Registrati gratuitamente a Melodicrock.it! Potrai commentare le news e le recensioni, metterti in contatto con gli altri utenti del sito e sfruttare tutte le potenzialità della tua area personale.
effettua il Login con il tuo utente e password oppure registrati al sito di Melodic Rock Italia!
07 Marzo 2026 0 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 1990
etichetta:
ristampe:
La ‘Mission’ dei Glass Tiger alla fine non è stata poi così ‘Simple’: dopo questo disco la band si allontanò dalle scene, riapparendo solo tra il 2018 e il 2020.
I Glass Tiger nascono nei primi anni ’80 a Newmarket, in Ontario, attorno al cantante Alan Frew, al tastierista Sam Reid e al chitarrista Al Connelly, completando la formazione con il bassista Wayne Parker e il batterista Michael Hanson. Dopo alcuni anni di gavetta nei club canadesi, il gruppo firma con EMI Records e nel 1986 pubblica il debutto ‘The Thin Red Line‘, che li lancia immediatamente sulla scena internazionale grazie al singolo ‘Don’t Forget Me (When I’m Gone)‘, impreziosito dai cori di Bryan Adams, e a brani come ‘Someday‘ e ‘Thin Red Line‘. Il disco ottiene il platino in Canada e l’oro negli Stati Uniti. Nel 1988 arriva il secondo album, ‘Diamond Sun‘, più maturo e coerente, con hit come ‘I’m Still Searching‘ e ‘My Song‘, che consolidano la reputazione della band nel pop-rock melodico e nell’AOR. Verso la fine degli anni ’80, il rock melodico di derivazione radiofonica inizia a cambiare: i suoni si induriscono e il pop lascia spazio a un approccio più vicino all’hard rock canonico. Basti pensare al cambio di sonorità tra i primi due album dei Dare, ma la tendenza coinvolge molte band, compresa la scena canadese.
Questo passaggio ha lasciato perplessi alcuni fan di vecchia data, ma per chi, come me, ama l’alternarsi tra chitarre roboanti, melodie strappalacrime e produzioni impeccabili (e in questo caso il tocco di Tom Werman si fa sentire eccome), Simple Mission resta il disco migliore della band, pur avendo avuto risultati commerciali più contenuti e critiche altalenanti anche all’epoca.
Riff di apertura serrato, voce celestiale incontrastata e ritornello AOR in pieno eighties style, ed ecco che ‘Blinded‘ ci mostra quale sarà la rotta di questo viaggio sonoro. ‘Animal Heart‘ è l’apoteosi del Canuck rock, col suo ritornello catchy e le sue rimembranze Loverboy, mentre ‘Let’s Talk‘ è un moderno electric pop che mi ricorda i conterranei Blue Rodeo. ‘Where Did Our Love Go‘ è una intensa ballad, impreziosita da piano, archi ed inserti di sax che sprizzano emozione e buon gusto da tutti i pori, senz’altro uno dei pezzi più belli del disco. Segue ‘My Town‘, singolo di discreto successo anche grazie alla presenza come seconda voce di nientepopodimeno che Rod Stewart, mentre a chiudere il lato A troviamo la bluesy ‘The Rhythm Of Your Love‘.
Il lato B si apre invece con la stravagante ‘Spanish Slumber‘, che ci guida alla funkeggiante title track ‘Simple Mission‘, che nulla aggiunge e nulla toglie al disco. ‘Stand Or Fall‘ è invece ricca di contrasti e con un ritornello vincente, ma il top di Simple Mission è senz’altro la super ballad ‘Rescued (By The Arms Of Love)‘: immaginatevi di ballarla cheek to cheek con chi amate, o su chi volete far colpo; e sarà un successo. A chiudere un tocco di pop rock d’annata con ‘One To One‘, e le più movimentate ‘One Night Alone‘ e ‘(She Said) Love Me Like A Man‘.
La mia missione è dunque compiuta, e se sono riuscito ad incuriosirvi tanto da recuperare questo disco, direi che è stata anche piacevole, perché sarebbe un peccato lasciare sepolto un disco di una band che ha saputo osare pur senza riuscirvi commercialmente.
