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Classici

Treat
Organized Crime

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Treat – Organized Crime – Gemma Sepolta

09 Maggio 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR/Hard Rock
anno: 1989
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Oramai tra Gemme Sepolte e Classici sono arrivato a cento ed ho quindi sviscerato in larga parte quelli che secondo i miei gusti (ma spesso la storia lo ha confermato) sono i dischi che bene o male sono il minimo sindacale per fregiarsi del titolo di appassionato del genere. Con questo disco siamo un po’ in una terra di mezzo tra la gemma e il classico, perché i Treat sono ancora molto conosciuti tra gli appassionati: non si tratta di una oscura band che ha avuto un attimo di esplosione per poi scomparire nel nulla. Lo scorso anno The Wild Card è figurato in più di una classifica di gradimento, e Dreamhunter e Coup de Grace sono ancora nella memoria e nelle discografie di moltissimi appassionati. Quello che però distingue Organized Crime è la possibilità sfiorata di giungere al grande pubblico, di fare il passo che gli Europe avevano fatto prima di loro e raggiungere quella platea che trasforma un disco ottimo in un Classico a tutti gli effetti. Una possibilità sfiorata, appunto: troppo importante per essere solo una gemma, commercialmente non così rilevante per essere un classico.

Siamo nel 1989 e in Svezia la lezione degli Europe è stata assimilata e portata a un livello di precisione quasi ingegneristico. Se 1987 degli Whitesnake aveva tracciato il solco del successo planetario tra riff roventi e produzioni scintillanti, perché i Treat con Organized Crime, fondendo le due influenze, non potevano arrivare a tanto? Giunti al quarto album, la band si presenta con Robert Ernlund alla voce, Anders “Gary” Wikström alla chitarra, Patrick “Green” Appelgren alle tastiere, Joakim Larsson al basso e Jamie Borger alla batteria. L’ingresso di Appelgren non fu un ripiego, ma una scelta razionale: la band scelse di sostituire il chitarrista Liljegren con un tastierista dedicato, liberando finalmente Wikström dal doppio incarico di chitarra e tastiere che si portava dietro dai live. Il risultato si sente: Anders, qui vero Deus Ex Machina, disegna trame che devono moltissimo alla lezione di John Sykes, ma le immerge in una produzione “de luxe” ed ancora oggi, mentre lo ascolto sul mio fido giradischi, mi chiedo come sia stato possibile che non abbiano fatto breccia in chi ascoltava Def Leppard, Europe e Snake.

Onestamente i Treat non erano né innovatori né grandi tradizionalisti, ma, e citerò Beppe Riva: “validi assertori di un suono confezionato in maniera impeccabile”. Ed è proprio la combinazione di mordente e melodia, potenza e nitidezza, sostenuta da gusto e tecnica fuori dal comune, a rendere Organized Crime ben più di un semplice esercizio di stile.

L’apertura con Ready For The Taking è un concentrato di energia AOR che farebbe alzare i pugni a chiunque. Party All Over pur strizzando l’occhio al glam rock più easy, si fa notare con un ritornello da tipico party hollywoodiano che si rispetti. Ma il vero match winner è Keep Your Hands To Yourself: un’esplosiva mistura di riff, frammenti blues e quella decisa impronta corale in cui Ernlund e compagni sono maestri. Stay Away rallenta tutto su un tappeto di pianoforte romantico, e i Treat dimostrano di saper fare la power ballad senza scivolare nel melenso, cosa abbastanza fuori dal comune nel 1989. Ed eccoci a Conspiracy, probabilmente il capolavoro del disco: riffone Dokkeniano, linee di tastiera scure e sinuose, ritornello alla Europe e il gioco è fatto, un brano che avrebbe potuto avere una vita radiofonica ben diversa con più supporto dalla label.

Il lato B si apre con Mr. Heartache dall’incedere bluesy alla serpente bianco, prima che Gimme One More Night torni a fare quello che i Treat sanno fare meglio: quel brano spudorato che non puoi fare a meno di cantare a squarciagola, con un dialogo tra chitarra e tastiere nel solo che è la dimostrazione più limpida di quanto Wikström e Appelgren si capissero al volo. Get You On The Run, che molti ricorderanno dal primo album Scratch and Bite del 1985, è qui ripresentata in smoking e papillon, quante volte ho detto che l’arrangiamento è l’80% di una canzone? Home Is Where Your Heart Is porta uno dei ritornelli più cantabili del disco, il tipo di chorus che rimane in testa subito e ti perseguita per giorni. Fatal Smile chiude in bellezza con un brano che potrebbe essere tranquillamente un outtake di The Final Countdown, e per quanto mi riguarda è un pregio non da poco.

Eppure, c’è un retropensiero che mi assale. Oggi i Treat sono una band di successo, seppur nel ristretto ambito del nostro settore, e sono comunque un anello importante dello scandi-rock moderno, ma a mio personalissimo parere si sono un po’ troppo omologati al sound delle nuove leve, gli H.E.A.T o Eclipse tanto per capirsi. Il loro sound è diventato forse troppo moderno ed iper-sintetico, magari privo di difetti sacrificando quel “respiro” analogico e quella dinamica che senti solo in dischi come questo. In Organized Crime c’è ancora l’aria tra gli strumenti, c’è una batteria fatta di pelli e non elettronica, con la voce di Robert Ernlund che fluttua su un tappeto di suoni mai impastati, ma questa è tutta un’altra storia e soprattutto il mio gusto.

