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03 Ottobre 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Hard Rock
anno: 1990
etichetta:
ristampe:
Il nome del musicista statunitense Tony MacAlpine rimane alla storia come quello di un affermato chitarrista virtuoso, solista, di genere e stile tra il metal neoclassico e la musica fusion. Nella sua ricca e duratura carriera vanta importanti collaborazioni (tra le quali spiccano i M.A.R.S., i Planet X, e i tour con Steve Vai), ma anche la stampa di un’eccellente, ma dimenticata, gemma hard rock: il disco Eyes of the World.
Questo album, uscito nel 1990 per la label Squawk Inc. (Polygram) sotto il moniker di MacAlpine, vide il chitarrista unire le forze con il tastierista Mark Robertson, con il bassista Mike Jacques, e con il batterista Billy Carmassi (Aldo Nova, Jet Red, Streetheart), ma soprattutto con il valido ed emergente cantante Alan Sehorn, nel tentativo (neppure troppo celato) di emulare lo stile delle hard rock band di maggiore successo commerciale in quegli anni.
Da qui una produzione ricca degli immancabili virtuosismi chitarristici, questa volta però offerti alla dimensione canzone, e costruita in undici tracce molto orecchiabili e intense, ricche di cori catchy e refrain avvincenti. Ne è un esempio l’opener The World We Live In, una canzone tra hard rock melodico e AOR, pulsante, calda nei suoi arrangiamenti, forte di un bel battito di batteria su cui muove l’espressiva e intonata vocalità di Sehorn e la chitarra, tecnica e vivace, del leader e principale autore di questi brani. Un riff maschio apre invece The Hard Way, brano ritmato e deciso, tra Extreme e Def Leppard nel suo stile, con Escape The Hell a mantenere alte le energie al suono di una produzione hard rock ancora una volta dal gusto commerciale, ma dal riffing ai limiti dell’heavy, specialmente nelle strofe.
13 Settembre 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Progressive AOR / Pop Rock
anno: 1988
etichetta: 2012
ristampe: 2012
Con il loro secondo album in studio Kowtow, uscito nel 1988 come seguito del già ottimo esordio The Jewel del 1985, il gruppo britannico Pendragon entrò di diritto tra le più influenti realtà new progressive degli anni ’80 insieme a gruppi come Marillion, IQ, Pallas e Twelfth Night.
Più che concentrarsi sui frequenti cambi di ritmo tipici del genere, il rock progressivo di quegli anni cercava il più possibile di avvicinarsi al pop rock e all’AOR mainstream, nel tentativo di potersi garantire fama e passaggi radio e video nelle principali emittenti. Da qui, il quasi totale abbandono della composizione suite elaborata tipica degli anni’70 a vantaggio di una dimensione canzone, più esile e compatta, ricca ancora di cambi di tempo ma meno prolissa e ricercata, se non nel suo sfogo più arioso e melodico.
continua
12 Settembre 2026 2 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR / Pop Rock
anno: 1988
etichetta:
ristampe:
Toto, The Seventh One… facciamo un passo indietro, sintetico ma doveroso. La superband losangelina arriva alla fine degli anni ’80 con un bagaglio artistico già difficilmente eguagliabile, e pesante: il successo planetario di Toto IV, una credibilità costruita tra session man di lusso e una capacità compositiva fuori scala; e soprattutto una pressione discografica che li vuole costantemente in bilico tra raffinatezza musicale e accessibilità radiofonica. Cambi di formazione, tensioni interne e una ricerca costante del vocalist ideale hanno segnato gli anni immediatamente precedenti. L’ingresso definitivo di Joseph Williams alla voce e la stabilizzazione del nucleo storico Lukather–Paich–Porcaro danno finalmente l’idea di una band compatta.
The Seventh One è quindi un punto di arrivo? A mio modo di vedere la storia, no, ma rappresenta un grande ultimo respiro prima di un cambiamento inevitabile.
