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Velveteen Queen – The Greater Good – Recensione

11 Ottobre 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining

Nati a Göteborg nel 2021, i Velveteen Queen sono un quintetto svedese che ha fatto presto a farsi notare nel pur affollato panorama scandinavo: dopo il debutto ‘Consequence of the City’ del 2024, ‘The Greater Good’, uscito il 18 settembre per Silver Lining Music, è il loro secondo album. La giovane età non si sente nella sicurezza con cui affrontano il proprio territorio: hard rock, glam e sleaze, suonati con l’ambizione di chi vuole portare quei suoni su palchi sempre più prestigiosi.

L’opener ‘Too Far Gone’ parte con un giro di note che pare il copia e incolla di quello di ‘Shake My Tree’ di Coverdale e Page, seguito da chitarre vistose, groove sciolto, ritornello da cantare a squarciagola e un vago sentore di Tora Tora. È molto piaciona e funziona alla grande, chiarendo subito quali saranno le coordinate del disco. I Velveteen Queen non nascondono affatto i propri modelli, ma li snocciolano con convinzione. Che siano cresciuti a pane e Guns N’ Roses si capisce presto, ed è quasi clamoroso in ‘Can’t Go Back in Time’.

‘Talk or Walk’ e ‘Adrenaline’ sembrano il cuore più immediato dell’album: brani compatti, pieni di cori e di quella spavalderia che il genere richiede. Non cercano di sorprendere a ogni svolta, puntano a farti alzare il volume e cantare il ritornello già al secondo ascolto. La title track cambia passo con il piano (ospite Peter Keys dei Lynyrd Skynyrd) e un tono più ombroso, mentre ‘Liar’ spinge sul lato più ruvido e stradaiolo della band.

A mio avviso il disco regala di più quando i Velveteen Queen abbassano la guardia ed il tono. Un pezzo come ‘Chains’ lascia infatti spazio a una vena più intima e personale, senza sembrare un lento messo lì per contratto. In questi momenti Samuel Nilsson tenta di allontanarsi dal cliché di Axl Rose e la sua voce acquista personalità, mentre nei pezzi più aggressivi questa tende a essere travolta. Sono questi brani a dare respiro alla scaletta e a lasciare intuire che la band potrebbe avere più da dire della sola attitudine rock’n’roll.

Il limite è la ripetizione della formula. Dopo una prima metà efficace, alcuni pezzi cominciano ad assomigliarsi e le influenze sono così in primo piano che a volte sembra di riconoscere i modelli prima della personalità dei Velveteen Queen. In brani come ‘It Ain’t Over’ e ‘Best of the Best’ mi pare di ritrovare riff familiari, cori robusti e acceleratore premuto, senza veri picchi che facciano alzare il sopracciglio, lasciando soltanto alla conclusiva ‘Try (To Believe Me)’ il compito di stupire, grazie alla sua parte finale cupa ed ossessiva. La band suona affiatata, con il duo di chitarre Lukas Axx e Noah Mårdh sempre in evidenza, e la produzione di Sören Andersen dà al disco un suono pulito e potente, ma nella seconda parte l’effetto sorpresa pare attenuarsi.

‘The Greater Good’ è un tuffo nello street di fine anni ottanta, ma non sempre riesce a lasciare un’impronta tutta sua. È però divertente, ben suonato e attraversato da un’energia che arriva dritta: quando gira bene, ha il calore di una band che vuole conquistarsi il pubblico concerto dopo concerto. I Velveteen Queen hanno mestiere e vitalità, ora devono rendere la propria identità più riconoscibile. Il prossimo album sarà l’occasione per capire se sapranno trasformare queste solide basi in una voce davvero personale.

Downes Braide Association – Trauma – Recensione

09 Ottobre 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Progressive Rock / Power Pop
anno: 2026
etichetta: Cherry Red Records

Ritorna finalmente la Downes Braide Association, ovvero il super duo progressive rock moderno formato da Geoff Downes (Yes/Asia) e dal produttore di successi pop Chris Braide, con il loro nuovo e sesto album in studio, intitolato Trauma, e appena pubblicato in questo ottobre 2026 dalla label Cherry Red Records.