Sono dunque qui a dirvi che certi dischi vanno posseduti ad ogni costo. Non solo per nostalgia, ma perché questi lavori meritano di essere scoperti e riscoperti: sia da chi, amante e conoscitore del genere, lo considera già un classico mancato, sia da chi non ha seguito il genere in profondità e potrebbe trovarsi tra le mani una gemma forgiatasi nell’età dell’oro dell’hard rock melodico scandinavo.

Little Angels
Don't Prey For Me

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Little Angels – Don’t Prey For Me – Gemma Sepolta

20 Aprile 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1989
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Correva l’anno 1989 e il panorama del rock pesante era ancora ignaro che pochi anni dopo sarebbe stato travolto da uno tsunami proveniente da Seattle. Eppure, al massimo splendore del genere, proprio un attimo prima che la rivoluzione grunge rimescolasse le carte, una band di Scarborough, nello Yorkshire, riusciva a piantare la propria bandiera con un debutto folgorante: Don’t Prey For Me. I Little Angels non erano semplicemente un’altra band nel calderone dell’hard rock melodico di fine decennio; erano l’ennesima risposta britannica, fresca e vibrante, alla saturazione sonora che arrivava da oltreoceano.

Nel periodo in cui usciva il disco, la scena rock britannica era nel pieno della sua maturità espressiva, con band come Thunder, FM e Gun che coprivano a tutto tondo l’hard rock nelle sue molteplici sfumature. In questo fervente panorama, i Little Angels avevano già convinto con il loro EP indipendente Too Posh To Mosh e, dopo essersi fatti le ossa con performance dal vivo, inclusa un’apertura per i Guns N’ Roses agli esordi, erano stati messi sotto contratto dalla Polydor. L’album fu registrato nel giugno e luglio del 1989 e prodotto da Owen Davies, con il missaggio affidato a Ian Taylor. Il quintetto era composto da Toby Jepson alla voce, Bruce John Dickinson alle chitarre, Jimi Dickinson alle tastiere, Mark Plunkett al basso e Michael Lee alla batteria. La band si era formata a Scarborough nel 1984, passando dai nomi Zeus e Mr. Thrud prima di stabilirsi su quello definitivo durante le registrazioni di Too Posh To Mosh nel 1987. Michael Lee era entrato nella band nell’agosto 1988, prendendo il posto del batterista originale Dave Hopper.

Mentre il mercato era inondato da band hair metal intrappolate in dinamiche sonore ormai al limite della ripetizione, i Little Angels scelsero di percorrere una strada diversa. Il loro suono, pur influenzato da giganti come Aerosmith e dagli emergenti Tesla, conservava un chiaro imprinting della tradizione del rock classico britannico; volendo tracciare un riferimento, si potrebbero citare i Bad Company. Ne derivano arrangiamenti curati e una solida matrice bluesy, fatta di chitarre più ruvide e meno patinate rispetto allo standard dell’hard rock d’oltreoceano. In tre brani, ‘Radical Your Lover’, ‘Promises’ e ‘When I Get Out of Here’, si avverte inoltre la mano di Dan Reed come coautore, dettaglio che conferma la volontà della band di ampliare il proprio linguaggio oltre i cliché del periodo. L’album è inevitabilmente figlio del suo tempo, e non è una critica: i pezzi, ricchi di hook melodici ma dal taglio ancora grezzo, risultano tuttora freschi e incisivi. Si può quindi sostenere che i Little Angels fossero, almeno in parte, in anticipo sui tempi, dimostrando come anche nell’hard rock melodico esistesse spazio per una scrittura più eclettica.

L’apertura del disco è un inno al rock. ‘Do You Wanna Riot’, con il suo ritmo pulsante, ‘Kick Hard’ e ‘Kicking Up Dust’ sono autentici anthem da arena. La scrittura è solida anche nei brani meno celebrati: ‘Big Bad World’ e ‘No Solution’ esplodono di energia pura e passione, mentre ‘When I Get Out Of Here’ e ‘Promises’ rendono omaggio con intelligenza alle radici del classic rock. Dove i Little Angels stupiscono davvero è nelle ballate, che pur risentendo meno dello spirito innovativo della band rimangono esempi solidi della power ballad anni Ottanta, mature e meno stucchevoli di molti esempi più famosi. La traccia acustica ‘Don’t Pray For Me’ e la struggente ‘Broken Wings Of An Angel’ brillano per raffinatezza ed emotività.

In Jepson i Little Angels avevano un cantante di razza, una voce capace di spingersi in alto senza forzare e di scendere in basso senza perdere colore, con una naturalezza che in questo genere è tutt’altro che scontata. Al suo fianco, Bruce John Dickinson si confermava uno dei chitarristi più talentuosi e meno apprezzati del panorama britannico. E poi c’era Michael Lee, un batterista dotato di potenza, naturalezza e un tocco già riconoscibile. La sua permanenza nei Little Angels fu però breve: durante il tour di Young Gods venne allontanato dopo aver sostenuto audizioni in segreto con i The Cult. La sua carriera proseguì poi ad altissimo livello, collaborando con nomi come Robert Plant, Jimmy Page e Lenny Kravitz. Morì nel 2008, lasciando il ricordo di un talento straordinario.

