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Interviste

Perfect View – intervista con la Band

25 Aprile 2023 0 Commenti Denis Abello

A pochi giorni dall’uscita della nuova fatica dei Perfect View a titolo Bushido (The Way of The Warrior), opera rock dedicata al mondo dei samurai che sarà pubblicato il 28 aprile tramite Lions Pride Music, non ci siamo fatti scappare l’occasione di una succulenta intervista con la Band!

intervista a cura di Samuele Mannini e Denis Abello

PRIMA LA PRESENTAZIONE!

MR.it: Parliamo dei Perfect View! Diteci chi siete e qual’è stato il vostro percorso per arrivare qui oggi!
JOE: La band nacque nel 2008 con l’intento di fare musica originale che rappresentasse le varie influenze che ci avevano indelebilmente marcato nel corso della nostra adolescenza. Quasi da subito riuscimmo a firmare un contratto discografico con l’etichetta tedesca Avenue Of Allies che pubblicò il nostro album d’esordio, “Hold your dreams”, nel 2010. Dopo questo album ci fu il primo cambio di lineup con l’ingresso di Frank, che è ancora oggi accanto a me. Il secondo album, “Red Moon Rising”, uscì nel 2014 sempre per la stessa etichetta ed è stato il primo album ad avere anche una edizione giapponese con la label Rubicon Music. Dopo questo album ci fu un altro cambio di lineup (in questo caso tastierista e cantante) per poi rimetterci al lavoro giungendo così, nel 2018, al terzo capitolo, “Timeless”, che vide anche un cambio di etichetta. Approdammo infatti alla danese Lions Pride Music, etichetta che ci contattò e si dimostrò molto interessata alla nostra musica. Ora eccoci giunti al quarto album, con un cambio di formazione ancora più corposo perché sono entrati a far parte dei Perfect View un nuovo batterista (Davide “Dave” Lugli, che è arrivato nella band appena dopo l’uscita di “Timeless” e quindi ha fatto anche i live di supporto/promozione di quell’album), un nuovo tastierista (Alberto Bettini) e, ultimo “acquisto”, un nuovo cantante (Damiano Libianchi). Con questa rinnovata formazione abbiamo dato vita, come percorso naturale di una crescita che per qualcuno di noi è appunto ben più che decennale, al nostro lavoro più ambizioso ed impegnativo, un concept album anch’esso in qualche modo frutto di influenze che soprattutto per me e Frank, affondano le radici anche in gloriose “rock opera” del passato. Abbiamo trovato nei nuovi arrivati una grande disponibilità musicale ed il sapersi intelligentemente calare nella realtà di una band/situazione che ormai ha un minimo di storia e tradizione, che segue un percorso ben preciso da anni. Il risultato è a mio avviso una ulteriore evoluzione della proposta musicale della band, con nuove sfumature derivanti soprattutto dal percorso di maturazione e dall’intenzione di scrivere un concept album ma anche dagli inevitabili differenti colori musicali delle performances dei nuovi elementi dei Perfect View.

ADESSO PARLIAMO DELL’IMMINENTE USCITA DI BUSHIDO

MR.it: Perché in un periodo storico che vira molto sulla musica usa e getta, vi siete messi in testa di fare un concept album che tradizionalmente è più ostico?
FRANK: Semplicemente perche’ abbiamo una grande necessita’ di stimoli e sfide. Questa e’ stata davvero impegnativa e chi avra’ desiderio di acquistare il disco o seguire la band dal vivo capira’ velocemente di cosa stiamo parlando. Come diceva Joe, abbiamo condiviso un background musicale che affonda radici anche nelle rock opere come The Wall, Quadrophenia, Music From the Elder, Operation Mindcrime, Tommy….insomma, subito dopo l’uscita di “Timeless” proposi a Joe di valutare di farne uno tutto nostro e piano piano “Bushido” ha preso forma. Si tratta di una impresa titanica che a noi ha dato tantissime soddisfazioni nel realizzarla ma che solo voi addetti ai lavori e chi acquistera’ il CD potra’ realmente definire se sia stato fatto un buon lavoro o meno.

MR.it: Perché l’ambientazione giapponese nello specifico? Siete forse stati influenzati dalla jap culture derivata da manga e anime?
FRANK: Da tempo sentivo la necessita’ di ringraziare quella parte di fan Giapponesi che ci supportano dal nostro secondo album “Red Moon Rising”, perche’ non capita tutti i giorni il privilegio di avere fan ed etichetta di un paese da sempre molto attento al nostro genere musicale. Questo album e’ stato scritto per uno di loro in particolare. Quindi mi sono semplicemente ispirato alla sua storia. Con molta discrezione ho unito una storia di vita reale, con una parte romanzata dedicandogli il ruolo di un giovane che diventa un Samurai dopo un lungo e tortuoso viaggio. Mai come in questo caso, oltre alla band abbiamo avuto bisogno di diversi collaboratori esterni fondamentali per la sua riuscita. Ad esempio, mi sono confrontato per i cenni storici, con dei fan Giapponesi cosi’ come per i Kanji che sono stati inseriti nel video di “Compassion”, disegnati a mano da Nobuya Tamaki. Altri mi hanno aiutato negli inserti in lingua Giapponese (Mauro Baratta) a rendere la storia ancor piu’ romanzata (Grazia Fraccon), ma il piu’ grande dei ringraziamenti lo facciamo a Simone Muci, un giovane di grande talento ve lo assicuro, difatto colui che ha creato dal mio immaginario, il personaggio “Koji” rendendolo reale e che trovate sulla copertina del disco.