La solita grande intesa compositiva tra i due leader del gruppo porta a un disco magnifico, ricco di ottimi momenti lirici e musicali. Il tema comune dei brani sono le nostalgie, i ricordi, le ferite interiori, e la musica è un prog rock all’apparenza semplice, accessibile, ma di ragionato incontro tra anni settanta e anni ottanta, ricercato anche all’interno del suo sound più moderno e contemporaneo. C’è una continua attenzione alla melodia, al ritornello, al passaggio orecchiabile, e le atmosfere e gli arrangiamenti avvolgono le nostre orecchie come una calda carezza.

Tutto facile, direte voi, se dalla vostra avete un genio autoriale come Downes, ma l’apporto (non solo vocale) dato da Braide è anche in questa registrazione fondamentale nell’attualizzazione moderna, e più pop, di queste canzoni. Lo dimostra immediatamente la gustosa opener Hello, Hello, che prende l’avvio mettendo sotto i riflettori i synth prog di Downes per poi raggiungere il culmine in un ritornello catchy, che affonda le sue radici nella musica più moderna e commerciale. Il chitarrista Dave Bainbridge è qui bravissimo a mantenere saldo nel rock l’insieme musicale con i suoi bei ingressi strumentali, mentre viene quasi messo in disparte (almeno fino all’assolo finale) nella title track Trauma, che è una produzione ben più delicata e intima, soffusa, ma soprattutto progressive secondo definizione, con i suoi cambi di ritmo e atmosfera continui, improvvisi, geniali. E’ la colonna che regge l’intero disco, ed è poesia in musica.
continua

The Bites – The Bites – Recensione

03 Ottobre 2026 0 Commenti Stefano Gottardi

genere: Hard Rock 'n' Roll
anno: 2026
etichetta: Earache

Nel 2023, l’esordio dei The Bites, Squeeze, aveva subito attirato l’attenzione di fan e stampa specializzata. Era persino entrato nella Top 40 della classifica Mainstream Rock Airplay di Billboard grazie al suo rock’n’roll ruvido ed energico, che lasciava intravedere un futuro brillante. La maggiore padronanza del palco, acquisita anche attraverso i tour con Sebastian Bach e i The 69 Eyes, oltre alla partecipazione al Monsters of Rock Cruise, ha contribuito alla crescita della band, come emerge chiaramente ascoltando il nuovo e autointitolato album.

La novità principale è la scelta del gruppo di apparire più vulnerabile, affinando il songwriting con il racconto di esperienze reali, riflettendo su come gira il mondo e facendo dell’onestà la forza trainante di un rock che oggi risulta più intenso che mai. Il disco non trascura ciò che aveva reso convincente il suo predecessore, ma ne perfeziona ulteriormente la formula.

Canzoni come “Whenever You’re Ready”, “Hold On”, “Lips” e “Dancing With The Devil” sono dirette come un treno merci e colpiscono con decisione, mantenendosi però sempre estremamente orecchiabili. Mischiando pop rock, blues e sleaze rock in maniera impeccabile, il combo losangelino punta ancora una volta sull’immediatezza del proprio sound, mettendo sul piatto un lavoro che in poco più di 37 minuti riesce a farsi apprezzare senza alcuna pretesa di dover reinventare nulla.

La seconda parte della tracklist conferma la maturazione: “Aftertaste” mostra una scrittura più consapevole e introspettiva, senza perdere un briciolo di irriverenza, mentre “Carry You Home” è uno dei pezzi più rappresentativi del nuovo corso, con una produzione molto curata e una performance vocale che mette in luce sfumature finora solo accennate. Anche quando abbandonano la comfort zone come in “Tattoo?”, i The Bites mantengono intatta quella scintilla che li ha fatti emergere tre anni fa, dimostrando di saper bilanciare energia e una sorprendente profondità emotiva.

Registrato in varie location sotto l’esperta guida del produttore Keith Armstrong (Green Day, Bon Jovi), l’album è stato parzialmente inciso negli iconici East West Studios di Los Angeles, nella stessa sala dove i Red Hot Chili Peppers hanno plasmato alcuni dei loro dischi più popolari. Per una band in rapida ascesa, lavorare in un luogo così ricco di storia rock è quasi simbolico: The Bites è un prodotto che rende omaggio a quella tradizione, aggiungendo al tempo stesso un nuovo capitolo personale al loro percorso.

IN CONCLUSIONE

Un platter convincente, in grado di garantire un ascolto spensierato e divertente, pensato non soltanto per soddisfare i fan del gruppo, ma anche per conquistarne di nuovi. Un lavoro solido, immediato e ben confezionato, che conferma la crescita dei The Bites e la loro abilità nel suonare rock’n’roll moderno con il giusto piglio, sempre in equilibrio tra energia, melodia e personalità.

