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Time Tripper – Time Tripper – Recensione

07 Dicembre 2025 0 Commenti Paolo Paganini

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Lions Pride Music

Dietro al moniker Time Tripper si nasconde il talentuoso cantante e compositore franco-svedese Erik S. Björngard vincitore di alcuni premi CMA nel 2024.

Nel corso di quest’anno, assoldati un manipolo di amici nonché ottimi musicisti, Erik ha finalmente dato alla luce il primo disco del progetto TT improntato ad un nostalgico AOR ottantiano e ispirato a band quali Europe, Honeymoon Suite e Bon Jovi. Anticipato del singolo Ride The Storm l’album si muove con una certa disinvoltura attraverso dodici tracce di semplice ma efficacissimo rock melodico infarcito di riffoni bonjoviani e ritornelli tutto cori da cantare a squarciagola in sede live. Le note positive non si fermano qui in quanto i ragazzi sfoderano una preparazione tecnica da far invidia a tante altre band. Prova ne sono brani quali le trascinanti On Stage e Get Ready che nelle chitarre ritmiche ci riportano al capolavoro Slippery Wen Wet. Il mid tempo di Love In Chains nella parte introduttiva rispolvera Sign Of The Times degli Europe, dimostrando come il combo scandinavo si perfettamente a proprio agio anche sulle sonorità più pacate. A riprova di ciò la ballata Should I Go ci restituisce un pathos vicino agli Alias del debutto. Heat On Fire vede la partecipazione dietro al microfono di Goran Edman (Malmsteen, Brazen Abbot, Street Talk) mentre Cruel But Fire strizza l’occhio al pop rock da classifica degli anni 80. La parte finale del cd risente purtroppo di un netto calo e così Play It No More, Rebel Heart risultano troppo anonime e scontate. Le conclusive Fighting For Control e Cat 5 Hurricane risollevano le sorti dell’album grazie a sonorità di facile presa. Un lavoro decisamente sopra la media delle uscite del 2025 a cui manca però la traccia memorabile che permetta al disco di prendere veramente il volo.

Siamo sicuri che Erik & Co. siano solo all’inizio di un progetto che potrebbe regalarci piacevolissime sorprese.

Mean Street – Never Too Late – Recensione

04 Dicembre 2025 2 Commenti Giulio Burato

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Good Time Music

 

In questa prima recensione di dicembre 2025, il nostro radar sonoro sconfina in sud America, in un paese musicalmente nuovo alla nostra redazione. Con i Mean Street approdiamo, come in una giocata di Risiko, in Perù.
I Mean Street nascono nell’aprile 2016, cambiando in parte la line-up nel febbraio del 2023; oggi, si compongono di Dario Raviq alla voce, Bruno Barboza alle chitarre, Charly Giraldo al basso e Mauricio Xnake alle pelli.
Molto famosi in patria, in un recente passato hanno aperto alcuni concerti degli FM in terra sudamericana.
La tracklist si apre con” Love Will Bring You Down” con delle fantastiche tastiere atmosferiche iniziali, strofe ben costruite, non allineate però con il coro che tende ad essere forzato; buono il lavoro di Barboza agli assoli.
Basso pulsante iniziale per “Strange Kind Of Love” che segue la scia lasciata dalla precedente canzone ma con un refrain maggiormente centrato.
Cenni dei recenti Nitrate per “I’ll Take The Blame” con quel flavour sonoro tranquillo e piacevolmente melodico.
Si spazia poi verso ad un hair metal di ottantiana memoria con “Lookin’ For Somethin”, un mix tra Motley Crue e Tigertailz.
Heavy riffs introducono “Set me free” dove a farla da padrona è la sezione ritmica; buono anche il ritornello condito da tastiere e dai contro cori.
“For So Long” è un altro brano melodico di chiara matrice scandinava dove va rimarcato il bell’assolo; a seguire “Risky Game” laddove il gioco porta a pensare a ‘leppardiane’ strategie; la struttura della canzone attinge da Joe Elliott e soci non arrivando però a scalfire la sapienza melodica della band britannica. Scaletta che si chiude con l’ottava traccia “Burning” dal ritmo incalzante e da una vocalità da rimodulare.
Nel complesso “Never too late”, seppur mancante di un paio di canzoni per completare la tracklist, si fa notare per apprezzabili idee in fase di arrangiamento; personalmente la voce di Dario Raviq, in alcuni tratti, non mi ha entusiasmato, ma la band peruviana merita sicuramente un plauso (di incoraggiamento) per questo album uscito il 31 ottobre tramite Good Time Music.