Nonostante il sostegno della casa discografica e numerose performance in patria come band di supporto a grandi nomi, i Little Angels non riuscirono a sfondare nel mercato nordamericano. Il successivo album Young Gods del 1991 fu un altro assalto fallito al mercato americano, sorte peraltro comune a molte altre band inglesi. Eppure la fanbase di casa continuò a crescere e nel 1993 Jam debuttò addirittura al primo posto nelle classifiche britanniche, prima dello scioglimento del 1994.

Don’t Prey For Me non è dunque solo un reperto degli anni Ottanta. È la testimonianza di una band che, se avesse debuttato ai giorni nostri con questa qualità, avrebbe in un sol colpo ridimensionato torme di gruppi che non fanno altro che suonare le stesse cose di quarant’anni fa. Un ascolto illuminante per chiunque voglia riscoprire l’anima melodica e autentica dell’hard rock britannico.

Night Ranger
Midnight Madness

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Night Ranger – Midnight Madness – Classico

04 Aprile 2026 5 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR/Hard Rock
anno: 1983
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Se dovessi sintetizzare il rock melodico degli anni Ottanta in una sola band, i Night Ranger sarebbero sicuramente un nome papabile. Midnight Madness ne rappresenta la prova più convincente. In questo album c’è tutto ciò che quel decennio ha saputo condensare in musica: linee melodiche dirette, arrangiamenti curati e un gusto per il commerciale, ma con una cura tecnica che evita il banale e il già sentito. Ci sono anche legami con il cinema e la cultura pop, con casi iconici in cui alcune canzoni della band sono finite come colonne sonore. E c’è (You Can Still) Rock In America, immortalata su V-Rock in GTA Vice City, e Sister Christian, utilizzata da Paul Thomas Anderson in una delle scene più memorabili di Boogie Nights: due presenze che valgono quanto un sigillo ufficiale, a conferma che certi suoni non appartengono solo a un decennio, ma alla memoria collettiva di chi ha vissuto o amato quegli anni.

I Night Ranger nascono a San Francisco nel 1979 dall’incontro tra Jack Blades (basso e voce) e Kelly Keagy (batteria e voce), ai quali si aggiungono rapidamente Brad Gillis e Jeff Watson come chitarristi solisti, con Alan Fitzgerald alle tastiere. Gillis porta con sé un bagaglio importante: nel 1982, prima che Midnight Madness vedesse la luce, era stato chiamato a sostituire Randy Rhoads nel tour di Ozzy Osbourne dopo la tragica morte del chitarrista, conferendogli una credibilità metal che bilancia il lato più melodico della band.

Il debutto discografico arriva nel 1982 con Dawn Patrol, un album apprezzato dalla critica ma senza sfondare nel mainstream. È l’anno successivo, con Midnight Madness, che tutto cambia: il disco vende oltre un milione di copie negli Stati Uniti, e i singoli Sister Christian, (You Can Still) Rock In America e When You Close Your Eyes diventano immediatamente classici delle radio rock americane.

Il punto di forza della band è strutturale: due cantanti di livello (Blades e Keagy) e due chitarristi solisti capaci di dialogare alla maniera dei Thin Lizzy, con un suono che mescola hard rock muscolare e melodie AOR. Non una formula, ma un equilibrio autentico e raro.

L’apertura del disco è una dichiarazione di intenti. (You Can Still) Rock In America non lascia spazio a equivoci: chitarre potenti, riff incisivi, ritmo trascinante. Il testo difende il rock come stile di vita contro le mode passeggere. Gillis e Watson si inseguono in un serrato dialogo chitarristico, mentre il ritornello, immediato e memorabile, diventa subito un classico radiofonico. È il brano che apre i concerti e riassume tutto ciò che i Night Ranger rappresentano: tecnicamente perfetto, emotivamente diretto.

Rumours In The Air è uno degli highlight nascosti: energia, velocità e un chorus che fa alzare i pugni. Dimostra che la band sa fare hard rock senza fronzoli. Why Does Love Have To Change porta il disco su territori più riflessivi: un mid-tempo melodico, meno aggressivo, che mostra la capacità di gestire sfumature dinamiche senza perdere coesione.

Se (You Can Still) Rock In America è la testa della band, Sister Christian ne è il cuore. Scritta da Kelly Keagy per sua sorella Christine (originariamente intitolata Sister Christine), è una lettera d’affetto di un fratello maggiore a una ragazza che cresce troppo in fretta. Il pianoforte di apertura, la voce morbida e fragile di Keagy, il crescendo verso il ritornello orchestrale: tutto funziona in modo sorprendente. Non è una ballata costruita a tavolino, pur avendo venduto moltissimo. È autentica, scritta di getto, e tocca corde universali. Una delle canzoni più sincere del decennio.