19 Febbraio 2026 2 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1992
etichetta:
ristampe:
Molto spesso i dischi presenti nelle nostre Gemme Sepolte sembrano nati sotto una stella maligna: opere che, pur possedendo tutto il DNA necessario per dominare le classifiche, finiscono per essere inghiottite dalle sabbie mobili del tempo, vittime di una serie di sfortunati allineamenti cosmici. Dovessimo stilare una classifica dei “capolavori perduti” del rock melodico, On Target dei Bangalore Choir sarebbe sicuramente nelle posizioni più alte. L’occasione per includere questo disco nella nostra rubrica nasce dalla mia recensione del recente Rapid Fire Succession: On Target Part II (link alla recensione), che presenta molti rimandi a questo esordio della band; ho ritenuto quindi giusto chiudere un cerchio e dare a On Target il giusto spazio sul nostro sito.
Pubblicato originariamente nel 1992 per la Giant Records, questo lavoro esemplifica il paradosso definitivo di un’epoca: un album tecnicamente impeccabile, prodotto con i crismi del blockbuster, ma lanciato nel bel mezzo dell’uragano grunge che stava spazzando via ogni traccia di lacca e glitter dalle radio.
La storia di questo disco è, prima di tutto, la storia di David Reece: reduce da una parentesi turbolenta negli Accept, conclusasi nel 1990 dopo il divisivo Eat the Heat, tra cambio di direzione stilistica, tensioni interne e un tour americano problematico, il cantante si ritrova a dover ripartire da zero, trovando nei Bangalore Choir la valvola creativa ideale per dare finalmente forma alla propria visione melodica. Al suo fianco recluta musicisti di mestiere come la sezione ritmica formata da Ian Mayo al basso e Jackie Ramos alla batteria (noti agli appassionati per le partecipazioni con Hericane Alice prima e Bad Moon Rising dopo), oltre alla coppia d’asce composta da Curt Mitchell e John Kirk.
Riascoltato oggi, On Target ribalta la narrazione: l’uscita dagli Accept non fu una sfortuna per David Reece, ma una liberazione artistica. È su queste coordinate sonore che la sua voce calda e graffiante trova finalmente il proprio habitat naturale, muovendosi con una sicurezza che lo avvicina a un credibile interprete alla David Coverdale, decisamente più a suo agio rispetto ai panni, ormai troppo stretti, del metal tradizionale.
Il pedigree dell’album è di prim’ordine: alla console siede Max Norman (già regista del suono per lavori di Ozzy Osbourne e Megadeth), mentre tra le firme in fase compositiva compaiono nomi del calibro di Jon Bon Jovi, Aldo Nova e Steve Plunkett. Ne scaturisce un concentrato di ciò che il rock degli anni ’80 sapeva offrire al meglio: chitarre taglienti, ritornelli da arena e una resa sonora limpida e potente. L’avvio è affidato a “Angel In Black”, un’esplosione hard rock originariamente scritta da Plunkett per gli Autograph, che dichiara fin da subito le ambizioni del gruppo.
È però addentrandosi nella tracklist che emergono i veri gioielli. “Loaded Gun” profuma di hit immediata, con quel gusto tipico della scuola Bon Jovi che, in un universo parallelo privo dell’impatto delle camicie di flanella, avrebbe potuto dominare le classifiche globali. Personalmente, però, prediligo i brani più audaci: il groove dalle marcate inflessioni funk di “Doin’ The Dance” rappresenta un esempio impeccabile di fusione tra melodia e tiro ritmico, configurandosi come uno degli apici dell’intero lavoro, come del resto anche la semplice, ma serrata e coinvolgente “All Or Nothin'”.
Non mancano, naturalmente, i momenti più raccolti. La ballata “Hold On To You” consente a David Reece di mettere in mostra tutta la propria espressività, ma è l’inno “If The Good Die Young (We’ll Live Forever)” a lasciare il segno più profondo.
Riletto oggi, il titolo assume i contorni di un’amara ironia: i Bangalore Choir erano un’ottima band destinata a spegnersi troppo presto, travolta da un tempismo spietato. On Target incarna perfettamente il concetto di disco “nato sotto una stella maligna”: un lavoro che possedeva tutto per brillare, ma che il destino ha relegato in un’ombra ingiusta. Come se non bastasse, la band fu costretta a sostituire la cover originale con la procace Bellona sdraiata su un missile, sembra da delle pressioni dell’allora attivissimo Parents Music Resource Center (PMRC) guidato da Tipper Gore. La nuova copertina, anonima e priva di appeal, ha probabilmente dato il proverbiale colpo di grazia al destino commerciale dell’album, trasformando un capolavoro mancato in un’autentica perla per appassionati amatori.
