetico dipinto di ulteriori sfumature. La prima paga dazio a certi Journey, la seconda alla scuola melodica nordeuropea.
La title track è anni 80 al midollo; mid-tempo melodico, diretto, trascinante, curato al dettaglio in ogni sua componente.
“Stand By Your Side” apre al versante glam della band che bene si sposa con la voce di Acar. Col ritornello anthemico, “Hold The Time” rivisita i Survivor in chiave più heavy, così come la chiusura affidata alla ottantiana “Victim of Changes” che esalta il proprio dna col suo incidere avvincente da colonna sonora.

Melodie totali e avvolgenti, un collettivo che convince rendono l’ascolto di “Deja Vu” davvero piacevole e non fanno sentire la mancanza di una vera ballad all’interno del full length. La Band Svizzera si conferma su alti livelli, candidandosi come una delle sorprese più solide di questo inizio anno.

Michael Sweet – The Master Plan – Recensione

03 Aprile 2026 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

In uscita il nuovo album solista del fondatore e leader storico degli Stryper Michael Sweet, voce inconfondibile del panorama hard rock, che ci propone un album dalle tematiche consuete, condite da una struttura musicale canonica.

Archi e synth ci aprono le porte della title track “The Master Plan”, intensa e profonda, non particolarmente originale nei passaggi musicali, ma comunque piacevolissima all’ascolto. La successiva “Lord” presenta qualche sfumatura corale, soprattutto a livello vocale, ma tende a non sbalordire eccessivamente, nonostante il buonissimo solo di chitarra. “Stronger” si mantiene sulla sufficienza scarsa, risultando poco convincente, così come “Eternally”, sempre sulla stessa falsa riga dei brani precedenti, ovvero senza quel guizzo che gli avrebbe permesso di rimanere un po’ più impresso nella mente dell’ascoltatore. Continuiamo la carrellata con “You Lead I’ll Follow You”, per nulla convincente, musicalmente un po’ fuori luogo, che passa velocemente e ci apre le porte a “Desert Stream”, leggera e suadente, forse il pezzo più autentico del disco. “Believer” non ha grandi balzi di originalità e di “calore”, entrando nella schiera delle innumerevoli canzoni hard rock di discreta fattura. Apprezziamo la voce di Michael Sweet, forse unico dato accattivante in un lavoro sin qui un po’ banale, nel brano “Again”, ulteriore riprova del talento e del buon lavoro di registrazione. “Faith” ha un sentore da canzone da messa con la dinamica aggiustata, non lasciando grande emozione durante l’ascolto. La conclusiva “Worship You” si presenta un po’ più viva e movimentata delle altre tracce, mettendo la parola fine su un lavoro poco esaltante, ben registrato e prodotto, ma globalmente un po’ noioso, ripetitivo e “freddo”. Insomma, un disco che i fan sfegatati apprezzeranno, ma non molto di più…

Tyketto – Closer To The Sun – Recensione

29 Marzo 2026 7 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining

A volte noi appassionati di musica abbiamo degli atteggiamenti davvero curiosi che finiscono per condizionarci. Quando esce un disco di una band che amiamo, ad esempio, ci prende la fregola di ascoltarlo a tutti i costi e ci costruiamo una serie di aspettative su come suonerà, sperando che ci regali le stesse emozioni dei lavori migliori. Poi, al primo ascolto, se non troviamo quell’hit che ci fece sognare trent’anni fa, andiamo in depressione.

È per questo che i dischi andrebbero sempre ascoltati con attenzione e con la mente libera. Dopo un primo ascolto fugace e distratto di questo Closer To The Sun, non nego di aver storto un po’ il naso,  e perché, vi chiederete? Perché, in fondo, stavo cercando un’altra Forever Young. Sì, dai, non prendiamoci in giro: molti di noi si aspettavano esattamente quello, e forse gli stessi Tyketto sono rimasti in qualche modo prigionieri di un disco meraviglioso e probabilmente irripetibile come Don’t Come Easy. Vi è mai riuscito, una volta nella vita, di fare un gol in rovesciata e piazzare la palla nel sette? Ecco: bisogna mettere in testa che certe cose riescono una volta sola e non sono facilmente ripetibili, e insistere a provarci non renderà certo più probabile riuscirci di nuovo. Anzi, poiché l’arte è per sua natura estemporanea e vive di una serie di variabili imponderabili, il tentativo di ripetersi può diventare persino deleterio.

