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10 Gennaio 2026 0 Commenti Samuele Mannini
genere: Alternative Melodic Rock
anno: 2006
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Dopo quanto tempo un disco può essere considerato un classico? Io credo che vent’anni possano essere un tempo sufficiente. E siccome nel 2026 cade proprio il ventesimo anniversario del secondo album dei Poets of the Fall, mi sembra giusto rendere loro un riconoscimento, considerando che più volte abbiamo già trattato questa band sulle nostre pagine. Per collocarli correttamente, però, dobbiamo anche inserirli nel contesto dell’epoca in cui l’album è uscito.
Tra il 2002 e il 2006, la scena AOR era stagnante e relegata a circuiti quasi completamente underground. Tra le poche uscite di rilievo possiamo ricordare i Soul SirkUS negli Stati Uniti, con veterani come Jeff Scott Soto e Neal Schon, che mantenevano viva la tradizione hard/melodic rock con album come ‘World Play’, i The Ladder di Steve Overland nel Regno Unito, che teneva accesa la fiammella dell’AOR britannico, mentre il resto della scena restava confinato perlopiù alla Scandinavia. Band storiche come gli Europe, invece, segnavano un deciso stacco col passato con ‘Start From the Dark’ (2004), portando il loro hard rock melodico verso territori più moderni, senza scivolare nella nostalgia degli anni ’80.
Negli Stati Uniti, la scena post-grunge cominciava a segnare il passo, e anche i suoi nuovi alfieri, come i Theory of a Deadman, cercavano di virare verso atmosfere più melodiche, trovando un equilibrio tra riff robusti e approccio radio-friendly. In questo modo tentavano di creare un ponte tra l’energia ormai logora del rock alternativo e l’orecchiabilità tipica del melodic rock.
Parallelamente, il Brit Rock di band come Coldplay conquistava le classifiche internazionali con un approccio riflessivo ed emotivo, mentre gruppi come Anathema in Inghilterra esploravano territori malinconici e atmosferici dalle reminiscenze progressive, avvicinandosi per certi versi alle sensibilità melodiche più adulte e offrendo al pubblico europeo nuove forme di introspezione rock.
In questo panorama di contrasti, i Poets of the Fall emergono con ‘Carnival of Rust’ (2006) come una voce autenticamente contemporanea: unendo melodia, atmosfera emotiva e songwriting sofisticato, riescono a dar forma a un rock melodico europeo moderno, coerente con le tendenze del periodo e capace di dialogare tanto con i fan della tradizione AOR quanto con chi seguiva le nuove correnti alternative, e perché no, anche con chi ha sempre apprezzato generi musicali più teatrali.
A dire il vero, io li avevo conosciuti già con il singolo ‘Late Goodbye’, estratto dal loro album di debutto e parte della colonna sonora del celebre videogame Max Payne, ed era stato amore a primo ascolto. Quelle atmosfere notturne e cinematiche lasciavano presagire un’attitudine fortemente affine alla mia idea di musica, e con ‘Carnival of Rust’ si arriva appunto alla sublimazione di quel percorso.
‘Fire’, il brano di apertura, stabilisce immediatamente il tono del disco. La voce di Marko Saaresto prende il centro della scena con una presenza “da stadio”, accompagnata da un notevole assolo di chitarra e da un’energia che cattura subito l’ascoltatore. Segue ‘Sorry Go ’Round’, brano sicuramente di orientamento più pop grazie al suo ritornello ossessivo. Poi arriva ‘Carnival of Rust’, la title track e vero cuore emotivo dell’opera. È una ballata rock che fonde parti malinconiche a riff più energici, utilizzando la metafora di un luna park arrugginito per descrivere una vita o una relazione deteriorata. Il ritornello è semplicemente memorabile e le liriche esplorano temi di dipendenza emotiva e consapevolezza di sé. Guardando il video emerge appieno anche la teatralità di Marko Saaresto, e fare paragoni con Peter Gabriel e Fish non appare poi così azzardato. ‘Locking Up the Sun’ è invece una traccia più imprevedibile, che introduce sonorità inedite all’interno della cornice alternative rock del gruppo, donando varietà e inafferrabilità al sound della band. In ‘Gravity’ e ‘King of Fools’ emergono invece le influenze dei già citati Theory of a Deadman. Altro pezzo di categoria superiore è ‘Roses’, che si inserisce nella tradizione del melodic rock più classico: grazie al suo lavoro acustico e a un testo quasi narrato, risulta commuovente e sincera. ‘All the Way for You’ è una traccia fortemente emozionale, caratterizzata da un uso sapiente di campionamenti e parti orchestrali che guidano il trascinante ritornello finale. Passando dalla più marcatamente rock ‘Delicious’ e dalla electro-pop ‘Maybe Tomorrow Is a Better Day’, si arriva a ‘Down’: il brano di chiusura è una ballata epica e straziante, con ancora Saaresto sugli scudi grazie alla sua interpretazione teatrale. La conclusione affidata al pianoforte sigilla l’album in modo perfetto, lasciando un senso di malinconica compiutezza.