MR.it: Quale è in sintesi il messaggio del concept di Bushido?
ALBERT: Il messaggio che abbiamo voluto dare con il nostro concept e’ credere sempre in se stessi e nella realizzazione dei propri sogni, nonostante i limiti, anche se fisici. Con la perseveranza e la dedizione gli obiettivi della vita si riescono a raggiungere.

MR.it: Com’è stato l’inserimento del nuovo cantante e avete dovuto fare delle modifiche al materiale eventualmente già pronto? Tra l’altro siamo molto felici della scelta visto che c’è stata una “spinta” anche dall’interno della nostra redazione… 😀
DAVE: L’inserimento di Damiano è avvenuto tramite un casting avvenuto con la collaborazione di Gianni D’Addese (Tastierista di Umberto Tozzi, vocal coach e vecchio amico della band) il quale ci ha messo nelle condizioni tecniche ideali per poter ascoltare e scegliere tra i vari candidati che avevano dato la loro disponibilita’. Non abbiamo dovuto apportare modifiche in quanto il materiale era gia’ pronto e Damiano è riuscito ad inserirsi bene mettendoci del suo e contemporaneamente, seguendo le linee vocali preparate/lavorate da Joe e Frank, direi che il connubio sia avvenuto in modo piuttosto naturale. Abbiamo apprezzato tanto il suo impegno nell’affrontare il viaggio (dopo essere stato indirizzato da voi) e mettersi alla prova.

MR.it: Riuscite a lavorare insieme come band oppure usate la tecnologia per lavorare a distanza?
JOE: Io e Frank facciamo parte della vecchia scuola, quella che vede la sala prove come elemento imprescindibile nell’economia di una band che faccia musica propria. Il nostro modo di lavorare quindi è sempre stato quello di suonare assieme, in presenza, nella nostra sala prove. Credo che sia un metodo insostituibile per avere risultati che suonino “veri”, da band reale e non come un progetto assemblato a tavolino che magari formalmente può pure essere impeccabile ma che poi manca di una certa genuinità e… pathos. “Bushido” è nato in pieno periodo di pandemia, con lockdown e “coprifuoco” a rendere tutto parecchio difficile. Questo ha allungato sicuramente i tempi ma abbiamo continuato a lavorare come siamo sempre stati abituati a fare. Ovviamente abbiamo registrato i demo ognuno nel proprio home studio (cosa che abbiamo fatto anche nei precedenti album peraltro) ed inevitabilmente ci sono state alcune decisioni/riunioni fatte a distanza ma l’album è comunque stato sviluppato in sala prove. L’unica deroga a questo consolidato metodo è stato il lavoro sulle linee vocali. Damiano è di Roma ed è arrivato con noi nel Dicembre del 2021, dopo averci pienamente convinto alle audizioni che stavamo facendo per trovare il nuovo cantante. La musica di tutti i brani era già pronta e con lui abbiamo, per forza di cose, lavorato a distanza, inviandogli i demo di 2/3 brani per volta e lasciandogli sviluppare linee vocali che si sposassero con la sua vocalità e che poi noi andavamo ad arrangiare, sistemare, integrare con idee vocali che avevamo già scritto, etc. Circa una volta al mese Damiano veniva da noi per un weekend nel quale concentravamo il lavoro sulle linee vocali e cori aggiungendo la registrazione di queste parti ai demo già esistenti. Quindi anche in questo caso siamo comunque riusciti in un certo senso a lavorare anche in presenza senza disdegnare di sfruttare la tecnologia e le comodità che può dare.

MR.it: Prevedete concerti in Italia e all’estero durante il periodo estivo?
DAMIANO: Abbiamo in programma sia qualche concerto che alcuni meet & greet per presentare l’album da qui alla fine dell’estate, per il momento soltanto in Italia. A fine Maggio parteciperemo al Festival Rock Camp di Trieste e sarà una bella occasione per tornare da quelle parti dove i Perfect View hanno ottimi ricordi, come quando aprirono il concerto degli Harem Scarem anni fa.
Siamo inoltre in attesa di novità (molto speciali) per l’autunno!