Per gli amanti del formato fisico, segnaliamo che il CD in nostro possesso si presenta in versione jewel case, con un booklet di 12 pagine provvisto di tutti i testi.

Kissin’ Dynamite – Kissin’ Dynamite – Recensione

01 Ottobre 2026 1 Commento Vittorio Mortara

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Kissin’ Dynamite Records

Questo Kissin’ Dynamite, come annunciato con largo anticipo, è l’ultimo album sul quale abbiamo il piacere di ascoltare la voce di Hannes Braun. Il biondo frontman ha deciso di rallentare un po’ per potersi dedicare a se stesso e ad altri aspetti della sua vita. Cosa resa impossibile dall’enorme impegno profuso con il gruppo tra studio e attività live. Si chiude quindi un’epoca per quella che, a mio avviso, è stata una delle band più dotate nel panorama dell’hard melodico tedesco in quanto a songwriting e capacità esecutive. La loro carriera si è evoluta dal classico metal teutonico di scuola Accept e Victory (ma ve li ricordate?!?!) a contaminazioni di hard melodico americano. Sempre capaci di scrivere canzoni facili da memorizzare ed in grado di generare alte quantità di adrenalina nell’ascoltatore. La triade “Ecstasy”, “Not the end of the road” e “Back with a bang” rappresenta l’apice assoluto di un certo genere, un po’ piacione e un po’ tamarro, che chi vi scrive ha sempre apprezzato parecchio.

Cosa aspettarci, dunque, da questo nuovo disco? Beh, già dalle circostanze in cui è stato dato alla luce, dall’ampio elenco degli ospiti coinvolti e dalla presenza di soli sei pezzi inediti inframmezzati da reinterpretazioni di canzoni tratte dai primissimi lavori, è facile immaginare una sorta di autotributo. Un testa/coda di quella che è stata la carriera dei ragazzi fino ad oggi. Ed è subito chiaro che “Glory days” riprende il filo dove lo avevano lasciato un paio di anni fa: costrutto semplice ma perfetto per coinvolgere chi ascolta, dal riff iniziale all’esplosione del ritornello. “I salute you” vede la collaborazione dei Saltatio Mortis, e si sente: cornamuse a profusione e ritmo da marcetta militare, mischiato all’attitudine arena rock dei padroni di casa. “Heart attack”, da “Steel of Swabia”, viene rivitalizzata dalla produzione più curata e da un Hannes che, oggi, è in grado di cantarla mille volte meglio di quando era uno sbarbatello del liceo. “Night is calling” dimostra quello che ho sempre sostenuto: gli ultimi Kissin’ sono una sorta di Desmond Child tedesco, in grado di scrivere sempre pezzi che appassionano e coinvolgono al primo ascolto grazie, soprattutto, a crescendo melodici che portano a chorus devastanti. Con la partecipazione degli Amaranthe e grazie alla voce di Elize Ryd, “Out in the rain” assume i connotati di una moderna semiballad gothic metal. Fedele all’originale risulta invece il mid tempo acceptiano “Love me hate me”. Grazioso il duetto di Hannes con la compagna Anna Brunner su “Lie for me”, sempre tratta dal debut album, ma che qui assume un’aria decisamente più allineata alle ultime produzioni. Il nuovo singolo “I’ll be” è un bell’esempio di hard melodico con la band che gira come un panzer tirato a lucido. Volevate un po’ di power? Eccovi la title track di “Steel of swabia” a spaccare di brutto con il muscolosissimo ospite Ralf Scheepers a fare da cacio sui maccheroni. E, sempre da quell’album, l’oscura ballad “Against the world” resa ancora più cupa dall’apporto degli archi delle Eklipse. La quintessenziale “Nothing breaks like a heart” a tratti mi ricorda certi D-A-D, ovviamente rilucidati e ricromati. C’è ancora spazio per “Only the good die young”, dove i semi di quello che sarebbe diventato il KD sound cominciavano a germogliare, e per la ballad di commiato dal titolo emblematico “Good in goodbye”, strappalacrime al punto giusto, nella quale un Hannes autobiografico dà ancora una volta il meglio di sé.