Ecco, dunque, cosa ho fatto: ho messo il CD sull’impianto hi-fi e mi sono seduto in poltrona ad ascoltare attentamente. E il mondo è cambiato: smettendo di cercare ciò che nel disco non c’era, sono riuscito a trovare quello che invece c’era davvero. E sinceramente è tanta roba.

Se proprio vogliamo cercare il paragone artistico, io trovo questa ultima fatica dei Tyketto più assimilabile a Strength in Numbers, album che quando uscì non riscosse molto successo, ma che artisticamente era e resta molto valido. Ed è proprio l’opener “Higher Than High” a darmi questa impressione: riff decisi, melodia diretta, un’armonica che profuma di libertà, sarà per il tipo di produzione meno patinata e più essenziale, ma a me l’assonanza è parsa evidente. È un brano che ti invita a lasciare fuori il mondo ed entrare dentro la musica, quasi una dichiarazione d’intenti. Funziona perfettamente come biglietto da visita, anche se è nel corso dell’album che la profondità vera si svela. “Starts with a Feeling” porta la chitarra acustica in primo piano, confermando che i Tyketto rimangono maestri assoluti della ballata rock, quella con la B maiuscola: costruzione lenta, impatto emotivo devastante. “Bad for Good” invece è l’inno da stadio, il pezzo che dal vivo farà cantare il pubblico a squarciagola, con un tappeto di tastiere che sorregge senza soffocare. Il cuore emotivo del disco però batte nella seconda metà. La title track “Closer to the Sun” è una di quelle canzoni che, se le ascolti attentamente, ti restano dentro, ed è qui che ci si lega alle atmosfere del debutto, non per imitazione nostalgica, ma per una sorta di parentela naturale, come se la band stesse finalmente chiudendo un cerchio. È il punto in cui l’album trova la sua identità definitiva, e da lì in avanti mantiene la rotta senza esitazioni. D’altra parte, la voce di Vaughn è per me una delle più iconiche del panorama hard rock a stelle e strisce, e probabilmente a me piacerebbe pure se leggesse l’elenco del telefono, ma a 65 anni suonati non avverto cedimenti di sorta e posso dire tranquillamente che riesce ancora a trasmettere emozioni e feeling in quantità industriale, e lo dimostra ampiamente anche in “Far and Away”, canzone che oltre a far da palcoscenico perfetto alle doti canore di Danny, porta una sfumatura folk inaspettata e commovente oltre ad incantare con un delizioso inserto di violino. “The Brave” chiude il tutto con energia e calore, lasciando una sensazione di completezza rara.

Questo, Closer to the Sun, al netto un paio di brani meno ispirati, è dunque un disco straordinario per ambizione, coerenza e risultato. Non è un album nostalgico: è un album maturo, scritto da chi sa esattamente cosa vuole dire e come dirlo. In un’epoca in cui il melodic rock rischia spesso di ridursi a simulacro di sé stesso, i Tyketto dimostrano che il genere ha ancora qualcosa di autentico da offrire, a patto di metterci dentro anima vera.
Trentacinque anni dopo Don’t Come Easy, finalmente possiamo fare davvero la pace con le nostre aspettative.

 

Firesky – Firesky – Recensione

29 Marzo 2026 1 Commento Denis Abello

genere: AOR / Melodic Rock
anno: 2026
etichetta: Art of Melody Music (Burning Minds Music Group)

Ci sono dischi che ti accompagnano in un viaggio senza scossoni che dura l’arco del loro ascolto e altri che invece sono in grado ti riportarti esattamente in luoghi precisi, fatti per lo più di sensazioni, ricordi e suoni che pensavi magari di aver perso. Firesky, debutto omonimo di questo progetto internazionale targato Burning Minds Music Group, appartiene decisamente alla seconda categoria. È uno di quegli album che, fin dal primo ascolto, ti fa capire che dietro non c’è solo passione per l’AOR ed il melodic rock, ma una visione chiara, lucida, quasi “nobile” per come l’AOR ed il Melodic Rock vengono qui trattati.