L’album si apre con Pamela, e già qui il messaggio è chiarissimo: i Toto non hanno intenzione di rinunciare alla loro identità più pop-oriented, ma la elevano a un livello di scrittura quasi chirurgico. Groove impeccabile, tastiere raffinate e un ritornello che è puro DNA anni ’80. È il biglietto da visita perfetto: elegante, ma radiofonico fino al midollo. You Got Me suona più nervosa e ritmicamente frastagliata, dannatamente affascinante. Meno immediata, ma estremamente curata. Anna la adoro e mi duole non mai averla mai sentita live in una delle varie occasioni in cui ho avuto la possibilità di vedere la band; intima, dolce. Steve Lukather si prende il centro della scena con una prova vocale misurata e sofferta. È il turno del singolo Stop Loving You, probabilmente uno dei vertici assoluti non solo dell’album, ma dell’intera carriera della band. Il brano è costruito su un equilibrio perfetto tra melodia, percussioni “calde” e un’apertura armonica che sfiora il miglior pop. La presenza dei cori di Jon Anderson aggiunge una dimensione quasi sospesa, che porta il pezzo oltre la semplice forma canzone.
Con Mushanga i Toto (ri)giocano la carta dell’esotismo ritmico, con una struttura che richiama inevitabilmente Africa ma senza mai diventare copia. È un brano che vive di atmosfera e trasmette un senso di viaggio continuo, sofisticata. Stay Away, più ruvida e spigolosa nei suoi incastri. È il lato meno levigato dei Toto, quello che prova a mantenere un contatto con un rock più diretto, anche se sempre filtrato da una produzione scintillante. L’energia e l’urgenza di Straight for The Heart fa da contraltare a Only The Children, uno dei brani più riusciti del lato “pop sofisticato” dei Toto. Il lavoro sulle tastiere e sulle dinamiche ritmiche è esemplare, e il risultato è un pezzo che scorre con naturalezza ma rivela dettagli a ogni ascolto.
Si continua con la matura ed emotiva A Thousand Years per passare all’elegante lento, malinconico, These Chains. In chiusura Home of The Brave, ambiziosa e quasi cinematografica. Il brano riassume molte delle anime del disco: la raffinatezza armonica di Paich, l’impatto vocale corale e una costruzione progressiva che guarda più alla suite che alla semplice canzone.
IN CONCLUSIONE
The Seventh One rappresenta, di fatto, l’ultimo capitolo della loro stagione più “classica”, quella in cui il confine tra pop sofisticato e AOR di lusso era praticamente invisibile. Dopo arriveranno stagioni artisticamente diverse, con interpreti diversi, ma di valore assoluto confermate ad ogni uscita discografica e ogni qual volta Luke e soci salgono sul palco.
12 Settembre 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR
anno: 1983
etichetta: 2000 / 2012
ristampe: 2000 / 2012
Gemma sepolta, o classico? Gemma sepolta, o classico?! Gemma sepolta, o classico??!! Anche se musicalmente si potrebbe definire un classico, è forse più giusto relegare al solo ruolo di gemma sepolta il debutto omonimo di Stan Bush, uscito nel 1983 per la major Columbia.
Il motivo principale di questa ardua scelta sta nell’enorme investimento iniziale della etichetta discografica, che sfortunatamente non fu totalmente ripagato dai dati di vendita (si parla di cifre iniziali pari a 100000$ per la produzione, sborsate da una Sony che era certa di aver tra le mani il nuovo Rick Springfield. E per certi versi, non aveva torto.), ma anche perché poi in fin dei conti il disco più famoso dell’artista sarà il seguente Stan Bush and Barrage del 1987.