In sintesi, ogni brano dell’album contribuisce a creare un’esperienza sonora che non risulta mai monotona, grazie a una struttura imprevedibile che attinge a generi diversi come pop, elettronica e rock, fino alle sue sfumature più progressive.
Un disco, dunque, che merita pienamente di stare in questa rubrica e che, in un periodo di stanca del rock melodico più canonico, ha fornito un appiglio a chi, come me, cominciava a sentire l’astinenza di emozioni in musica, e che dovrebbe stare bene in evidenza in ogni collezione di chi ama il rock in tutte le sue sfumature.
05 Gennaio 2026 4 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Lite AOR / Hi-Tech AOR
anno: 1987
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Era il 1986 quando il cantante canadese Tim Feehan, già autore di due pubblicazioni in studio agli inizi degli ’80s (tra cui spicca il disco Carmalita del 1983, piccolo gioiellino westcoast da rispolverare), tentò di rilanciare la sua carriera musicale ormai in stallo, partecipando a un concorso di autori musicali sponsorizzato dal produttore David Foster (Celine Dion, Whitney Houston). Ottenuta la sperata vittoria del contest, Feehan venne immediatamente assunto dalla nota etichetta Scotti Bros/CBS a Los Angeles, città nella quale si trasferì per le registrazioni del suo nuovo disco, l’omonimo Tim Feehan, uscito nel corso del 1987.
Questa in breve fu la genesi di un album dal sound cristallino e dal songwriting a tratti sensazionale, una gemma tra lite AOR e hi-tech AOR che fu capace di vincere diversi riconoscimenti, tra cui spiccano i ben cinque premi A.R.I.A. (Alberta Recording Industry Association) tra cui “Best Pop Performance” e “Producer of the Year”, cosa da non poco vista la ricchezza di grandi uscite discografiche in quegli anni. Inoltre il primo singolo estratto dal disco, Where’s the Fire, divenne colonna sonora per il film The Wraith (per noi, Il Replicante) con Charlie Sheen, fatto che permise a Tim di vincere anche il Juno Award come Most Promising Male Vocalist 1987 per la Canadian Academy of Arts & Sciences.
continua
03 Gennaio 2026 2 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR / Melodic Rock
anno: 2009
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Dopo i consueti diversi anni di date live abbinate a un pacifico lavoro in studio, nel 2009 (ovvero ben cinque anni dopo il precedente disco Beneath The Shining Water) gli inglesi Dare tornarono sul mercato discografico con un nuovo album in studio, intitolato Arc of the Dawn.
Auto-prodotto dal leader del gruppo Darren Wharton, il disco presentò al pubblico una nuova formazione, che vide l’uscita del chitarrista Andrew Moore e del batterista Gavin Mart a vantaggio di un Richie Dews ormai divenuto totale leader degli strumenti a corda, e dell’ingresso in pianta stabile alle pelli di quel Kevin Whitehead che già era stato in orbita Dare come musicista ospite durante le registrazioni del disco Calm Before the Storm.
Edito dalla label della band, la Legend Records, il platter (nonostante un tocco più marcatamente rock in un paio di canzoni) non mancò di ripresentare quelle melodie folk e tipicamente britanniche che avevano fatto le fortune dei tre precedenti dischi degli inglesi, e si avvalorò di una produzione in studio pulita ed avvolgente, che risultò ancora una volta essere uno dei maggiori punti di forza del disco durante il suo ascolto. Per una tracklist ricca di nuove canzoni, ma anche di auto tributi (una nuova edizione del classico King of Spades, assieme a una I Will Return che altro non fu che una ri-registrazione di Return The Heart, contenuta anch’essa nel debutto Out of the Silence) e di due cover (la prima di Emerald dei Thin Lizzy, la seconda della ballad dei Cheap Trick The Flame) che i Dare, già da diverso tempo, stavano suonando nei loro concerti.
continua
06 Dicembre 2025 3 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1989
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Se c’è un gruppo che, insieme ai Pretty Maids, ha portato in alto la bandiera danese nella scena hard rock tra gli anni ’80 e ’90, questi sono i D‑A‑D. Con No Fuel Left for the Pilgrims (1989) hanno segnato un’epoca, firmando quello che è unanimemente considerato il loro capolavoro: un disco che sancisce il salto di qualità definitivo in termini di scrittura, coesione e ispirazione. Fin dalle prime note, il full-length esplode come una bomba ad altissimo potenziale.
Il gruppo nasce nei primi anni ’80 con una vocazione decisamente punk. Dopo la stabilizzazione della line up e la scelta del nome Disneyland After Dark, una sorta di omaggio ma anche di critica all’influenza culturale americana dell’epoca, il sound inizia gradualmente a integrarsi con elementi più vicini al country e al southern rock, mentre il songwriting continua a maturare. La possibilità di suonare negli Stati Uniti dona alla band una nuova consapevolezza: già affermati in patria grazie ai loro live energici ed esaltanti, i musicisti cominciano a incorporare componenti tipicamente hard rock, dando vita a uno stile unico nella scena.