Il progetto nasce attorno a musicisti esperti della scena europea, con Mika Brushane a portare a terra l’idea e a guidare la sezione ritmica coadiuvato dall’ottimo Time Schleifer. La chitarra di Samuli Federley si fa notare in più di un passagio e per chi naviga su queste pagine non suonerà nuovo il nome dell’Italianissimo Saal Richmond (In-side) che qui si occupa delle tastiere ma soprattutto è forte il suo impatto a livello di arrangiamenti e produzione.  Troviamo infine un altro nome Italiano a prendere un posto importante sulla scacchiera dei Firesky.  Davide Merletto (Lace, ex-Planethard) infatti si prende sulle spalle il peso ed il privilegio di dare un’identità vocale forte e riconoscibile al tutto. La sua prova non sarà mai sopra le righe, mai troppo forzata e sempre ben incastonata dentro le canzoni. Primo punto a favore per questi Firesky!

Parlavamo prima di arrangiamenti, ed è impossibile non sottolineare quanto questo disco sia stato pensato, costruito e rifinito con una cura quasi maniacale. Non c’è nulla di lasciato al caso. Le tastiere non si limitano a riempire gli spazi, ma dialogano costantemente con le chitarre, creando trame sonore ricche e mai ridondanti. I cori sono stratificati con intelligenza, sempre funzionali al pezzo, mentre la sezione ritmica resta solida e precisa in ogni passaggio. La produzione di Saal Richmond è semplicemente uno dei veri valori aggiunti del lavoro: moderna, pulita, potente, ma con un forte rispetto per il suono classico dell’AOR.

L’apertura con l’intro Run Into The Storm mescola elementi alla Vangelis con il classico AOR e subito mette in chiaro il livello generale. Out Of Range alza ancora il tiro, con un approccio diretto e chitarre belle presenti. I’m Not Broken piazza un mid-tempo elegante ma potente, costruito su dinamiche sottili e su un’interpretazione vocale riuscita.Uno dei momenti centrali del disco è A Stone In Time, che riesce a essere allo stesso tempo evocativo e immediato. Qui emerge tutta la capacità del progetto di costruire brani che funzionano sia di pancia che di testa, grazie a un lavoro di arrangiamento davvero raffinato. Can You Feel Me? porta invece il disco su coordinate più radiofoniche, con un taglio quasi pop-AOR che però non scade mai nel banale, mentre Chasing The Dawn amplia ulteriormente il respiro del lavoro, con atmosfere più cinematografiche e un uso delle tastiere che crea profondità e suggestione. La parte centrale dell’album è probabilmente quella che più mette in evidenza la maturità del songwriting e che più ho apprezzato. One Last Time è una ballad costruita con grande sensibilità, senza eccessi, ma con una crescita emotiva costante e credibile. Di assoluto valore anche Like Brothers, coscritta con Pierpaolo “Zorro” Monti e Dave Zublena, gioca invece su una coralità molto forte e vince sul senso di coesione che traspare nella prova di tutta la band. Together è uno di quei pezzi che ascolti con un accenno di sorriso sul volto: positivo, diretto, con un ritornello che sembra fatto apposta per essere cantato a pieni polmoni. La chiusura con I Am Fire è  un crescendo che riassume perfettamente l’anima del disco, tra energia, melodia e un lavoro sui cori davvero notevole. È una chiusura che lascia quella sensazione rara di completezza, come se tutto fosse andato esattamente al posto giusto.

Quello che colpisce alla fine è che Firesky non prova mai a reinventare il genere. Non ne ha bisogno. La sua forza sta tutta nella capacità di prendere un linguaggio codificato come quello dell’AOR e renderlo attuale attraverso dettagli, sfumature, produzione e arrangiamenti. È un disco che suona “classico” nel senso più bello del termine, ma con una qualità sonora e una consapevolezza compositiva assolutamente contemporanee. Il suo pregio più grande può però essere visto come il suo unico tallone d’achille. Quest’album non vuole dimostrare nulla, se non il fatto che, quando le canzoni ci sono davvero e sono supportate da una professionalità a tutto tondo, il resto viene di conseguenza.

