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29 Aprile 2025 15 Commenti Paolo Paganini
genere: AOR/Hard Rock
anno: 2025
etichetta: EarMUSIC
Una delle uscite più attese di questo 2025 era sicuramente il nuovo disco degli svedesi H.E.A.T. band capofila del recente movimento melodic rock nordeuropeo. Etichettati troppo frettolosamente come gli eredi degli Europe il combo scandinavo nel corso del tempo si è costruito una solida reputazione, dimostrato di avere carattere e personalità da vendere e divenendo a sua volta riferimento per tutto il movimento “new AOR” degli ultimi 15 anni. Per sgombrare il campo da ogni dubbio diciamo fin da subito che quest’ultimo lavoro riporta il gruppo alle origini, abbinando le sonorità dei primi due album ad una smodata quantità di “maragliaggine” in pieno stile eighties.
Ad aprire le danze ci pensa la tiratissima Disaster, pestando pesantemente il piede sull’acceleratore e travolgendoci con una valanga di chitarre tritatutto, tastieroni pomposi e vocalità epiche. Clamorosa la doppietta messa a segno dalle due hit-singles Bad Time For Love e Running To You, (accompagnate entrambe da un simpaticissimo video sapientemente “invecchiato”) nelle quali l’accoppiata Lekremo-Dalone sfodera una prestazione da 10 e lode. Call My Name e la successiva In Disguise sono due gioiellini di hard rock melodico impreziosito da atmosfere eroiche sulle quali la voce di Kenny va letteralmente a nozze. La macchina del tempo è ormai lanciata a folle velocità e niente e nessuno sembra in grado di fermarla. Ecco quindi arrivare in sequenza gli spettacolari cori In The End e Rock Bottom due brani in puro stile arena rock. Le tracce si susseguono con un ritmo incalzante; Children Of The Storm è la figlia legittima della premiata ditta “Tempers & Co” degli esordi mentre Losing Game ci riporta allo stile di “II” (Dangerous Ground e Rock Your Body i principali riferimenti). Come si direbbe in gergo calcistico anche a risultato acquisito gli H.E.A.T. non allentano la pressione riuscendo nel difficilissimo compito di evitare cali di tensione e inutili riempitivi. Quello che troverete su questo lavoro è “tutta roba buona” e così anche la maideniana Tear It Down non fa che confermare la validità di un album chiuso dalle epiche note di We Will Not Foget. Grazie ad una serie di dischi di grandissimo valore i ragazzi si sono imposti in un panorama estremamente affollato e Welcome To The Future rappresenta (ad oggi) il coronamento di questo ambizioso percorso.
Un disco da “All In” nel quale gli H.E.A.T. mettono sul piatto tutta la loro immensa classe confezionando il tutto con una produzione perfetta e cristallina sotto ogni punto di vista. All’affollata platea di pretendenti l’arduo compito di scalzare dal trono King Lekermo e i suoi compagni di avventura.
29 Aprile 2025 2 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Grande ritorno per gli elvetici Rock Out, al loro terzo lavoro di studio, che propongono un hard rock canonico e ben riconoscibile.
Partenza gagliarda sulle note di “The Boys Are Back”, dal buon impatto, riconoscibile, dalle influenze chiarissime (in primis i connazionali Krokus). In seconda posizione arriva subito la title track “Let’s Call It Rock’N’Roll”, ben ritmata, dove la dinamica crea ottime vibrazioni, offrendoci un buonissimo brano nel complesso. “American Way” ci soddisfa col suo riff trasportante e tradizionale, con un testo e soprattutto con un ritornello semplice e orecchiabile. Rockeggiante e scatenata, “Pump It Up” è un brano riuscito, anche se globalmente non molto originale. “Dynamite” non lascia un grande segno: ricorda molti brani della golden age dell’hard rock, senza però avere lo stesso impatto, così come la successiva “Hcrnrsm”, un po’ insipida e scontata. Arriva il momento della potente “I Wanna Live”, un bel tormentone, ritmicamente travolgente, un inno, che può definirsi la vera gemma all’interno del lavoro. Arriva il momento dell’imprescindibile lentone: “Tears Are The Rain”, con un intro piano e voce, non delude e non si discosta dal canone delle ballad, con tanto di intensissimo solo di chitarra e conclusione titanica. “Hit Me” è un brano semplice e genuino, che conferma quanto ascoltato sino a questo momento. Chiudiamo l’ascolto con “Don’t Call Me Honey”, bella poderosa, graffiante e prepotente, ottima chiusura per un album non particolarmente originale, che non delude, ma che lascia l’ascoltatore un po’ tiepido e soprattutto dove le ispirazioni sono ben definite e riconoscibili e, per questo motivo, dalla trama un po’ scontata.
27 Aprile 2025 0 Commenti Alberto Rozza
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy
In uscita il nuovo album dei francesi Prost, rockers capitanati da Antoine Prost, che propongono un hard rock melodic dal sapore europeo e piacevolmente vintage.