Segue Touch Of Madness, uno dei brani più elaborati per durata e struttura (oltre cinque minuti), con arrangiamenti che valorizzano ogni strumento, mentre Passion Play mantiene pathos e ritmo. When You Close Your Eyes è il lento più pop-rock: melodia ariosa e ritornello luminoso, il secondo singolo che completa l’immagine della band, potente e delicata insieme. Jack Blades è in grande forma, e la produzione mette in risalto ogni strato sonoro. Chippin’ Away è un mid-tempo solido, con un groove che richiama il southern rock e riff vigorosi anni ’70, mentre il testo sulla lenta erosione di una relazione mostra maturità oltre i cliché del genere. Il disco si chiude con Let Him Run, veloce e diretto, riportando l’energia ai livelli dell’apertura: un finale intelligente che lascia l’ascoltatore con la stessa carica iniziale.

Midnight Madness non è solo il disco più importante dei Night Ranger: è un punto di riferimento per il melodic rock americano. In un periodo di massimo apice commerciale e rischio di omologazione, la band ha consegnato un album che soddisfaceva il mercato senza però compromessi artistici e che ha di fatto fissato uno standard per il genere.

Il merito è condiviso: Blades e Keagy come co-frontman e songwriter, Gillis e Watson come coppia chitarristica di rara coesione, Fitzgerald come tessitore sonoro indispensabile. Pat Glasser, al mixer, trasforma cinque talenti in un suono unico e riconoscibile.

Due singoli entrati nell’immaginario collettivo, una tracklist senza punti deboli, una produzione che ha fatto scuola e un’eredità che continua a riaffiorare nella cultura pop a distanza di oltre quarant’anni.

Un album che non si limita a raccontare un’epoca: la definisce. Imprescindibile.

Glass Tiger
Simple Mission

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Glass Tiger – Simple Mission – Gemma Sepolta

07 Marzo 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 1990
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La ‘Mission’ dei Glass Tiger alla fine non è stata poi così ‘Simple’: dopo questo disco la band si allontanò dalle scene, riapparendo solo tra il 2018 e il 2020.

I Glass Tiger nascono nei primi anni ’80 a Newmarket, in Ontario, attorno al cantante Alan Frew, al tastierista Sam Reid e al chitarrista Al Connelly, completando la formazione con il bassista Wayne Parker e il batterista Michael Hanson. Dopo alcuni anni di gavetta nei club canadesi, il gruppo firma con EMI Records e nel 1986 pubblica il debutto ‘The Thin Red Line‘, che li lancia immediatamente sulla scena internazionale grazie al singolo ‘Don’t Forget Me (When I’m Gone)‘, impreziosito dai cori di Bryan Adams, e a brani come ‘Someday‘ e ‘Thin Red Line‘. Il disco ottiene il platino in Canada e l’oro negli Stati Uniti. Nel 1988 arriva il secondo album, ‘Diamond Sun‘, più maturo e coerente, con hit come ‘I’m Still Searching‘ e ‘My Song‘, che consolidano la reputazione della band nel pop-rock melodico e nell’AOR. Verso la fine degli anni ’80, il rock melodico di derivazione radiofonica inizia a cambiare: i suoni si induriscono e il pop lascia spazio a un approccio più vicino all’hard rock canonico. Basti pensare al cambio di sonorità tra i primi due album dei Dare, ma la tendenza coinvolge molte band, compresa la scena canadese.

Questo passaggio ha lasciato perplessi alcuni fan di vecchia data, ma per chi, come me, ama l’alternarsi tra chitarre roboanti, melodie strappalacrime e produzioni impeccabili (e in questo caso il tocco di Tom Werman si fa sentire eccome), Simple Mission resta il disco migliore della band, pur avendo avuto risultati commerciali più contenuti e critiche altalenanti anche all’epoca.

Riff di apertura serrato, voce celestiale incontrastata e ritornello AOR in pieno eighties style, ed ecco che ‘Blinded‘ ci mostra quale sarà la rotta di questo viaggio sonoro. ‘Animal Heart‘ è l’apoteosi del Canuck rock, col suo ritornello catchy e le sue rimembranze Loverboy, mentre ‘Let’s Talk‘ è un moderno electric pop che mi ricorda i conterranei Blue Rodeo. ‘Where Did Our Love Go‘ è una intensa ballad, impreziosita da piano, archi ed inserti di sax che sprizzano emozione e buon gusto da tutti i pori, senz’altro uno dei pezzi più belli del disco. Segue ‘My Town‘, singolo di discreto successo anche grazie alla presenza come seconda voce di nientepopodimeno che Rod Stewart, mentre a chiudere il lato A troviamo la bluesy ‘The Rhythm Of Your Love‘.

Il lato B si apre invece con la stravagante ‘Spanish Slumber‘, che ci guida alla funkeggiante title track ‘Simple Mission‘, che nulla aggiunge e nulla toglie al disco. ‘Stand Or Fall‘ è invece ricca di contrasti e con un ritornello vincente, ma il top di Simple Mission è senz’altro la super ballad ‘Rescued (By The Arms Of Love)‘: immaginatevi di ballarla cheek to cheek con chi amate, o su chi volete far colpo; e sarà un successo. A chiudere un tocco di pop rock d’annata con ‘One To One‘, e le più movimentate ‘One Night Alone‘ e ‘(She Said) Love Me Like A Man‘.