Il mio consiglio, per chi ancora non lo conoscesse, è di recuperare questo bersaglio mancato il prima possibile: la voce di Reece e la produzione di Norman vi ricorderanno perché amiamo così tanto questo genere. Un’opera che, pur essendo stata travolta dalle mode passeggere dei Nineties, continua a brillare di luce propria.
03 Febbraio 2026 3 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR / Melodic Rock
anno: 1998
etichetta:
ristampe:
Sfogliando come un catalogo i titoli delle produzioni discografiche degli ultimi cinque anni dei ’90 ci si rende conto come questi nascondano un quantitativo incredibile di gemme sepolte del nostro genere. Una serie di pubblicazioni sfortunate (in termini di vendite, di promozione, di budget a disposizione per la propria realizzazione, etc.) uscite in un mercato che – diciamolo con onestà – non sponsorizzava più già da quasi un lustro quel tipo di melodie più raffinate, ponendo i riflettori semmai su di un rock più grezzo, più rumoroso, di certo meno patinato.
Anche in questi anni di siccità monetarie, alcune realtà musicali riuscirono in qualche maniera a crearsi comunque una storia, o una piccola carriera. E’ il caso degli Harlan Cage, un duo statunitense costola dei ben più celebri Fortune (sì, proprio quelli del capolavoro omonimo del 1985) in quanto composto dal loro cantante e chitarrista L.A. Greene e dal loro tastierista Roger Scott Craig, che si riunirono nel 1995 sotto un nuovo moniker – ma con identiche idee e aspirazioni musicali – per pubblicare già l’anno seguente il loro ottimo debutto omonimo, e poi altri tre dischi fino al definitivo scioglimento nei primi anni duemila.
continua
10 Gennaio 2026 0 Commenti Samuele Mannini
genere: Alternative Melodic Rock
anno: 2006
etichetta:
ristampe:
Dopo quanto tempo un disco può essere considerato un classico? Io credo che vent’anni possano essere un tempo sufficiente. E siccome nel 2026 cade proprio il ventesimo anniversario del secondo album dei Poets of the Fall, mi sembra giusto rendere loro un riconoscimento, considerando che più volte abbiamo già trattato questa band sulle nostre pagine. Per collocarli correttamente, però, dobbiamo anche inserirli nel contesto dell’epoca in cui l’album è uscito.
Tra il 2002 e il 2006, la scena AOR era stagnante e relegata a circuiti quasi completamente underground. Tra le poche uscite di rilievo possiamo ricordare i Soul SirkUS negli Stati Uniti, con veterani come Jeff Scott Soto e Neal Schon, che mantenevano viva la tradizione hard/melodic rock con album come ‘World Play’, i The Ladder di Steve Overland nel Regno Unito, che teneva accesa la fiammella dell’AOR britannico, mentre il resto della scena restava confinato perlopiù alla Scandinavia. Band storiche come gli Europe, invece, segnavano un deciso stacco col passato con ‘Start From the Dark’ (2004), portando il loro hard rock melodico verso territori più moderni, senza scivolare nella nostalgia degli anni ’80.
Negli Stati Uniti, la scena post-grunge cominciava a segnare il passo, e anche i suoi nuovi alfieri, come i Theory of a Deadman, cercavano di virare verso atmosfere più melodiche, trovando un equilibrio tra riff robusti e approccio radio-friendly. In questo modo tentavano di creare un ponte tra l’energia ormai logora del rock alternativo e l’orecchiabilità tipica del melodic rock.
Parallelamente, il Brit Rock di band come Coldplay conquistava le classifiche internazionali con un approccio riflessivo ed emotivo, mentre gruppi come Anathema in Inghilterra esploravano territori malinconici e atmosferici dalle reminiscenze progressive, avvicinandosi per certi versi alle sensibilità melodiche più adulte e offrendo al pubblico europeo nuove forme di introspezione rock.