INFINE UN PO’ DI “CULTURA GENERALE” DAL PUNTO DI VISTA DEI PERFECT VIEW

MR.it: Dall’interno, come vedete la scena AOR / Hard Rock italiana? A noi sembra che a dispetto di ottime band si resti sempre un po’ in disparte rispetto all’ondata Scandinava, la vostra opinione?
ALBERT: Purtroppo la scena AOR italiana in questo momento storico non e’ delle migliori. La tendenza musicale in Italia vira sempre di più alla standardizzazione, e questo influisce negativamente sulle band che propongono musica originale fuori dagli schemi, come la nostra, con il nostro concept per esempio. Ormai la scena AOR e’ stata monopolizzata da quella scandinava, e questo a causa di scelte arbitrarie dettate a tavolino per conto terzi. Su questo aspetto ci sono etichette discografiche specializzate in questo genere che invece di promuovere valide band del territorio nazionale ( e ce ne sono diverse ), investono su band estere, nello specifico per la maggior parte svedesi, portando il sound ad essere sempre uguale a tal punto da far fatica a distinguere una band da un’altra.

MR.it: Avete qualche band attuale Italiana che vi sta piacendo particolarmente (oltre a voi stessi 😀 )? E se guardiamo all’estero?
DAMIANO: Personalmente stimo da sempre i Lionville, pur avendo un cantante certamente non italiano, per quanto bravissimo.Inoltre ammiro i One Desire, i Poets Of The Fall e trovo d’ispirazione gli Evergrey di Tom S. Eglund per quanto riguarda la scena Metal. Mi piacciono anche i Threshold.
FRANK: Trovo interessanti gli Arcadia, Lionville, Danger Zone, ma le mie preferenze restano fuori terra italica. Adoro i Ghost, gli H.E.A.T., Eclipse, Rekless Love, Nestor, The Warning e Chez Kane

MR.it: Il vostro sogno segreto come Band / Artisti?
DAVE: Il nostro sogno sarebbe di riuscire a vivere totalmente la nostra passione nel creare musica insieme, farla conoscere anche ai giovani e soprattutto nel nostro paese dove sta mancando un po’ la curiosità di conoscere le nostre realta’…poi un tour in Giappone non ci dispiacerebbe affatto!

SALUTI!

TUTTI: Grazie a tutto lo staff di MelodicRock.it per lo spazio che avete concesso alla band e per portare avanti la scena del Melodic Rock, con grande passione e competenza.

MR.it: Grazie ragazzi per il tempo che ci avete dedicato e speriamo ci siano presto possibilità di incontrarci sotto ad un palco!

 

Se volete saperne di più su Bushido (The Way of The Warrior):

Perfect View: la band italiana annuncia la Rock Opera Bushido

Perfect View: comunicato stampa della band con aggiornamenti sulla release di Bushido.

 

Qui sotto il primo singolo “Compassion” tratto da Bushido (The Way of The Warrior)

 

 

 

 

 

 

 

Barnabas Sky, quattro chiacchiere con Markus Pfeffer.

01 Febbraio 2023 0 Commenti Redazione MelodicRock.it

Dopo l’uscita di What Comes To Light e l’entusiastica recensione di Alberto Rozza (Qui Il link ), abbiamo chiesto al disponibilissimo Markus Pfeffer deus ex machina dei Barnabas Sky se potevamo fargli qualche domanda, questo è il risultato della nostra piacevolissima chiacchierata.

Domande a cura di Alberto Rozza.

A. Per cominciare, cosa puoi dirci a riguardo del nome “Barnabas Sky”e perché lo hai scelto?

M. Barnaba (in aramaico) significa “Figlio della consolazione”. Dato che scrivere queste canzoni mi è sembrata una consolazione durante la pandemia, ho scelto questo nome e l’ho combinato con “sky” poiché di solito sento che qualsiasi ispirazione  arriva “scendendo dall’alto”.

A. Qual è stato il tuo primo approccio alla musica, quale musica ti rappresenta e chi sono i tuoi artisti di riferimento?

M. Ho iniziato a suonare la chitarra elettrica all’età di 15 anni. A proposito, non avevo mai suonato la chitarra acustica prima, volevo fare rock duro subito, haha. Gary Moore e Eddie Van Halen erano i miei due grandi idoli allora. Gary per le sue grandi linee melodiche e l’inconfondibile sensazione nei bendings e Eddie principalmente per la sua tecnica nel tapping. Penso che si possano ancora oggi sentire entrambe le influenze molto chiaramente nel mio modo di suonare. Stilisticamente mi sento a casa nei generi Melodic Hardrock e AOR, anche se mi piace incorporare sottili influenze progressive nelle mie canzoni.

A. Come ti sei sentito la prima volta che sei salito sul palco? E come ti senti ora.

M. Il mio primo concerto fu alla fine dell’estate del 1989 a Hütschenhausen , con la mia prima band ESCAPE. Era piuttosto affollato, era caldo ed ero tutto sudato, ma è stato fantastico. Da quella volta fino ad oggi, non sono più stato molto nervoso, e di solito non vedo l’ora di scatenarmi e posare sul palco (ride).

A. Hai un rapporto con l’Italia in qualche modo? E, in generale, quando sei in tour ti piace visitare i luoghi dove suoni?