Fireheart – Rise – Recensione

03 Dicembre 2025 0 Commenti Luca Gatti

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Earache Digital Distribution

Ciao amici di MelodicRock, seppur non siamo soliti trattare gli EP, facciamo volentieri una eccezione per questa band che ci ha chiesto di ascoltare la loro ultima fatica e ce lo ha presentato in maniera molto professionale. Buttiamo quindi l’orecchio ai Fireheart con il loro EP di esordio ‘Rise’, orgoglioso punto di ripartenza di musicisti risorti da precedenti band e problemi personali che certo non temono di nascondere così come fieramente affermato nelle varie news reperibili sull’etere; beghe e demoni a parte la band capitanata dal chitarrista Kev Baker (ex former dei validissimi The Hot One Two) propone a menù 5 tracce in pieno perimetro melodic Hard Rock, melodie ed aggressività corroborate da un ottima produzione e da master wav belli croccanti che non sono ancora passati per la compressione delle varie piattaforme streaming (peggio per voi!) ma con ispirazioni che non mancano di strizzare l’occhio a generi più moderni come l’alternative degli Shinedown e Falling in Reverse (grazie Tia della dritta) e generi più tradizionali quali il Glam con un nonsoché di CrushDiet ed Hardcore Punk specialmente nei dintorni più incazzati dei Sum41.
Una band quella dei Fireheart che convince al primo approccio per la ritmica spina dorsale del batterista Chris Hopton (ex Gypsy Pistoleros), è quella c.d. batteria ‘scorreggiona’ come piace definirla al collega Alberto Rozza, bit spaccati a metà come torsi di mela e kg di inchiostro sulle braccia a la Tommy Lee, non il superfluo ma l’imprescindibile per questo modern hard rock oserei ‘contemporaneo’ dalle molteplici sfaccettature.
Band solida ed affiatata come pare percepire dai sorrisoni nei promo e da come è lecito apprezzare nell’amalgama delle composizioni, i ritornelli sono ampie cavalcate pop punk che si fanno apprezzare ma ogni influenza è ben edulcorata da uno stile complessivo non certo rivoluzionario ma comunque abbastanza identitario, devo ammetterlo questi ragazzini sotto i 60 mi hanno obbligato a mettermi a studiare per poter garantirgli una doverosa quanto decorosa recensione vista la mia scarsa affinità con tutto ciò che non sia cotonato e preistorico; le atmosfere sono decisamente highgain, i cari e vecchi Marshall vintage style sono ormai in soffitta, il solista Neil Hackett (ex Iconic Eye – the Whiskey Syndacate) confeziona virtuosismi e soli che vagano in pieno territorio Nu Metal che alzano sicuramente il livello di varietà complessivo della band senza però andare ad insidiare riff e strutture di mostri sacri dell’alt metal che non vale la pena citare.
1- ‘Wild Hearts; Wild Nights’ mi stuzzica la favola con quella chitarra in drop nella strofa che fa tanto Velvet Revolver e mi fa scappare una lacrima, sicuramente la composizione hard più sul classic ma come sempre nella somma degli addendi spuntano influenze da piacevoli altrove come quel taglio alternative che fa tanto Tessilgar;
2- ‘I don’t Need a Best Friends’ risalta con arroganza le sue influenze punk (Massive Wagons) che come detto accompagnano l’ascoltatore per i chorus dell’album, canzone bella quadrata con quel tiro ala Motorhead che ben collaudato fa il suo lavoro;
3- ‘Good is Good Enough’ è una bella e commovente ballata che impegna il lato emotivo della band, qui il bravo Russ Grimmet alla voce (ex Sons of Liberty) mi ricorda tanto il memorabile mid range di Miles Kennedy (Alter Bridge? Nessuno ha parlato di Alter Bridge giuro);
4- ‘An Hour To Forget’ è forse il giusto connubio tra le varie attitudini dei Fireheart, un moderno Punk Rock che non dice di no ad apprezzabili cambi di dinamica ed a chitarre high gain per confezionare un prodotto che non suoni dannatamente già sentito;
5- ‘I’m Not Dreaming’ in chiusura di questo solido EP dove è percepibile l’impegno di chi ci ha messo il tanto d’arte e di professione che poteva dare, non è solo una bella canzone che vi invito ad ascoltare senza dover sprecare i soliti scontati aggettivi ma è anche un augurio che faccio a questi ragazzi di continuare il loro percorso musicale con questo entusiasmo e questa fiducia per il loro futuro.