Detto questo però, stento onestamente a ricordare molti album di debutto in grado di presentare 35 minuti di musica (sì, un tempo i dischi facevano venire giù le pareti anche superando di poco la mezz’ora di musica) così intensa e qualitativamente eccelsa. Nonostante fosse agli albori della sua carriera, Stan Bush è già l’incredibile musicista che ricordiamo, e tanto la sua chitarra quanto la sua vocalità dominano letteralmente la musica e le melodie di queste dieci canzoni. Al suo fianco, Dennis Belfield al basso regala classe e groove all’insieme, con Mike Baird alla batteria e Steve Forman alle percussioni a dettare il ritmo mentre un mostro sacro come Alan Pasqua al piano e all’organo cura il tappeto sonoro e gli arrangiamenti con il suo tocco celestiale.
continua
29 Agosto 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR / Pop Rock
anno: 1987
etichetta: /
ristampe: /
I What If furono una formazione AOR/pop rock capitanata dal celebre cantante Tommy Funderburk (lo si ricorda, su tutti, per gli Airplay), e che nel 1987 diede alle stampe, tramite una label di tutto rispetto come la RCA, l’omonimo e interessantissimo album di debutto What If.
Un disco di altissimo livello tecnico, dotato di un songwriting e di una produzione maiuscole, ma che fu sfortunatamente l’unico acuto di una carriera che, come spesso accade per i gruppi di cui parliamo nella nostra collana delle gemme sepolte, non ebbe modo di decollare, portando al prematuro accantonamento del progetto da parte dei suoi interpreti.
Ma andiamo nel dettaglio. Larry Williams (alle tastiere e al sax) e Bob Wilson (batteria) completano una formazione trio che si avvale di un nutrito numero di musicisti ospiti (tra tutti, Bill Champlin ai cori, Dann Huff e Michael Landau alle chitarre) per completare il proprio pacchetto musicale, dando vita a un’arena rock di facile ascolto, ricco di grandi refrain e di melodie accattivanti che rimangono impresse fin dal primissimo ascolto.
Il singolo di apertura, l’omonimo What If, contiene già al suo interno tutti i migliori ingredienti di questo songwriting, con chitarre, tastiere e sax (abbinate a un bel drumming ritmato e frizzante) a dare via al brano con un grande attacco, che precede l’ingresso vocale di un Funderburk sugli scudi, intonatissimo e carismatico, e che troveremo in grande spolvero lungo tutto il minutaggio del disco. If This Is Love è un puro inno pop rock anni ’80, che carica le sue energie con il crescere del battito della sua batteria, fino a un ritornello da stadio, tutto da cantare, che ben si alterna a strofe melodiche e ricche di pathos. Perfect World suona come la prima ballad del lotto, e nelle sue strofe si mostra come un delicato brano, cremisi come un tramonto, che sa però esplodere di energie in un refrain perfetto, da antologia del genere.
continua
28 Agosto 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Lite AOR
anno: 1989
etichetta: /
ristampe: /
Nove brani e quarantuno minuti di registrazione sono quanto è bastato al duo statunitense Bridge 2 Far per produrre una delle più pregiate gemme sepolte della nostra collezione musicale di genere rock melodico.
Usciti sul mercato nel 1989 con il loro (unico) disco di debutto omonimo Bridge 2 Far, Mark Williamson (cantante, autore, produttore, poli-strumentista) e John “J.R.” Robinson (batteria, tastiere, basso) produssero infatti un album di lite AOR di qualità micidiale, di alto livello dalla sua prima e ultima traccia, sempre incredibilmente efficace e riuscito sul piano tecnico e compositivo, ma purtroppo destinato ad avere ben poco successo a livello commerciale, complice probabilmente la scarsa capacità promozionale della sua etichetta (WTG Records).