Suoni ovattati e deliziosi aprono le porte al disco: “Lone Survivor” è una partenza azzeccatissima, dalla struttura canonica ma molto ben realizzata, ben cesellata e complessivamente convincente. Passiamo alla title track “Believe Again”, coinvolgente dal punto di vista emotivo, ma non completamento da quello strumentale, nonostante un pregevole solo di chitarra dello stesso Prost. Continuiamo la cavalcata con “Comfort Zone”, molto arrembante, decisa e cadenzata, dalla dinamica ben definita e ben dosata. “Never Let You Go” ci carica di energia, con un ritornello efficace e corale, sostenuto da una ritmica compatta e martellante. Arriviamo a “Through The Night”, dalle atmosfere complesse, delicata e pungente allo stesso tempo, gradevolissima e meritevole di molteplici ascolti. “Hearts And Dreams” è un pezzone arrembante e affascinante, non particolarmente originale, ma comunque divertente, soprattutto dal punto di vista strumentale. Sempre sulla stessa lunghezza d’onda passa velocemente e senza grandi rimpianti “Summer Days”, poppeggiante, un po’ ruffiana, complessivamente solare e nostalgica. Torniamo su sentieri hard rock puri con “Road Of Tomorrow”, più convincente sotto tutti i punti di vista, dalla voce, aggressiva e possente, sino alla parte ritmica, tagliente e dalla pasta sonora ben costruita. “Cold Fire” torna su orizzonti più misteriosi e oscuri, dimostrando però un “crescendo” nello sviluppo del lavoro. “Standing On The Edge” rockeggia, mantenendosi sullo stesso livello proposto in tutto il lavoro. Concludiamo questo piacevole ascolto con “Flame Of Hope”, coda molto convincente per un album ben eseguito, senza grandissimi exploit di originalità, dal gusto nostalgico e pienamente attinente al genere.
27 Aprile 2025 5 Commenti Paolo Paganini
genere: Melodic Metal
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Nati nel 2014 il trio svedese composto dal prezzemolino dell’hard rock contemporaneo Alexander Strandell alla voce, Christoffer Borg alle chitarre e Richard Svärd al basso giunge oggi alla presentazione del loro quinto lavoro da studio. Ormai noti nel panorama internazionale gli Art Nation raffigurano uno dei migliori esempi delle prolifera scena scandinava. Reduci dalle ottime critiche del precedente Inception (2023) i ragazzi cercano di bissare con il qui presente The Ascendance.
Diciamo subito che l’obbiettivo è stato quasi raggiunto se non fosse per alcuni brani non proprio memorabili che sembrano messi lì come mero riempitivo. Purtroppo, anche il genere di riferimento non lascia spazio a grandi soprese e il sentore di copia/incolla inizia ad avvertirsi piuttosto nettamente. La sensazione è che il gruppo abbia bisogno di spingere sempre di più sull’acceleratore per poter impressionare gli ascoltatori. Set Me Free è un bano quasi Speed Metal se non fosse per l’ugola di Strandell che addolcisce e rende più abbordabile il tutto. Stesso discorso per le schiacciasassi Thuderball e Halo capaci di proporre un ritornello corale che stempera la tensione dettata da una sezione ritmica a dir poco dirompente. Runaways così come Rise e Fallout sono quei filler a cui facevo riferimento prima mentre l’accorata ballad Julia, scritta e dedicata da Alex alla propria compagna, rappresenta l’unico momento di (relativa) calma del disco. Da menzionare Lightbringer dalle atmosfere sacrali ed epiche capace di travolgervi con un muro sonoro di grande impatto. Tirando le somme possiamo dire che complessivamente la prova sia più che superata anche se la potenza di fuoco sprigionata appare un po’ troppo sproporzionata rispetto a quanto necessario. Come direbbe il buon Max Angioni, “anche meno”.
21 Aprile 2025 11 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock / Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Un paio di premesse: un nuovo disco degli Harem Scarem è sempre un evento da celebrare. Lo è, innanzitutto, per il ruolo che la band ha avuto negli anni ’90 e 2000, quando ha rappresentato, quasi in solitaria, un baluardo del rock melodico, in un periodo in cui l’industria musicale proponeva tutt’altro. E lo è anche, e forse soprattutto, per l’incredibile qualità artistica delle loro uscite: non credo, infatti, che gli Harem Scarem siano capaci di realizzare un brutto disco, nemmeno volendolo.
Anche se questo non è certo il loro miglior lavoro in assoluto, spazza via, senza sforzo, le uscite di gruppi più o meno artificialmente resuscitati (chi ha detto Giant?) e di tante band sulla rampa di lancio. Alla voce “classe”, infatti, gli Harem Scarem temono ben pochi rivali.
Queste considerazioni servono a contestualizzare il voto, che a prima vista potrebbe non sembrare eccelso, ma che, a mio avviso, colloca correttamente l’album all’interno della loro sterminata discografia.