Cÿanide – 21 Gun Salute – Recensione

02 Dicembre 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Kivel Records - Eonian Records

Seppur con qualche giorno di ritardo recensiamo l’ultimo album dei focosissimi Cÿanide, band statunitense assai carica e dall’orientamento hard rock anni ‘80.

Dopo la breve intro “Is Everybody High?”, entriamo nel mondo Cÿanide con “Fireball”, potente, acuta e spietata, che scatena e coinvolge immediatamente l’ascoltatore. “Back The Fuck Off” è un buonissimo pezzo, canonico e dal ritornello orecchiabile. Arriviamo alla title track “21 Gun Salute”, vecchio stampo, orgogliosamente scanzonata, che ci riporta sulla Strip in un secondo, in quegli anni d’oro del glam/hard rock che a tanti di noi mancano tantissimo. Con “Never Let Me Go” giunge il momento della ballatona immancabile: soave, dolce, piacevole… nulla da aggiungere. Cambiamo registro e affrontiamo “Sweet Little Trash”, dagli spunti chitarristici interessanti e dalla trama ben strutturata, dove ogni strumento si inserisce al punto giusto. L’ambientazione Mötley Crüe si sente in modo vivido nell’accoppiata “Slip N Slide” e “Get Up And Dance”, festaiola, dalla dinamica e dai cambi ben noti e dalla globale atmosfera anni ‘80: divertimento assicurato. “We Want You” apre “Rock And Roll Army”, pezzone ancorato a quella tradizione hard rock che tanto si sente e si risente in questo album, che, di fatto, rappresenta il genere e l’attitudine dei Cÿanide. Arriviamo a “As The World Burns”, brano molto oscuro e dal riff crudele e spietato, dalla dinamica preziosa e dalla linea vocale più cupa. “Social Media Disease” porta alla luce una tematica molto attuale, condita da una prestazione musicale interessante e da apprezzare, soprattutto nelle ritmiche ‘thrashose’. Un intro di sitar ci apre le porte di “Take What You Want”, che ci porta nuovamente su orizzonti pestati e tonanti, ottimo nella composizione e nella coralità. “I Love You” è la traccia conclusiva di questo disco, che con note dolci e accomodanti, ci accompagna alle riflessioni finali: ottima ispirazione, nostalgica ma ben eseguita, complessivamente godibile e dal sapore autentico.

Alpha Destroyer – Fast Lane – Recensione

30 Novembre 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Necromantic Press Records

Esordio discografico per gli Alpha Destroyer, band che possiamo considerare una sorta di supergruppo della scena sleaze moderna, comprendente tra i suoi militanti gente rodata come Martin Sweet dei Crashdiet, Kelly Lemieux dei Buckcherry ed Eric Sexton Dorsett degli Sleepless.
Questo “Fast Lane” si manifesta in un esercizio di stile che insiste su un’estetica “veloce e aggressiva” forgiata da riff potenti, continui cambi di tempo e una ricerca melodica non sempre convincente.

Parliamoci chiaro, il risultato è certamente un lavoro tecnicamente curato ma dal mio punto di vista poco coraggioso, soprattutto considerate le ottime carte del mazzo.
Dal punto di vista compositivo, la band si affida ad una formula collaudata per lo stile, che non guasterebbe se i pezzi camminassero con le proprie gambe dal punto di vista dell’appeal.
Ma la ripetizione degli stessi modelli strutturali, cuciti anche su una base vocale melodica poco incisiva dal punto di vista emotivo e di aggancio, rende il lavoro frastagliato e scivoloso.