È proprio con Slippin’ My Day Away che arriva la svolta: il pezzo funziona, piace, e la fama del gruppo comincia a superare i confini scandinavi. A quel punto la Warner propone alla band un contratto molto sostanzioso per almeno due album, a patto però di abbreviare il nome in D‑A‑D per evitare possibili controversie legali con la Disney. Il resto, come spesso si dice, è storia. Musicalmente, No Fuel Left for the Pilgrims si presenta come un hard rock piuttosto melodico, ma al tempo stesso grezzo e sporco, capace di sorprendere per una peculiarità insolita per una band danese: un groove fortemente influenzato dal southern rock americano. E funziona ancora oggi, perché il disco appare diretto e potente solo in superficie, rivelando invece un gusto per gli arrangiamenti decisamente sopra la media.
L’album ci regala dodici tracce da ascoltare a raffica.
L’attacco è affidato alla già citata Sleeping My Day Away, e molti ricorderanno il celebre video su MTV, con il bassista dal basso a due corde e il casco con la croce rossa mentre fa esplodere petardi qua e là. Il brano è semplicemente magnifico: un vero anthem, sostenuto da un ritmo cadenzato, da una chitarra slide languida che crea quel tipico tono glissato del southern rock e da un hook assolutamente perfetto. E credetemi, visto che quando impugnavo indegnamente il microfono con la mia band l’abbiamo coverizzata, è molto più raffinata di quanto sembri all’apparenza.
Subito dopo, Jihad colpisce come un pugno diretto in piena mandibola. La voce di Jesper Binzer è abrasiva, roca e graffiante, mentre il brano sprigiona una potenza che ricorda i migliori AC/DC, rivelando le radici punk della band anche nella sua durata. È proprio il testo di questa canzone a dare il titolo all’album.
Tracce come Point of View e Rim of Hell mettono in luce i lati più oscuri e riflessivi della band, con riff che richiamano qua e là lo stoner rock. Rim of Hell appare come un vero altoforno sonoro: il brano procede lentamente con strofe ben calibrate per esplodere poi in un ritornello devastante, che fa tremare gli altoparlanti.
Con ZCMI il ritmo accelera bruscamente, impedendo all’ascoltatore di restare fermo, grazie a riff serrati e a una sezione ritmica ben in evidenza. Non mancano momenti melodici di grande pregio, come Girl Nation, ricco di intuizioni e melodie irresistibili, oppure pezzi martellanti come Overmuch, un vero masso che si stacca dalle montagne.
La traccia finale, Ill Will, chiude l’album con un pugno sonoro poderoso. È un indurimento netto del suono, con un’atmosfera che si avventura anche in territori lontani dall’hard rock.
I D‑A‑D, con la loro attitudine sregolata e punk, hanno dato vita a un’autentica gemma di hard rock crudo e melodico. Nonostante le difficoltà, come l’ira dell’etichetta per il video di Sleeping My Day Away, su cui aveva investito ingenti risorse, l’album ha riscosso un grande successo: No Fuel Left for the Pilgrims ha venduto circa 600.000 copie nel mondo. Rimane un esempio di songwriting raffinato, capace di regalare emozioni ancora oggi, e il loro ultimo album (Qui La Recensione) conferma che la band è ancora in forma smagliante, con un sound estremamente contemporaneo e moderno. Lunga vita ai D‑A‑D!
29 Novembre 2025 3 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 1991
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Nella storia dell’AOR, un genere nato e plasmato principalmente negli Stati Uniti e in Canada, il contributo britannico è stato spesso percepito come marginale. Non certo per mancanza di qualità, basti pensare a realtà solide come FM, Shy o Dare, ma perché, agli occhi del mercato americano, molte band europee apparivano come semplici derivazioni del modello nordamericano. La difficoltà cronica con cui queste formazioni cercarono di imporsi negli Stati Uniti conferma quanto fosse arduo superare quel pregiudizio geografico e sonoro. In un contesto già di per sé complesso, l’esordio degli Heartland non ebbe vita facile: accolto con sorprendente freddezza dalla stampa britannica e spesso liquidato con superficialità come un “Dare in chiave più americana” (segno che, allora come oggi, si giudicava forse troppo dalla copertina), finì rapidamente in secondo piano. Considerando anche che proprio nel 1991 l’AOR stava sparando le sue ultime cartucce di gloria, si comprende come questo debutto sia diventato uno degli episodi più ingiustamente sottovalutati del rock melodico inglese.