M. È interessante notare che ho visitato l’Italia molto spesso , ma solo per dei week end (Bergamo, Milano, Bologna, Como, Iseo, ecc.), ma ancora non sono mai stato nel tuo paese per una vacanza più lunga.
Sfortunatamente, quando sei in viaggio per i concerti, di solito non hai abbastanza tempo per dare un’occhiata ai luoghi o ai paesi in cui stai suonando. Purtroppo!

A. L’album “What Comes To Light” è oggettivamente molto ispirato e suonato in modo impeccabile: qual è stata la genesi del lavoro e quali erano le ‘vibrazioni’ in quei giorni?

M. Grazie mille! L’album è stato scritto nel bel mezzo del secondo anno della pandemia. C’era già stato un certo isolamento e incertezza sul fatto che la normalità sarebbe mai tornata, ma una “luce alla fine del tunnel” stava lentamente emergendo, da cui il titolo dell’album.

A. Che consiglio dai ai giovani che vogliono avvicinarsi al music business.

M. Fai le tue cose. Suona e canta ciò che senti e non pensarci troppo. La musica è emozione, non calcolo commerciale. O almeno DOVREBBE essere così.

A. Qual è la domanda che hai sempre voluto sentire, ma nessuno ti ha mai fatto?

M. “Perché fai musica e cosa ti dà?” È interessante notare che non mi è mai stato chiesto prima. E per rispondere io stesso: perché non posso farne a meno. Le melodie, le idee semplicemente “volano” ed è sempre liberatorio quando una breve idea diventa una canzone completa.

A. A proposito dell’album, come hai gestito così tanti cantanti? E come hai scelto le voci giuste per ogni canzone?

M. Questo non è stato affatto un problema, perché al giorno d’oggi tutta la comunicazione avviene via web. Tutto è facile con questa tecnologia. A proposito, di solito scrivo “solo” la musica e poi cerco un cantante la cui voce penso sia adatta ad essa, è il cantante stesso che  poi scrive il testo e la melodia vocale. Dal momento che i cantanti scrivono i propri testi, e non viene loro imposto di interpretare una cosa che non sentono propria, possono anche sostenere al 100% le proprie parole, e penso che sul disco tu possa sentirlo. Con alcuni cantanti invece, ho scritto le canzoni appositamente per loro – ad esempio, la title track di Danny Vaughn e “Grant Me A Wish” di Jesse Damon.

A. Ci sono uno o più aneddoti riguardanti la scrittura dell’album che vuoi raccontarci?

M. In effetti, avevo finito 15 canzoni, solo per rendermi conto che non entravano in un singolo album (ride). Sarebbe stato troppo lungo, quindi abbiamo messo da parte 4 canzoni. Le canzoni con Danny Vaughn (“Fire Falls”), Deibys Artigas (“Over The Horizon”), Conny Lind (“Book Of Faces”) e un’epica epopea di 9 minuti con Dirk Kennedy (“Scirocco Sands”) saranno nel prossimo album.

A. Quali sono i messaggi che vuoi trasmettere con l’album “What Comes To Light”?

M. I testi sono stati tutti scritti dai rispettivi cantanti, quindi posso solo dire quello che sento. La maggior parte delle canzoni tematizzano e cercano speranza, penso che questo messaggio sia molto importante al giorno d’oggi.

A. Vuoi dire qualcosa ai lettori di MelodicRock.it ?

M. Grazie per aver letto questa intervista e per avermi dato l’opportunità di spiegare meglio il progetto Barnabas Sky. Se volete approfondire su YouTube potete ascoltare altre nostre canzoni:

https://www.youtube.com/watch?v=tuhvq82BhZY (Seven Wonders feat. Dirk Kennedy / Hittman)
https://www.youtube.com/watch?v=D_ovVZqNRPc (“What Comes To Light” feat. Danny Vaughn di Tyketto)

e dal debutto “Inspirations”:

https://www.youtube.com/watch?v=m4RAqR5i-G0 (“In My Mind” feat. Danny Martinez Jr. di Guild Of Ages)
https://www.youtube.com/watch?v=AW10IjTpcFw (“Till The End Of Time” feat. Jesse Damon dei Silent Rage)

Luca Bonzagni ci parla dei Krell e della sua storia musicale.

20 Dicembre 2022 0 Commenti Giorgio Barbieri

Parlare con Luca Bonzagni è un po’ come scoperchiare lo scrigno dei ricordi per me, che ho vissuto il periodo d’oro del metal, italiano e non; per chi non lo sapesse, Luca è il talentuosissimo ex cantante dei Crying Steel, band storica che, assieme a Death SS, Vanadium, Strana Officina, Vanexa, Sabotage e tanti altri nomi magari meno conosciuti, ha scritto la storia della musica dura nel belpaese, ora Luca si ripropone alla ribalta con i Krell, interessante proposta hard’n’heavy, che ha da poco pubblicato “Deserts” attraverso la Sneakout Records/Burning Minds. Andiamo a sentire le parole dello storico cantante bolognese…

G -Ciao Luca, innanzitutto direi che potresti presentarti al pubblico di Melodicrock.it, che magari non conosce il tuo illustre passato e che vuole conoscere il tuo presente.