Partenza affidata al punk mood di “Straight Into The Grind”, pezzo veloce con rallentamenti continui, in pieno terreno Crashdiet.
La successiva “Masterplan” resta allacciata al filone della band svedese di Martin Sweet, ma anche in questo caso si ha come l’impressione che manchi quel richiamo all’ascolto che di norma caratterizza i lavori targati Crashdiet.
“Dirt In The Ground” dimezza il tempo, muovendosi su un riff ossessivo quasi doom e su un’evoluzione che però non fa decollare la situazione.
Stessa impostazione segue “Transmission”, pezzo che sulle parti vocali mette le dita dentro il barattolo del grunge.
Si torna a spingere con “Lobotomized”, che parte come il pezzo più sleaze di questo lavoro, probabilmente per le reminiscenze Crashdiet, ma che cade nel ritornello. Il mio pezzo preferito è sicuramente “Manic Messiah”, brano che probabilmente avrei consigliato agli Alpha Destroyer di usare come primo singolo. La produzione è pulita pur conservando un minimo di ruvidità.

In chiusura possiamo ribadire che “Fast Lane” è un album ben suonato e che ha richiesto sicuramente un gran lavoro in fase di songwriting.
Alcuni pezzi potrebbero andare bene come b-sides dei già citati Crashdiet, ma certamente non sono tarati per ambizione e aspettative.
Il consiglio che mi sentirei di dare agli Alpha Destroyer è che alla prossima occasione sappiano essere cinici, lisergici, duri e melodici come si ci aspetterebbe da interpreti del genere.

 

 

Lynch Mob – Dancing With The Devil – Recensione

28 Novembre 2025 4 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Rat Pack/Frontiers

Si preannuncia la fine di un’era: in uscita, per la fine di novembre, il nono e ultimo album dei Lynch Mob del guitar hero George Lynch, capitolo conclusivo di un’epopea lunga decenni e sempre ricca di spunti.

Partiamo direttamente dalla title track, ovvero “Dancing With The Devil”, un pezzone puramente hard rock, trascinato e caldo, tipico del genere e della band, che subito mette le cose in chiaro con gli ascoltatori. Proseguiamo con la cruenta “Pictures Of The Dead”, ritmicamente tagliente e azzeccata, dove la band dà una buonissima prova di ‘lavoro di gruppo’, cesellando le parti strumentali in modo magistrale con una voce sempre sul pezzo. “Saints And Sinners” resta sulla stessa lunghezza d’onda, molto piacevole, dai fraseggi chitarristici sempre intriganti: ottima prova. Passiamo alla quarta traccia: “Lift Me Up” rallenta i giri, mantenendo comunque una pregevolissima struttura e una intensità gradevole, risultando complessivamente un buonissimo brano. Un po’ funkeggiante, arriva il momento di “Love In Denial”, piacevole, scanzonata, genuina, che in fretta si riversa nella successiva “Machine Bone”, ben più poderosa e martellante, a testimoniare la duttilità della band. “Follow Me Down” prosegue sulla falsa riga delle altre tracce del disco, non aggiungendo molto in termini di originalità e guizzi strumentali. Ci spostiamo su orizzonti ariosi e tribali con il lento strumentale “Golden Mirror”, ottimo nella sua dolcezza e nelle trame acustiche orientaleggianti. Oscura e misteriosa, “Sea Of Stones” è un pezzo disorientante, particolare, inconsueto per molti versi, che crea atmosfere nuove e godibilissime, così come la successiva “The Stranger”, dalla dinamica vocale crudelissima, sempre all’interno di una trama musicale feroce e malinconica. Concludiamo l’ascolto con la bonus track “Somewhere”, ‘hardorckeggiante’ e pura, che mette la parola fine alla produzione dei Lynch Mob: una carriera invidiabile che porterà i componenti della band verso chissà quali progetti e palchi, ma che per ora ci lascia un lavoro godibilissimo, magari senza troppi slanci di originalità, ma pur sempre di buonissima fattura.

Jelusick – Apolitical Ecstasy – Recensione

27 Novembre 2025 1 Commento Yuri Picasso

genere: Hard & Heavy
anno: 2025
etichetta: Escape

Arriviamo a questa recensione con un certo ritardo: non tutte le etichette ci inviano i promo delle nuove uscite e l’anno, oltre a essere ricchissimo di pubblicazioni, è stato segnato anche da qualche intoppo di redazione. Probabilmente lo avrete già ascoltato e assimilato a dovere, ma vogliamo comunque dire la nostra sul secondo lavoro solista di Dino Jelusick, talentuoso cantante croato già attivo con Animal Drive e con i Whitesnake (dal vivo dal 2021).

