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FM – Brotherhood – Recensione

30 Agosto 2025 20 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Melodic Rock, AOR, Blues Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Music

Una band che funziona dal vivo, è una band che funziona su disco. Un’equazione semplice, e provata, che offre immediate garanzie appena ci si avvicina all’ascolto del nuovo disco degli FM, dal titolo Brotherhood, in uscita il 5 settembre come quindicesimo tassello della loro pluridecennale carriera.

Nel loro ultimo concerto italiano al Live Club di Trezzo sull’Adda i britannici avevano infatti infiammato il palco con una prestazione di alto rilievo e di grandi emozioni. Lo stesso livello esecutivo lo possiamo immediatamente ascoltare in questo nuovo album, figlio di quel rodato rock melodico a tinte blues che è diventato il vero marchio di fabbrica del gruppo, specialmente dalla reunion in poi. Prodotto dal gruppo stesso, con la registrazione curata dal batterista Pete Jupp, il mix affidato a Jeff Knowler, e il mastering a Jim Griffiths dei Principal Audio, questo platter immerge l’ascoltatore in un sound caldo e cristallino, moderno nella sua nitidezza ma con un gusto classico nel suo groove, che lo rende ancora una volta perfetto per una registrazione come questa, a metà tra blues e melodia.
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Claude Weisberg – More – Recensione

30 Agosto 2025 0 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Westcoast AOR
anno: 2025
etichetta: 9166423 Records DK

Era il 2017 quando le nostre pagine trattarono per la prima volta di un’uscita discografica di Claude Weisberg, raccontandovi con una recensione (che trovate qui) la pubblicazione del suo primo full-length a titolo Newest Things.

Il 29 agosto 2025, a più di otto anni di distanza da allora, il cantautore genovese ritorna sul mercato con il suo secondo album, More, prodotto dallo stesso Weisberg con la collaborazione di Andrea Di Puccio, Herman Furin e Alberto Marafioti.
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Crowne – Wonderland – Recensione

29 Agosto 2025 4 Commenti Giulio Burato

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Alla terza uscita discografica, posso considerare i Crowne come il giusto mix tra gli Art Nation e i Nitrate, una centrifuga di epica potenza metal e di melodie ammalianti, in cui l’unico comune denominatore è Alexander Strandell alla voce. Proprio Alex, uno dei cantanti più talentuosi in circolazione, è diventato molto inflazionato negli ultimi anni; presente infatti in diversi progetti, e, recentemente, anche dietro al microfono dei nostri ottimi Lionville.
La super band dei Crowne si completa con Love Magnusson (Dynazty) alla chitarra, Jona Tee (H.e.a.t) alle tastiere e alla sezione ritmica composta da John Leven (Europe) e Christian Lundqvist.
Entrando nel “paese delle meraviglie” con la zuccherosa title-track, apri-pista molto soft e oggetto estraneo rispetto all’incedere della restante parte dell’album. Tolta la marcia ridotta iniziale, il viaggio in “Wonderland” procede spedito e bello carico di energia con canzoni che vanno subito in circolo; giusto per citarne alcune, segnalo “Waiting for you”, “Eye of the oracle” e “Warlords of the north”, quest’ultima arricchita dal lavoro dell’iconico Biff Byford dei Saxon.
Le tappe più melodiche del “meraviglioso” itinerario arrivano con la bella, seppur molto convenzionale, power-ballad “Goodbye” e con la spensieratezza dell’ultima traccia “The fall”.
In conclusione, l’album scorre che è un piacere, confermando la caratura della band e dei suoi singoli interpreti; l’unico dubbio che aleggia è il fatto che lo stacanovismo vocale di Alex, alla lunga, non possa diventare un boomerang per i fans delle varie, per non dire troppe, band in cui canta.

Sweet Freedom – Blind Leading The Blind – Recensione

28 Agosto 2025 9 Commenti Redazione MelodicRock.it

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Il progetto Sweet Freedom nasce durante la pandemia come idea solista del tastierista svedese Jörgen Schelander, nome noto nella scena rock scandinava. Quello che all’inizio sembrava un esperimento personale è cresciuto rapidamente fino a diventare una vera band: il debutto, registrato in modo artigianale ma con tanta passione, ha ottenuto un’attenzione insperata, arrivando perfino a conquistare la copertina della Sweden Rock Magazine.