Se vogliamo analizzare il paragone con i Dare dell’esordio, al di là dell’uso più marcato delle tastiere non emergono reali punti di contatto stilistico. Le atmosfere del primo Dare sono intime, bucoliche e profondamente britanniche, mentre gli Heartland attingono con decisione all’AOR e al pop rock di scuola canuck, interiorizzando e reinterpretando quelle sonorità in modo autentico, probabilmente andando oltre quanto fatto dalla maggior parte delle band inglesi fino a quel momento. L’efficacia sonora di questo debutto si deve in gran parte alla sua formazione originale: Chris Ousey (voce), Gary Sharpe (chitarre), Phil Brown (basso), Steve Gibson (batteria) e Rik Carter (tastiere). Chris Ousey, proveniente dai Virginia Wolf, colpisce in particolar modo con la sua voce graffiante ma delicata, arricchita da sfumature soul e un timbro vagamente ‘black’, che si amalgama con naturalezza ad ogni canzone del disco. Le chitarre di Gary Sharpe sono nitide ed essenziali, mai invasive, perfettamente appoggiate sul tappeto tastieristico di Rik Carter, e infondono vita a questi piccoli gioielli di melodic rock. La produzione fu affidata a Jimbo Burton e Julian Mendhelson, affiancati da James Barton, il tecnico che aveva brillato su Empire dei Queensrÿche. Barton colse subito l’impronta sonora necessaria e valorizzò al meglio un materiale tanto ispirato quanto immediato.
Le dieci tracce si aprono con Teach You to Dream, l’introduzione, costruita su chitarre cristalline, tastiere soffuse e leggere percussioni, evolve in un crescendo atmosferico che richiama le sonorità canadesi di band come Glass Tiger o Boulevard. Il disco prosegue con Carrie Ann, una power ballad dal suono ampio e imponente, propriamente di stampo Boulevard. Suggestioni soul e westcoast attraversano la delicata Don’t Cast Your Shadow. Real World guarda invece con decisione all’AOR statunitense, richiamando spesso i Journey. Fight Fire With Fire contraddice il titolo, rivelandosi una ballad basata su una raffinata trama acustica che cresce progressivamente fino a un finale corale ed elettrico. That Thing si muove su coordinate più notturne e sensuali, mentre la scintillante Walking on Ice si distingue per varietà e dinamismo. Con la ballad Paper Heart si torna a rivolgere lo sguardo al mondo dei Journey, tra melodie espansive e arrangiamenti ricchi. Il disco si chiude con Promises, il brano forse più “europeo” del lotto, sorretto da un ritornello e da arrangiamenti particolarmente efficaci.
Heartland è un album che colpisce senza cedimenti, in cui ogni linea melodica e ogni armonia si intrecciano con naturalezza, creando un groove irresistibile. Per gli amanti di melodia e rock raffinato, questo debutto rimane un must: fedele ai canoni più autentici dell’AOR, riesce a fondere con eleganza il gusto britannico con la raffinatezza nordamericana. È notevole che, nonostante le difficoltà iniziali, gli Heartland siano rimasti sulla scena, ancora guidati da Chris Ousey, che nel frattempo ha portato avanti anche una carriera solista, continuando a dare linfa alla propria eredità artistica e dimostrando che la qualità autentica non può essere messa a tacere dalle mode passeggere.
22 Novembre 2025 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR, Pop Rock
anno: 1990
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Il terzo album in studio dei canadesi Refugee – ehm – il primo disco solista della carriera di Myles Hunter, ex-cantante dei Refugee, merita di diritto un posto nella nostra raccolta di gemme sepolte della musica rock melodica. Questo, grazie al suo ottimo songwriting, che non si discosta di molto dalla alta qualità delle due registrazioni edite precedentemente dalla sua band (Affairs in Babylon (1985) e Burning From The Inside Out (1988)), anche perché suonato e interpretato dagli stessi musicisti di quel gruppo, ovvero Rob Kennedy alla chitarra, Martin Jones al basso, Howard Helm alle tastiere, e Brian Doerner alla batteria.
continua
15 Novembre 2025 2 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock/AOR
anno: 1990
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C’era un tempo in cui nei negozi di dischi trovavi sempre un giradischi o un lettore CD per ascoltare al volo un album prima di sganciare le sudate 18.000/20.000 Lire. Nel 1990, alla tenera età di 17 anni, la mia meta fissa dei sabati pomeriggio e delle mattine di forca a scuola (tante perché quell’anno mi bocciarono pure 😉 ) era l’allora superblasonata Galleria del Disco nel sottopassaggio della stazione di Santa Maria Novella a Firenze, dove il buon Gianni, mio Guru dell’hard rock (Dio lo abbia in gloria), mi aspettava sempre con qualcosa di diverso e perfettamente in linea con i miei gusti. Per i Firehouse non fu diverso. Già la copertina, con la gnoccolona che teneva un fiammifero in mano, invitava all’acquisto, ma come mi consigliava Gianni: ‘senti le prime due e il lento e già avrai capito il 90% del disco’. Così feci, e dopo averle ascoltate e cacciate le 18.000, il disco scivolò nello zaino.