L – Ciao Giorgio e ciao a tutti i lettori.
Come prima cosa vorrei sinceramente ringraziarti per questa intervista!
Per quanto riguarda la mia presentazione cosa posso dire? Sono un vecchio cantante che suona (canta) dal 1981 e ho co-fondato i Crying Steel con cui ho inciso tre dischi (Crying Steel, On the Prowl, The Steel is Back, più la prima apparizione della band su vinile nella compilation Heavy Metal Eruption con il brano Thundergods).
Il mio ultimo lavoro è appunto Deserts con la band Krell che abbiamo fondato io e Francesco.

G – Io sono soprattutto un fan e quando ho saputo della possibilità di intervistarti, non ti nascondo che ho avuto quel sentimento di gioia e paura al tempo stesso, che ti prende quando ti incontri, seppur virtualmente, con uno dei miti degli anni ruggenti del metal italiano, quindi, è normale che ti chieda un paio di cose su quelli che sono stati i tuoi esordi, i Crying Steel, raccontaci un pò quegli anni, come li avete vissuti e se avete mai avuto l’impressione di essere in grado di farcela.

L – Ti ringrazio molto per l’apprezzamento, sicuramente immeritato. Gli esordi risalgono all’autunno del 1981 quando ho incontrato Alberto Simonini e Angelo Franchini che suonavano nei Wurdalak. Dopo il nostro incontro decidemmo di fondare i Crying Steel che hanno effettuato il loro primo concerto nel marzo ’82. Poi dopo qualche cambio di chitarrista e batterista ci siamo ‘stabilizzati’.
Si era agli esordi e l’HM non era certamente diffuso e ‘sdoganato’ come ora. Ci siamo divertiti tanto e ci siamo anche meravigliati del relativo successo ottenuto nonostante fossimo molto ‘underground’. Avevamo molto pubblico in Europa ed eravamo anche in classifica in un paio di radio statunitensi. La realizzazione di “On the Prowl” ci ha permesso ulteriore visibilità ed apprezzamento da parte dei fans che lo hanno votato come miglior disco HM italiano del 1987.
Non ci siamo mai preoccupati troppo di ‘farcela’, non nutrivamo nessuna aspettativa, suonavamo ovunque e cercavamo di comporre brani che piacessero in primis a noi.

G – Se ti va, dicci come mai hai abbandonato la band nel 1988 e poi successivamente nel 2009 e se sei ancora in contatto con gli altri.

L – Sono una persona creativa e con il ‘difetto’ di aver bisogno costantemente di stimoli. Quando la musica diventa una semplice ripetizione di cose pregresse, senza avventurarsi in nuovi progetti e nuove idee, il mio interesse cala drasticamente. Decisi di lasciare proprio perchè ero stanco di suonare sempre le solite songs. Uscito io, Alberto mi seguì a ruota.
Negli anni successivi, dopo 2 o 3 reunion dei CS, al prospettarsi dell’ennesima, mi sono categoricamente rifiutato ed ho invece proposto di rimetterci insieme per fare un nuovo disco. Così è nato “The Steel is Back”. Purtroppo però, alla fine della registrazione di “The Steel is Back”, uscito purtroppo Alberto, anima e cuore dei CS nonchè, nel bene e nel male, vero collante e catalizzatore della band, sono saltati tutti gli equilibri esistenti e c’è chi si è sentito finalmente libero di mostrare la sua vera e reale personalità, fino a quel momento evidentemente repressa. Questo ha portato ad uno ‘scollamento’ degli intenti ed interessi comuni e ad un insostenibile deterioramento dei rapporti fino all’increscioso episodio che mi ha a sua volta portato alla decisone di abbandonare, senza alcun rimpianto.
Da quel momento, nessun tipo di rapporto con nessuno degli appartenenti, Alberto Simonini a parte, ovviamente. I CS erano i CS quando c’era Alberto. Uscito lui, Crying Steel è solo un nome, un insieme di lettere.

G – Adesso torniamo al presente e il presente sono i Krell, innanzitutto, spiegaci se siete un progetto tuo e di Francesco (Di Nicola, anche lui ex Crying Steel) o se siete una band a tutti gli effetti?

L – Il progetto è nostro (mio e di Francesco) e siamo una band strutturalmente ‘fluida’.

G – Come siete nati e come siete entrati in contatto con Paolo Caridi, batterista che ritengo tra i migliori nel panorama hard’n’heavy e non solo italiano?

L – Paolo, grande professionista, lo abbiamo contattato attraverso Roberto Priori ed ha sostituito il precedente batterista che avevamo.