Edito da Escape il 19 Settembre, Le coordinate artistiche di ‘Apolitical Ecstasy’ amplificano le volontà espresse col precedente ‘Follow The Blind Mand’ attraversando il metal con sonorità moderne, melodiche e aggressive, dando in pasto agli ascoltatori un lavoro imprevedibile ma di qualità. Il sound forgiato negli anni da acts quali Five Finger Death Punch e Avenged Sevenfold viene cavalcato nei pezzi più diretti (“Hangman”); a volte intriso di semplice rock (What The Hell Is Going On) oppure convertito in bordate heavy quali “Power To The People”. Dalle prime battute dell’opener “Jaws of Life” non mancherà all’ascoltatore l’effetto sorpresa e se l’attenzione rimarrà solida potrebbe ritrovarsi tra le mani un lavoro diverso dalle prevedibili uscite di questi ultimi tempi, personale e piacevole.
“Seasons” è autobiografica e introspettiva, una rilettura moderna di come suonavano le glam metal band nei primi anni 90 (consiglio, recuperate il video).
Le aperture più convenzionali e tradizionalmente rock di “Fool in Rain” anticipano “How Many Times”, mirata tra l’Industrial e lo Shock Rock, sorprendentemente rimembrante il miglior Marilyn Manson.
La poliedricità sonora viene confermata da un mid tempo che strizza l’occhio al gothic in “Torn”. La nervosa e conclusiva title track è figlia indiretta del sound più aggressivo degli Alter Bridge colorita da un bel taglio melodico alla chitarra. La voce di Dino rimane l’elemento catalizzatore, un timbro fuori dal comune unito a strumentisti di assoluto valore.
Per apprezzare un lavoro eccezionalmente policromatico serve essere di orecchie tolleranti ed aperte ai fini di concedere ad ‘Apolitical Ecstasy’ di suonare la propria natura più volte dalle Cuffie/Stereo. Di fatto un mix di sorprese e talento.

Peterified – Trial By Fire – Recensione

23 Novembre 2025 0 Commenti Luca Gatti

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Peterified Music

Ciao amici di MelodicRock oggi diamo un ascolto agli eclettici Peterified che fatico ancora a pronunciare (Pietroficato? Della serie Pietro e su questa pietra edificherò la mia rock band…) con il loro album ‘Trial by Fire’ fresco fresco di uscita; perché eclettici? Perché mi serviva un buon aggettivo con cui esordire l’articolo.

Ad aprire l’album é ‘The calm before the storm’, uno strumentale vanesio che evoca l’inizio di un dj set dove l’ambiente non decolla: si beve male e le occasioni di approccio sono pari allo zero. Dopo il minuto ed undici di preludio si scopre sfortunatamente che di tempesta ce ne poca, nessun vichingo incazzato, ‘Dagerous curves’ ma la velocità è da codice stradale, Il secondo pezzo è invece una pioggerella che mi convince poco.
Traccia 3 ‘Stole my heart away’ Peter e company si danno una sistemata allo specchio ed aggiungono un po’ di frizzantezza alla Bryan Adams, non è l’estate del 69, ma magari un più modesto autunno ‘25 con un filo di sole. Idem traccia successiva, il costume da bagno é ormai nell’armadio da mesi, un ‘romantic’ rock come osano definirsi bilanciato ma senza particolari acuti, vogliono essere un po’ Toto ma lo sono un po’ troppo poco.
É con la traccia numero 5 ‘Weekend Lover’ che finalmente Peter accende la luce, una soft ballad piena di introspettiva e frustrazione (nessuno -o quasi- vuole essere un weekend lover!), é la classica ballata che parte piano (con il piano…) e dal forno esce tutto Meatloaf (in senso culinario); c’è quel sentimento che cuce la bocca ed apre le orecchie, il pezzo lievita con il giusto crescendo e nei chorus arriva un po’ di graffio alla Scorpions, Peter qui ci fa sognare, il retrogusto è di hit (non il clown), la voce fa un egregio lavoro, modula le strofe dove c’è poca ciccia strumentale come il miglior Ozzy sapeva fare, ritornelli che finalmente illuminano l’applausometro e cambio di tonalità finale dove tutti in studio si abbracciano come il gol al novantesimo, vigliacca pentatonica ed anche la chitarra si atteggia un filo più sicura.
È la ballata cotta al punto giusto quando fa la crosticina dorata e salva il culo all’album, tanto bella da non sembrare loro, quasi fosse una cover! (Ho controllato).