La mia missione è dunque compiuta, e se sono riuscito ad incuriosirvi tanto da recuperare questo disco, direi che è stata anche piacevole, perché sarebbe un peccato lasciare sepolto un disco di una band che ha saputo osare pur senza riuscirvi commercialmente.

Bangalore Choir
On Target

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Bangalore Choir – On Target – Gemma Sepolta

19 Febbraio 2026 2 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1992
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Molto spesso i dischi presenti nelle nostre Gemme Sepolte sembrano nati sotto una stella maligna: opere che, pur possedendo tutto il DNA necessario per dominare le classifiche, finiscono per essere inghiottite dalle sabbie mobili del tempo, vittime di una serie di sfortunati allineamenti cosmici. Dovessimo stilare una classifica dei “capolavori perduti” del rock melodico, On Target dei Bangalore Choir sarebbe sicuramente nelle posizioni più alte. L’occasione per includere questo disco nella nostra rubrica nasce dalla mia recensione del recente Rapid Fire Succession: On Target Part II (link alla recensione), che presenta molti rimandi a questo esordio della band; ho ritenuto quindi giusto chiudere un cerchio e dare a On Target il giusto spazio sul nostro sito.

Pubblicato originariamente nel 1992 per la Giant Records, questo lavoro esemplifica il paradosso definitivo di un’epoca: un album tecnicamente impeccabile, prodotto con i crismi del blockbuster, ma lanciato nel bel mezzo dell’uragano grunge che stava spazzando via ogni traccia di lacca e glitter dalle radio.
La storia di questo disco è, prima di tutto, la storia di David Reece: reduce da una parentesi turbolenta negli Accept, conclusasi nel 1990 dopo il divisivo Eat the Heat, tra cambio di direzione stilistica, tensioni interne e un tour americano problematico, il cantante si ritrova a dover ripartire da zero, trovando nei Bangalore Choir la valvola creativa ideale per dare finalmente forma alla propria visione melodica. Al suo fianco recluta musicisti di mestiere come la sezione ritmica formata da Ian Mayo al basso e Jackie Ramos alla batteria (noti agli appassionati per le partecipazioni con Hericane Alice prima e Bad Moon Rising dopo), oltre alla coppia d’asce composta da Curt Mitchell e John Kirk.

Riascoltato oggi, On Target ribalta la narrazione: l’uscita dagli Accept non fu una sfortuna per David Reece, ma una liberazione artistica. È su queste coordinate sonore che la sua voce calda e graffiante trova finalmente il proprio habitat naturale, muovendosi con una sicurezza che lo avvicina a un credibile interprete alla David Coverdale, decisamente più a suo agio rispetto ai panni, ormai troppo stretti, del metal tradizionale.

Il pedigree dell’album è di prim’ordine: alla console siede Max Norman (già regista del suono per lavori di Ozzy Osbourne e Megadeth), mentre tra le firme in fase compositiva compaiono nomi del calibro di Jon Bon Jovi, Aldo Nova e Steve Plunkett. Ne scaturisce un concentrato di ciò che il rock degli anni ’80 sapeva offrire al meglio: chitarre taglienti, ritornelli da arena e una resa sonora limpida e potente. L’avvio è affidato a “Angel In Black”, un’esplosione hard rock originariamente scritta da Plunkett per gli Autograph, che dichiara fin da subito le ambizioni del gruppo.
È però addentrandosi nella tracklist che emergono i veri gioielli. “Loaded Gun” profuma di hit immediata, con quel gusto tipico della scuola Bon Jovi che, in un universo parallelo privo dell’impatto delle camicie di flanella, avrebbe potuto dominare le classifiche globali. Personalmente, però, prediligo i brani più audaci: il groove dalle marcate inflessioni funk di “Doin’ The Dance” rappresenta un esempio impeccabile di fusione tra melodia e tiro ritmico, configurandosi come uno degli apici dell’intero lavoro, come del resto anche la semplice, ma serrata e coinvolgente “All Or Nothin'”.
Non mancano, naturalmente, i momenti più raccolti. La ballata “Hold On To You” consente a David Reece di mettere in mostra tutta la propria espressività, ma è l’inno “If The Good Die Young (We’ll Live Forever)” a lasciare il segno più profondo.

Riletto oggi, il titolo assume i contorni di un’amara ironia: i Bangalore Choir erano un’ottima band destinata a spegnersi troppo presto, travolta da un tempismo spietato. On Target incarna perfettamente il concetto di disco “nato sotto una stella maligna”: un lavoro che possedeva tutto per brillare, ma che il destino ha relegato in un’ombra ingiusta. Come se non bastasse, la band fu costretta a sostituire la cover originale con la procace Bellona sdraiata su un missile, sembra da delle pressioni dell’allora attivissimo Parents Music Resource Center (PMRC) guidato da Tipper Gore. La nuova copertina, anonima e priva di appeal, ha probabilmente dato il proverbiale colpo di grazia al destino commerciale dell’album, trasformando un capolavoro mancato in un’autentica perla per appassionati amatori.