Con il nuovo album ‘Blind Leading The Blind’, i Sweet Freedom fanno un passo importante. Oggi la formazione è stabile e soprattutto può contare sulla voce di Matti Alfonzetti (Skintrade, Jagged Edge), uno dei cantanti più riconoscibili del rock svedese. La sua presenza dà forza e identità al gruppo, trasformando i Sweet Freedom da progetto personale a band vera e propria.

Il disco propone dieci brani per 53 minuti di musica e si muove con sicurezza nell’hard rock classico di chiaro stampo anni Settanta, ispirato a Led Zeppelin, Deep Purple e Rainbow. Non è però un semplice tuffo nel passato: qua e là spuntano momenti con assonanze vicine al progressive rock, che danno colore e varietà. Proprio questa combinazione rende il suono dei Sweet Freedom personale e mai scontato.

La voce di Alfonzetti è l’arma in più: si sposa alla perfezione con il sound della band e mette in risalto pezzi come ‘Infinity’, che apre l’album con grande energia; ‘Tears Of The Sun’, ballata intensa e intrisa di Hammond; e ‘Live From The Heart’, che parte in acustico per crescere fino a un finale rock potente. Anche le altre tracce si mantengono solide e convincenti, senza dare l’impressione di essere semplici riempitivi.

Importante anche la scelta della registrazione in presa diretta ai Tilt Recording Studios di Strömstad: i musicisti hanno suonato insieme, catturando la spontaneità e il feeling del momento. Un approccio che si sente nell’ascolto, valorizzato dal mix e mastering di Stefan Boman (Opeth, Alice Cooper, Def Leppard), capace di dare al suono chiarezza e forza senza snaturarlo.

Il risultato è un album che resta fedele alle radici ma che sa guardare avanti con intelligenza. ‘Blind Leading The Blind’ non cerca di reinventare il Classic Rock, ma lo ripropone con convinzione e con una produzione attuale. È un disco che conquista subito, ma che regala anche nuovi dettagli ad ogni riascolto.

In un panorama spesso piatto e ripetitivo, i Sweet Freedom emergono come una band vera, capace di ridare vita a un linguaggio musicale storico senza sembrare sterili copie del passato e con ‘Blind Leading The Blind’ firmano un lavoro solido e ispirato, che mostra chiaramente il potenziale di un progetto nato quasi per caso, ma che meriterebbe davvero di continuare nel suo percorso.

Mannini Samuele e Paganini Paolo

Strangers – Boundless – Recensione

24 Agosto 2025 0 Commenti Denis Abello

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Music Srl

Diretti dalla Spagna arrivano freschi freschi gli Strangers. Che poi tanto freschi non lo sono visto che la band spagnola messa in piedi da Miguel Martín (chitarra) e Abel Ramos (batteria) nasce nel 2012 e ha già all’attivo ben tre album, Emotions (2013), Survival (2015) e Brand New Start (2019).
Questo nuovo lavor segna però un’importante novità visto che alla voce fa la sua entrata la brava Celia Barloz che in realtà aveva già collaborato con la band in veste di corista mentre qui prende le redini della band!

Rispetto al passato cambia leggeremente lo stile della band che propone un sound sempre dedito di base al melodic rock ma con un taglio più diretto e affilato oltre ad un adattamento fisiologico alla ventata di novità portato dalla voce di Celia Barros. A livello di band le qualità ci sono ed oltre alla brava Barloz alla voce merita sicuramente di essere menzionata la sezione ritmica della band con un Abel Ramos alla batteria che fa veramente un bel lavoro sull’album coadiuvato dal basso di César Chacón. Valida anche l’esecuzione portata in scena da Miguel Martín alla chitarra.

La band negli anni passati è riuscita a ritagliarsi un nome sulla scena Spagnola e Brasiliana e con questo Boundless punta a sdoganarsi a livello internazionale. Quello che propone è in realtà un melodic hard rock classico e che segue i clichè del genere senza troppo osare e alla fine a livello di brani risulta un “easy listening” che però manca forse del guizzo geniale che vedendo la qualità della band ci si potrebbe a questo punto aspettare.
Sicuramente alcuni brani meritano una menzione come Enemy,la bella ballata Goodbye in cui la voce di Celia fa veramente la differenza, o ancora belle le scelte stilistiche della più rocciosa Still the One, ma come dicevo prima all’orecchio “allenato” al melodic rock / hard rock potrebbe mancare un po’ di, chiamiamolo, “spirito d’iniziativa”. La band invece gioca quasi sempre su stili classici e sicuri legati, che comunque diciamolo, non è per forza un difetto e sono sempre portati in scena con qualità dalla band.