Bisogna dire che, per formazione musicale, prediligo le voci potenti e da macho, tipo quella di David Coverdale, per intenderci. Quella voce un po’ da “gatto in amore” di CJ Snare (R.I.P.) ci mise un po’ a fare breccia, ma quando ascoltai All She Wrote fui letteralmente conquistato. Sarà stato il disagio giovanile provocato dalle prime delusioni amorose, ma cantata a squarciagola quella canzone aveva qualcosa di terapeutico, e ciò spiega molto dei disagi adolescenziali dell’epoca :-). Questa è la mia esperienza personale col ricordo del disco, ma ovviamente serve solo a calare il tutto nel contesto dell’epoca, quando questo disco fece abbastanza furore, una delle ultime fiammate commercialmente valide di questo genere. I nostri eroi furono addirittura elevati a paladini del genere dopo che, agli American Music Awards del 1992, i FireHouse vinsero nella categoria ‘Best New Hard Rock/Heavy Metal Band’, superando niente meno che Nirvana e Alice In Chains. Uno smacco mica da poco, visto che stavamo entrando in piena rivoluzione grunge. Un paradosso storico, ancora oggi motivo di battute e leggende metropolitane.
La Epic intuì subito il potenziale della band, capace di condensare il meglio del class metal con ritornelli melodici e fulminanti e chiuse rapidamente il contratto prima della pubblicazione. L’album d’esordio dei Firehouse del 1990 ottenne un successo commerciale straordinario, raggiungendo il numero 21 della classifica Billboard e ottenendo il doppio disco di platino negli Stati Uniti oltre a dischi d’oro in Canada, Giappone e Singapore. Grazie a una produzione impeccabile e a una promozione non lasciata completamente al caso, furono estratti tre singoli, tra cui la power ballad Love Of A Lifetime che raggiunse il numero 5 in classifica e fu trasmessa a nastro su MTV. La band si esibì negli USA come supporto, tra gli altri, dei Tesla, e mostrò particolare attenzione anche al mercato giapponese, sempre molto ricettivo per il genere. Et voilà: ecco la dimostrazione che se la stessa ricetta fosse stata applicata anche ad altre band, il declino di questo genere forse non sarebbe avvenuto, o almeno non nei termini in cui poi successe.
Musicalmente parlando, l’apertura con Rock On The Radio presenta un’introduzione percussiva che è poi divenuta iconica e lascia presto spazio a un arena rock pulsante e coinvolgente, perfetto per inaugurare un album d’esordio. Il primo singolo Shake & Tumble sprigiona immediatamente una melodia avvincente, mentre Don’t Treat Me Bad propone un ritornello così efficace da affermarsi con forza nelle rotazioni radiofoniche. Il momento più raffinato dal punto di vista melodico è rappresentato dalla già citata All She Wrote, che raggiunge un equilibrio ideale tra la componente AOR più dolce e un ritornello memorabile tanto da essere considerato da molti il brano più rappresentativo della band. Tra i pezzi più incisivi si distinguono Lovers’ Lane, caratterizzata da un approccio aggressivo e ritmicamente vivace, e Overnight Sensation aperta da un urlo da brividi di C.J. Snare. Infine, Love Of A Lifetime rappresenta la quintessenza della power ballad dei primi anni ’90: apprezzata e contestata allo stesso tempo, qualcuno l’ha sempre considerata troppo commerciale, ma la sua efficacia musicale è indiscutibile.
Eccoci, dunque, a rendere tributo a un disco che ha quasi chiuso un’era commerciale e a una band che anche negli anni successivi non ha mai mollato il colpo, tenendo sempre acceso quel fiammifero melodico presente in questa iconica copertina.
12 Ottobre 2025 1 Commento Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 1974
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Classico tra i classici, imprescindibile per tutti gli amanti dell’hard rock, o dal rock in avanti, “Kiss” dei Kiss, anno del Signore 1974, rappresenta un crocevia fondamentale per la storia della musica popolare. Il primo capitolo di una saga durata cinquantanni, la colonna sonora della vita di milioni di ragazze e ragazzi in tutti gli angoli del Mondo, ha inizio con l’uscita di questo album, che già conteneva i prodromi di uno stile e di una intenzione che faranno dei Kiss una delle più grandi macchine da musica (e da incassi) dell’intero business musicale.
In primo luogo, la band, formatasi, anzi, riarrangiatasi l’anno precedente dalle ceneri dei Wicked Lester: Gene Simmons al basso, Paul Stanley alla voce e alla chitarra, Peter Criss alla batteria e Ace Frehley alla chitarra solista; tutti e quattro anche cantanti e coristi, oltre che songwriters. Questa formazione è un mantra, che tutti sanno a memoria come gli undici della finale dei Mondiali di calcio del 2006 o, per la generazione, del 1982. Il makeup a contraddistinguere uno stile e un mistero che solo poche band hanno avuto nei primi anni della loro carriera, poi esposta e sovraesposta nei decenni a seguire. La copertina dell’album, capolavoro assoluto, a mettere in mostra, su sfondo nero, un Monte Rushmore rivoluzionario, ovvero i quattro volti truccati dei quattro componenti, che, escludendo Peter Criss, presentano quei tratti caratteristici che diventeranno parte fondamentale dello show e del prodotto Kiss (la stella di Paul su tutte).
