LOGIN UTENTE

Ricordami

Registrati a MelodicRock.it

Registrati gratuitamente a Melodicrock.it! Potrai commentare le news e le recensioni, metterti in contatto con gli altri utenti del sito e sfruttare tutte le potenzialità della tua area personale.

effettua il Login con il tuo utente e password oppure registrati al sito di Melodic Rock Italia!

Classici

Journey
Raised on Radio

LEGGI LA RECENSIONE

Journey – Raised on Radio – Classico

04 Luglio 2026 0 Commenti Yuri Picasso

genere: AOR
anno: 1986
etichetta:
ristampe:

Sera d’inizio estate, sono le 20:00 e c’è ancora una buona e suggestiva luce dal terrazzino di casa. Passo vicino a una parte della collezione di dischi, scelgo un qualcosa di adatto ai colori e alle emozioni che questi momenti mi suggeriscono, e una volta seduto sulla poltrona, inizio a scrivere…

1986: i Journey arrivano a ‘Raised on Radio’ portandosi sulle spalle un passato quasi ingombrante. Dopo aver conquistato il mondo con album monumentali come ‘Escape’ e ‘Frontiers’, l’universo musicale e la band stessa si trovano in una fase di cambiamento, quest’ultima sospesa tra la voglia di evolversi e il peso delle aspettative. È un momento delicato, ma affascinante: invece di ripetere una formula vincente, i Journey scelgono di inseguire un suono più levigato, più adulto, più vicino all’anima melodica di Steve Perry visti gli ottimi riscontri ottenuti dal lavoro solista ‘Street Talk’ di due anni prima.

L’apertura con “Girl Can’t Help It” è irresistibile: melodia immediata, ritornello luminoso e quella capacità tutta Journey di trasformare una canzone pop rock in qualcosa che resta in testa per giorni. “Positive Touch” prosegue con energia e classe, mostrando una band che sa ancora scrivere hook memorabili senza perdere eleganza.

Poi arriva “Suzanne”, uno dei gioielli nascosti dell’intera discografia del gruppo. Ha un fascino cinematografico, con Perry che canta come se ogni parola fosse vissuta sulla propria pelle. Non stupisce che ancora oggi sia tra i brani più amati dai fan più affezionati.

“Be Good to Yourself” rappresenta il lato più solare e trascinante del disco: ottimismo, ritmo e una carica positiva che sembra fatta apposta per le radio dell’epoca. “Once You Love Somebody” introduce sfumature soul e R&B che rendono l’album sorprendentemente vario, mentre “Happy to Give” mette in mostra tutta la sensibilità melodica della band.

La title track “Raised on Radio” è una dichiarazione d’amore verso la musica stessa, un brano che celebra quel legame quasi romantico tra ascoltatore e onde radio. “I’ll Be Alright Without You” è invece una delle ballate più raffinate mai interpretate da Perry: malinconica, elegante e incredibilmente sincera. Il finale con la doppietta “The Eyes of a Woman” e “Why Can’t This Night Go On Forever” lascia una scia emotiva intensa, chiudendo il viaggio con dolcezza e nostalgia.

Col senno di poi, ‘Raised on Radio’ appare quasi come l’ultimo grande capitolo dell’età classica dei Journey. Dopo il tour del 1986, le tensioni interne e l’uscita di Steve Perry portarono a una lunga pausa, rendendo questo disco una sorta di fotografia dell’istante prima del cambiamento definitivo.

Eppure il suo lascito è rimasto intatto. Oggi lo si può ascoltare come un album di transizione, un passaggio quasi obbligato, certo, ma anche come un’opera coraggiosa che ha saputo fondere arena rock, pop sofisticato e soul in modo personale. Non possiede l’impatto storico di ‘Escape’, ma custodisce alcune delle interpretazioni vocali più intense di Perry e mostra una band capace di reinventarsi senza rinunciare alla propria identità. A quarant’anni di distanza, continua a essere rivalutato da molti appassionati come un capitolo sottostimato ma preziosissimo della storia dei Journey e dell’AOR americano.

Fortune
Fortune

LEGGI LA RECENSIONE

Fortune – Fortune – Gemma Sepolta

27 Giugno 2026 0 Commenti Yuri Picasso

genere: AOR
anno:
etichetta:
ristampe:

Come spesso accade nel Melodic Rock, il tempo ha saputo rimettere le cose al loro posto, trasformando quello che fu un insuccesso commerciale in uno dei dischi più amati e rispettati dagli appassionati di AOR.

Dietro il nome Fortune si nasconde una storia fatta di talento e occasioni mancate: un nome che, alla luce delle vicissitudini che ne avrebbero segnato il percorso, si sarebbe rivelato quanto mai beffardo. Dopo una prima esperienza discografica alla fine degli anni Settanta, la band trovò la propria identità definitiva con l’arrivo del cantante Larry Greene e del tastierista Roger Scott Craig. Fu l’incontro tra queste personalità a cambiare tutto: da quel momento il gruppo iniziò a costruire un sound elegante e melodico, capace di fondere la raffinatezza delle tastiere con una scrittura che metteva il cuore al centro delle canzoni. Molto affini al sound di Giuffria, non distanti dai Journey, Steve Perry oriented.

Quando l’album vide la luce nel 1985, il panorama musicale era affollato da nomi ben più affermati. Eppure i Fortune avevano tutte le carte in regola per emergere. I problemi con la Camel Records, sublabel della MCA, impedirono però al disco di ricevere il supporto promozionale necessario: la label dichiarò bancarotta e si rifiutò di cedere i master dell’album, e quello che avrebbe potuto rappresentare il grande salto rimase invece un’occasione sfumata.

Ascoltare oggi Fortune significa immergersi in un manifesto autentico dell’AOR americano. Le tastiere di Roger Scott Craig non si limitano ad accompagnare i brani: li illuminano, li avvolgono, donando a ogni canzone un’atmosfera quasi cinematografica. L’opener “Thrill Of It All” è epica e immediata; “Dearborn Station”, la mia preferita, notturna e suggestiva. Le chitarre di Richard Fortune dialogano con naturalezza con gli arrangiamenti, senza mai cercare protagonismi inutili, contribuendo a costruire un equilibrio perfetto tra energia e melodia. È il caso di “Out On The Streets”, col suo incidere sincopato e grintoso. O ancora “Lonely Hunter”, elegante sintesi di ogni singola caratteristica di questa band.