L’album in definitiva prosegue con una ritrovata consapevolezza e maturità compositiva che sembra quasi rispecchiare l’ordine cronologico delle tracce, lo spettro -ingombrante- di Meatloaf aleggia sull’ascoltatore in maniera benevola conferendo un po’ di personalità alla maggior parte delle composizioni, vedi ‘In god we trust’; Helpless un po’ alla Genesis che si impegna per farsi ricordare, bella ed introversa ‘Togheter Tomorrow come pure ‘Coming Home’ in chiusura dell’album dove esce anche un piccolo Springsteen (molto piccolo) che pure in versione mignon fa la sua porca figura.

Ciò detto escluderei un altro passo falso con Traccia 7 ‘Capital City Girl’, 50 secondi di chitarra acustica ‘strummata’ davanti ad un microfono con il rec lasciato acceso mentre forse il chitarrista si stava scaldando, non è propriamente la Spanish Fly di EVH di cui si sentiva l’esigenza, un no sense, ma sicuramente avrei preferito questa come intro, Peter è proprio un burlone.

In definitiva mi sento di fare agguantare a Peter una rotonda sufficienza, grazie ad un paio di brani azzeccati, ma soprattutto per la bella ‘Weekend Lover’ che mi ha fatto emozionare, la reputo una di quelle tracce che conquista ‘al primo ascolto’, è la palla dentro il canestro, la ciambella con il buco e l’unicorno in culo alla balena, la riascolterei senza scherzarci troppo sopra perché è proprio per tracce così che sono finito per innamorarmi della musica, spero anche voi.

Midnite City – Bite The Bullet – Recensione

21 Novembre 2025 18 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR /Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Ragazzi lasciatemelo dire: a questo punto della stagione, questo quinto disco dei Midnite City ci voleva proprio! Per me i cinque inglesi sono la punta di diamante, insieme ai tedesconi Kissin Dynamite, di quel genere che è perfetta amalgama di melodie AOR, una spruzzata di sguaiatezza glam e quell’attitudine tamarra che non fa mai male. Temevo che la dipartita del pelatissimo drummer Pete Newdek potesse in qualche modo inficiare la capacità compositiva della band, ma, fortunatamente, così non è stato. Il quintetto è assolutamente in gran spolvero e mette in mostra, dopo il magnifico “Itch you can’t scratch” e il più interlocutorio “In at the deep end”, tutta la propria potenzialità commerciale e tecnica.

Già. Perche qui bisogna partire dalle basi: mi gioco quello che volete che Rob Wylde e soci conoscano a memoria l’intera produzione discografica a firma Desmond Child ed anche gran parte di quella griffata Jack Ponti & Vic Pepe. Ma ciò non sarebbe sufficiente se i ragazzi non avessero il “tocco”: quella rara capacità di rendere “adesivi” i pezzi. Badate bene: i pezzi! Non soltanto i ritornelli. Difficile trovare una virgola fuori posto su questo disco. Riff, tastiere, assoli, coretti… Tutto è perfettamente calibrato e ben eseguito.