White Skies – Shouting At The Hurricane – Recensione

28 Marzo 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: AOR/Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Metalapolis Records

Seconda uscita discografica per i britannici White Skies capitanati da Mick White, storica voce dei primissimi Samson, che a cavallo tra il 1979 e il 1980 vide l’arrivo di un giovanissimo Bruce Dickinson.. Un dettaglio biografico che la dice lunga su una carriera vissuta nell’ombra di un gigante, ma portata avanti con dignitosa coerenza. La band si completa da esperti mestieranti della scena inglese come Ray Callcut alle chitarre, ex YA YA band, dal bassista Rob Naylor (Sam Thunder, Angels & Kings, Blood Red Saints), il batterista Daz Lamberton (Red White and Blues, Ten) e infine dal tastierista Pete Lakin (Dante Fox, Double Cross). Nomi magari non celeberrimi, ma ognuno con un curriculum solido alle spalle e una militanza nel rock britannico che trasuda da ogni nota.

Con tutto questo crogiuolo di curriculum, le influenze dei White Skies sono inevitabilmente diverse e con sfumature che vanno ad attingere da Deep Purple, Airrace, ai più recenti Blood Red Saints e Ray of Light, soprattutto nella timbrica vocale nelle canzoni più corpose. Un amalgama che funziona, senza risultare mai derivativo o stancante.

La prima traccia, nonché primo singolo, è solida e ha una spigliata vena rock come le successive due canzoni, dove spicca l’assolo di chitarra in “Money to Burn”. Bella e convincente la power ballad “Can’t Make This Alone”, impreziosita dai tocchi di pianoforte e dalle corde di chitarra che hanno influssi blues. La traccia che dà il titolo all’album, con l’inizio di effetti di pioggia e tuoni, è un bel brano melodico che cresce con gli ascolti. Note di nostalgia nel testo di “Those Days” e nella voce di Mick nell’esecuzione dell’acustica “One Life”, momenti in cui il cantante mostra tutta la propria maturità espressiva. Altro buon pezzo, uno dei preferiti di chi scrive, è “Control”, costruita su una base di pianoforte e una bella variazione all’uscita del primo ritornello. “I Kissed the Rain” chiude il cerchio con un’esecuzione ricca di strati e armonie atmosferiche, splendide tastiere e una sezione ritmica impeccabile.

Per gli amanti del buon rock di fine anni Settanta, questo album fa decisamente per voi.

Dan Lucas – Age Is Just A Number – Recensione

28 Marzo 2026 2 Commenti Yuri Picasso

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy

Il cantante e songwriter tedesco Dan Lucas, tornato alla ribalta nel 2019 con il programma televisivo “The Voice of Germany” conferma il sodalizio con l’attiva Pride & Joy Music pubblicando il proprio quinto disco solista dal titolo esplicativo ed ottimista “Age is Just a Number”. I fasti, le melodie celestiali del suo lavoro più rappresentativo “Canada” (1992) rimangono distanti nel concreto ma indelebili nell’immaginario del nostro collettivo.
Dopo un paio di ascolti, e riascoltandole mentre scrivo queste parole, non posso che esprimere pensieri positivi per l’autenticità con cui il cantante dei Karo (ve li ricordate vero?) scrive/coscrive ed interpreta queste 11 canzoni.
Sento un avvicinamento, almeno in un paio di pezzi, a certi Magnum, per l’esecuzione epica e la ricerca di una piacevole teatralità in un paio di passaggi; su tutte l’ottima title track e la seguente “Losing Myself” ornata da tastiere ottantiane in background.

“JP’s Bar”, perla del disco, lega armonie suggestive e testi evocativi di ricordi lontani con classe. Una di quelle canzoni uscite dal cuore dell’artista, semplice ed incisiva. Nei pezzi più ricchi in orchestrazione ritroviamo l’animo rock del singer, se vogliamo anche teutonico (“For A Smoke” / “Lost In The Shadows”), adornato da un interpretazione in perfetto bilico tra il rabbioso e il malinconico: ascoltare “I Never Wanna Say Goodbye” e “The World Is Broken”. Nella seconda parte del disco ritroviamo una certa ridondanza nello schema compositivo mantenendo una distanza di sicurezza minima, evitando di cadere nel calderone dei filler. Dan ha trovato la propria dimensione artistica riuscendo a trasmettere i propri intenti.
Cito “True Love”, acustica, autunnale, riflessiva e spoglia. Voce accompagnata da un arpeggio, sintetizzatori e una base ritmica in crescendo, mai esuberante.
Il paragone con “Canada” non può ne deve sussistere; “Age is Just A Number” va ascoltato ed apprezzato come un mosaico personale, coerente e stimolante per la sincerità artistica con cui il mai troppo elogiato Dan Lucas mostra se stesso come musicista Vero.