In questo panorama di contrasti, i Poets of the Fall emergono con ‘Carnival of Rust’ (2006) come una voce autenticamente contemporanea: unendo melodia, atmosfera emotiva e songwriting sofisticato, riescono a dar forma a un rock melodico europeo moderno, coerente con le tendenze del periodo e capace di dialogare tanto con i fan della tradizione AOR quanto con chi seguiva le nuove correnti alternative, e perché no, anche con chi ha sempre apprezzato generi musicali più teatrali.
A dire il vero, io li avevo conosciuti già con il singolo ‘Late Goodbye’, estratto dal loro album di debutto e parte della colonna sonora del celebre videogame Max Payne, ed era stato amore a primo ascolto. Quelle atmosfere notturne e cinematiche lasciavano presagire un’attitudine fortemente affine alla mia idea di musica, e con ‘Carnival of Rust’ si arriva appunto alla sublimazione di quel percorso.
‘Fire’, il brano di apertura, stabilisce immediatamente il tono del disco. La voce di Marko Saaresto prende il centro della scena con una presenza “da stadio”, accompagnata da un notevole assolo di chitarra e da un’energia che cattura subito l’ascoltatore. Segue ‘Sorry Go ’Round’, brano sicuramente di orientamento più pop grazie al suo ritornello ossessivo. Poi arriva ‘Carnival of Rust’, la title track e vero cuore emotivo dell’opera. È una ballata rock che fonde parti malinconiche a riff più energici, utilizzando la metafora di un luna park arrugginito per descrivere una vita o una relazione deteriorata. Il ritornello è semplicemente memorabile e le liriche esplorano temi di dipendenza emotiva e consapevolezza di sé. Guardando il video emerge appieno anche la teatralità di Marko Saaresto, e fare paragoni con Peter Gabriel e Fish non appare poi così azzardato. ‘Locking Up the Sun’ è invece una traccia più imprevedibile, che introduce sonorità inedite all’interno della cornice alternative rock del gruppo, donando varietà e inafferrabilità al sound della band. In ‘Gravity’ e ‘King of Fools’ emergono invece le influenze dei già citati Theory of a Deadman. Altro pezzo di categoria superiore è ‘Roses’, che si inserisce nella tradizione del melodic rock più classico: grazie al suo lavoro acustico e a un testo quasi narrato, risulta commuovente e sincera. ‘All the Way for You’ è una traccia fortemente emozionale, caratterizzata da un uso sapiente di campionamenti e parti orchestrali che guidano il trascinante ritornello finale. Passando dalla più marcatamente rock ‘Delicious’ e dalla electro-pop ‘Maybe Tomorrow Is a Better Day’, si arriva a ‘Down’: il brano di chiusura è una ballata epica e straziante, con ancora Saaresto sugli scudi grazie alla sua interpretazione teatrale. La conclusione affidata al pianoforte sigilla l’album in modo perfetto, lasciando un senso di malinconica compiutezza.
In sintesi, ogni brano dell’album contribuisce a creare un’esperienza sonora che non risulta mai monotona, grazie a una struttura imprevedibile che attinge a generi diversi come pop, elettronica e rock, fino alle sue sfumature più progressive.
Un disco, dunque, che merita pienamente di stare in questa rubrica e che, in un periodo di stanca del rock melodico più canonico, ha fornito un appiglio a chi, come me, cominciava a sentire l’astinenza di emozioni in musica, e che dovrebbe stare bene in evidenza in ogni collezione di chi ama il rock in tutte le sue sfumature.
05 Gennaio 2026 4 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Lite AOR / Hi-Tech AOR
anno: 1987
etichetta:
ristampe:
Era il 1986 quando il cantante canadese Tim Feehan, già autore di due pubblicazioni in studio agli inizi degli ’80s (tra cui spicca il disco Carmalita del 1983, piccolo gioiellino westcoast da rispolverare), tentò di rilanciare la sua carriera musicale ormai in stallo, partecipando a un concorso di autori musicali sponsorizzato dal produttore David Foster (Celine Dion, Whitney Houston). Ottenuta la sperata vittoria del contest, Feehan venne immediatamente assunto dalla nota etichetta Scotti Bros/CBS a Los Angeles, città nella quale si trasferì per le registrazioni del suo nuovo disco, l’omonimo Tim Feehan, uscito nel corso del 1987.