Chiudiamo quindi col dire che forse si poteva osare un po’ di più per far risaltare questo album nella marea di uscite attuali dedite al più classico del melodic rock / hard rock. Va detto però che la voce di Celia è un bel punto a favore e l’esecuzione sempre di alto livello da parte della band aggiungono un altro buon motivo per dare un ascolto a questo Boundless.

NightHawk – Six Three O – Recensione

22 Agosto 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Mighty Music

Quarto lavoro in studio per i NightHawk, band che per chi non ricordasse, è nata durante il periodo del COVID per mano del bassista Robert Majd (Metalite, Captain Black Beard, Fans Of The Dark).
Progetto che ha consentito a Majd di suonare la chitarra è sperimentare nuove soluzioni musicali.
Questo “Six Three O” arriva ad un anno di distanza dal buon album “Vampire Blues” ed è stato registrato ai Rockfield Studios in Galles, per intenderci lo stesso studio utilizzato da gruppi come Queen e Oasis.
La prima cosa che spicca all’ascolto è la durata volutamente breve di tutti i brani.
Tutto compreso tra i 2:25 di “Losing My Mind” e i 3:42 di “Man On The Silver Mountain”.
L’album è sicuramente destinato agli amanti del più classico Hard Rock, con ottimi brani che pur non facendo gridare al miracolo rendono l’ascolto fluido e omogeneo.
Si parte con l’enenrgica “Hard Rock Warrior” pezzo dove la chitarra di Majd fa da padrona, ricamando e dando il tiro ad uno dei brani più piacevoli del lavoro.
Si prosegue con “Wrong Side Of Desire” e “Home Tonight”, ottime prove evocative che richiamano alla mente band come Styx, Kansas e Rainbow.
“Angel Of Mine” possiede il classico tiro hard rock governato da melodia e tastiere incisive.
Ottima anche la successiva “Can’t Say Goodbye” con tastiere ai confini del prog e la rockeggiante “I Am The Night”.
Difficile trovare un filler, tutte le carte sono al posto giusto, giocando in appena 33 minuti.
Arriva il turno di “Turn To You” pezzo di gran qualità, anch’esso sospeso su aree prog.
Altra grande conferma è “Too Good To You” pezzo dall’ottimo refrain e probabilmente il pezzo più tirato del disco.
L’album si chiude con la reinterpretazione superba di “Man On The Silver Mountain” dei Rainbow. Scelta che dice tutto sulla direzione intrapresa dalla band in merito a questo album.

In sintesi, un ottimo album celebrativo che chi ama determinate sonorità classiche ascolterà con estremo piacere.
Un disco compatto, essenziale ed ispirato, che potrebbe essere un ottimo candidato per le top ten di fine anno.

 

 

Rust N’ Rage – Songs of Yesterday – Recensione

15 Agosto 2025 1 Commento Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Diciamolo: se c’è una cosa che Songs of Yesterday insegna, è che si può idolatrare il Glam Metal anni ’80 al punto da trasformarlo in un museo sonoro… polveroso.
I Rust n’ Rage, quartetto finlandese in pista dal 2010, piazzano il loro secondo album ufficiale (quarto in assoluto) con l’orgoglio di chi ha studiato a memoria il manuale del genere — e il terrore di cambiare anche solo una virgola.
C’è energia, certo. “Just Like Brothers” prova a ruggire con eco di chitarre alla Judas Priest, ma finisce come un cosplay ben fatto: fedele, ma privo di vita propria e con un ritornello che oscilla tra lo scontato e il banale. “One For All (All For One)” mette un velo industrial ad un riff alla Tora Tora vitaminizzati, e la title track scivola via in un Melodic Rock educato, troppo timido per lasciare il segno con plagio iniziale di riff bonjoviano incluso.
Vinsentti Koivula canta con la lama affilata di un soprano metallizzato, o lo ami o ti graffia il timpano, e io protendo decisamente per la seconda opzione. I cori sono da manuale, ma così “da manuale” che sembra di sentirli uscire da un pacchetto di Greatest Hits preconfezionato. Gli assoli? Perfetti al millimetro, come un compito in classe fatto con il righello: niente rischi, niente guizzi, niente “wow”.
Le influenze: Bon Jovi, Poison, Ratt, Europe e compagnia non sono ispirazioni, sono repliche: una sfilata di citazioni così fitta che a un certo punto smetti di ascoltare e inizi a giocare a “Indovina la band”. Il tutto rivestito di quella patina pseudo industrial alla Shotgun Messiah epoca ‘Violent New Breed’. Il mood delle canzoni non segue neanche un filone ben preciso e se a tutto ciò aggiungiamo una produzione iper-compressa ed una voce filtrata ai limiti dell’ossessivo il quadro è completo e la noia è servita.
Il colpo di grazia è l’artwork, che sembra arrivare da un album completamente diverso. E con un’etichetta che sforna titoli a ritmo industriale mi chiedo se ci fosse bisogno anche di questo.