Ciò che resta alla storia però è un disco senza tempo, dai suoni pregiati (merito di Chris Lord-Alge al mixing e Alan Shacklock alla produzione), ricco di ritornelli orecchiabili, accattivante in ogni sua melodia, e forte di alcune celebri partecipazioni quali, su tutte, quelle di David Paich alle tastiere, e Mike Landau e Steve Lukather alle chitarre.
continua
01 Agosto 2026 0 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno: 1985
etichetta:
ristampe:
Pur non arrivando alla consacrazione commerciale, alcuni dischi sono in grado di cristallizzare un’epoca: “Night of the Crime”, secondo lavoro degli Icon, già nel 1988 venne inserito da Kerrang! nella top 100 dei dischi AOR di sempre (fino a quel momento), alla numero 3! A conferma di ciò, ancora oggi rimane un’arma da tirare fuori quando collezionisti e malati del genere come noi ci confrontiamo a colpi di chicche indimenticabili. Non un vero e proprio concept in senso stretto o classico, ma nei testi troviamo un insieme di metafore per raccontare il tradimento di una notte e tutte le conseguenze emotive e pratiche che tale dinamica trascina con sé.
Pubblicato nel 1985, nel pieno dell’età dell’oro dell’hard rock melodico americano, rimane un gioiello meno visibile ma straordinariamente luccicante. La produzione, estremamente raffinata ad opera di Eddie Kramer e mixata da Ron Nevison (che coppia!), esalta un equilibrio quasi perfetto tra energia heavy, melodie irresistibili e tastiere dal sapore cinematografico, mentre la voce di Stephen Clifford si rivela il vero valore aggiunto: potente e melodica, espressiva ed avvolgente, capace di dare anima tanto ai brani più aggressivi quanto alle ballate.
L’apertura con “Naked Eyes” è un manifesto: il riff è immediato, il ritornello entra in testa fin dal primo ascolto e l’atmosfera cupa evocata dalle tastiere sembra trasportare l’ascoltatore in una metropoli illuminata al neon. È il perfetto prologo al disco: elegante, melodico, deciso. La successiva “Missing” abbassa leggermente i toni senza perdere intensità, puntando su una scrittura più emotiva (where were you on the night of the crime…). La sensibilità melodica della band cresce, sostenuta da una performance vocale intensa.
Con “Danger Calling” gli Icon tornano a spingere sull’acceleratore: costruita su un groove robusto e dotata di un ritornello maledettamente assimilabile. In “Out for Blood” le chitarre acquistano peso, mantenendo la componente melodica inalterata: intro lunga e suggestiva (oltre 2 minuti) per sprigionare un anthem energico ai confini col metal. È proprio questa capacità di non sacrificare mai il gusto per il ritornello a rendere “Night of the Crime” così speciale.
Se chiudiamo gli occhi potremmo accogliere “Shot at My Heart” come una versione AOR dei Dokken. La coppia composta da “Raise the Hammer” e “Frozen Tears” rappresenta due facce della stessa medaglia. La prima suona epica e ritmata, tanto semplice quanto incisiva; la seconda lascia emergere il lato più malinconico del gruppo. Una semi ballad notturna dominata da sintetizzatori profondi (in stile Foreigner, con echi di uno Steve Perry solista), dove Clifford timbra nuovamente confermandosi un sottostimato interprete.
Verso il finale, “Hungry for Love” e “Rock My Radio” riportano adrenalina. Sono due brani immediati, radiofonici nel senso più nobile del termine. Gli arrangiamenti, curati in ogni singolo dettaglio, esistono per lasciare il segno.
Poco prima dell’uscita del disco, Clifford lascia la band: la fatica di essere arrivati in cima a un trampolino resta vanificata. Secondo alcune ricostruzioni non confermate, la decisione sarebbe stata influenzata anche dalla fine di una relazione sentimentale di lunga data; ciò, insieme alla scarsa attitudine alla vita da rockstar, portò il cantante ad abbracciare uno stile di vita cristiano, con un rinnovato spirito religioso.