Questa in breve fu la genesi di un album dal sound cristallino e dal songwriting a tratti sensazionale, una gemma tra lite AOR e hi-tech AOR che fu capace di vincere diversi riconoscimenti, tra cui spiccano i ben cinque premi A.R.I.A. (Alberta Recording Industry Association) tra cui “Best Pop Performance” e “Producer of the Year”, cosa da non poco vista la ricchezza di grandi uscite discografiche in quegli anni. Inoltre il primo singolo estratto dal disco, Where’s the Fire, divenne colonna sonora per il film The Wraith (per noi, Il Replicante) con Charlie Sheen, fatto che permise a Tim di vincere anche il Juno Award come Most Promising Male Vocalist 1987 per la Canadian Academy of Arts & Sciences.
continua
03 Gennaio 2026 2 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR / Melodic Rock
anno: 2009
etichetta:
ristampe:
Dopo i consueti diversi anni di date live abbinate a un pacifico lavoro in studio, nel 2009 (ovvero ben cinque anni dopo il precedente disco Beneath The Shining Water) gli inglesi Dare tornarono sul mercato discografico con un nuovo album in studio, intitolato Arc of the Dawn.
Auto-prodotto dal leader del gruppo Darren Wharton, il disco presentò al pubblico una nuova formazione, che vide l’uscita del chitarrista Andrew Moore e del batterista Gavin Mart a vantaggio di un Richie Dews ormai divenuto totale leader degli strumenti a corda, e dell’ingresso in pianta stabile alle pelli di quel Kevin Whitehead che già era stato in orbita Dare come musicista ospite durante le registrazioni del disco Calm Before the Storm.
Edito dalla label della band, la Legend Records, il platter (nonostante un tocco più marcatamente rock in un paio di canzoni) non mancò di ripresentare quelle melodie folk e tipicamente britanniche che avevano fatto le fortune dei tre precedenti dischi degli inglesi, e si avvalorò di una produzione in studio pulita ed avvolgente, che risultò ancora una volta essere uno dei maggiori punti di forza del disco durante il suo ascolto. Per una tracklist ricca di nuove canzoni, ma anche di auto tributi (una nuova edizione del classico King of Spades, assieme a una I Will Return che altro non fu che una ri-registrazione di Return The Heart, contenuta anch’essa nel debutto Out of the Silence) e di due cover (la prima di Emerald dei Thin Lizzy, la seconda della ballad dei Cheap Trick The Flame) che i Dare, già da diverso tempo, stavano suonando nei loro concerti.
continua
06 Dicembre 2025 3 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1989
etichetta:
ristampe:
Se c’è un gruppo che, insieme ai Pretty Maids, ha portato in alto la bandiera danese nella scena hard rock tra gli anni ’80 e ’90, questi sono i D‑A‑D. Con No Fuel Left for the Pilgrims (1989) hanno segnato un’epoca, firmando quello che è unanimemente considerato il loro capolavoro: un disco che sancisce il salto di qualità definitivo in termini di scrittura, coesione e ispirazione. Fin dalle prime note, il full-length esplode come una bomba ad altissimo potenziale.
Il gruppo nasce nei primi anni ’80 con una vocazione decisamente punk. Dopo la stabilizzazione della line up e la scelta del nome Disneyland After Dark, una sorta di omaggio ma anche di critica all’influenza culturale americana dell’epoca, il sound inizia gradualmente a integrarsi con elementi più vicini al country e al southern rock, mentre il songwriting continua a maturare. La possibilità di suonare negli Stati Uniti dona alla band una nuova consapevolezza: già affermati in patria grazie ai loro live energici ed esaltanti, i musicisti cominciano a incorporare componenti tipicamente hard rock, dando vita a uno stile unico nella scena.
È proprio con Slippin’ My Day Away che arriva la svolta: il pezzo funziona, piace, e la fama del gruppo comincia a superare i confini scandinavi. A quel punto la Warner propone alla band un contratto molto sostanzioso per almeno due album, a patto però di abbreviare il nome in D‑A‑D per evitare possibili controversie legali con la Disney. Il resto, come spesso si dice, è storia. Musicalmente, No Fuel Left for the Pilgrims si presenta come un hard rock piuttosto melodico, ma al tempo stesso grezzo e sporco, capace di sorprendere per una peculiarità insolita per una band danese: un groove fortemente influenzato dal southern rock americano. E funziona ancora oggi, perché il disco appare diretto e potente solo in superficie, rivelando invece un gusto per gli arrangiamenti decisamente sopra la media.