Da ragazzino è stato il primo album dei Kiss che abbia mai ascoltato e, senza troppa retorica, mi ha cambiato la vita: masterizzato da un mio amico e compagno di band, “Kiss” mi ha aperto gli occhi verso la parte più teatrale e “anabolizzata” del rock e, da chitarrista alle prime armi, mi ha portato alla conoscenza del mio mito chitarristico assoluto, ovvero Ace Frehley. Tanto mi appassionò, che nel giro di un paio di anni comprai tutti i primi album dei Kiss, con annessa autobiografia di Gene Simmons che letteralmente consumai (prima del 2006, anno che mi portò “The Dirt” e la scoperta di un’altra dimensione dell’hard rock).
Fuori dalla cronaca personale, questo album si deve poi aprire, inserire e ascoltare: impossibile farlo seduti, o in religioso silenzio, perché muoversi e scatenarsi è parte dell’ascolto. Si capisce che già qualcosa di incredibile e mai visto stava nascendo a New York, si capisce il genio creativo e l’energia dirompente sin dalle prime note di “Strutter”, cavalcata pomposa, spregiudicata, che presenta tutte le caratteristiche di un brano a marchio Kiss: ritmica ancheggiante, ritornello catchy, coralità e assolo in pentatonica… e cosa serve di più?
Il brano che segue è il primo singolo della band, “Nothin’ To Lose”, che entra subito nella mente e sotto la pelle, con il ritornellone cantato da Peter Criss e la perfetta struttura a incastro tra strumenti e voce.
“Firehouse” è l’essenza dell’unione tra un grande brano e lo spettacolo di un concerto dei Kiss, perché anche questa fu la loro grande rivoluzione: un demone sputafuoco che a fine brano lancia da una spada una palla di fuoco… perché la musica può diventare un grande show e i Kiss ce lo hanno insegnato.
Ore e ore davanti allo specchio della camera dei miei a imitare, a muovere la testa quando ancora era inondata da un mare di capelli lunghi, a replicare il solo e la ritmica di questo brano di Ace Frehley: “Cold Gin”, una perla rara, un rito iniziatico, imprescindibile.
Un po’ di rock’n’roll vecchio stile con “Let Me Know”, americanissimo, ammiccantissimo, ma comunque piacevole, che stacca un po’ e ci riporta sempre a “quegli anni” e che dovrebbe farci riflettere sulla capacità corale degli artisti che uscirono da quell’epoca, sia a livello vocale che compositivo.
Solitamente, al giro di boa, si andrebbe in calando: mai ragionamento fu più erroneo.
“Kissin’ Time” è un tour negli Stati Uniti che legheranno la propria storia a questa band, un quartetto dal destino scritto proprio in quel sogno americano che rappresenteranno almeno nella prima parte della carriera: emarginati, ragazzi di strada, accomunati dalla voglia di fare musica insieme e di sbarcare il lunario.
E qui arrivano i carichi da 90: “Deuce” è un classico, etimologicamente parlando, da tanto è stato ascoltato, suonato, copiato, riadattato, un brano che ha dato la forma all’hard rock, un canone imprescindibile per tutto ciò che ne deriverà… e chi dirà il contrario è un fan degli Aerosmith (si scherza, ovviamente).
Dopo la veloce strumentale “Love Theme From Kiss”, l’intro di basso di “100.000 Years” ci catapulta in un universo spietato, oscuro, che ci presenta un’altra caratteristica della band, ovvero la poliedrica forma del genio compositivo, sì attinente al genere, ma già da subito capace di attingere da altro e di farsi influenzare, ancor prima di influenzare il mondo del rock… e ci sarebbe da dire qualcosa anche sulla voce di Paul Stanley, ovvero un tratto fondamentale di una rockstar vera, pura, inimitabile
La conclusiva “Black Diamond” è uno spettacolo, una gemma unica, emozionante, con due soli di chitarra perfettamente cesellati da Frehley nella trama vocale spietata di Peter Criss e nella ritmica dinamicissima del duo Simmons/Stanley, una goduria per le orecchie e, dal vivo, una goduria per gli occhi, con lo spettacolo della “fustigazione” nel solo finale a rendere il tutto emozionante e struggente.
Nulla cambierà questa “recensione postuma” sul giudizio globale della band e soprattutto su questo album incredibile, che risulta un vero caposaldo di un genere e di un modo di vedere la musica, che tanti giovani ha ispirato e che tanti “meno” giovani continua a emozionare e a far sognare… E con un po’ di malinconia non resta che ringraziare i Kiss per il loro lavoro e per le sincere emozioni che hanno saputo trasmettere.