G – Il vostro approccio musicale è più vicino all’hard rock, come ho scritto nella recensione, tu usi delle vocals più ragionate, mature, e Francesco sciorina riff di marca class tipo Dokken, ti trovi in questa definizione? Era quello che volevate?

L – Quando abbiamo iniziato a comporre brani, eravamo entrambi d’accordo su una cosa, non avremmo fatto HM classico. “Deserts” è il compromesso tra stili ed idee diverse scaturite in ambito compositivo, con il difficile equilibrio che si cerca di raggiungere quando nessuno deve essere scontento del risultato.
Per quanto riguarda i rimandi e le assonanze che possono essere identificate nei nostri brani, ti voglio far simpaticamente notare una costante: tra tutti quelli che lo hanno ascoltato, non ci sono stati due ‘accostamenti’ uguali. Chi ci sente un richiamo, chi un altro etc…

G – L’uso di una sola chitarra, vi da un suono più “agile”, meno roboante, ma sicuramente più vario, è questa la direzione in cui vanno i Krell o pensate di aggiungere magari una ritmica e, in futuro, cambiare magari un pò il tiro?

L -La questione chitarra singola è stata ‘decisa’ a monte e non è stato un problema. Per quanto riguarda la modifica del ‘tiro’, come dicevo, quando si compone insieme si può decidere una direzione ma, non ci sono limitazioni di sorta (HM a parte).

G – Il vostro nome mi ricorda qualcosa di fantascientifico, ma sinceramente non ricordo quale fosse il contesto, ci spieghi cosa significa Krell e cosa rappresenta?

L – Krell è il nome del misterioso ed avanzatissimo popolo alieno che anticamente popolava ‘il Pianeta Proibito’ (cit. cinematografica) dove l’unico attuale abitante umano, insieme alla figlia, dava vita e materializzava i propri pensieri/sogni/incubi attraverso i macchinari e l’energia di quell’antico popolo.

G – Nel booklet che accompagna il cd, avete scelto di mettere solo delle fotografie, come mai non avete incluso i testi delle canzoni?

L -Produzione ed etichetta hanno ritenuto più evocativo e particolare utilizzare esclusivamente un linguaggio visivo per connotare il lavoro, uscendo dagli schemi standard tradizionali.

G – Nella presentazione dell’album, si dice che i pezzi sono stati scritti tra il 2013 e il 2018, posto che, con un periodo di gestazione così lungo, magari avrei preferito un po’ più di varietà, ci dici come avete scritto il materiale presente su “Deserts” e se avete pronti già altri pezzi?

L -Grazie al cielo non avevamo nessuno che ci corresse dietro hahahah. Per quanto riguarda la ‘varietà’ mi riallaccio al discorso precedente riguardo la necessità di raggiungere un compromesso compositivo che non scontentasse nessuno.

G – Come vi trovate con la Burning Minds? Personalmente, ritengo che il lavoro che sta facendo Stefano Gottardi, sia enorme e molto preciso.

L – Vogliamo ringraziare Stefano per il grandioso lavoro e supporto datoci. Ovviamente ci troviamo benissimo.

G – Ai tempi, lessi (non ricordo dove, forse su H/M) che la tua voce era quasi Halford-clone, aldilà del fatto che io ritenessi un complimento essere accostato al leggendario cantante dei Judas Priest, ci ho sempre sentito qualcosa di personale, che adesso si è fatto più evidente. Sei d’accordo con questa disamina?

L -Assolutamente. Sono stato accostato moltissime volte ad Halford (paragone insostenibile data la caratura di Halford, lui giocava in un altro campionato),
ma, ringraziando sinceramente tutti quelli che lo hanno fatto, se andiamo ad analizzare tecnicamente le due vocalità, troviamo che l’unica cosa relativamente in comune sia l’estensione, tutto il resto non è a mio modestissimo avviso confrontabile, dal timbro alla tecnica, all’interpretazione, due stili differenti.
Ma ripeto, Halford è Halford.
Per quello che mi riguarda, ho sempre cantato ‘come mi veniva’, in maniera naturale.

G – Come già scritto sempre in fase di recensione, i pezzi più esaltanti sono la title track, che ricorda qualcosa dei Blue Murder, l’hard blueseggiante “Love’s a flame”, la ritmata “In the cold”, la rocciosa “Why I’m here”e la mia preferita, ossia il boogie metal di “Mantis”, puoi dirci, anche se essendo tue penso che tutte le canzoni siano nelle tue grazie, quali sono i tuoi highlights e perchè?

L – Bella domanda, ma sai che non saprei risponderti?

G – Tempo fa, feci una domanda simile anche agli Extrema, che seppur diversi da voi dal punto di vista musicale, sono una band storica del panorama italiano, hai mai sentito parlare di “Overload”, il film documentario di Daniele Farina sulla situazione musicale in Italia, tra talent-show, tribute-band ed il mercato discografico? Dall’alto della tua esperienza, cosa ne pensi in merito?

L -“Overload” non l’ho visto, ma ti posso dire che, rispetto ad una volta, la capacità tecnica attuale anche a livello ‘basso’, è semplicemente mostruosa.. Ci sono ragazzi che cantano e suonano letteralmente da ‘far paura’. Però ho notato un appiattimento, una deriva votata all’apparire più che all’essere. I talent li lascerei da parte perché hanno ben poco a che fare con il talento, o perlomeno diciamo che è tutto un bel ‘pacchetto’ che ha una sola finalità. É business.
Le tribute band le concepisco solo in questo contesto. É business o divertimento tra amici. Personalmente ritengo il fare musica (intesa come espressione) esclusivamente quando questa  musica è propria. Ma questa è la mia personalissima opinione, ovviamente.
Per quanto riguarda gli Extrema (grandi), ti posso dire che subito dopo la mia uscita definitiva dai CS, misi in piedi un progetto con Max Magagni, Andrea Ge e Mattia Bigi, grandissimo bassista degli Extrema. La band però è durata purtroppo poco.

G – Siamo alla conclusione dell’intervista e l’ultima è una non domanda, ossia puoi dirci tu, a ruota libera, cosa ne pensi del progetto e perchè dovremmo acquistare “Deserts”.

L -Siamo molto contenti di come stiano andando le cose e speriamo di poter portare avanti il discorso. ”
Deserts” è da acquistare ed ascoltare perché è un HR-H&H inizialmente fruibile ma, ascoltandolo invece in maniera più attenta e magari ripetuta, permette l’affioramento di tanti strati e sfumature, non così evidenti ad un primo e magari frettoloso approccio.

Giorgio, ti rinnovo i ringraziamenti per lo spazio concessomi e saluto affettuosamente tutti i lettori.
Ciao.
Luca

Rock Of Ages & MelodicRock.it

17 Giugno 2022 0 Commenti Samuele Mannini

Come sempre vi consigliamo la replica della puntata di Rock Of Ages per passare il weekend con tanta buona musica. In questa puntata ospiti i Reckless con una intervista ed una corposa selezione di brani dal loro ultimo lavoro Take Me To The Eghties e non poteva mancare un estratto della nostra recensione. Buon Ascolto!

Reckless – T.M.T.T.80 – Recensione

Rock Of Ages & MelodicRock.it

11 Maggio 2022 0 Commenti Samuele Mannini

Puntata dedicata ai Saints Trade con una piacevole chiacchierata con i componenti della band, con i quali abbiamo sviscerato il loro nuovo disco The Golden Cage, oltre a tanta buona musica!

Saints Trade – The Golden Cage – Recensione

Rock Of Ages & MelodicRock.it

09 Marzo 2022 0 Commenti Samuele Mannini

Puntatona dedicata ai Lionville con quasi due ore di intervista a Sefano Lionetti, oltre alla nostra recensione del disco della Kris Barras Band e tanta buona musica…… Buon Ascolto!

 

Kris Barras Band – Death Valley Paradise – Recensione

 

 

NESTOR – release party – intervista

23 Novembre 2021 4 Commenti Denis Abello

NESTOR THE BAND

MelodicRock.it ringrazia il Fotogiornalista Andrea Forlani che ha curato l’intervista che potete leggere di seguito!
Date un’occhiata al suo sito http://www.andreaforlani.com e seguitelo sulla sulla splendida pagina Instagram: https://www.instagram.com/andreaforlani_photojournalist/

Mancano dieci alle nove quando arriva la fatidica telefonata. Andrea, puoi salire. E allora via, attraverso le cucine come nel più classico dei polizieschi, fino a una stretta scala a chiocciola che sale fino alla saletta più inaccessibile del locale. Il locale è lo Slaktkyrkan, periferia ex industriale di Stoccolma sud, oggi polo del divertimento della capitale svedese, e in quella stanza si cela l’enigma musicale più avvincente dell’anno: Nestor.
Piovuti dal nulla nella vita di noi devoti del melodic rock, con tre singoli che a forza di sentirli ha imparato a memoria anche il mio gatto, si rivelano oggi al mondo lanciando il loro primo album – Kids in a ghost town (qui la nostra recensione) – con un’esibizione live. Apro la porta ed eccoli lì: Tobias (voce), Jonny (chitarra), Marcus (basso), Mattias (batteria) e Martin (tastiere). Tatuaggi in bella mostra e abbigliamento a metà tra divise militari e tute da meccanico: più che su un palco sembrano pronti per salire sul set di un video di quelli cui ci hanno abituato. Ho poco più di cinque minuti, meglio non perdere tempo.

Fatemi capire perché abbiamo tutti le idee un po’ confusi sulla vostra biografia. Nel 1989 avete creato i Nestor… ma poi? Che avete combinato in tutto questo tempo?