L’album ci regala dodici tracce da ascoltare a raffica.
L’attacco è affidato alla già citata Sleeping My Day Away, e molti ricorderanno il celebre video su MTV, con il bassista dal basso a due corde e il casco con la croce rossa mentre fa esplodere petardi qua e là. Il brano è semplicemente magnifico: un vero anthem, sostenuto da un ritmo cadenzato, da una chitarra slide languida che crea quel tipico tono glissato del southern rock e da un hook assolutamente perfetto. E credetemi, visto che quando impugnavo indegnamente il microfono con la mia band l’abbiamo coverizzata, è molto più raffinata di quanto sembri all’apparenza.
Subito dopo, Jihad colpisce come un pugno diretto in piena mandibola. La voce di Jesper Binzer è abrasiva, roca e graffiante, mentre il brano sprigiona una potenza che ricorda i migliori AC/DC, rivelando le radici punk della band anche nella sua durata. È proprio il testo di questa canzone a dare il titolo all’album.
Tracce come Point of View e Rim of Hell mettono in luce i lati più oscuri e riflessivi della band, con riff che richiamano qua e là lo stoner rock. Rim of Hell appare come un vero altoforno sonoro: il brano procede lentamente con strofe ben calibrate per esplodere poi in un ritornello devastante, che fa tremare gli altoparlanti.
Con ZCMI il ritmo accelera bruscamente, impedendo all’ascoltatore di restare fermo, grazie a riff serrati e a una sezione ritmica ben in evidenza. Non mancano momenti melodici di grande pregio, come Girl Nation, ricco di intuizioni e melodie irresistibili, oppure pezzi martellanti come Overmuch, un vero masso che si stacca dalle montagne.
La traccia finale, Ill Will, chiude l’album con un pugno sonoro poderoso. È un indurimento netto del suono, con un’atmosfera che si avventura anche in territori lontani dall’hard rock.
I D‑A‑D, con la loro attitudine sregolata e punk, hanno dato vita a un’autentica gemma di hard rock crudo e melodico. Nonostante le difficoltà, come l’ira dell’etichetta per il video di Sleeping My Day Away, su cui aveva investito ingenti risorse, l’album ha riscosso un grande successo: No Fuel Left for the Pilgrims ha venduto circa 600.000 copie nel mondo. Rimane un esempio di songwriting raffinato, capace di regalare emozioni ancora oggi, e il loro ultimo album (Qui La Recensione) conferma che la band è ancora in forma smagliante, con un sound estremamente contemporaneo e moderno. Lunga vita ai D‑A‑D!
29 Novembre 2025 3 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 1991
etichetta:
ristampe:
Nella storia dell’AOR, un genere nato e plasmato principalmente negli Stati Uniti e in Canada, il contributo britannico è stato spesso percepito come marginale. Non certo per mancanza di qualità, basti pensare a realtà solide come FM, Shy o Dare, ma perché, agli occhi del mercato americano, molte band europee apparivano come semplici derivazioni del modello nordamericano. La difficoltà cronica con cui queste formazioni cercarono di imporsi negli Stati Uniti conferma quanto fosse arduo superare quel pregiudizio geografico e sonoro. In un contesto già di per sé complesso, l’esordio degli Heartland non ebbe vita facile: accolto con sorprendente freddezza dalla stampa britannica e spesso liquidato con superficialità come un “Dare in chiave più americana” (segno che, allora come oggi, si giudicava forse troppo dalla copertina), finì rapidamente in secondo piano. Considerando anche che proprio nel 1991 l’AOR stava sparando le sue ultime cartucce di gloria, si comprende come questo debutto sia diventato uno degli episodi più ingiustamente sottovalutati del rock melodico inglese.