20 Settembre 2025 2 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1991
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Questo è uno di quei dischi che ti capita di vedere passare sullo scaffale, mentre sistemi la collezione o scegli cosa ascoltare, e già dalla copertina riaffiorano alla mente i ricordi in bianco e nero di un’epoca che fu. Un album che aveva tutto per sfondare, ma che, come accaduto a molti altri, è finito nel cassetto dei tesori nascosti. Una gemma di hard rock diretto e senza fronzoli, che meritava molta più fortuna ed è stata sepolta dalla fine di un’era.
La storia dei McQueen Street inizia nel profondo Sud degli Stati Uniti, a Montgomery, Alabama, alla fine degli anni ’80. Per circa tre anni, il cantante e chitarrista Derek Welsh, il chitarrista Michael Powers, il bassista Richard Hatcher e il batterista Chris Welsh si sono fatti le ossa suonando ovunque fosse possibile nel Sud-Est. Parliamo di 5-7 sere a settimana (a pensarci oggi vengono i brividi), tra locali pieni e bettole con solo una manciata di ubriachi come pubblico (e a chi non è venuto in mente il film The Blues Brothers?). Ma non importava: erano in missione per conto dell’hard rock (semi-cit.).
Questo sudore e questa gavetta li portarono a firmare con la SBK, una sussidiaria della EMI che annoverava in catalogo artisti del calibro di Boy George, Wilson Phillips e Jon Secada. Nomi di peso, certo, ma non esattamente specialisti dell’hard rock. Ad ogni modo, riuscirono a entrare in studio con un produttore di grande esperienza come Tom Werman (già al lavoro con pesi massimi quali Mötley Crüe e Cheap Trick). Il risultato è questo disco omonimo: dieci tracce di hard rock potente e melodico, a cavallo tra lo sleaze più stradaiolo e le radici del sound più classico. Un lavoro che, sulla carta, aveva tutte le carte in regola per sfondare… se non fosse stato il 1991.
L’album è un concentrato di energia pura, come lo definì lo stesso Derek Welsh. Pezzi come ‘When I’m In The Mood’, ‘Woman in Love’ e ‘Money’ sono da rocker puri, paragonabili a un incrocio tra Skid Row e Great White. Certo, non puntavano sull’originalità: la band non ha mai cercato di aprire nuove strade, ma compensava ampiamente con un feeling travolgente e un songwriting solido ed efficace. Brani come ‘Going Back to Mexico’ mostrano un lato più strutturato e potente, sulla scia di Bulletboys, Kix e Junkyard, con persino un intro percussivo dal sapore spagnoleggiante a sottolineare l’ambientazione del brano. Tuttavia, i McQueen Street sapevano anche rallentare il ritmo, dimostrando una notevole capacità nel confezionare ballad di grande intensità. ‘Time’ è una power ballad carica di pathos, con un’atmosfera quasi western, mentre ‘In Heaven’ può senz’altro essere considerata il vertice emotivo del disco: una splendida ballad da dedicare all’infatuazione giovanile del momento, perfetta per fare colpo col tocco dell’uomo fuori dagli schemi (e con i miei coetanei ci siamo capiti :-)). E poi c’è ‘Only The Wind’, un’altra preziosa gemma elettroacustica. Questa capacità di alternare colpi diretti allo stomaco a delicate carezze melodiche è uno dei tratti più pregevoli del disco, capace di coinvolgere senza annoiare, anche a decenni dall’uscita.
Ad impreziosire l’album, e a ulteriore conferma che i McQueen Street non erano, per così dire, caduti da un pero, ci sono ospiti di un certo calibro. Steve Stevens, il celebre chitarrista di Billy Idol, suona un assolo e co-produce il brano ‘Two Worlds’, mentre ai cori troviamo un altro nome noto, Jeff Scott Soto, e alle tastiere un certo Cj Vanston. Insomma, non so se mi spiego…
Nonostante la qualità del materiale e una produzione impeccabile a cura di Werman, qualcosa ovviamente andò storto. Derek Welsh stesso ha raccontato di non essere mai stato soddisfatto delle strategie di marketing, in particolare della copertina dell’album, che ritraeva una donna su un camion: la considerava una rappresentazione inaccurata della band e della sua musica, un tentativo forzato di associarli alla solita trinità “sesso, ragazze e feste”. Anche la scelta dei primi tre singoli (‘My Religion’, ‘In Heaven’ e ‘Time’) gli parve poco coerente. Io penso invece che furono i cambiamenti dell’industria musicale all’inizio degli anni ’90, con le radio e MTV che voltavano le spalle a un certo tipo di hard rock, a condannare band come i McQueen Street all’oblio. Senza supporto mediatico e con il morale a terra, la band si sciolse nel 1993 e, tragicamente, l’anno successivo il batterista e fratello di Derek, Chris Welsh, morì a causa di una malattia virale.