Lou Gramm – Released – Recensione

27 Marzo 2026 5 Commenti Yuri Picasso

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: HNE Recordings / Cherry Red Records

 

Piacevole ed insperata novità discografica da parte di uno dei migliori esponenti che hanno forgiato, plasmato e ispirato dagli anni 70 ad oggi i musicisti di ogni latitudine del globo in campo rock & melodic rock.
Louis Grammatico rimette mano a tutti quei brani rimasti inediti per i propri lavori solisti (e per i Shadow King) scritti a fine anni 80 con il partner-in-crime Bruce Turgon. Produce e chiama accanto a sé un paio di musicisti, tra cui il fratello Ben Gramm alla batteria per completare e fornire al mondo quello che potrebbe essere un suo ultimo lascito artistico in studio (mi auguro di sbagliarmi). Lo stesso Lou lo definisce un viaggio nella nostalgia e un dovuto tributo a tutti i suoi fans. Di solito da outakes mi aspetto canzoni di dubbia qualità, poco curate e/o ispirate. Bene, NON è questo il caso. Quando i fuoriclasse del genere scrivevano e registravano in quel lustro tra l’86 e il ’91, marchiavano indelebilmente un genere, modellando una scuola che oggi assiste alla nascita di progetti ed Acts e li vede cimentarsi in tentativi più o meno riusciti di rispolverarne le emozioni.
Andando oltre a quelle che possono essere legittime riflessioni positive o negative sulla musica odierna, non vi è un filler in questa scaletta.
Ascolti la doppietta iniziale “Young Love”/ “Lighting Strike” e ti ritrovi in una amorevole confort zone adornata da innumerevoli sfumature artistiche a base di melodie, create da talento ed ispirazione ad altissimi livelli.
Nella prima abbiamo un vero anthem guidato dalla chitarra di Vivian Campbell e dai tasti d’avorio di Bruce Turgon. Nella seconda i migliori Foreigner dal sound di ‘Agent Provocateur’.
Si procede con l’Electronic Synth Rock di “Walk The Walk”, esagerata. Il livello qualitativo persiste lungo l’intera scaletta e la notturna e decisa “Long Hard Look” estrapola il miglior lato Hard del carismatico singer.
La versione Piano e Voce di “True Blue Love” è da 11 su 10.
E’ sufficiente una 6 corde distorta, un sintetizzatore e la voce di Gramm per rendere un brano semplice come “Deeper Side Of Love” riuscito.
“Time Heals The Pain” rappresenta il seme mid-tempo da cui nacque poco tempo dopo “Until The End of Time” (La più bella ballad di sempre dei Foreigner e nella top 5 della storia dell’AOR).
Mi piace pensare a ‘Released’ come a quella persona che è stata per un periodo + o – lungo parte concreta ed intensa della nostra vita, che è stata in grado di toccare le nostre emozioni, e di cui vogliamo congelarne il ricordo e perdonarne le eventuali contradizioni. Un personale tesoro da difendere e custodire.
Questo disco è un Must Have; godiamo del sincero ed onesto sapore della Nostalgia, quella nobile, quella di cui ognuno di noi negli anni si è infatuato.

Dark Heart – Evolution – Recensione

27 Marzo 2026 0 Commenti Luca Gatti

genere: Heavy Metal – Melodic Metal
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy

Amici di MelodicRock.it, mettetevi comodi: oggi infiliamo sotto i raggi X l’ultimissimo lavoro dei Dark Heart, conoscenza già notissima a cui, per completezza, vi rimando al nostro articolo 2024 del buon Massimiliano MaxAor Carli per cronologia e genealogia.