Se vogliamo analizzare il paragone con i Dare dell’esordio, al di là dell’uso più marcato delle tastiere non emergono reali punti di contatto stilistico. Le atmosfere del primo Dare sono intime, bucoliche e profondamente britanniche, mentre gli Heartland attingono con decisione all’AOR e al pop rock di scuola canuck, interiorizzando e reinterpretando quelle sonorità in modo autentico, probabilmente andando oltre quanto fatto dalla maggior parte delle band inglesi fino a quel momento. L’efficacia sonora di questo debutto si deve in gran parte alla sua formazione originale: Chris Ousey (voce), Gary Sharpe (chitarre), Phil Brown (basso), Steve Gibson (batteria) e Rik Carter (tastiere). Chris Ousey, proveniente dai Virginia Wolf, colpisce in particolar modo con la sua voce graffiante ma delicata, arricchita da sfumature soul e un timbro vagamente ‘black’, che si amalgama con naturalezza ad ogni canzone del disco. Le chitarre di Gary Sharpe sono nitide ed essenziali, mai invasive, perfettamente appoggiate sul tappeto tastieristico di Rik Carter, e infondono vita a questi piccoli gioielli di melodic rock. La produzione fu affidata a Jimbo Burton e Julian Mendhelson, affiancati da James Barton, il tecnico che aveva brillato su Empire dei Queensrÿche. Barton colse subito l’impronta sonora necessaria e valorizzò al meglio un materiale tanto ispirato quanto immediato.
Le dieci tracce si aprono con Teach You to Dream, l’introduzione, costruita su chitarre cristalline, tastiere soffuse e leggere percussioni, evolve in un crescendo atmosferico che richiama le sonorità canadesi di band come Glass Tiger o Boulevard. Il disco prosegue con Carrie Ann, una power ballad dal suono ampio e imponente, propriamente di stampo Boulevard. Suggestioni soul e westcoast attraversano la delicata Don’t Cast Your Shadow. Real World guarda invece con decisione all’AOR statunitense, richiamando spesso i Journey. Fight Fire With Fire contraddice il titolo, rivelandosi una ballad basata su una raffinata trama acustica che cresce progressivamente fino a un finale corale ed elettrico. That Thing si muove su coordinate più notturne e sensuali, mentre la scintillante Walking on Ice si distingue per varietà e dinamismo. Con la ballad Paper Heart si torna a rivolgere lo sguardo al mondo dei Journey, tra melodie espansive e arrangiamenti ricchi. Il disco si chiude con Promises, il brano forse più “europeo” del lotto, sorretto da un ritornello e da arrangiamenti particolarmente efficaci.
Heartland è un album che colpisce senza cedimenti, in cui ogni linea melodica e ogni armonia si intrecciano con naturalezza, creando un groove irresistibile. Per gli amanti di melodia e rock raffinato, questo debutto rimane un must: fedele ai canoni più autentici dell’AOR, riesce a fondere con eleganza il gusto britannico con la raffinatezza nordamericana. È notevole che, nonostante le difficoltà iniziali, gli Heartland siano rimasti sulla scena, ancora guidati da Chris Ousey, che nel frattempo ha portato avanti anche una carriera solista, continuando a dare linfa alla propria eredità artistica e dimostrando che la qualità autentica non può essere messa a tacere dalle mode passeggere.
22 Novembre 2025 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: AOR, Pop Rock
anno: 1990
etichetta:
ristampe:
Il terzo album in studio dei canadesi Refugee – ehm – il primo disco solista della carriera di Myles Hunter, ex-cantante dei Refugee, merita di diritto un posto nella nostra raccolta di gemme sepolte della musica rock melodica. Questo, grazie al suo ottimo songwriting, che non si discosta di molto dalla alta qualità delle due registrazioni edite precedentemente dalla sua band (Affairs in Babylon (1985) e Burning From The Inside Out (1988)), anche perché suonato e interpretato dagli stessi musicisti di quel gruppo, ovvero Rob Kennedy alla chitarra, Martin Jones al basso, Howard Helm alle tastiere, e Brian Doerner alla batteria.
continua
15 Novembre 2025 2 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock/AOR
anno: 1990
etichetta:
ristampe:
C’era un tempo in cui nei negozi di dischi trovavi sempre un giradischi o un lettore CD per ascoltare al volo un album prima di sganciare le sudate 18.000/20.000 Lire. Nel 1990, alla tenera età di 17 anni, la mia meta fissa dei sabati pomeriggio e delle mattine di forca a scuola (tante perché quell’anno mi bocciarono pure 😉 ) era l’allora superblasonata Galleria del Disco nel sottopassaggio della stazione di Santa Maria Novella a Firenze, dove il buon Gianni, mio Guru dell’hard rock (Dio lo abbia in gloria), mi aspettava sempre con qualcosa di diverso e perfettamente in linea con i miei gusti. Per i Firehouse non fu diverso. Già la copertina, con la gnoccolona che teneva un fiammifero in mano, invitava all’acquisto, ma come mi consigliava Gianni: ‘senti le prime due e il lento e già avrai capito il 90% del disco’. Così feci, e dopo averle ascoltate e cacciate le 18.000, il disco scivolò nello zaino.