Il mio consiglio, per chi ancora non lo conoscesse, è di recuperare questo bersaglio mancato il prima possibile: la voce di Reece e la produzione di Norman vi ricorderanno perché amiamo così tanto questo genere. Un’opera che, pur essendo stata travolta dalle mode passeggere dei Nineties, continua a brillare di luce propria.

Harlan Cage
Double Medication Tuesday

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Harlan Cage – Double Medication Tuesday – Gemma Sepolta

03 Febbraio 2026 4 Commenti Iacopo Mezzano

genere: AOR / Melodic Rock
anno: 1998
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Sfogliando come un catalogo i titoli delle produzioni discografiche degli ultimi cinque anni dei ’90 ci si rende conto come questi nascondano un quantitativo incredibile di gemme sepolte del nostro genere. Una serie di pubblicazioni sfortunate (in termini di vendite, di promozione, di budget a disposizione per la propria realizzazione, etc.) uscite in un mercato che – diciamolo con onestà – non sponsorizzava più già da quasi un lustro quel tipo di melodie più raffinate, ponendo i riflettori semmai su di un rock più grezzo, più rumoroso, di certo meno patinato.

Anche in questi anni di siccità monetarie, alcune realtà musicali riuscirono in qualche maniera a crearsi comunque una storia, o una piccola carriera. E’ il caso degli Harlan Cage, un duo statunitense costola dei ben più celebri Fortune (sì, proprio quelli del capolavoro omonimo del 1985) in quanto composto dal loro cantante e chitarrista L.A. Greene e dal loro tastierista Roger Scott Craig, che si riunirono nel 1995 sotto un nuovo moniker – ma con identiche idee e aspirazioni musicali – per pubblicare già l’anno seguente il loro ottimo debutto omonimo, e poi altri tre dischi fino al definitivo scioglimento nei primi anni duemila.
continua

Poets Of The Fall
Carnival Of Rust

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Poets Of The Fall – Carnival Of Rust – Classico

10 Gennaio 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: Alternative Melodic Rock
anno: 2006
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Dopo quanto tempo un disco può essere considerato un classico? Io credo che vent’anni possano essere un tempo sufficiente. E siccome nel 2026 cade proprio il ventesimo anniversario del secondo album dei Poets of the Fall, mi sembra giusto rendere loro un riconoscimento, considerando che più volte abbiamo già trattato questa band sulle nostre pagine. Per collocarli correttamente, però, dobbiamo anche inserirli nel contesto dell’epoca in cui l’album è uscito.

Tra il 2002 e il 2006, la scena AOR era stagnante e relegata a circuiti quasi completamente underground. Tra le poche uscite di rilievo possiamo ricordare i Soul SirkUS negli Stati Uniti, con veterani come Jeff Scott Soto e Neal Schon, che mantenevano viva la tradizione hard/melodic rock con album come ‘World Play’, i The Ladder di Steve Overland nel Regno Unito, che teneva accesa la fiammella dell’AOR britannico, mentre il resto della scena restava confinato perlopiù alla Scandinavia. Band storiche come gli Europe, invece, segnavano un deciso stacco col passato con ‘Start From the Dark’ (2004), portando il loro hard rock melodico verso territori più moderni, senza scivolare nella nostalgia degli anni ’80.

Negli Stati Uniti, la scena post-grunge cominciava a segnare il passo, e anche i suoi nuovi alfieri, come i Theory of a Deadman, cercavano di virare verso atmosfere più melodiche, trovando un equilibrio tra riff robusti e approccio radio-friendly. In questo modo tentavano di creare un ponte tra l’energia ormai logora del rock alternativo e l’orecchiabilità tipica del melodic rock.

Parallelamente, il Brit Rock di band come Coldplay conquistava le classifiche internazionali con un approccio riflessivo ed emotivo, mentre gruppi come Anathema in Inghilterra esploravano territori malinconici e atmosferici dalle reminiscenze progressive, avvicinandosi per certi versi alle sensibilità melodiche più adulte e offrendo al pubblico europeo nuove forme di introspezione rock.

In questo panorama di contrasti, i Poets of the Fall emergono con ‘Carnival of Rust’ (2006) come una voce autenticamente contemporanea: unendo melodia, atmosfera emotiva e songwriting sofisticato, riescono a dar forma a un rock melodico europeo moderno, coerente con le tendenze del periodo e capace di dialogare tanto con i fan della tradizione AOR quanto con chi seguiva le nuove correnti alternative, e perché no, anche con chi ha sempre apprezzato generi musicali più teatrali.

A dire il vero, io li avevo conosciuti già con il singolo ‘Late Goodbye’, estratto dal loro album di debutto e parte della colonna sonora del celebre videogame Max Payne, ed era stato amore a primo ascolto. Quelle atmosfere notturne e cinematiche lasciavano presagire un’attitudine fortemente affine alla mia idea di musica, e con ‘Carnival of Rust’ si arriva appunto alla sublimazione di quel percorso.