Abbiamo continuato a suonare, ma per lo più separatamente, con progetti diversi. In pratica ci siamo presi una pausa di 22 anni e nel 2017 abbiamo ricominciato a fare musica insieme, anche se di un genere un po’ diverso. Circa un anno e mezzo fa ci è venuta voglia di fare un album, ma inizialmente non avevamo un’idea precisa della direzione da prendere. Poi ha prevalso la voglia di salire sulla macchina del tempo e realizzare quel disco che per mancanza di capacità e mezzi non avevamo potuto concretizzare nel 1989. Questo album ha il sound che i Nestor avevano a quel tempo, e ci siamo molto divertiti a tornare alle origini, tra ricordi e nostalgia.

Siete piombati come una bomba nel mondo dell’hard rock melodico: vi aspettavate delle reazioni così positive? Quando avete avuto sentore che ciò che stavate facendo poteva diventare qualcosa d’importante?

A dire il vero non sapevamo cosa aspettarci, ma questo tipo di musica tocca le persone e riporta in vita i ricordi, questo è probabilmente il motivo del nostro successo. I feedback ricevuti dal primo singolo e dal video ci hanno senz’altro fatto ben sperare, ma è dopo aver messo insieme i primi 7-8 pezzi che abbiamo pensato: “this is gonna be a great fucking album!”. Ed è lì che abbiamo incominciato a chiederci: ma che succede se…? Ma che facciamo se…?

E adesso che è successo… che si fa?

Nessuno lo sa! (in coro, ridendo). Beh, di sicuro dobbiamo suonare il nostro primo concerto! Iniziamo con questo e poi vedremo il da farsi.

Nonostante tutto avete però deciso di rimanere indipendenti e non accasarvi con alcuna etichetta discografica. Motivo?

La verità è che non siamo contrari a lavorare con una label per principio, semplicemente non abbiamo ancora trovato il partner giusto. E dovrà essere un partner con la mente aperta, in grado ci comprendere che nell’universo che stiamo creando, l’universo Nestor, il prossimo album potrebbe essere qualcosa di totalmente diverso (espressione di panico del sottoscritto). Potremmo perfino non esserci noi nel prossimo album! (espressione di panico x 2).

Ultima domanda: Samantha Fox??

Stavamo cercando una voce femminile per il duetto con Tobias, e ci sono venuti in mente diversi nomi, Samantha Fox era uno di quelli, come anche Lita Ford. Abbiamo inviato al manager di Samantha il primo video, è piaciuto e la cosa ci ha ben fatto sperare, poi quando le abbiamo inviato il pezzo (Tomorrow) ha subito accettato.

Sarà qui stasera? No, non ci sarà. A sostituirla degnamente ci penserà Jennie Larsson, nientemeno che la moglie di Tobias, in un’esibizione da brividi come del resto lo è stato tutto il concerto, sold out e col pubblico a seguire la band cantando a squarciagola sulle note di On the run e 1989, assurti a classici del rock melodico alla velocità del fulmine. Set-list da sette brani, ad aprire la citata On the run e chiusura affidata a Firesign. Prossima puntata a febbraio, quando i Nestor accompagneranno in tour i connazionali Heat, un ottimo motivo per una gita al fresco in Nord Europa (date confermate Oslo, Stoccolma e Copenaghen).

A cura di Andrea Forlani


NESTOR - LIVE PARTY

NESTOR - RELEASE PARTY

HARDLINE – Intervista con Johnny Gioeli e Alessandro Del Vecchio

28 Settembre 2019 0 Commenti Iacopo Mezzano

Mancano tre ore circa all’inizio del loro concerto all’HT Factory di Seregno (MI), e Johnny Gioeli e Alessandro Del Vecchio accolgono me e la Mary Ferranti (che di questa intervista è stata per gran parte l’unica voce e mente. La ringrazio ancora per l’enorme aiuto!) nella loro stanza, salutandoci con dei sorrisi radiosi che perfettamente nascondono la loro stanchezza (abbiamo fatto il check-in in hotel – ci racconta Johnny -, ci siamo riposati tipo.. quanto, 30 minuti?! Ci siamo fatti una doccia, abbiamo preso la nostra roba, siamo venuti qui, abbiamo fatto il sound check, e… beh, ad ogni modo va bene così. E’ il rock ‘n’ roll!! Per chi ci incontrerà, da adesso a dopo lo show, noi saremo perfetti.)

Inizialmente si chiacchiera un po’ del più e del meno. Poi, provando a fare i seri, ci sediamo su un divanetto, e parte la nostra conversazione sugli Hardline e il loro nuovo disco Life..

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Buckcherry – Intervista

16 Febbraio 2019 1 Commento Lorenzo Pietra

In vista della loro prossima venuta il Italia, il 23 febbraio al Rock Planet di Pinarella di Cervia (unica data in Italia, organizzato dalla HUB Music Factory), abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con i californiani Buckcherry!

Intervista a cura di Lorenzo Pietra

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Dion Bayman – Intervista

11 Dicembre 2018 1 Commento Denis Abello

Abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Dion Bayman, artista australiano rock melodico, che ci ha parlato un po’ della sua storia personale, del suo modo di comporre e dei suoi progetti futuri…

intervista a cura di Denis Abello

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