Verdetto? Emotivamente inerte, è Glam Metal in formalina: lo guardi, lo riconosci, ma non pulsa, per fortuna le ‘canzoni di ieri’ erano ben altra cosa, altrimenti non saremmo qui.

Roulette – Go – Recensione

04 Agosto 2025 2 Commenti Giulio Burato

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Black Lodge

Nei vicoli oscuri delle scene rock da ben quarant’anni ma con solo tre album all’attivo, incluso il presente, tornano nel 2025, a sei anni di distanza dallo splendido album “Now”, gli svedesi Roulette (SWE) con “Go”, titolo immediato e che “consuma poco inchiostro” alle stampe dell’etichetta Black Lodge Records.
Anticipato un anno fa da “From Now Until Today (EP)”, arrivato all’ottavo posto delle classifiche svedesi, contenente ben cinque canzoni che avrebbero alzato ulteriormente il livello di “Go”, vista la qualità sonora di “Summer day” e il lento “Life will go on”.
Ascoltando la scaletta del nuovo album salta all’orecchio proprio la mancanza di un lento, un brano come “Secret room” che ci conquistò nel 2019.
Si parte da dove ci avevano lasciati i quattro svedesi, ossia con il trittico di tracce iniziali in cui ritroviamo la melodica voce di Thomas Lundgren che ripercorrere la strada del precedente “Now” e che ci fa notare come la produzione sia stata curata a puntino. “Strangers” inizia più cupa e più solida con Magnus Nelin che dà sfoggio ad un bel lavoro alla chitarra.
Si torna nella comfort zone della band con le successive tracce in cui spiccano “What Are We Looking For” e “Take Me As I Am”, pregna, quest’ultima, di un basso pulsante che porta al bridge, scaturendo poi nel succoso ritornello. Un combo di canzoni che si intrecciano per idee e struttura sono “Brand new start” e “Don’t be sorry” mentre un tappeto di tastiere apre l’apice melodico intitolato “She can’t hide” dove i cori si elevano alle vette auricolari e celestiali; la mia canzone preferita.
Chiude il lavoro, la bella “Better Walk Away” dove si racchiude tutto ciò da cui i Roulette sono influenzati ossia Thin Lizzy, Def Leppard e Bryan Adams.
“Go” è un album di melodic rock egregiamente confezionato a cui manca un lento e probabilmente una canzone che sposti gli equilibri, come era accaduto nella precedente release con “Right by your side”, ma che sottolinea la caratura di una band che, ingiustizie o destini musicali, avrebbe meritato successo negli anni in cui nacque.