Primo brano “Light The Flame”, a biglietto da visita del terzo studio album “Evolution”, è la redine ben stretta di quanto già sfoggiato nel 2024 con il precedente EP di ritorno “Out of Shadows”. L’ossatura è fortemente un Hard Rock di stampo R.J. Dio – n.d.r. divino – ma forse la vera novità (Evolution?) che cattura di primo acchito l’ascoltatore rispetto ai precedenti lavori è il massiccio uso di synt, che conferisce una piacevole deriva 80/videogame 2D in stile Dance With Dead che stuzzica: Cyber Metal? Cyber Epic? Capitato mai di ascoltare gli Old Gods of Asgard per la soundtrack Alan Wake II?
È piacevole immaginarsi su un’auto stile Blade Runner con chiodo di pelle ed occhiali da sole improbabili, lo so ho i miei problemi.

Seconda traccia “Cold Winter”, la band ritorna in un solco più classic e meno artefatto: un inizio blusy un po’ Cindarella ed uno strutturarsi in crescendo molto Tesla. Piacevole, ma l’impressione è che quella magic box di strani tubi e laser verdi sia stata volutamente spenta.

Si prosegue in “End of Tomorrow” e la band si mette alla prova in una ballata dalle sonorità piuttosto storte e cupe: riff ala “Diary of a Madman” ed evolversi ritmico sempre con un retrogusto Black Sabbath, per restare tra parenti serpenti. Nulla di estremamente lirico ed onirico per ciò che riguarda la prima cit e nulla di così granitico per ciò che riguarda i secondi: quadrata come un onesto pezzo di Tony Martin, alla voce di cui peraltro simile è lo stile. Sperimentale per i più curiosi, ma decontestualizzata per chi cerca un filo logico nell’insieme.

“Hands of Fate” è sicuramente più trascinante: si riaccende a singhiozzi la magic box, un po’ meno heavy ma comunque Eighties, riff alla Campell ma ritornelli che strizzano l’occhio ad un rock per tutti i palati a modi Yes, decisamente piacevole.

“Spread Your Wings”, pezzo soft touch avvolgente: arpeggi sognanti pieni di chorus che riportano, volente o dolente, a quegli anni lì. La chitarra piace nella sua chiara intenzione John Sykes, efficace e bonjoviano nel senso non dispregiativo; ritornello con tanto colore, così come ottimo special degno di ogni ballad che si rispetti.

Traccia 6, “Ride the Highway”: testa bassa e geometrie di power chords più che note, si riposiziona tiro e focus nell’hard rock, incalzante e decisa con i giusti spigoli, come Whitesnake mai ha smesso di insegnare. È tutto al posto giusto, come quelle subrette messicane che danno le previsioni meteo: cielo sereno.

Successiva 07, “You and I”, affronta ed esplora volontà e sonorità più complesse: è la presa di coscienza dei propri fondamentali di stile per invadere con curiosità territori più alternative. Insieme alla traccia 10, “Mortality”, sono forse i pezzi che segnano la vera Evolution del progetto; specie quest’ultima risalta per intro strumentale che si atteggia maestoso. È la maturità musicale che alza la testa verso generi più complessi: l’intenzione e la presunzione sono tutte verso Dream Theater. Plauso al cantante Alan Clark, che mette alla prova ego e talento: intenso, tecnico così come poliedrico, si adatta lungo l’album alle asperità del tracciato modellando voicing ed interpretazione alle necessità di composizione.

“Life To Crucify”: ritorna quella vibe-videogame ala Dance With Dead, con riff di synt su cui si avvita l’intero set di strumenti; accordi croccanti e drums sugli alti. È un pezzo non travolgente ma sicuramente trasportante, così come il successivo 9 “Eyes of light” ed il finale di album “Burned”, che appaga e chiude l’ascolto come lo scontro con il boss finale. Questa sorta di Epic trasportata in un contesto ‘80 Cyberpunk – come del resto in voga da tanti colleghi del panorama Heavy – trovo sia una tra le ultime non novità più appaganti del settore.

La band ha diverse frecce al suo arco e non teme di scagliarle dentro queste 11 tracce dai giusti sfoghi compositivi: si carrella dall’hard all’epic fino a punte di alt che confondono l’idea di un unico concept, ma gettano invece le basi per un buonissimo album, la prova di meritarsi una seggiolina nel salone degli eroi ed una gemma sul grande albero del rock.

Che dire di buono dello stesso superstite Clark, ultimo alfiere originale dei Dark Heart, non proprio di primo pelo (è calvo…): freschezza ed entusiasmo creativo che, dal Commodore ’84 a questo sequel HD, regala a questa band una nuova inaspettata primavera.