‘Fire’, il brano di apertura, stabilisce immediatamente il tono del disco. La voce di Marko Saaresto prende il centro della scena con una presenza “da stadio”, accompagnata da un notevole assolo di chitarra e da un’energia che cattura subito l’ascoltatore. Segue ‘Sorry Go ’Round’, brano sicuramente di orientamento più pop grazie al suo ritornello ossessivo. Poi arriva ‘Carnival of Rust’, la title track e vero cuore emotivo dell’opera. È una ballata rock che fonde parti malinconiche a riff più energici, utilizzando la metafora di un luna park arrugginito per descrivere una vita o una relazione deteriorata. Il ritornello è semplicemente memorabile e le liriche esplorano temi di dipendenza emotiva e consapevolezza di sé. Guardando il video emerge appieno anche la teatralità di Marko Saaresto, e fare paragoni con Peter Gabriel e Fish non appare poi così azzardato. ‘Locking Up the Sun’ è invece una traccia più imprevedibile, che introduce sonorità inedite all’interno della cornice alternative rock del gruppo, donando varietà e inafferrabilità al sound della band. In ‘Gravity’ e ‘King of Fools’ emergono invece le influenze dei già citati Theory of a Deadman. Altro pezzo di categoria superiore è ‘Roses’, che si inserisce nella tradizione del melodic rock più classico: grazie al suo lavoro acustico e a un testo quasi narrato, risulta commuovente e sincera. ‘All the Way for You’ è una traccia fortemente emozionale, caratterizzata da un uso sapiente di campionamenti e parti orchestrali che guidano il trascinante ritornello finale. Passando dalla più marcatamente rock ‘Delicious’ e dalla electro-pop ‘Maybe Tomorrow Is a Better Day’, si arriva a ‘Down’: il brano di chiusura è una ballata epica e straziante, con ancora Saaresto sugli scudi grazie alla sua interpretazione teatrale. La conclusione affidata al pianoforte sigilla l’album in modo perfetto, lasciando un senso di malinconica compiutezza.

In sintesi, ogni brano dell’album contribuisce a creare un’esperienza sonora che non risulta mai monotona, grazie a una struttura imprevedibile che attinge a generi diversi come pop, elettronica e rock, fino alle sue sfumature più progressive.

Un disco, dunque, che merita pienamente di stare in questa rubrica e che, in un periodo di stanca del rock melodico più canonico, ha fornito un appiglio a chi, come me, cominciava a sentire l’astinenza di emozioni in musica, e che dovrebbe stare bene in evidenza in ogni collezione di chi ama il rock in tutte le sue sfumature.

Tim Feehan
Tim Feehan

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Tim Feehan – Tim Feehan – Gemme Sepolte

05 Gennaio 2026 4 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Lite AOR / Hi-Tech AOR
anno: 1987
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Era il 1986 quando il cantante canadese Tim Feehan, già autore di due pubblicazioni in studio agli inizi degli ’80s (tra cui spicca il disco Carmalita del 1983, piccolo gioiellino westcoast da rispolverare), tentò di rilanciare la sua carriera musicale ormai in stallo, partecipando a un concorso di autori musicali sponsorizzato dal produttore David Foster (Celine Dion, Whitney Houston). Ottenuta la sperata vittoria del contest, Feehan venne immediatamente assunto dalla nota etichetta Scotti Bros/CBS a Los Angeles, città nella quale si trasferì per le registrazioni del suo nuovo disco, l’omonimo Tim Feehan, uscito nel corso del 1987.

Questa in breve fu la genesi di un album dal sound cristallino e dal songwriting a tratti sensazionale, una gemma tra lite AOR e hi-tech AOR che fu capace di vincere diversi riconoscimenti, tra cui spiccano i ben cinque premi A.R.I.A. (Alberta Recording Industry Association) tra cui “Best Pop Performance” e “Producer of the Year”, cosa da non poco vista la ricchezza di grandi uscite discografiche in quegli anni. Inoltre il primo singolo estratto dal disco, Where’s the Fire, divenne colonna sonora per il film The Wraith (per noi, Il Replicante) con Charlie Sheen, fatto che permise a Tim di vincere anche il Juno Award come Most Promising Male Vocalist 1987 per la Canadian Academy of Arts & Sciences.
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Dare
Arc of the Dawn

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Dare – Arc of the Dawn – Gemma Sepolta

03 Gennaio 2026 2 Commenti Iacopo Mezzano

genere: AOR / Melodic Rock
anno: 2009
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Dopo i consueti diversi anni di date live abbinate a un pacifico lavoro in studio, nel 2009 (ovvero ben cinque anni dopo il precedente disco Beneath The Shining Water) gli inglesi Dare tornarono sul mercato discografico con un nuovo album in studio, intitolato Arc of the Dawn.

Auto-prodotto dal leader del gruppo Darren Wharton, il disco presentò al pubblico una nuova formazione, che vide l’uscita del chitarrista Andrew Moore e del batterista Gavin Mart a vantaggio di un Richie Dews ormai divenuto totale leader degli strumenti a corda, e dell’ingresso in pianta stabile alle pelli di quel Kevin Whitehead che già era stato in orbita Dare come musicista ospite durante le registrazioni del disco Calm Before the Storm.