Pur avendo avuto una carriera troppo breve (esiste solo un altro album della band, datato 2003), quest’album resta una testimonianza potentissima di ciò che i McQueen Street avrebbero potuto diventare. È il classico disco simbolo di un’epoca: forse non un capolavoro, ma assolutamente da ascoltare a tutto volume, con i finestrini abbassati, e che avrebbe meritato sicuramente più riconoscimento di quello ottenuto. Un piccolo frammento di storia del rock che, grazie alla passione dei fan, continua a rifiutarsi di essere dimenticato.
23 Agosto 2025 1 Commento Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1992
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Quando nel 1992 gli Hardline pubblicarono il loro debutto ‘Double Eclipse’ per la MCA, ero in piena botta di dipendenza dai Bad English, e vedere in formazione due quinti di quella band fece sì che acquistassi il disco senza nemmeno ascoltare mezza traccia, come si usava allora nei negozi di dischi… ahhh, la nostalgia. Il panorama musicale stava cambiando rapidamente e il ‘genere che non può essere nominato’ stava conquistando le scelte delle major, spazzando via il regno dell’hard rock melodico e dell’AOR che avevano dominato gli anni ’80. Eppure, proprio in quel momento critico, i fratelli Johnny e Joey Gioeli, insieme a Neal Schon, Todd Jensen e Deen Castronovo, riuscirono a firmare un album che, pur non sfondando le classifiche, è rimasto negli anni come un punto di riferimento imprescindibile per chi ama il genere. Naturalmente il sound non era proprio Bad English style, ma la combinazione di un songwriting ispirato e di una formazione stellare creò un suono solido e moderno, che ancora oggi mantiene intatta la sua freschezza e che comunque mi fece apprezzare il disco dopo appena un paio di ascolti.
Johnny Gioeli, a malapena ventenne, sfoderava una voce già matura, graffiante e melodica al tempo stesso, capace di dare vita a interpretazioni trascinanti in brani come ‘Takin’ Me Down’ (singolo che raggiunse il #37 delle Mainstream Rock Charts) e ‘Life’s a Bitch’, e di emozionare con intensità in pezzi più melodici come ‘Everything’ e soprattutto nella splendida power ballad conclusiva ‘In the Hands of Time’, in cui la sua vocalità, sorretta dall’introduzione acustica e dall’assolo magistrale di Schon, tocca vette altissime. Colpisce come, a distanza di oltre trent’anni, la sua voce non abbia perso nulla in potenza ed espressività: se i lavori con Axel Rudi Pell hanno confermato la sua versatilità, negli album più recenti degli Hardline (da ‘Danger Zone’ fino a ‘Heart, Mind and Soul’) ha dimostrato di saper reggere il confronto con il proprio passato, aggiungendo profondità e maturità a un timbro che sembra immune allo scorrere del tempo. Neal Schon, libero di esprimere il suo lato più hard, si ritaglia un ruolo da protagonista con riff granitici e assoli incandescenti, fino a firmare lo strumentale ‘31-91’, inquieto e ipnotico, che mette in luce la sua capacità di sperimentare. Todd Jensen e Deen Castronovo sostengono la sezione ritmica con precisione chirurgica e pathos, mentre Joey Gioeli completa il muro sonoro con una chitarra ritmica compatta ed efficace.
La produzione di ‘Double Eclipse’, curata dallo stesso Neal Schon insieme a Mike Stone, valorizza ogni elemento della band, conferendo al disco un suono cristallino e potente, perfettamente bilanciato tra melodia e hard rock, senza mai sacrificare la spontaneità delle performance. Questo lavoro in studio contribuisce a rendere il disco moderno e nitido, pur mantenendo il calore tipico dell’hard rock a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.
Oltre ai singoli di punta, ‘Hot Cherie’ (cover degli Streetheart che arrivò al #25 delle Mainstream Rock Charts) resta uno degli inni più riusciti dell’intero repertorio, mentre ‘Bad Taste’ e ‘Rhythm from a Red Car’ aggiungono grinta e dinamismo a una tracklist priva di veri riempitivi. Certo, qualche passaggio può risultare meno incisivo, come ‘Change of Heart’ o ‘I’ll Be There’, o forse più scontato, come ‘Dr. Love’, ma nel complesso la qualità media resta altissima e rende ‘Double Eclipse’ un ascolto imprescindibile.
Da segnalare che nell’edizione giapponese è presente la bonus track ‘Love Leads the Way’, inserita come terzo brano della tracklist, con conseguente slittamento di tutte le tracce successive.
Uscito in un’epoca ostile al suo stesso genere, questo album ha trovato nuova vita negli anni, conquistandosi lo status di piccolo classico e mantenendo un fascino intatto, capace di raccontare con sincerità l’ultima grande stagione dell’hard rock melodico.