“Live like ya mean it” sa di quell’hard ottantiano arricchito da pompose keys che spacca con un refrain possente. Qualcuno ha detto Silent Rage? La poppettara e leggera “Worth fighting for” strizza l’occhio al primo dei Danger Danger, mentre “Going to be allright” ha un passo più felpato, quasi da semiballad. La pseudo-horror “Heaven in this hell” è una sorta di sequel “They only came out at night” di due dischi fa, con gli stessi altissimi livelli di piacioneria. L’ospite (e ottimo produttore) Chris Laney impreziosisce la cromata “Running back to your heart” ma è “Lethal dose of love” (che titolo d’altri tempi!) a sferrare l’ennesimo colpo da KO con un ritornello stratosfericamente retrò. L’interludio “Archer’s song” presenta la leggera “seeing is believing”, AOR piacevolissimamente edulcorato. Seguono “No one wins”, con il piedino che parte a tenerne il ritmo e l’ennesimo pezzo di melodic rock à la Poley “Hang on til Tomorrow”. Poi, come per magia, l’album si congeda con uno pezzone da paura: il singolo “When the summer ends” in bilico fra i Van Halen di Hagar ed il Bon Jovi quello vero.
Un’ultima nota di plauso è assolutamente dovuta all’axeman Miles Meakin: i suoi assoli, mai invadenti né prolissi, aggiungono un plus a tutti i pezzi dell’album con un gusto eccellente.

A questo punto vi chiederete: ma se è tutto così figo, perché non hai avuto il coraggio di dare un bel 100 tondo? Beh, una mancanza c’è. Cari i miei Midnite City… Se volete il massimo dei voti, il prossimo album dovrà essere sullo stesso livello di questo ma mi ci dovete mettere dentro un lento come si deve: una bella ballad strappalacrime da sentire nel buio delle nostre camerette con la lacrimuccia all’angolo dell’occhietto.
Come si diceva un tempo: buy or die!

Treat – The Wild Card – Recensione

21 Novembre 2025 6 Commenti Yuri Picasso

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

In un’epoca in cui i dischi vengono comprati da una manciata di fan per lo più attempati e nostalgici come il sottoscritto, in un tempo in cui creare musica equivale ad aprire app (gratuite) su un qualunque smartphone, gli svedesi Treat non si sentono ancora pronti per la pensione e rinnovano il sodalizio con Frontiers per il loro decimo album in studio. 40 anni sono passati dal loro debutto “Scratch and Bite” e 3 dal loro ultimo parto “The Endgame”. A detta del mastermind Anders Wikstrom in ‘The Wildcard’, dalla grafica riuscitissima ed accattivante, i nostri sono stati in grado di ripercorrere tutte le fasi artistiche della band creando un manipolo di canzoni, ben 13, capaci di rassicurare i fan di prima data e di mettersi in buona mostra dinanzi le nuove leve. E se dovessi essere sintetico, si, ci sono riusciti. Insomma, certamente nulla di nuovo o di rivoluzionario, ma anche grazie alla produzione impeccabilmente “nordica” di Peter Mansson, il disco scorre via tra richiami tipicamente 80’s del tempo che fu e rivisitazioni in chiave moderna dettati da una band in uno stato di forma notevole, con un Robert Ernlund sugli scudi dietro al microfono.

“Out With a Bang” recupera sin dal primo attacco lo spirito festaiolo e sunrise di ‘The Pleasure Principle’; segue “Rodeo”, forse la best track per mezzo di un mix melodia/attitudine sfociante in un ritornello perfetto.
“1985” rimane in testa a partire dalla seconda strofa. Tastiere che creano armonie leggiadre e sorridenti con linee vocali e chitarre sempre presenti e mai invasive.
Un trittico che mostra esperienza, classe, abilità compositive. La dote si riconferma con il mid tempo “Endeavour” il quale mischia nostalgia a un sapiente costrutto compositivo.
Da qui in poi il livello si normalizza, rimanendo sempre sopra la sufficienza.
I lenti rimangono, forse, i pezzi meno brillanti dell’intero lotto, lontani dai livelli di “Best of Me” o “A Life To Die For”. Qui rispondono al nome di “Heaven’s Waiting” e “Your Majesty”.
“Mad Honey” smuove con grinta strofe americaneggianti a la Survivor per rincasare in un coro AOR ad ampio respiro tipico della band.
Sul finale la diretta “In The Blink of An Eye” e le melodie di “One Minute to Breathe” ripercorrono, con successo, il sound sviluppato su lavori quali ‘Tunguska’ e ‘The End Game’.

L’intero lavoro corre su binari rodati e conosciuti; co-progettati sin dagli albori dalla medesima band. Sarebbe disonesto e inopportuno chiedere loro di inventare qualcosa di nuovo o stravolgere le regole del gioco. Fedeli a se Stessi con la garanzia di qualità che li ha sempre contraddistinti.