Edito dalla label della band, la Legend Records, il platter (nonostante un tocco più marcatamente rock in un paio di canzoni) non mancò di ripresentare quelle melodie folk e tipicamente britanniche che avevano fatto le fortune dei tre precedenti dischi degli inglesi, e si avvalorò di una produzione in studio pulita ed avvolgente, che risultò ancora una volta essere uno dei maggiori punti di forza del disco durante il suo ascolto. Per una tracklist ricca di nuove canzoni, ma anche di auto tributi (una nuova edizione del classico King of Spades, assieme a una I Will Return che altro non fu che una ri-registrazione di Return The Heart, contenuta anch’essa nel debutto Out of the Silence) e di due cover (la prima di Emerald dei Thin Lizzy, la seconda della ballad dei Cheap Trick The Flame) che i Dare, già da diverso tempo, stavano suonando nei loro concerti.
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D-A-D
No Fuel Left For The Piligrims

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D-A-D – No Fuel Left For The Pilgrims – Classico

06 Dicembre 2025 3 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1989
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Se c’è un gruppo che, insieme ai Pretty Maids, ha portato in alto la bandiera danese nella scena hard rock tra gli anni ’80 e ’90, questi sono i D‑A‑D. Con No Fuel Left for the Pilgrims (1989) hanno segnato un’epoca, firmando quello che è unanimemente considerato il loro capolavoro: un disco che sancisce il salto di qualità definitivo in termini di scrittura, coesione e ispirazione. Fin dalle prime note, il full-length esplode come una bomba ad altissimo potenziale.

Il gruppo nasce nei primi anni ’80 con una vocazione decisamente punk. Dopo la stabilizzazione della line up e la scelta del nome Disneyland After Dark, una sorta di omaggio ma anche di critica all’influenza culturale americana dell’epoca, il sound inizia gradualmente a integrarsi con elementi più vicini al country e al southern rock, mentre il songwriting continua a maturare. La possibilità di suonare negli Stati Uniti dona alla band una nuova consapevolezza: già affermati in patria grazie ai loro live energici ed esaltanti, i musicisti cominciano a incorporare componenti tipicamente hard rock, dando vita a uno stile unico nella scena.

È proprio con Slippin’ My Day Away che arriva la svolta: il pezzo funziona, piace, e la fama del gruppo comincia a superare i confini scandinavi. A quel punto la Warner propone alla band un contratto molto sostanzioso per almeno due album, a patto però di abbreviare il nome in D‑A‑D per evitare possibili controversie legali con la Disney. Il resto, come spesso si dice, è storia. Musicalmente, No Fuel Left for the Pilgrims si presenta come un hard rock piuttosto melodico, ma al tempo stesso grezzo e sporco, capace di sorprendere per una peculiarità insolita per una band danese: un groove fortemente influenzato dal southern rock americano. E funziona ancora oggi, perché il disco appare diretto e potente solo in superficie, rivelando invece un gusto per gli arrangiamenti decisamente sopra la media.

L’album ci regala dodici tracce da ascoltare a raffica.
L’attacco è affidato alla già citata Sleeping My Day Away, e molti ricorderanno il celebre video su MTV, con il bassista dal basso a due corde e il casco con la croce rossa mentre fa esplodere petardi qua e là. Il brano è semplicemente magnifico: un vero anthem, sostenuto da un ritmo cadenzato, da una chitarra slide languida che crea quel tipico tono glissato del southern rock e da un hook assolutamente perfetto. E credetemi, visto che quando impugnavo indegnamente il microfono con la mia band l’abbiamo coverizzata, è molto più raffinata di quanto sembri all’apparenza.

Subito dopo, Jihad colpisce come un pugno diretto in piena mandibola. La voce di Jesper Binzer è abrasiva, roca e graffiante, mentre il brano sprigiona una potenza che ricorda i migliori AC/DC, rivelando le radici punk della band anche nella sua durata. È proprio il testo di questa canzone a dare il titolo all’album.

Tracce come Point of View e Rim of Hell mettono in luce i lati più oscuri e riflessivi della band, con riff che richiamano qua e là lo stoner rock. Rim of Hell appare come un vero altoforno sonoro: il brano procede lentamente con strofe ben calibrate per esplodere poi in un ritornello devastante, che fa tremare gli altoparlanti.

Con ZCMI il ritmo accelera bruscamente, impedendo all’ascoltatore di restare fermo, grazie a riff serrati e a una sezione ritmica ben in evidenza. Non mancano momenti melodici di grande pregio, come Girl Nation, ricco di intuizioni e melodie irresistibili, oppure pezzi martellanti come Overmuch, un vero masso che si stacca dalle montagne.

La traccia finale, Ill Will, chiude l’album con un pugno sonoro poderoso. È un indurimento netto del suono, con un’atmosfera che si avventura anche in territori lontani dall’hard rock.

I D‑A‑D, con la loro attitudine sregolata e punk, hanno dato vita a un’autentica gemma di hard rock crudo e melodico. Nonostante le difficoltà, come l’ira dell’etichetta per il video di Sleeping My Day Away, su cui aveva investito ingenti risorse, l’album ha riscosso un grande successo: No Fuel Left for the Pilgrims ha venduto circa 600.000 copie nel mondo. Rimane un esempio di songwriting raffinato, capace di regalare emozioni ancora oggi, e il loro ultimo album (Qui La Recensione) conferma che la band è ancora in forma smagliante, con un sound estremamente contemporaneo e moderno. Lunga vita ai D‑A‑D!