Riascoltare oggi “Night of the Crime” significa rivivere una stagione irripetibile. Mentre molte band inseguivano classifiche e mode, gli Icon realizzarono un album in cui ogni ingrediente trova il proprio posto con naturalezza, senza riempitivi né cedimenti. La produzione ha contribuito a far invecchiare il disco con dignità, mantenendo intatta quella brillantezza sonora che caratterizzava le migliori uscite della metà degli anni Ottanta.
Chi c’era allora ritroverà inevitabilmente una parte della propria giovinezza; chi lo scopre oggi potrebbe invece chiedersi come sia possibile che un album di tale qualità sia rimasto così a lungo nell’ombra.
E voi dove eravate… la notte del crimine?
19 Luglio 2026 2 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno: 1985
etichetta:
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‘Lovin’ Every Minute of It’ è uno di quei dischi ad oggi troppo poco menzionato, rimasto a qualunque latitudine estremamente ed erroneamente ‘di nicchia’, escludendo forse la natia Canada; melodie policromate, ritornelli costruiti per la radio e una produzione più robusta, in linea con la direzione del mercato discografico, rispetto ai lavori precedenti dei Loverboy. Pubblicato nel 1985 dalla Columbia Records, rappresenta il quarto album della band e segna anche il passaggio ai produttori Tom Allom e Paul Dean, con Allom noto soprattutto per il suo lavoro con gruppi hard rock e metal (Judas Priest, i Def Leppard dell’esordio, Krokus).
La title track è il cuore dell’album. Con la firma di Robert John “Mutt” Lange, una canzone progettata per conquistare l’ascoltatore al primo ascolto: riff incisivo, tastiere scintillanti e un ritornello irresistibile; uno dei maggiori successi del gruppo.
Subito dopo arriva ‘Steal the Thunder’, il lato ‘class’ della band. Le chitarre hanno più spazio e il pezzo trasmette una sensazione di energia da arena rock puro. È uno di quei brani che contribuiscono a dare carattere e a modellare lo stile nel suo insieme.
‘Friday Night’ suona come una ‘Working for the Weekend’ parte 2. Melodicamente pop e contagiosa, costruita attorno a un groove semplice ed efficace.
Altro grande momento con il lento ‘This Could Be the Night’, dove la band punta sull’eleganza, con una prova emotivamente sentita di Mike Reno. Molti fan la considerano superiore alla title track, e in effetti possiede quella dose di romanticismo tipico delle migliori produzioni AOR dell’epoca.
Tastiere new wave marchiano “Lead a Double Life” rendendo la scaletta e l’ascolto imprevedibile, senza allontanarsi dal proprio imprinting.
Ancora spazio per il singolo “Dangerous”, un mix riuscito tra Survivor e Bryan Adams, dominato da una linea di synth sontuosa e motivante (la prova vocale di Reno è immensa). Verso la fine del disco spicca ‘Destination Heartbreak’, una canzone che forse non viene citata spesso quando si parla dei Loverboy, ma che racchiude molte delle qualità dell’album: melodia notturna, arrangiamento curato, un equilibrio riuscito tra romanticismo e anthem da stadio. È uno di quei brani che crescono ascolto dopo ascolto e non stancano mai, anzi.
Nel complesso, Lovin’ Every Minute of It viene considerato il momento più rappresentativo del loro stile maturo e rimane alle orecchie del sottoscritto un manifesto perfetto per raccontare in musica cosa fossero quegli anni. Se è vero che all’epoca alcuni critici gli hanno rimproverato una certa adesione alle convenzioni del rock radiofonico del 1985, questa sua natura estremamente “anni Ottanta” costituisce oggi gran parte del suo fascino e dei suoi punti di forza.
Se amate l’AOR classico, i ritornelli giganteschi e quel tipo di rock melodico che sembra nato per essere ascoltato con il volume al massimo in automobile, questo album resta una delle uscite più solide della carriera dei Loverboy. Non contiene solo il grande singolo che gli dà il titolo: dietro c’è un lavoro stratificato e compatto, emotivamente travolgente, e ancora molto piacevole da riscoprire.