In sostanza, questo è il solito ottimo lavoro del quintetto di Svevia. I brani inediti si infilano nella scia di quanto composto negli ultimi anni e rendono evidente la “commercializzazione” e la maturazione della band nel confronto diretto con i vecchi pezzi, anche se riregistrati. Ovviamente la triade di lavori citata all’inizio rappresenta ancora il meglio che possiate ascoltare dei Kissin’. Questo album è rivolto a tutti i fan. La chiusura di un’era. Non ci resta che dire grazie ai Kissin’ per la bella musica regalataci fin qui e salutare Johannes Braun: uno dei migliori frontman che mi sia capitato di vedere negli ultimi 20 anni.

 

Paul Laine – The Long Road Back – Recensione

29 Settembre 2026 8 Commenti Giulio Burato

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

The Long Road Back, impreziosito da un affascinante artwork, segna il ritorno solista di Paul Laine a oltre trent’anni dal debutto con Stick It In Your Ear. Rappresenta una sorta di sintesi della sua carriera, tra Danger Danger, The Defiants e i numerosi progetti paralleli che hanno caratterizzato il suo percorso artistico. L’album è stato pubblicato da Frontiers Music Srl il 25 settembre 2026.

Chi ama l’AOR e il melodic rock troverà in The Long Road Back tutto ciò che desidera: chitarre melodiche, cori ariosi e un’atmosfera che richiama gli anni d’oro di Bon Jovi, Richard Marx e, naturalmente, dei Danger Danger.

La prima impressione è quella di un lavoro costruito con estrema competenza. La produzione di Laine e Ravel, le chitarre di Andrew Oye e la voce ancora impeccabile di Laine garantiscono uno standard qualitativo elevato dall’inizio alla fine.

L’apertura affidata a “Love Me Or Leave Me” è efficace, ma sembra quasi una gemella delle recenti uscite a nome The Defiants, sebbene quelle tastiere nel ritornello siano pura goduria per le orecchie. L’attacco della successiva “Don’t Let Me Go Tonite”, a partire dal titolo stesso, sa molto di Night Ranger, ma conferma il livello della scrittura con un refrain che si stampa facilmente nella memoria. Personalmente, tuttavia, avrei scelto altre canzoni come singolo di lancio.

La riflessiva “Someday” rappresenta uno dei vertici compositivi dell’album: la melodia è elegante, il testo evita gli eccessi retorici e Laine si dimostra un interprete maturo e convincente. “Come Back To Me” è ritmata e fresca, arricchita da un bell’assolo di Oye, mentre la successiva “Save Me Saturday Night” appare come un ulteriore richiamo alle recenti esperienze artistiche del cantante. Già dal titolo è difficile non pensare a “Save Me Tonight”, brano presente nell’omonimo album dei Defiants.

La bella voce femminile che introduce “Her Name Is Trouble” apre la strada a una canzone che mette in evidenza la potenza delle chitarre e crea un ideale trait d’union tra il sound dei Danger Danger e quello dei FireHouse. Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca la robusta e frizzante “Bad Habit”, che arricchisce la propria struttura con qualche inserto più moderno nella parte finale.

“Heaven And Earth Collide” e “Now That You Don’t Love Me Anymore” sono due ottime ballate che mostrano un autore capace di raccontare il passare del tempo senza indulgere nell’autocommiserazione. Sono canzoni che parlano di ricordi, occasioni mancate e sentimenti vissuti con la consapevolezza della maturità.

La sognante “Kiss Me California” è una di quelle tracce da assaporare in auto al tramonto, con lo sguardo rivolto verso il Golden Gate Bridge di San Francisco. Uno dei momenti più riusciti e suggestivi dell’intero album.

A completare la scaletta troviamo “The Ones That Got Away”, altro tassello che conferma la forte continuità stilistica con le recenti produzioni discografiche di Laine.

The Long Road Back è un album che conquista più per la sua eleganza che per la sua audacia. Pur senza reinventare il genere, offre quarantacinque minuti di melodic rock di altissimo livello, sostenuti da melodie curate, arrangiamenti raffinati e da una prestazione vocale che conferma Paul Laine tra i migliori interpreti della scena AOR contemporanea. Forse manca quel brano capace di lasciare davvero il segno nella sua discografia, ma la qualità media rimane elevatissima e rende l’ascolto estremamente appagante per gli amanti del genere.