Bisogna dire che, per formazione musicale, prediligo le voci potenti e da macho, tipo quella di David Coverdale, per intenderci. Quella voce un po’ da “gatto in amore” di CJ Snare (R.I.P.) ci mise un po’ a fare breccia, ma quando ascoltai All She Wrote fui letteralmente conquistato. Sarà stato il disagio giovanile provocato dalle prime delusioni amorose, ma cantata a squarciagola quella canzone aveva qualcosa di terapeutico, e ciò spiega molto dei disagi adolescenziali dell’epoca :-). Questa è la mia esperienza personale col ricordo del disco, ma ovviamente serve solo a calare il tutto nel contesto dell’epoca, quando questo disco fece abbastanza furore, una delle ultime fiammate commercialmente valide di questo genere. I nostri eroi furono addirittura elevati a paladini del genere dopo che, agli American Music Awards del 1992, i FireHouse vinsero nella categoria ‘Best New Hard Rock/Heavy Metal Band’, superando niente meno che Nirvana e Alice In Chains. Uno smacco mica da poco, visto che stavamo entrando in piena rivoluzione grunge. Un paradosso storico, ancora oggi motivo di battute e leggende metropolitane.
La Epic intuì subito il potenziale della band, capace di condensare il meglio del class metal con ritornelli melodici e fulminanti e chiuse rapidamente il contratto prima della pubblicazione. L’album d’esordio dei Firehouse del 1990 ottenne un successo commerciale straordinario, raggiungendo il numero 21 della classifica Billboard e ottenendo il doppio disco di platino negli Stati Uniti oltre a dischi d’oro in Canada, Giappone e Singapore. Grazie a una produzione impeccabile e a una promozione non lasciata completamente al caso, furono estratti tre singoli, tra cui la power ballad Love Of A Lifetime che raggiunse il numero 5 in classifica e fu trasmessa a nastro su MTV. La band si esibì negli USA come supporto, tra gli altri, dei Tesla, e mostrò particolare attenzione anche al mercato giapponese, sempre molto ricettivo per il genere. Et voilà: ecco la dimostrazione che se la stessa ricetta fosse stata applicata anche ad altre band, il declino di questo genere forse non sarebbe avvenuto, o almeno non nei termini in cui poi successe.
Musicalmente parlando, l’apertura con Rock On The Radio presenta un’introduzione percussiva che è poi divenuta iconica e lascia presto spazio a un arena rock pulsante e coinvolgente, perfetto per inaugurare un album d’esordio. Il primo singolo Shake & Tumble sprigiona immediatamente una melodia avvincente, mentre Don’t Treat Me Bad propone un ritornello così efficace da affermarsi con forza nelle rotazioni radiofoniche. Il momento più raffinato dal punto di vista melodico è rappresentato dalla già citata All She Wrote, che raggiunge un equilibrio ideale tra la componente AOR più dolce e un ritornello memorabile tanto da essere considerato da molti il brano più rappresentativo della band. Tra i pezzi più incisivi si distinguono Lovers’ Lane, caratterizzata da un approccio aggressivo e ritmicamente vivace, e Overnight Sensation aperta da un urlo da brividi di C.J. Snare. Infine, Love Of A Lifetime rappresenta la quintessenza della power ballad dei primi anni ’90: apprezzata e contestata allo stesso tempo, qualcuno l’ha sempre considerata troppo commerciale, ma la sua efficacia musicale è indiscutibile.
Eccoci, dunque, a rendere tributo a un disco che ha quasi chiuso un’era commerciale e a una band che anche negli anni successivi non ha mai mollato il colpo, tenendo sempre acceso quel fiammifero melodico presente in questa iconica copertina.