04 Luglio 2026 0 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno: 1986
etichetta:
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Sera d’inizio estate, sono le 20:00 e c’è ancora una buona e suggestiva luce dal terrazzino di casa. Passo vicino a una parte della collezione di dischi, scelgo un qualcosa di adatto ai colori e alle emozioni che questi momenti mi suggeriscono, e una volta seduto sulla poltrona, inizio a scrivere…
1986: i Journey arrivano a ‘Raised on Radio’ portandosi sulle spalle un passato quasi ingombrante. Dopo aver conquistato il mondo con album monumentali come ‘Escape’ e ‘Frontiers’, l’universo musicale e la band stessa si trovano in una fase di cambiamento, quest’ultima sospesa tra la voglia di evolversi e il peso delle aspettative. È un momento delicato, ma affascinante: invece di ripetere una formula vincente, i Journey scelgono di inseguire un suono più levigato, più adulto, più vicino all’anima melodica di Steve Perry visti gli ottimi riscontri ottenuti dal lavoro solista ‘Street Talk’ di due anni prima.
L’apertura con “Girl Can’t Help It” è irresistibile: melodia immediata, ritornello luminoso e quella capacità tutta Journey di trasformare una canzone pop rock in qualcosa che resta in testa per giorni. “Positive Touch” prosegue con energia e classe, mostrando una band che sa ancora scrivere hook memorabili senza perdere eleganza.
Poi arriva “Suzanne”, uno dei gioielli nascosti dell’intera discografia del gruppo. Ha un fascino cinematografico, con Perry che canta come se ogni parola fosse vissuta sulla propria pelle. Non stupisce che ancora oggi sia tra i brani più amati dai fan più affezionati.
“Be Good to Yourself” rappresenta il lato più solare e trascinante del disco: ottimismo, ritmo e una carica positiva che sembra fatta apposta per le radio dell’epoca. “Once You Love Somebody” introduce sfumature soul e R&B che rendono l’album sorprendentemente vario, mentre “Happy to Give” mette in mostra tutta la sensibilità melodica della band.
La title track “Raised on Radio” è una dichiarazione d’amore verso la musica stessa, un brano che celebra quel legame quasi romantico tra ascoltatore e onde radio. “I’ll Be Alright Without You” è invece una delle ballate più raffinate mai interpretate da Perry: malinconica, elegante e incredibilmente sincera. Il finale con la doppietta “The Eyes of a Woman” e “Why Can’t This Night Go On Forever” lascia una scia emotiva intensa, chiudendo il viaggio con dolcezza e nostalgia.
Col senno di poi, ‘Raised on Radio’ appare quasi come l’ultimo grande capitolo dell’età classica dei Journey. Dopo il tour del 1986, le tensioni interne e l’uscita di Steve Perry portarono a una lunga pausa, rendendo questo disco una sorta di fotografia dell’istante prima del cambiamento definitivo.
Eppure il suo lascito è rimasto intatto. Oggi lo si può ascoltare come un album di transizione, un passaggio quasi obbligato, certo, ma anche come un’opera coraggiosa che ha saputo fondere arena rock, pop sofisticato e soul in modo personale. Non possiede l’impatto storico di ‘Escape’, ma custodisce alcune delle interpretazioni vocali più intense di Perry e mostra una band capace di reinventarsi senza rinunciare alla propria identità. A quarant’anni di distanza, continua a essere rivalutato da molti appassionati come un capitolo sottostimato ma preziosissimo della storia dei Journey e dell’AOR americano.
27 Giugno 2026 0 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno:
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Come spesso accade nel Melodic Rock, il tempo ha saputo rimettere le cose al loro posto, trasformando quello che fu un insuccesso commerciale in uno dei dischi più amati e rispettati dagli appassionati di AOR.