Gabrielle De Val – I Am The Hammer – Recensione

28 Luglio 2025 1 Commento Lorenzo Pietra

genere: Rock Melodico
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Interessante scoperta Gabrielle De Val, cantante proveniente dalla Spagna che vanta 3 album all’attivo con il suo gruppo The Val e con un buon seguito nel suo paese natio. Per questo motivo la label tedesca Pride & Joy la prende sotto la propria ala e a fine Giugno 2025 pubblica il suo lavoro solista I Am The Hammer, che segue il precedente Kiss In The Dragon Night. Il filone seguito da Gabrielle è quello del rock melodico, molta melodia, tante tastiere e chitarre che sprigionano energia e mi sento di consigliarlo a chi apprezza i lavori di Issa o Kassidy Paris.
Dotata di voce potente e raggiungendo note alte Gabrielle è molto versatile, anche se a mio avviso spesso la voce risulta fin troppo spinta e forzata quasi al limite del controllo. La parte musicale e di produzione è invece curata dal masterpiece Tommy Denander e si sente la qualità, la classe e la magia delle chitarre e tastiere.
I pezzi, lato musicale, sono tutti molto interessanti, a partire dall’opener The Sky Is Falling, un mid tempo con una chitarra ultra melodica, la seguente Let Sleeping Dogs Lie dove echi di Pomp rock sigillano un gran pezzo. L’urlo campionato di Robin Williams “Good Morning Vietnam” apre le danze ad una chitarra tra il melodic e l’hard rock, bellissimo ritornello e gran pezzo. For Whom The Bell Tolls ha ancora un ritmo martellante ma più sull’Aor , Show Me Heaven è una ballad pop-rock con molte tastiere in primo piano e molti synth come accompagnamento, discreto pezzo che non lascia il segno. The Ghosts Of My Lai ritorna su canoni AoR con le onnipresenti chitarre di Denander a dettare il sound, Land Of The Blind è forse la canzone più eightes ed è un pop-rock molto melodico. In Blinded risentiamo il groove iniziale con le chitarre e le tastiere che si intrecciano con la voce di Gabrielle, Autumn Sun e Princess Of Darkness sono due pezzi che sembrano usciti dai lavori di Issa, batteria e basso pulsanti, tastiere in primo piano e sound quasi devoto ai Magnum. La title track I’m The Hammer è decisamente il pezzo più riuscito del lotto, bellissimo intro, chitarre sempre presenti, ritornello che entra subito in testa, potente, melodico e ottimamente cantato. The Nights Are Killing Me è la power ballad che
mancava al disco, stavolta il pianoforte fa da base al tappeto di tastiere e chitarre in sottofondo, ancora un bel ritornello. Toxic ha un bel riff iniziale, più rock, la batteria è meno classica e meno monotona del solito, mentre la conclusiva Shadow è un mid tempo AoR potente e ricco di melodia.
Come avrete notato fin’ora non ho mai menzionato la prova vocale di Gabrielle De Val, in quanto volevo approfondire in queste ultime righe. La voce qualitativamente è indiscutibile e Gabrielle non si risparmia mai, mi sento però di dire che sulle parti alte risulta sempre troppo al limite, quindi a volte fastidiosa e al limite dell’intonazione (assolutamente non parlo di
stonature), mentre nelle parti basse si trova sempre a suo agio e molto più coinvolgente. Questo a mio avviso diminuisce molto il voto finale. L’album musicalmente è perfetto, Denander è da almeno 8,5 in pagella, ma Gabrielle a mio avviso non convince proprio per i motivi che ho elencato.

IN CONCLUSIONE:
Il lavoro di Tommy Denader è superbo e di alto livello. Se amate le voci pop rock femminili, Issa su tutte, date una possibilità a questo I Am The Hammer.

Honeymoon Suite – Wake Me Up When The Sun Goes Down – Recensione

28 Luglio 2025 14 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Dopo la loro presenza al Frontiers Rock Festival di quest’anno, era prevedibile aspettarsi l’uscita di un nuovo album degli Honeymoon Suite, appena un anno dopo il precedente Alive. Per chi, come me, è cresciuto con le sonorità patinate dell’AOR anni ’80, la musica della band canadese evoca ricordi vivissimi, fatti di melodie ampie, chorus infuocati e sogni di lunghi viaggi sulle quattro ruote. Ma il timore che l’ispirazione potesse calare aleggiava comunque nell’aria.

Con Wake Me Up When The Sun Goes Down, i veterani dell’AOR dimostrano invece di non aver perso il tocco, pur scegliendo di spingere leggermente sull’acceleratore con un suono più “rock” e deciso rispetto ai lavori precedenti. Niente rivoluzioni, intendiamoci, ma un’evoluzione naturale che mantiene intatto il cuore melodico della band.

Johnnie Dee e Derry Grehan guidano una formazione che, al netto di qualche cambio nel tempo, suona compatta e ispirata. L’album scorre via in poco più di mezz’ora, ma regala momenti di ottimo hard rock radiofonico: I Fly ha tutto, il ritornello killer, la voce potente nonché le chitarre pulite e cariche di gusto. Way of the World ha il sapore di un anthem da stadio, mentre Unpredictable sorprende con un groove quasi southern che spiazza in positivo e convince.

Tra le ballate, Way Too Fast si fa notare per le tastiere sognanti di Peter Nunn e, anche se non tocca le vette emotive dei grandi lenti del passato, resta comunque un ottimo momento di intrattenimento. Live On e Keep This Love Alive fanno il loro dovere, mentre Ever Leave You Lonely aggiunge un tocco più pop-rock alla scaletta.

Alcune criticità potrebbero essere mosse all’eccessiva standardizzazione del sound, che rischia di lasciare freddi gli ascoltatori in cerca di una sferzata di novità. Ma in fondo, questo disco è come una vecchia macchina lucidata a nuovo: non correrà come un bolide moderno, ma ti porta comunque lontano (e con stile).

Perfetto per chi ha voglia di un’estate tra le onde sonore dell’AOR più autentico.