E poi c’è Larry Greene. La sua interpretazione è l’anima stessa del disco. La voce trasmette passione, malinconia, speranza. Non serve sfoggiare virtuosismi quando si possiede una capacità così naturale di entrare in sintonia con l’ascoltatore. Greene canta ogni brano come se stesse raccontando una storia vissuta sulla propria pelle, ed è proprio questa autenticità a rendere l’album ancora oggi così coinvolgente. Citiamo in tal senso “Stacy”, vero omaggio allo Steve Perry solista, radiofonica, pop, delicata e avvolgente grazie a gustosi inserti di sax. E ancora il fascino teatrale di “Stormy Love”. Senza dimenticare l’energia melodica di “Smoke From a Gun” o “Bad Blood”, che con il suo incedere potente avrebbe accompagnato senza difficoltà la risalita di qualsiasi eroe cinematografico di quegli anni.

La vera magia di Fortune risiede nella sua capacità di emozionare senza artifici. Ogni canzone sembra costruita per lasciare un segno, grazie a ritornelli che si imprimono nella memoria e melodie che continuano a riaffiorare anche molto tempo dopo l’ascolto.

Forse è proprio questo il motivo per cui, negli anni, il suo fascino non ha mai smesso di crescere. Mentre tanti album celebrati all’epoca sono stati dimenticati, Fortune ha continuato a essere scoperto da nuove generazioni di appassionati, diventando un piccolo tesoro custodito gelosamente dagli amanti del genere.

La storia della band avrebbe conosciuto una seconda vita molti anni più tardi. Album come II e Level Ground hanno dimostrato che la vena melodica del gruppo era ancora viva, anche se il ricordo di Larry Greene, scomparso nel dicembre 2022, aggiunge inevitabilmente una sfumatura di nostalgia a tutto ciò che riguarda questa formazione.

Riascoltare oggi Fortune significa tornare in un’epoca in cui la melodia era tutto. Un disco che forse non ha cambiato la storia del rock, ma che ha lasciato il segno in chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo.

Bon Jovi
Slippery When Wet

LEGGI LA RECENSIONE

Bon Jovi – Slippery When Wet – Classico

20 Giugno 2026 0 Commenti Redazione MelodicRock.it

genere: Hard Rock
anno: 1986
etichetta:
ristampe:

Quella che state per leggere non è una recensione come le altre. E d’altronde, cosa potremmo scrivere su questo disco che non sia già stato scritto? Decine di milioni di copie vendute, un disco con hit cantate anche dalle pietre. Eppure è impossibile non includerlo nella nostra rubrica dei classici. Per non fare l’ennesimo compitino, abbiamo deciso di incrociare le nostre penne: per raccontare non solo la macchina da guerra industriale che fu quel disco, ma anche l’atmosfera di un’epoca su cui andò a schiantarsi.

Samuele Mannini & Yuri Picasso

 

Il Perfect Timing (momento perfetto) indica la capacità di compiere un’azione nel momento storico migliore per massimizzare i profitti, non solo quelli economici. Chi può sapere se Jon Bon Jovi, Richie Sambora e, quando presente, Desmond Child si rendessero conto che, in quel seminterrato di proprietà della madre di Sambora, stavano scrivendo il disco che li avrebbe proiettati nella stratosfera? Eppure, proprio lì, negli ultimi mesi del 1985, stava prendendo forma quello che sarebbe diventato “Slippery When Wet”.

I ragazzi erano nel giro giusto, sotto contratto con la Mercury per merito del successo del singolo “Runaway”; dopo il tiepido riscontro ottenuto dal secondo album “7800° Fahrenheit”, la casa discografica diede loro la possibilità di incidere un terzo lavoro: una fiducia accompagnata da un team creativo rinnovato. Di certo ingredienti quali il talento, la presenza scenica, la fame artistica e la giovane età non mancavano. Completata la fase di scrittura all’inizio del 1986, i nostri si trasferirono a Vancouver, ai Little Mountain Sound Studios, in compagnia di Bruce Fairbairn e Bob Rock. E proprio durante una serata di svago, in uno strip club locale, ai piedi di una spogliarellista impegnata in un’esibizione sotto una doccia, nacque il titolo dell’album.

Il 23 luglio 1986 iniziò la scalata. L’intero panorama hard rock venne scosso dal lancio del singolo “You Give Love a Bad Name”: il brano arrivò al numero 1 della Billboard grazie a un hard rock immediato, una batteria potente e un ritornello indimenticabile. Dopo la pubblicazione del disco, avvenuta in agosto, a ottobre la strategia di marketing mise a segno un colpo devastante con il secondo singolo, “Livin’ on a Prayer”, brano sulla cui bontà Jon nutriva inizialmente qualche dubbio, a differenza del duo Sambora/Child. Anche questo pezzo raggiunse il numero 1.

Gli altri due singoli contribuiranno a rendere il disco il più venduto negli USA nel 1987: parliamo del rock western cantautoriale di “Wanted Dead or Alive” e della malinconica ballad “Never Say Goodbye”, brano nato dalla penna a quattro mani di Jon e Sambora. Venne inoltre girato un video per “Wild in the Streets”, party song diretta che, in sede live, incendiava il pubblico. Per consolidare l’immagine ‘hair metal’ della band e dare un’ulteriore spinta commerciale al disco, anche i videoclip dei singoli, diretti da Wayne Isham, ebbero un ruolo chiave. Personalmente, le canzoni che oggi riascolto più spesso rimangono le opener di ciascun lato: “Let It Rock”, arena rock dal ritmo sostenuto, e la sontuosa “Raise Your Hands”, concepita per essere cantata e accompagnata da tutti i presenti allo stadio, sera dopo sera.

“Social Disease” rappresenta uno degli ultimi brani adolescenziali della band: hard rock riempitivo, ma di qualità.

“Without Love” è il perfetto equilibrio tra le due anime che il gruppo aveva ormai sviluppato: da una parte l’atmosfera pop rock, dall’altra chitarre elettriche raffinate, risultato di un meticoloso lavoro in studio di registrazione. “I’d Die for You” è una power ballad energica, ancora oggi riascoltata con piacere perché meno “consumata” all’epoca.

In Giappone “Slippery When Wet” venne pubblicato con la copertina originariamente concepita, raffigurante il busto di una modella con un top giallo; per il mercato statunitense, invece, si optò per la grafica neutra e minimalista che tutti noi conosciamo, ritenuta più sobria e meno provocatoria.

Essere stati al posto giusto nel momento giusto ha permesso alla band di rendere accessibile, da quel momento in poi, una musica che oggi continuiamo ad amare in tutte le sue sfumature e sottogeneri. L’importanza storica dell’album è incommensurabile, così come il suo valore artistico intrinseco, che va oltre i gusti personali di ciascuno di noi.

Tutto questo, la cronaca, le date e i numeri, racconta perfettamente cosa abbia rappresentato “Slippery When Wet” per la storia della musica. Ma un disco del genere non si esaurisce nella sua vicenda ufficiale: per chi lo ha incrociato da ragazzino, spesso senza nemmeno sceglierlo, esiste anche un’altra storia, fatta di ricordi che riaffiorano quando meno te lo aspetti.

Tornate con la memoria a un bar di provincia, alla fine degli anni Ottanta, con un flipper consumato dalle monetine, un juke box nell’angolo e due cabinati che profumano di plastica calda. Io ho tredici anni e tutta la mia attenzione è lì, sulle palline d’acciaio e sugli sprite che saltano sullo schermo. La musica, in quel posto, è arredamento. Esiste, riempie i vuoti, ma non la ascolto: la subisco, come si subisce il rumore del traffico fuori da una finestra aperta.

Eppure “Slippery When Wet” girava spesso, in quei pomeriggi, tra una moneta nel flipper e una nel juke box. Non lo sapevo ancora, non avevo nemmeno un nome da dare a quel suono, ma certe cose si imprimono comunque, anche quando non stai prestando attenzione. È il modo in cui funziona la musica vera, credo: entra anche quando hai la testa altrove e si deposita da qualche parte, in attesa.

Il primo indizio che lì sotto ci fosse qualcosa di importante non me lo ha dato il mio orecchio, ma le ragazzine. Al bar, certo, ma anche a scuola, alle medie, dove nei corridoi e durante l’intervallo si parlava di questi nuovi fighi arrivati dall’estero: Bon Jovi, Europe, nomi che giravano tra i banchi con un’aura quasi leggendaria, anche se io non avevo ancora capito bene perché. Erano loro a illuminarsi quando partiva quel ritornello, a canticchiarlo mentre io ero concentrato su tutt’altro. Avevo tredici anni e quella reazione, per quanto non capissi bene il motivo, registrava comunque qualcosa. Bon Jovi condivideva quello spazio nella mia testa con un altro disco che sentivo ovunque in quel periodo, “The Final Countdown” degli Europe: due facce dello stesso momento storico, anche se io, allora, stavo guardando da un’altra parte. La mia strada sembrava già tracciata verso il metal, verso suoni più ruvidi e meno patinati. Bon Jovi era un rumore di fondo simpatico, non una scelta.

Poi il tempo ha fatto il suo lavoro, come fa sempre. Alle superiori ho cominciato ad avvicinarmi a un hard rock più melodico, più costruito, più attento al songwriting oltre che al riff e, in quel momento, qualcosa si è riacceso da solo. Quell’hook che si era sedimentato anni prima senza che lo invitassi è riemerso, quasi per conto suo. Non è successo che Bon Jovi diventasse uno dei miei artisti preferiti: questo va detto con onestà, perché non è mai stato così. Ma il richiamo c’era e tornava a galla ogni volta che il genere che stavo scoprendo mi riportava su quelle strade.

Penso sia questa la vera eredità di “Slippery When Wet” per chi ha una certa età: forse non un disco amato fin da subito, ma un disco che si è infilato dentro per vie traverse, da un flipper, da un juke box, da un crocchio di compagne di classe a ricreazione, per poi tornare a bussare anni dopo, quando finalmente avevamo gli strumenti per riconoscerlo. Tanti di noi sono arrivati al melodic rock così, senza saperlo, lasciando che fosse il disco a scegliere noi, e non il contrario. E quando il cerchio si chiude e capisci che quel ritornello canticchiato da una ragazzina era in realtà uno dei più grandi successi della storia del rock, resta la sensazione di aver vissuto un pezzo di storia della musica prima ancora di rendersene conto.

Device
22B3

LEGGI LA RECENSIONE

Device – 22B3 – Gemma Sepolta

17 Giugno 2026 3 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Hi-Tech AOR
anno: 1986
etichetta:
ristampe:

Più che una gemma sepolta, un piccolo capolavoro. Non a caso 22B3, l’unico album mai pubblicato dal gruppo statunitense Device, è molto spesso citato dagli appassionati del genere come uno dei più bei dischi di hi-tech AOR della storia, nonostante vanti soltanto modesti piazzamenti nelle classifiche mondiali (#73 nella Billboard 200, con un paio di singoli nella top 100 della Billboard Hot 100).

Risultati in gran parte insoddisfacenti considerato l’ottimo anno di distribuzione, il 1986, la label di spessore (la Chrysalis), ma soprattutto un songwriting magistrale a cura di Mike Chapman e di Holly Knight (qui anche tastierista, bassista e seconda voce). Il primo, autore per The Sweet, Suzi Quatro, Smokie, Mud, Racey e produttore per Blondie e The Knack, la seconda incredibile autrice e produttrice di colonne sonore di film, spettacoli televisivi, dischi pop, rock e jazz, nonché firma di hit come “Rag Doll”, “Hide Your Heart”, “Obsession”, “Love Is a Battlefield”, “The Best”, “Invincible”, “Better Be Good to Me”, “The Warrior”, “Wrap Your Arms Around Me” e “Change”, e dal 2013 nome inserito nella rinomata Songwriters Hall of Fame.

Presupposti dunque tali, specie questi ultimi, da poter garantire almeno piazzamenti da top 10, sia dei singoli che del disco. Ma si sa, la storia è imprevedibile, e se da un lato possiamo gioire pensando si essere qui nel 2026 ancora a parlare di 22B3 con i giusti toni di esaltazione, in fin dei conti ci sentiamo limitati nel catalogarlo nel ruolo di gemma sepolta e non di classico del genere AOR. C’est la vie.
continua

Skid Row
Skid Row

LEGGI LA RECENSIONE

Skid Row – Skid Row – Classico

13 Giugno 2026 3 Commenti Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 1989
etichetta:
ristampe:

Ci sono debutti che sono il primo passo di una carriera che potrebbe durare poco e passare inosservata; e poi ci sono debutti che arrivano per restare ed essere ascoltati, discussi, raccontati e scritti da generazioni a venire. Skid Row del 1989 appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È sicuramente un disco che conoscono anche i sassi e proprio per questo probabilmente è più difficile scriverne, ma in una rubrica come la nostra sarebbe un buco clamoroso che deve essere assolutamente colmato, fosse anche solo per lasciare una testimonianza ed un’ennesima, forse anche scontata, prospettiva su un gruppo di cui continuiamo a parlare a decenni di distanza.

Quando il disco arriva nei negozi, l’hard rock americano sta vivendo il suo momento di massimo splendore commerciale. Le classifiche sono dominate da capelli cotonati, video patinati e ritornelli costruiti per MTV. Siamo ormai agli sgoccioli di quell’epoca dorata, ma l’hard rock da classifica è ancora lì e sembra reclamare un cambiamento; e gli Skid Row, pur provenendo da quella stessa scena, sembrano avere qualcosa di diverso. Più strada, più rabbia, più metallo nelle vene.

Il gruppo del New Jersey raccoglie l’eredità dell’hard rock anni Ottanta e la spinge verso territori più aggressivi, intercettando quel desiderio di maggiore durezza che avrebbe caratterizzato l’inizio del decennio successivo. Non rinnega il gusto per la melodia, anzi, ma sotto la superficie scintillante c’è un’attitudine quasi da band metal che li distingue immediatamente dalla massa.

Gran parte del merito va naturalmente a Sebastian Bach. Al suo esordio discografico sembra una forza della natura. Possiede il carisma della rockstar classica, l’estensione vocale di un cantante heavy metal e quella dose di sfrontatezza che rende credibile ogni singola parola. È il volto perfetto per una band che vuole conquistare il mondo senza chiedere il permesso.

I brani simbolo del disco sono ancora oggi dei classici assoluti. “Youth Gone Wild” è l’inno generazionale per eccellenza, una scarica di energia ribelle che definisce immediatamente l’identità della band. “18 and Life” rappresenta invece il vero colpo di genio: una ballata dura, drammatica e memorabile che dimostra come gli Skid Row sapessero raccontare storie e non soltanto scrivere slogan da arena. Poi c’è “I Remember You”, una delle power ballad più riuscite dell’intera epoca, capace di essere romantica senza risultare stucchevole. E quando arrivano pezzi come “Piece of Me”, “Big Guns” o “Makin’ a Mess”, emerge tutta la componente più sporca e aggressiva del gruppo.

La vera forza dell’album sta proprio nell’equilibrio. È abbastanza melodico da conquistare le radio e abbastanza pesante da farsi rispettare dagli amanti del metal. Una combinazione che nel 1989 sembrava quasi perfetta.

Col senno di poi, Skid Row rappresenta anche una fotografia di un passaggio storico. Arriva nel momento in cui l’hard rock da classifica sta raggiungendo il proprio apice e testimonia una crescente richiesta di sonorità più pesanti, una tendenza che avrebbe trovato piena espressione nei primi anni Novanta con dischi come Cowboys From Hell, Painkiller, il Black Album e, naturalmente, con lo stesso Slave to the Grind.

Oggi il disco resta uno dei debutti più impressionanti dell’intero panorama hard rock americano. Non solo per il successo commerciale o per la quantità di classici contenuti al suo interno, ma perché cattura alla perfezione una band giovane, affamata e convinta di poter conquistare il mondo; e se siamo ancora a scriverne oggi nel 2026, in parte ci sono riusciti. Guardando a ciò che quei musicisti hanno rappresentato insieme, viene quasi naturale pensare che quella degli Skid Row sia una di quelle poche reunion che, ancora oggi, avrebbero davvero un senso artistico oltre che nostalgico.

Lion
Dangerous Attraction

LEGGI LA RECENSIONE

Lion – Dangerous Attraction – Gemma Sepolta

07 Giugno 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1987
etichetta:
ristampe:

Nel sottobosco dell’hard rock degli anni ottanta miriadi di band si sono affacciate al successo: alcune lo hanno sfiorato, altre raggiunto per brevi periodi o solo in determinati mercati, altre ancora lo hanno visto passare di lontano, magari mentre qualche loro membro lo conquistava poi altrove. I Lion sono stati un po’ tutto questo, e non per mancanza di meriti tecnici o compositivi, ma per circostanze avverse, per il classico non essere nel posto giusto al momento giusto. Perché come tutti i dischi di questa rubrica, il quid per il successo commerciale c’era eccome.

La band nasce a Los Angeles nel 1983, ma di californiano ha ben poco nel DNA: il suo fulcro è Kal Swan (all’anagrafe Norman Murray Swan), vocalist scozzese di Glasgow, già microfono dei Tytan, una di quelle meteore dell’immensa NWOBHM che bruciarono con intensità prima di scomparire. Swan porta con sé il gene british e un timbro vocale che, diciamolo subito, è una piccola meraviglia: caldo, sensuale, con quel filo di raucedine che rimanda a David Coverdale senza però mai diventarne una copia servile. Francamente, per chi scrive, una delle dieci voci più complete del panorama hard ‘n’ heavy: capace di raccontare storie anche quando canta urlato, e nei momenti più morbidi capace di una dolcezza ed un calore quasi disarmanti; probabilmente il carisma di Coverdale è inimitabile, ma a livello vocale se la gioca. Al suo fianco, Doug Aldrich. Non servono molte parole per chi frequenta questo sito: parliamo di uno dei chitarristi più completi e dotati che la scena hard rock abbia mai prodotto, destinato a una carriera che lo porterà, quasi come un segno del destino, nelle fila di Dio e degli Whitesnake, ai quali ovviamente i Lion devono molto. Ma già qui, a ventitré anni, Aldrich suona come se avesse alle spalle una carriera ben più lunga: un senso melodico sopraffino, riff che mordono senza essere gratuiti, assoli che raccontano qualcosa invece di limitarsi a esibire velocità e tecnica, puntando sul buon gusto e la grazia. La sezione ritmica completa il quadro con Jerry Best al basso e Mark Edwards dietro alle pelli, quest’ultimo ex Steeler, la band che aveva lanciato Yngwie Malmsteen. Quattro musicisti di razza, con una chimica che si avverte in ogni singolo pezzo.

La storia extramusicale dei Lion è intessuta di aneddoti che nel tempo ne hanno alimentato il culto. Prima ancora di questo album, la band aveva già conquistato un posto nella storia della cultura pop registrando il tema principale di The Transformers: The Movie (1986), quel brano esplosivo che i bambini degli anni ottanta hanno nel midollo anche se non sanno da dove viene. Poi due brani inseriti ne Il Replicante con Charlie Sheen, poi il debutto su Scotti Brothers: sembrava tutto pronto per il salto definitivo. Non andò così. La label non investì mai seriamente, il tour support venne ritirato proprio quando la band era pronta a partire, e i Lion si ritrovarono a navigare controcorrente in un mercato che premiava chi aveva i soldi per stare sullo schermo e in rotazione radio. Tentarono di ripartire nel 1989 con Trouble in Angel City, su Grand Slamm Records, un disco più grezzo ma non meno valido. Poi, nel settembre di quell’anno, la storia si chiuse in modo brutale: Mark Edwards cadde da una scogliera durante una gara motociclistica a Palmdale, in California, riportando la rottura del collo e lesioni spinali che posero fine per sempre alla sua carriera di batterista. La band si sciolse un mese dopo. E se volete la dimostrazione che quando la vita ti si mette contro lo fa anche con una certa ironia e spietata cattiveria, sappiate che nel film c’è una scena in cui un’auto va fuori strada proprio in quel modo e sulle note di Never Surrender dei Lion. Certi destini sembrano scritti prima. La coppia Swan/Aldrich non si diede però per vinta e tornò successivamente sulle scene con i Bad Moon Rising, naturale prosecuzione del progetto Lion sia per sound che per spirito, ottenendo un discreto riscontro nel mercato giapponese. Con lo spazio per queste sonorità sempre più ristretto negli anni novanta, anche questo progetto rimase sospeso tra notorietà e successo. Ma questa è un’altra storia.

Il suono dei Lion è una cosa precisa: è l’hard rock americano degli anni ottanta nel suo momento di massima maturità espressiva, quell’istante prima che il genere diventasse parodia di sé stesso. Si sente il peso specifico dei Dokken nei riff e nelle strutture, si sente l’epicità bluesy dei Whitesnake nel fraseggio vocale di Swan, e si sente, soprattutto, una personalità propria, un modo di costruire i pezzi che non è mai banale anche quando lavora con materiale familiare e l’opener Fatal Attraction lo dimostra subito: se non sai cosa ti aspetta sei spacciato. Quattro minuti di hard rock compatto, un riff che entra in testa e non ne esce più, con Swan che aggredisce il microfono dall’inizio senza riscaldamento. È il biglietto da visita perfetto per un disco che non ha intenzione di fare cerimonie. Armed & Dangerous e la velocissima Never Surrender, poi finita nella già citata colonna sonora de Il Replicante, mostrano la vena più muscolare della band, con Aldrich che sforna riff uno dopo l’altro come se costassero nulla. Powerlove, altro brano presente nel medesimo film e diventato un video MTV top venti, è la hit mancata per antonomasia: melodia irresistibile, ritornello che chiunque conosce dopo due ascolti. Il cuore emotivo del disco è però In The Name Of Love: sei minuti abbondanti di ballad hard rock in cui Swan esplode in tutta la sua grandezza, la chitarra di Aldrich lavora con una sobrietà quasi commovente, e la band dimostra di saper gestire le dinamiche con una maturità che molti loro contemporanei di più alto profilo non possedevano. Death On Legs è erotismo elettrico puro, il tipo di brano che nei live fa sculettare mentre contemporaneamente fai headbanging. After The Fire brucia con la stessa intensità, hard rock teso e diretto che non concede un attimo di respiro, mentre Shout It Out chiude il disco alzando ulteriormente il pugno, come se la band volesse ricordarti fino all’ultima nota di cosa è capace. Nove brani, serrati, emotivi e zero riempitivi.

Dangerous Attraction è dunque il prototipo della gemma sepolta, sepolta dalla sfiga e da un music biz beffardo e crudele, il tipo di album che ti fa arrabbiare un poco, perché ascolti e pensi a quanta strada potevano fare questi quattro ragazzi se solo qualcuno avesse davvero creduto in loro al momento giusto. La Rock Candy Records ha provveduto negli anni a restituirgli la dignità discografica che meritava, con una ristampa rimasterizzata e documentata come si deve, ma il punto non è la ristampa. Il punto è il disco: nove brani di hard rock scritto con intelligenza e suonato con classe, da una band che aveva tutto per sfondare e che invece rimase schiacciata sotto il peso di circostanze avverse. Cercatelo, ascoltatelo, e poi cercate di trovarmi un motivo che vada oltre la sfortuna per cui, ad esempio, i Bon Jovi vendevano milioni di copie e questi quattro no. Io non ci sono ancora riuscito.

 

Jack James
Moment of Truth

LEGGI LA RECENSIONE

Jack James – Moment of Truth – Gemma Sepolta

02 Giugno 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano

genere: AOR / Soft Rock / Westcoast
anno: 1996
etichetta:
ristampe:

Complici molto probabilmente l’anno di uscita (il 1996) e la casa discografica non certo di prim’ordine (la Windy City Records), posso affermare con quasi assoluta certezza che la grande maggioranza degli ascoltatori di rock melodico non si siano mai imbattuti nell’ascolto dell’unico e incompreso disco della carriera del cantante Jack James, a titolo Moment of Truth.

A conferma di questa mia ultima tesi, l’elenco di tutte le difficoltà che ho dovuto superare anche solo per approcciarmi lontanamente all’idea di un articolo professionale su un album di questo tipo. Vi posso dire che in rete non si trova una singola informazione sulla carriera di questo musicista, e che solo un paio di siti citano (e senza particolari informazioni) questo prodotto nei loro database, tanto che persino YouTube non riesce ad andare oltre le due misere tracce caricate online per l’ascolto. Ah e Spotify, con il suo immenso catalogo, vi regala addirittura la possibilità di sentire.. una canzone del disco.
continua

Treat
Organized Crime

LEGGI LA RECENSIONE

Treat – Organized Crime – Gemma Sepolta

09 Maggio 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: AOR/Hard Rock
anno: 1989
etichetta:
ristampe:

Oramai tra Gemme Sepolte e Classici sono arrivato a cento ed ho quindi sviscerato in larga parte quelli che secondo i miei gusti (ma spesso la storia lo ha confermato) sono i dischi che bene o male sono il minimo sindacale per fregiarsi del titolo di appassionato del genere. Con questo disco siamo un po’ in una terra di mezzo tra la gemma e il classico, perché i Treat sono ancora molto conosciuti tra gli appassionati: non si tratta di una oscura band che ha avuto un attimo di esplosione per poi scomparire nel nulla. Lo scorso anno The Wild Card è figurato in più di una classifica di gradimento, e Dreamhunter e Coup de Grace sono ancora nella memoria e nelle discografie di moltissimi appassionati. Quello che però distingue Organized Crime è la possibilità sfiorata di giungere al grande pubblico, di fare il passo che gli Europe avevano fatto prima di loro e raggiungere quella platea che trasforma un disco ottimo in un Classico a tutti gli effetti. Una possibilità sfiorata, appunto: troppo importante per essere solo una gemma, commercialmente non così rilevante per essere un classico.

Siamo nel 1989 e in Svezia la lezione degli Europe è stata assimilata e portata a un livello di precisione quasi ingegneristico. Se 1987 degli Whitesnake aveva tracciato il solco del successo planetario tra riff roventi e produzioni scintillanti, perché i Treat con Organized Crime, fondendo le due influenze, non potevano arrivare a tanto? Giunti al quarto album, la band si presenta con Robert Ernlund alla voce, Anders “Gary” Wikström alla chitarra, Patrick “Green” Appelgren alle tastiere, Joakim Larsson al basso e Jamie Borger alla batteria. L’ingresso di Appelgren non fu un ripiego, ma una scelta razionale: la band scelse di sostituire il chitarrista Liljegren con un tastierista dedicato, liberando finalmente Wikström dal doppio incarico di chitarra e tastiere che si portava dietro dai live. Il risultato si sente: Anders, qui vero Deus Ex Machina, disegna trame che devono moltissimo alla lezione di John Sykes, ma le immerge in una produzione “de luxe” ed ancora oggi, mentre lo ascolto sul mio fido giradischi, mi chiedo come sia stato possibile che non abbiano fatto breccia in chi ascoltava Def Leppard, Europe e Snake.

Onestamente i Treat non erano né innovatori né grandi tradizionalisti, ma, e citerò Beppe Riva: “validi assertori di un suono confezionato in maniera impeccabile”. Ed è proprio la combinazione di mordente e melodia, potenza e nitidezza, sostenuta da gusto e tecnica fuori dal comune, a rendere Organized Crime ben più di un semplice esercizio di stile.

L’apertura con Ready For The Taking è un concentrato di energia AOR che farebbe alzare i pugni a chiunque. Party All Over pur strizzando l’occhio al glam rock più easy, si fa notare con un ritornello da tipico party hollywoodiano che si rispetti. Ma il vero match winner è Keep Your Hands To Yourself: un’esplosiva mistura di riff, frammenti blues e quella decisa impronta corale in cui Ernlund e compagni sono maestri. Stay Away rallenta tutto su un tappeto di pianoforte romantico, e i Treat dimostrano di saper fare la power ballad senza scivolare nel melenso, cosa abbastanza fuori dal comune nel 1989. Ed eccoci a Conspiracy, probabilmente il capolavoro del disco: riffone Dokkeniano, linee di tastiera scure e sinuose, ritornello alla Europe e il gioco è fatto, un brano che avrebbe potuto avere una vita radiofonica ben diversa con più supporto dalla label.

Il lato B si apre con Mr. Heartache dall’incedere bluesy alla serpente bianco, prima che Gimme One More Night torni a fare quello che i Treat sanno fare meglio: quel brano spudorato che non puoi fare a meno di cantare a squarciagola, con un dialogo tra chitarra e tastiere nel solo che è la dimostrazione più limpida di quanto Wikström e Appelgren si capissero al volo. Get You On The Run, che molti ricorderanno dal primo album Scratch and Bite del 1985, è qui ripresentata in smoking e papillon, quante volte ho detto che l’arrangiamento è l’80% di una canzone? Home Is Where Your Heart Is porta uno dei ritornelli più cantabili del disco, il tipo di chorus che rimane in testa subito e ti perseguita per giorni. Fatal Smile chiude in bellezza con un brano che potrebbe essere tranquillamente un outtake di The Final Countdown, e per quanto mi riguarda è un pregio non da poco.

Eppure, c’è un retropensiero che mi assale. Oggi i Treat sono una band di successo, seppur nel ristretto ambito del nostro settore, e sono comunque un anello importante dello scandi-rock moderno, ma a mio personalissimo parere si sono un po’ troppo omologati al sound delle nuove leve, gli H.E.A.T o Eclipse tanto per capirsi. Il loro sound è diventato forse troppo moderno ed iper-sintetico, magari privo di difetti sacrificando quel “respiro” analogico e quella dinamica che senti solo in dischi come questo. In Organized Crime c’è ancora l’aria tra gli strumenti, c’è una batteria fatta di pelli e non elettronica, con la voce di Robert Ernlund che fluttua su un tappeto di suoni mai impastati, ma questa è tutta un’altra storia e soprattutto il mio gusto.

Sono dunque qui a dirvi che certi dischi vanno posseduti ad ogni costo. Non solo per nostalgia, ma perché questi lavori meritano di essere scoperti e riscoperti: sia da chi, amante e conoscitore del genere, lo considera già un classico mancato, sia da chi non ha seguito il genere in profondità e potrebbe trovarsi tra le mani una gemma forgiatasi nell’età dell’oro dell’hard rock melodico scandinavo.

Little Angels
Don't Prey For Me

LEGGI LA RECENSIONE

Little Angels – Don’t Prey For Me – Gemma Sepolta

20 Aprile 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1989
etichetta:
ristampe:

Correva l’anno 1989 e il panorama del rock pesante era ancora ignaro che pochi anni dopo sarebbe stato travolto da uno tsunami proveniente da Seattle. Eppure, al massimo splendore del genere, proprio un attimo prima che la rivoluzione grunge rimescolasse le carte, una band di Scarborough, nello Yorkshire, riusciva a piantare la propria bandiera con un debutto folgorante: Don’t Prey For Me. I Little Angels non erano semplicemente un’altra band nel calderone dell’hard rock melodico di fine decennio; erano l’ennesima risposta britannica, fresca e vibrante, alla saturazione sonora che arrivava da oltreoceano.

Nel periodo in cui usciva il disco, la scena rock britannica era nel pieno della sua maturità espressiva, con band come Thunder, FM e Gun che coprivano a tutto tondo l’hard rock nelle sue molteplici sfumature. In questo fervente panorama, i Little Angels avevano già convinto con il loro EP indipendente Too Posh To Mosh e, dopo essersi fatti le ossa con performance dal vivo, inclusa un’apertura per i Guns N’ Roses agli esordi, erano stati messi sotto contratto dalla Polydor. L’album fu registrato nel giugno e luglio del 1989 e prodotto da Owen Davies, con il missaggio affidato a Ian Taylor. Il quintetto era composto da Toby Jepson alla voce, Bruce John Dickinson alle chitarre, Jimi Dickinson alle tastiere, Mark Plunkett al basso e Michael Lee alla batteria. La band si era formata a Scarborough nel 1984, passando dai nomi Zeus e Mr. Thrud prima di stabilirsi su quello definitivo durante le registrazioni di Too Posh To Mosh nel 1987. Michael Lee era entrato nella band nell’agosto 1988, prendendo il posto del batterista originale Dave Hopper.

Mentre il mercato era inondato da band hair metal intrappolate in dinamiche sonore ormai al limite della ripetizione, i Little Angels scelsero di percorrere una strada diversa. Il loro suono, pur influenzato da giganti come Aerosmith e dagli emergenti Tesla, conservava un chiaro imprinting della tradizione del rock classico britannico; volendo tracciare un riferimento, si potrebbero citare i Bad Company. Ne derivano arrangiamenti curati e una solida matrice bluesy, fatta di chitarre più ruvide e meno patinate rispetto allo standard dell’hard rock d’oltreoceano. In tre brani, ‘Radical Your Lover’, ‘Promises’ e ‘When I Get Out of Here’, si avverte inoltre la mano di Dan Reed come coautore, dettaglio che conferma la volontà della band di ampliare il proprio linguaggio oltre i cliché del periodo. L’album è inevitabilmente figlio del suo tempo, e non è una critica: i pezzi, ricchi di hook melodici ma dal taglio ancora grezzo, risultano tuttora freschi e incisivi. Si può quindi sostenere che i Little Angels fossero, almeno in parte, in anticipo sui tempi, dimostrando come anche nell’hard rock melodico esistesse spazio per una scrittura più eclettica.

L’apertura del disco è un inno al rock. ‘Do You Wanna Riot’, con il suo ritmo pulsante, ‘Kick Hard’ e ‘Kicking Up Dust’ sono autentici anthem da arena. La scrittura è solida anche nei brani meno celebrati: ‘Big Bad World’ e ‘No Solution’ esplodono di energia pura e passione, mentre ‘When I Get Out Of Here’ e ‘Promises’ rendono omaggio con intelligenza alle radici del classic rock. Dove i Little Angels stupiscono davvero è nelle ballate, che pur risentendo meno dello spirito innovativo della band rimangono esempi solidi della power ballad anni Ottanta, mature e meno stucchevoli di molti esempi più famosi. La traccia acustica ‘Don’t Pray For Me’ e la struggente ‘Broken Wings Of An Angel’ brillano per raffinatezza ed emotività.

In Jepson i Little Angels avevano un cantante di razza, una voce capace di spingersi in alto senza forzare e di scendere in basso senza perdere colore, con una naturalezza che in questo genere è tutt’altro che scontata. Al suo fianco, Bruce John Dickinson si confermava uno dei chitarristi più talentuosi e meno apprezzati del panorama britannico. E poi c’era Michael Lee, un batterista dotato di potenza, naturalezza e un tocco già riconoscibile. La sua permanenza nei Little Angels fu però breve: durante il tour di Young Gods venne allontanato dopo aver sostenuto audizioni in segreto con i The Cult. La sua carriera proseguì poi ad altissimo livello, collaborando con nomi come Robert Plant, Jimmy Page e Lenny Kravitz. Morì nel 2008, lasciando il ricordo di un talento straordinario.

Nonostante il sostegno della casa discografica e numerose performance in patria come band di supporto a grandi nomi, i Little Angels non riuscirono a sfondare nel mercato nordamericano. Il successivo album Young Gods del 1991 fu un altro assalto fallito al mercato americano, sorte peraltro comune a molte altre band inglesi. Eppure la fanbase di casa continuò a crescere e nel 1993 Jam debuttò addirittura al primo posto nelle classifiche britanniche, prima dello scioglimento del 1994.

Don’t Prey For Me non è dunque solo un reperto degli anni Ottanta. È la testimonianza di una band che, se avesse debuttato ai giorni nostri con questa qualità, avrebbe in un sol colpo ridimensionato torme di gruppi che non fanno altro che suonare le stesse cose di quarant’anni fa. Un ascolto illuminante per chiunque voglia riscoprire l’anima melodica e autentica dell’hard rock britannico.

Night Ranger
Midnight Madness

LEGGI LA RECENSIONE

Night Ranger – Midnight Madness – Classico

04 Aprile 2026 5 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR/Hard Rock
anno: 1983
etichetta:
ristampe:

Se dovessi sintetizzare il rock melodico degli anni Ottanta in una sola band, i Night Ranger sarebbero sicuramente un nome papabile. Midnight Madness ne rappresenta la prova più convincente. In questo album c’è tutto ciò che quel decennio ha saputo condensare in musica: linee melodiche dirette, arrangiamenti curati e un gusto per il commerciale, ma con una cura tecnica che evita il banale e il già sentito. Ci sono anche legami con il cinema e la cultura pop, con casi iconici in cui alcune canzoni della band sono finite come colonne sonore. E c’è (You Can Still) Rock In America, immortalata su V-Rock in GTA Vice City, e Sister Christian, utilizzata da Paul Thomas Anderson in una delle scene più memorabili di Boogie Nights: due presenze che valgono quanto un sigillo ufficiale, a conferma che certi suoni non appartengono solo a un decennio, ma alla memoria collettiva di chi ha vissuto o amato quegli anni.

I Night Ranger nascono a San Francisco nel 1979 dall’incontro tra Jack Blades (basso e voce) e Kelly Keagy (batteria e voce), ai quali si aggiungono rapidamente Brad Gillis e Jeff Watson come chitarristi solisti, con Alan Fitzgerald alle tastiere. Gillis porta con sé un bagaglio importante: nel 1982, prima che Midnight Madness vedesse la luce, era stato chiamato a sostituire Randy Rhoads nel tour di Ozzy Osbourne dopo la tragica morte del chitarrista, conferendogli una credibilità metal che bilancia il lato più melodico della band.

Il debutto discografico arriva nel 1982 con Dawn Patrol, un album apprezzato dalla critica ma senza sfondare nel mainstream. È l’anno successivo, con Midnight Madness, che tutto cambia: il disco vende oltre un milione di copie negli Stati Uniti, e i singoli Sister Christian, (You Can Still) Rock In America e When You Close Your Eyes diventano immediatamente classici delle radio rock americane.

Il punto di forza della band è strutturale: due cantanti di livello (Blades e Keagy) e due chitarristi solisti capaci di dialogare alla maniera dei Thin Lizzy, con un suono che mescola hard rock muscolare e melodie AOR. Non una formula, ma un equilibrio autentico e raro.

L’apertura del disco è una dichiarazione di intenti. (You Can Still) Rock In America non lascia spazio a equivoci: chitarre potenti, riff incisivi, ritmo trascinante. Il testo difende il rock come stile di vita contro le mode passeggere. Gillis e Watson si inseguono in un serrato dialogo chitarristico, mentre il ritornello, immediato e memorabile, diventa subito un classico radiofonico. È il brano che apre i concerti e riassume tutto ciò che i Night Ranger rappresentano: tecnicamente perfetto, emotivamente diretto.

Rumours In The Air è uno degli highlight nascosti: energia, velocità e un chorus che fa alzare i pugni. Dimostra che la band sa fare hard rock senza fronzoli. Why Does Love Have To Change porta il disco su territori più riflessivi: un mid-tempo melodico, meno aggressivo, che mostra la capacità di gestire sfumature dinamiche senza perdere coesione.

Se (You Can Still) Rock In America è la testa della band, Sister Christian ne è il cuore. Scritta da Kelly Keagy per sua sorella Christine (originariamente intitolata Sister Christine), è una lettera d’affetto di un fratello maggiore a una ragazza che cresce troppo in fretta. Il pianoforte di apertura, la voce morbida e fragile di Keagy, il crescendo verso il ritornello orchestrale: tutto funziona in modo sorprendente. Non è una ballata costruita a tavolino, pur avendo venduto moltissimo. È autentica, scritta di getto, e tocca corde universali. Una delle canzoni più sincere del decennio.

Segue Touch Of Madness, uno dei brani più elaborati per durata e struttura (oltre cinque minuti), con arrangiamenti che valorizzano ogni strumento, mentre Passion Play mantiene pathos e ritmo. When You Close Your Eyes è il lento più pop-rock: melodia ariosa e ritornello luminoso, il secondo singolo che completa l’immagine della band, potente e delicata insieme. Jack Blades è in grande forma, e la produzione mette in risalto ogni strato sonoro. Chippin’ Away è un mid-tempo solido, con un groove che richiama il southern rock e riff vigorosi anni ’70, mentre il testo sulla lenta erosione di una relazione mostra maturità oltre i cliché del genere. Il disco si chiude con Let Him Run, veloce e diretto, riportando l’energia ai livelli dell’apertura: un finale intelligente che lascia l’ascoltatore con la stessa carica iniziale.

Midnight Madness non è solo il disco più importante dei Night Ranger: è un punto di riferimento per il melodic rock americano. In un periodo di massimo apice commerciale e rischio di omologazione, la band ha consegnato un album che soddisfaceva il mercato senza però compromessi artistici e che ha di fatto fissato uno standard per il genere.

Il merito è condiviso: Blades e Keagy come co-frontman e songwriter, Gillis e Watson come coppia chitarristica di rara coesione, Fitzgerald come tessitore sonoro indispensabile. Pat Glasser, al mixer, trasforma cinque talenti in un suono unico e riconoscibile.

Due singoli entrati nell’immaginario collettivo, una tracklist senza punti deboli, una produzione che ha fatto scuola e un’eredità che continua a riaffiorare nella cultura pop a distanza di oltre quarant’anni.

Un album che non si limita a raccontare un’epoca: la definisce. Imprescindibile.