Dietro il nome Fortune si nasconde una storia fatta di talento e occasioni mancate: un nome che, alla luce delle vicissitudini che ne avrebbero segnato il percorso, si sarebbe rivelato quanto mai beffardo. Dopo una prima esperienza discografica alla fine degli anni Settanta, la band trovò la propria identità definitiva con l’arrivo del cantante Larry Greene e del tastierista Roger Scott Craig. Fu l’incontro tra queste personalità a cambiare tutto: da quel momento il gruppo iniziò a costruire un sound elegante e melodico, capace di fondere la raffinatezza delle tastiere con una scrittura che metteva il cuore al centro delle canzoni. Molto affini al sound di Giuffria, non distanti dai Journey, Steve Perry oriented.
Quando l’album vide la luce nel 1985, il panorama musicale era affollato da nomi ben più affermati. Eppure i Fortune avevano tutte le carte in regola per emergere. I problemi con la Camel Records, sublabel della MCA, impedirono però al disco di ricevere il supporto promozionale necessario: la label dichiarò bancarotta e si rifiutò di cedere i master dell’album, e quello che avrebbe potuto rappresentare il grande salto rimase invece un’occasione sfumata.
Ascoltare oggi Fortune significa immergersi in un manifesto autentico dell’AOR americano. Le tastiere di Roger Scott Craig non si limitano ad accompagnare i brani: li illuminano, li avvolgono, donando a ogni canzone un’atmosfera quasi cinematografica. L’opener “Thrill Of It All” è epica e immediata; “Dearborn Station”, la mia preferita, notturna e suggestiva. Le chitarre di Richard Fortune dialogano con naturalezza con gli arrangiamenti, senza mai cercare protagonismi inutili, contribuendo a costruire un equilibrio perfetto tra energia e melodia. È il caso di “Out On The Streets”, col suo incidere sincopato e grintoso. O ancora “Lonely Hunter”, elegante sintesi di ogni singola caratteristica di questa band.
E poi c’è Larry Greene. La sua interpretazione è l’anima stessa del disco. La voce trasmette passione, malinconia, speranza. Non serve sfoggiare virtuosismi quando si possiede una capacità così naturale di entrare in sintonia con l’ascoltatore. Greene canta ogni brano come se stesse raccontando una storia vissuta sulla propria pelle, ed è proprio questa autenticità a rendere l’album ancora oggi così coinvolgente. Citiamo in tal senso “Stacy”, vero omaggio allo Steve Perry solista, radiofonica, pop, delicata e avvolgente grazie a gustosi inserti di sax. E ancora il fascino teatrale di “Stormy Love”. Senza dimenticare l’energia melodica di “Smoke From a Gun” o “Bad Blood”, che con il suo incedere potente avrebbe accompagnato senza difficoltà la risalita di qualsiasi eroe cinematografico di quegli anni.
La vera magia di Fortune risiede nella sua capacità di emozionare senza artifici. Ogni canzone sembra costruita per lasciare un segno, grazie a ritornelli che si imprimono nella memoria e melodie che continuano a riaffiorare anche molto tempo dopo l’ascolto.
Forse è proprio questo il motivo per cui, negli anni, il suo fascino non ha mai smesso di crescere. Mentre tanti album celebrati all’epoca sono stati dimenticati, Fortune ha continuato a essere scoperto da nuove generazioni di appassionati, diventando un piccolo tesoro custodito gelosamente dagli amanti del genere.
La storia della band avrebbe conosciuto una seconda vita molti anni più tardi. Album come II e Level Ground hanno dimostrato che la vena melodica del gruppo era ancora viva, anche se il ricordo di Larry Greene, scomparso nel dicembre 2022, aggiunge inevitabilmente una sfumatura di nostalgia a tutto ciò che riguarda questa formazione.
Riascoltare oggi Fortune significa tornare in un’epoca in cui la melodia era tutto. Un disco che forse non ha cambiato la storia del rock, ma che ha lasciato il segno in chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo.