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10 Novembre 2025 0 Commenti Yuri Picasso

È di questi giorni l’introduzione meritata nella Rock & Roll Hall of Fame della storica band Hard & Blues Bad Company. Dal 1974 al 1982, guidata dai membri Paul Rodgers (Voce), Mick Ralphs (Chitarra), Simon Kirke (Batteria), Boz Burrell (Basso) diede alle stampe 6 lavori in studio dalle alterne fortune, tra milioni di copie vendute e un conseguente aumento di popolarità, e la critica che da prima ne elogiava la qualità artistica per poi accusarla di una mancata innovazione.
Inevitabili screzi interni e la necessità di un cambiamento portarono Paul Rodgers ad allontanarsi e al conseguente scioglimento .
I restanti si dedicarono a progetti non troppo impegnativi e a godersi quello che i soldi e la vita del decennio precedente aveva portato loro in dote.
Fino a che nell’estate del 1985 i vertici dell’Atlantic si presentarono alla porta della coppia Kirke-Ralphs per chiedere loro di rimettere su il moniker, magari con un nuovo cantante e una nuova proposta artistica aggiornandola alla moda di metà anni 80. Riassoldato Burrel (che rimarrà meno di un anno), e con il sostegno di Mick Jones (Foreigner), venne reclutato il cantante Brian Howe (protagonista nel disco di Ted Nugent – Penetrator), dal timbro rimembrante Lou Gramm. Non era un caso: se i dissapori del tempo in casa Foreigner tra Gramm e Jones non si fossero placati, sarebbe stato Howe a cantare sul disco del 1987 ‘Inside Information’.
Come anticipato, il target commerciale era il focus e la voce di Brian era quella giusta.
Un timbro caldo, ricco di sfumature hair metal e AOR, in grado di dare pathos alle ballad e di spingere nei pezzi più Rock.
— Il primo risultato di questo connubio fu lo sfortunato, commercialmente parlando, ‘Fame and Fortune’ (1986): sembra di ascoltare i Foreigner: si sente tanto la mano della coppia Mick Jones/ Keith Olsen in cabina di regia, il che è un gran bene, almeno per le mie orecchie. 10 pezzi, nessun filler, il disco scorre bene ancora oggi dall’inizio alla fine. Il mid Tempo notturno “This Love” con un delizioso incrocio keys/sax. La Sincopata e diretta Title track, la nostalgica “Hold On My Heart” dove ancora un azzeccato sax fa capolino; la delicata e suggestiva ballad “When We made Love” (ascoltata oggi mi tira giù qualche lacrima). Come anticipato il disco fu commercialmente un fiasco il che porto’ il gruppo, privo ora di Burrell, a cambiare produttore e a mettersi alla mano (e alla penna) di Terry Thomas (Tommy Shaw, Richard Marx, Giant tra gli altri).
— Siamo nel 1988 ed esce ‘Dangerous Age’. Meno Aor, soluzioni più Hard, e i singoli “No Smoke Without a Fire” e “One Night” meriterebbero di essere suonati in radio ancora oggi. Un disco diverso dal precedente e comunque Eccellente. La riflessiva “Something About You” è una ballad diversa da quelle del tempo, altro highlight del length, rimembra le radici blues del gruppo aggiornandole al 1988. “Dirty Boy” anticipa quello che suoneranno le hair metal bands a cavallo delle due decadi e devo menzionare l’aggressiva e sensuale “Love Attack” presente in molte delle mie playlist. Il successo commerciale sfugge ma i nostri stanno aggiustando la mira per il successo che li bacerà due anni dopo
— Nel 1990 il songwriting passa quasi completamente nelle mani della coppia Thomas/Howe, relegando Ralphs/Kirke al ruolo di meri esecutori o poco più.
Ralphs d’ora in poi nei videoclip della band risulterà poco visibile..
La vena blues viene ulteriormente ridotta a qualche assolo per fare spazio a un hard/edge figlio dei tempi e delle mode che cambiano. Si riprende la formula del precedente ‘Dangerous Age’ e la si perfeziona con il plurivenduto ‘Holy Water’ (oltre il milione di copie, e disco di platino). Trascinato dal singolo “If You Needed Somebody” il gruppo sembra rivivere una seconda giovinezza anche se tempo dopo verrà fuori che screzzi e litigi difficilmente gestibili sono nativi di questo periodo.
Altri pezzi must listen sono “Walk Through Fire”, memore del Lou Gramm solista; “Boys Cry Tough”, l’ammissione della debolezza emotiva maschile; il mood cadenzato di “Stranger Stranger” e le formule ripetitive ma vincenti della title track e “Lay Your Love on Me”. Un disco perfetto da far passare sulle radio americane dell’epoca, un riuscito esercizio di forma e stile in grado di catturare l’attenzione del pubblico più generalista e di non allontanare i fan dell’Adult Oriented Rock.
— Due anni dopo esce l’ultimo capitolo dei Bad Company targati Brian Howe: ‘Here Comes Trouble’.
Un ricettacolo di cosa le radio (sempre americane) avevano passati negli ultimi anni; canzoni easy listening, marchiate da ritornelli e linee vocali assimilabili da qualunque ascoltatore. “Stranger Than Fiction” è un vero inno motivazionale, “Take This Town ” e “BrokenHearted” portando l’inevitabile upgrade ricalcando una formula distintiva e vincente. “How About That” suona come “Holy Water” aggiungendo freschezza. “This Could Be The One” è un lento da dieci aperto da un arpeggio tanto semplice quanto emotivamente provante.
Dopo il conseguente Tour e disco dal vivo, nel 1994 le strade del gruppo si separano. In interviste e documentari facilmente recuperabili emergerà il clima di tensione sopra citato. Da una parte un Howe consapevole e meritevole di aver allungato la vita di un moniker altrimenti defunto , aiutando a rinnovare il sound verso soluzioni artistiche radio friendly. Dall’altra la coppia Kirke/Ralphs rivendicando d’essere membri fondatori anima della band, rinnegano quella fase.
Howe era un quasi sconosciuto che risali alla ribalta. I membri fondatori venivano stipendiati direttamente dalla casa discografica per rimanere più o meno volontariamente dentro a un progetto in cui non si riconoscevano artisticamente.
Gli Ego da rockstars si scontrano e non troveranno negli anni a venire soluzione di pace.
Howe ci ha lasciato nel 2020, Mick Ralphs a giugno del 2025. e Simon Kirke è da poco entrato con Paul Rodgers a nome Bad Company nella Rock and roll Hall of Fame.
Una breve storia di una fase di una band che è vissuta, è morta, è rinata ed è stata celebrata, criticata e ancor oggi ascoltata.
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