Europe – Come This Madness – Recensione

26 Settembre 2026 15 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining

Cominciamo subito con una confessione, io non sono un nostalgico imperituro degli anni 80 e a me la svolta di Start From The Dark piacque, e non poco, e la divisione delle due fasi sonore della carriera degli Europe, non mi ha causato affatto traumi come invece sembra aver fatto tra i fan della prima ora. Ecco, a costoro posso dire che qui troveranno ben poco se cercano le sonorità di Out of This World, Prisoners in Paradise, Final Countdown et similia. Anzi, a dir il vero, qualcosa c’è e non è proprio tutto positivo, ma affronteremo il discorso più avanti.

Detto questo, nove anni dopo “Walk the Earth” (un disco che, per parlar chiaro, non è che avesse entusiasmato granché nemmeno i fedelissimi) arriva “Come This Madness”, e le aspettative dei fan sono ovviamente alte. Da una band con una storia del genere, con una formazione ormai stabile e consolidata e più di 45 anni di carriera alle spalle, è sempre lecito aspettarsi qualcosa, specialmente dopo tutta questa attesa.

Andiamo dunque a sviscerare i vari momenti del disco e a individuarne le caratteristiche, le criticità e le intenzioni e come sono state realizzate, questo è almeno quello che ho tratto io dai numerosi ascolti fatti sia in auto sia sul mio fedele impianto hi fi, giudice supremo della qualità audio. La produzione di Tom Dalgety e il mixaggio di Mike Fraser sono efficaci e tentano, con parziale successo devo dire, di dare una cromatura moderna anche a pezzi che vanno a pescare in sonorità hard and heavy di fine seventies, regalando un compromesso accettabile tra classicità e moderno, perché se tutti dividono in due fasi la carriera degli Europe, è bene ricordarsi che il loro esordio era molto più vicino all’heavy metal che all’hard rock patinato di fine anni 80, e a mio orecchio certe atmosfere vengono proprio da lì, dal recupero delle radici più heavy dell’esordio.

La partenza di “One on One”, intro orchestrale, quasi disneyano, basso pulsante e riffone metal con la voce leggermente filtrata all’inizio, danno il colpo di grazia a chi nutriva speranze di ascoltare le atmosfere degli Europe da classifica, ma comunque sia la canzone funziona molto bene e il ritornello entra bene in testa, per me un inizio perfettamente centrato. “The Cult of Ignorance” è a mio avviso l’estremo opposto, struttura ordinaria e banalotta, fatta sì per essere canticchiata al volo, ma se il recupero di sonorità più easy deve passare dagli Europe che rifanno il verso agli Eclipse di “Viva la Victoria”, anche no grazie. Ecco il disco si muove tra questi due estremi con canzoni che esprimono oramai l’attuale stato musicale della band e tentativi direi non esattamente riusciti di rinfrescare il look. Tra i brani più riusciti io vi citerei “Come This Madness”, scura e articolata, con momenti quasi atmosferici, basso distorto, tastiere, una sezione centrale narrata e un assolo molto bluesy, sicuramente non annoia. La ballad del disco è “This Time of Year”, lontana però dai canoni classici della power ballad anni ’80. Piano, synth e voce inizialmente dominano, poi il pezzo cresce progressivamente fino al ritornello: ecco, se proprio vogliamo trovare tracce degli Europe della golden era, sono racchiuse proprio qui. Un altro pezzo da novanta è “Scandinavian Eyes”, pezzo che paga un enorme tributo ai seventies con un connubio di sonorità tra Deep Purple e Rainbow, che mostrano chiaramente dove batte il cuore di questi musicisti, anche la produzione generalmente moderna in questo pezzo si incupisce leggermente andando a recuperare il sacro fuoco dell’epoca d’oro del rock duro. Ecco il problema è che non c’è molto altro oltre a questo, almeno per i miei gusti: “In a Different World” e “Takin’ It Back” fanno il loro compito, riff potenti e ritmica solida, ma restano più sottofondo che sostanza, e scivolano via senza lasciare traccia. Quel poco che la seconda parte ci riserva davvero è il minuto e mezzo di interludio di “In the Absence of Grace”, che ci introduce “The Angels Must Have Flown”, un brano particolare con buone idee ed una compiutezza sviluppata solo in parte, e la solida ma ordinaria “The Devil’s Back”, molto seventies e di intrattenimento, ma che suona di già sentito lontano un miglio. Apprezzo molto il songwriting, che ha un taglio molto più attuale e profondo rispetto alla media delle band rock, anche se nella conclusiva “Nothing Can Follow This” questo taglio più profondo finisce annegato in una canzone orecchiabile, ma un po’ banale e ricca di cliché.

Come collocare dunque questo disco nella ricca discografia degli Europe? Beh alla fine è un disco valido che non tocca certo i vertici qualitativi dei top album di entrambe le epoche (se vogliamo semplificare e limitarci a due), ma che ha una sua dignità matura e inoltre regala un paio di pezzi destinati a restare nella memoria della band, e dopo 12 album non mi pare cosa da poco. Secondo me un fan della band dovrebbe annoverarlo nella sua discografia, ed è quello che sicuramente farò io al netto dei suoi difetti, ma tenendo bene in vista i suoi indubbi pregi.

Tygers Of Pan Tang – Electrifyed – Recensione

25 Settembre 2026 2 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock/Heavy Metal
anno: 2026
etichetta: Mighty Music

Quando si parla di New Wave of British Heavy Metal la nostra mente corre di norma a band iconiche come Iron Maiden o Judas Priest, dimenticando spesso un sottobosco di gruppi altrettanto storici che nel loro piccolo hanno dato man forte allo sviluppo della scena.
Un nome fra tutti è certamente quello dei britannici Tygers Of Pan Tang, nati nel lontano 1978 per mano del chitarrista Robb Weir, e fautori di veri e propri capolavori del genere quali Wild Cat e Spellbound, dischi che ancora oggi vengono citati come pietre miliari dell’epoca d’oro del movimento.
Dopo l’abbandono sancito dalla fine degli ’80, nei primi anni del 2000 la band torna prepotente sui suoi passi realizzando album carichi d’identità che non perdono mai di vista le origini.
Una vena compositiva che esplode in questo “Electrifyed”, album che arriva a tre anni dal precedente “Bloodlines” e che aggiunge un ulteriore capitolo di sano metallo pesante alla loro gloriosa carriera.
Un disco di buon mestiere supportato dal solito grande lavoro di chitarra con riffs rocciosi e di grande impatto, merito anche dell’innesto di John Footitt, che affianca Robb Weir senza stravolgere gli equilibri consolidati della band.
Si parte con le ottime “Rise Up!” e “Forevermore”, due tra i pezzi a mio parere migliori del disco. Un avvio che mette subito in chiaro le cose, i Tygers non cercano di reinventare il genere, e probabilmente sono più che coscienti che sarebbe l’ultima strada da seguire.
La loro forza sta proprio nel posizionamento dei loro album, offrire gli elementi tipici dell’heavy metal britannico in una chiave tutt’altro che nostalgica.
“The Powers That Be”, introdotto da un furioso fill di batteria, è un altro gran pezzo sprigionante energia pura, con melodie facili e ben incastonate con il tiro heavy.
Altro bel pezzo è “Dark Divinity”, che spinge la band su territori più pesanti e oscuri senza lasciar dietro la vena melodica.
Sulla stessa lunghezza d’onda si muove la titletrack, brano da sicuro appeal in chiave live.
“A Shadow On Fire” riporta leggerezza e immediatezza all’economia del disco, con strutture semplici ruotanti attorno ad un riff semplice quanto incisivo.
Tra le quattro songs finali da segnalare la conclusiva “Revenge Is Sweet” che chiude quasi spiazzando l’ascoltatore per la sua natura spiccatamente melodica, muovendosi su territori più vicini all’hard rock.
Un disco che conferma la band britannica come una certezza quando si parla di NWOBHM, frutto di identità dove tradizione e contemporaneità vanno a braccetto dalla prima all’ultima traccia.

Voodoo Highway – The Satan Inqviesta – Recensione

25 Settembre 2026 0 Commenti Lorenzo Pietra

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy Music

E’ ora del quarto lavoro in studio dei Voodoo Highway, infatti eccoli ritornare con il nuovo The Satan Inqviesta. La band, dopo i precedenti Broken Uncle’s Inn (2011) , Showdown (2013) e The Ordeal (2017) si era sciolta con un concerto di addio al Rockafè nel 2018 ed è tornata nel 2025 con un album dal vivo intitolato Made in Kachot.

    La formula del gruppo è sempre la stessa, hard rock stile Deep Purple e un po’ Alice Cooper, molto grottesco, misto anni ’70 e ’80 con quel tipico suono molto sporco e la voce molto effettata.
    Sotto la guida della ormai esperta Pride & Joy, il quintetto italiano di Ferrara formato da Federico Di Marco alla voce , Filippo Cavallini al basso, Massimiliano Sabbadini organo e cori, Filippo Romeo alle chitarre e il nuovo membro Giacomo Bazzani alla batteria sfornano un lavoro come detto devoto principalmente agli anni 70 con hammond, organo e chitarre hard rock, ma in diversi frangenti il sound ottantiano e più melodico prende possesso dei brani.

    Le prime tracce sono tutte un misto tra Alice Cooper, Deep Purple e il classico Rock ottantiano. October’s Rust, Drive Me Down In Your Love hanno riff e melodie che ti si stampano subito in testa, Space Invaders ha un intro molto Zeppeliniano e un refrain coinvolgente. Serpent’s Choir parla sempre l’hard rock più graffiante mentre la ballad A Song Of May , con la chitarra acustica che si intreccia al riff elettrico, l’esplosione dopo un minuto, i passaggi vagamente Maideniani per arrivare al ritornello ottantiano come non mai…pezzo veramente interessante e assolo da manuale. Con 60k Degrees e la title track The Satan Inqviesta ci catapultiamo nei Deep Purple più veri, organo e basso trascinanti, batteria inarrestabile e grande assolo di hammond! Your Love Is Such a Tease ritorna nell’hard rock più tetro e grottesco non discostandosi dalle prime tracce , forse il pezzo più debole del lotto. The Lord Of Flies parte molto bene con chitarra acustica, voce e tappeto di organo/hammond ma non decolla mai , rimanendo parecchio anonima e piuttosto piatta.

    IN CONCLUSIONE

    The Satan Inqviesta è un album che nella sua mezz’ora vi accompagnerà indietro nel tempo. Non inventa nulla ma è un disco ben suonato e soprattutto fatto con l’amore per gli anni ’70 e ’80. Molto bella la copertina!

    Stryper – Throne of Thorns – Recensione

    25 Settembre 2026 7 Commenti Iacopo Mezzano

    genere: Christian Metal / Hard Rock
    anno: 2026
    etichetta: Frontiers Music

    Convinto soprattutto dalla eccellente prestazione dal vivo regalata ai tanti loro fans accorsi durante l’ultimo Frontiers Rock Festival, mi sono piacevolmente offerto di recensire Throne of Thorns, il diciottesimo album in studio della leggendaria christian metal band statunitense Stryper, in uscita il 25 settembre 2026 per Frontiers Music.

    La band dei fratelli Sweet si era infatti mostrata in grande spolvero lungo l’intera durata del proprio set live, suonando forse la sua migliore prestazione tra quelle dedicate a questa kermesse, e mostrandosi compatta e coesa come non mai. Una vera e propria macchina da guerra metal melodica che si è abbattuta in quel di Trezzo, e che ora ritroviamo con pari efficacia e intensità tra le note di questo ottimo disco, tra canzoni potenti, dotate di un songwriting sempre vario e ispirato, ricche di arrangiamenti, di grandi refrain, di ottime armonie di chitarre. Un heavy metal efficace, sostenuto, catchy, nel quale la voce angelica, carismatica, acuta e mai invecchiata di Michael Sweet si amalgama alla perfezione con la sua chitarra e con quella del grande Oz Fox, davvero in forma smagliante nonostante i suoi passati problemi di salute, e con una sezione ritmica di grande intensità e spessore a cura di due icone come Perry Richardson al basso e Robert Sweet alla batteria.
    continua

    Gary John Barden – Empowered Emotions – Recensione

    19 Settembre 2026 0 Commenti Samuele Mannini

    genere: Hard Rock
    anno: 2026
    etichetta: Frontiers

    Certi personaggi si portano dietro un enorme bagaglio storico ed inevitabilmente, per chi ha vissuto l’epoca d’oro di questi artisti, le aspettative rischiano di essere alte e spesso deluse, una sorta di arma a doppio taglio per personaggi del calibro di Gary John Barden. Il suo nome è inevitabilmente legato al Michael Schenker Group, ai primi album in studio e a quella voce ruvida, calda e immediatamente riconoscibile che contribuì all’identità del primo sound MSG. Empowered Emotions prova, con risultati alterni ma nel complesso convincenti, a ribadire il concetto che sarebbe bene ascoltare il disco per quello che è, senza finire per ascoltarlo attraverso la lente della memoria.

    Il disco ovviamente è incentrato sulle performance vocali di Barden, che anche a livello di produzione è leggermente predominante sugli altri strumenti, come se ci fosse un riflettore puntato su di lui, e lui saggiamente non cade nell’errore di tentare di ringiovanire la propria voce attraverso una produzione ipermoderna. Pur non cercando di ricostruire artificialmente il suono del Michael Schenker Group, lascia che il timbro vocale, inevitabilmente più vissuto, più roco, meno levigato rispetto a quarantacinque anni fa, sia protagonista in modo discreto e, personalmente, ritengo questa scelta molto intelligente.

    A sostenerlo nel progetto c’è Michael Voss, ormai compagno di viaggio di lunga data, con 25 anni di scrittura e collaborazione alle spalle, e il rapporto tra i due è probabilmente uno degli elementi che danno al disco una sua identità. Voss non si limita infatti a fornire chitarre, basso, tastiere e cori, ma costruisce insieme a Barden un’impalcatura fatta di hard rock classico, venata però da una spiccata sensibilità melodica e, nei momenti più ispirati, persino evocativa. Magari il disco a livello qualitativo non è omogeneo, ma risulta più interessante di quanto potrebbe sembrare sulla carta.

    Dopo i pochi secondi di “Barden’s Overture”, è “Maasai Enkai” ad aprire le danze e già qui si capisce che non sarà il solito album costruito solo sulla nostalgia per gli anni Ottanta. L’atmosfera cupa e quasi tribale, arricchita da un bel riffone saturo, introduce una componente particolare sulla quale poi si innesta, cauta e suadente, la voce di Barden. Tommy Denander alla chitarra e Barry Sparks al basso completano un brano che funziona proprio perché non sembra costruito seguendo un copione prestabilito. Sicuramente un buon biglietto da visita per il resto del disco.

    Poi arriva “Hit The Ground Running”, e qui Barden e Voss cambiano completamente registro. Il riff sembra rubato agli Whitesnake più blues, ma suonato dai Dokken: ne nasce un pezzo easy, ammiccante e muscolare, costruito sul riff e sul ritornello. La title track “Empowered Emotions” rappresenta invece l’altra faccia del progetto. L’arrangiamento si apre a una dimensione quasi pop, ma di matrice chiaramente British, e la presenza di Don Airey alle tastiere si fa sentire eccome. Dopo la canonica e trascurabile “Burning Wind”, la storia torna inevitabilmente a bussare alla porta. Sì, perché sentire nuovamente Gary accompagnato dalla chitarra di Michael Schenker in “Dark Water” è un pezzo dell’epopea dell’hard rock che non si può ignorare. Il risultato è cupo, ampio, emotivo, quasi sospeso e Schenker interviene con un assolo inserito con gusto magistrale, contribuendo a renderlo uno dei momenti più compiuti dell’album.

    “Ride Horsemen Ride” cambia ancora scenario. Alen Brentini entra alla chitarra e il brano assume una dimensione più epica e apocalittica, una cavalcata Heavy Metal dagli intenti ambiziosi. “This Phoenix’s Gonna Burn Ya” riporta invece il disco su un hard rock più immediato, con una certa attitudine anni Ottanta e qualche strizzata d’occhio a BOC più easy, senza trasformarsi in una copia del passato. Poi arriva “Let The Children Play”, appena novanta secondi che sembrano più un respiro che un brano vero e proprio, acustico e fragile quanto basta per spezzare il ritmo prima del resto. “The Ruling Class” affronta invece un tema più sociale e politico, ma musicalmente non ha la stessa forza dei brani migliori.

    Le cose tornano a migliorare con “Walk Away”, dove la batteria di Brian Tichy dà la spinta giusta a un testo semplice ma che coglie nel segno parlando di indifferenza sociale. A chiudere ci pensa “We’ll Meet Again”, meno di due minuti che bastano e avanzano, senza fuochi d’artificio finali: un commiato sobrio che si intona bene con lo spirito di un disco che parla, in fondo, di esperienza e di distacco.

    Insomma “Empowered Emotions” è un disco dignitoso, a tratti molto bello, con qualche passaggio meno convincente, dove magari non tutti i brani hanno lo stesso peso, ma in alcuni momenti ci ricorda perché, tanti anni fa, quella voce fosse diventata una delle più riconoscibili dell’hard rock europeo.

    E forse, arrivati a questo punto della carriera, non è affatto poco.