Veniamo alle canzoni: il disco parte davvero col botto con la title track, che rimanda ai fasti di Mood Swings, mostrando come classe e gusto per gli arrangiamenti siano ancora di una categoria superiore. La seguente ‘Better the Devil You Know’ si regge su un refrain molto accattivante, esaltando la sapienza negli inserti di chitarra, assolutamente non invadenti e mai scontati, come da tempo è marchio di fabbrica di Pete Lesperance. ‘Slow Burn’ e ‘Gotta Keep Your Head Up’, quest’ultima con Darren Smith alla voce, scorrono come un piacevole sottofondo, senza però lasciare tracce profonde. ‘World on Fire’ è il classico lento di matrice Harem Scarem: evocativo, catchy, ma assolutamente non stucchevole, con il loro inconfondibile gioco di voci, fatto di canto e controcanto. Con ‘Bad Way’ e ‘Reliving History’ si scende un po’ di tono, muovendosi su territori più scontati e già sentiti, anche se comunque gradevoli. ‘A Falling Knife’ riporta in alto la tensione con un brano molto tirato, non proprio nella tradizione degli Scarem, ma ogni tanto è anche piacevole sentirli uscire dagli schemi, e ve lo dice uno che ha adorato Voice of Reason. Mentre ‘Understand It All’ scorre via piuttosto innocuo, la chiusura con ‘Wasted Years‘ è di livello assoluto, e insieme al brano di apertura rappresenta uno dei momenti migliori del disco.
Insomma, gli Harem Scarem non deludono mai. Magari non hanno sfornato l’album dell’anno, e le canzoni sopra la (loro) media sono solo due o tre, mentre il resto del disco si crogiola un po’ nella loro classe infinita. Ma che il Signore ce li preservi a lungo, perché in ogni loro lavoro nulla è mai banale. Anche nei brani che possono sembrare più ‘scontati’, c’è sempre qualcosa che emerge con gli ascolti, perché, signori miei, questi musicisti hanno un gusto e un talento per gli arrangiamenti che riuscirebbero a far brillare anche un jingle di un banalissimo spot pubblicitario. E se non li avete mai visti dal vivo, cogliete l’occasione del Frontiers Rock Festival: sul palco, sono semplicemente immensi.
18 Aprile 2025 0 Commenti Denis Abello
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Mighty Music
“Chasing Danger” è il nuovo album dei Captain Black Beard, uscito il 4 aprile 2025 per Mighty Music. Punto di svolta per la band svedese per l’ingresso del nuovo frontman Fredrik Vahlgren, subentrato a Martin Holsner nel 2023. La formazione attuale è completata da Robert Majd al basso, Daniel Krakowski alla chitarra e Vinnie Strömberg alla batteria. Il disco, registrato ai Wing Studios di Stoccolma con la produzione di Sverker Widgren e la co-produzione dello stesso Majd e di Krakowski, si presenta come un viaggio sonoro energico e coinvolgente che si muove con disinvoltura all’interno del melodic rock, con forti richiami ad artisti come The Night Flight Orchestra e H.E.A.T.
L’album si apre con “Dreams”, una traccia potente dai riff incisivi che introduce immediatamente l’atmosfera vibrante del disco. Segue “When It’s Over”, dove spicca un ritornello coinvolgente e la voce di Vahlgren risulta nel complesso ben integrata con il sound della band. “Chasing Rainbows” è un brano in pieno stile AOR, con melodie orecchiabili e un assolo di chitarra eseguito con buona precisione. “Shine” gioca su un crescendo strumentale che culmina in un finale molto curato. “AI Lover” mescola elementi moderni e classici grazie a riff robusti e a una sezione ritmica compatta, mostrando la versatilità del gruppo. “Can’t You See” mantiene alta la tensione con un ritmo incalzante e una buona carica che si sposa con le sonorità più hard del disco.
La seconda metà dell’album si apre con “Read Your Mind”, un mid-tempo dove le tastiere creano un’atmosfera più avvolgente e malinconica. “Piece of Paradise” cambia completamente registro, offrendoci una ballata melodica e toccante dal tratto nettamente zuccheroso. Impatto radiofonico assicurato! Con “Where Do We Go” si ritorna su binari più energici. Infine, “In Your Arms” chiude l’album con un mix ben calibrato di melodia e potenza.
Dal punto di vista sonoro, “Chasing Danger” è un buon prodotto dove ogni strumento trova il suo spazio. Il sound moderno riesce comunque a mantenere un certo calore tipico dell’AOR degli anni ’80. Il nuovo cantante, Fredrik Vahlgren, se la gioca egregiamente, la sua voce potente e versatile riesce a dare nuova linfa al gruppo senza snaturarne l’identità.
Nel complesso, “Chasing Danger” è un album ben scritto e ben suonato che ha forse il suo difetto più grande nel non riuscire ad aggiungere nulla di veramente nuovo e di impatto in un genere che va detto è ultra inflazionato. È un lavoro che saprà comunque soddisfare gli appassionati del genere e convincere anche chi si avvicina per la prima volta alla band. Sicuramente una uscita interessante in ambito melodic rock in questo 2025.
09 Aprile 2025 2 Commenti Denis Abello
genere: Alternative Rock / Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Icons Creating Evil Art
Luponero, nome italianissimo per una band… Finlandese. Quindi? Chi c’è dietro a questo terzetto Finlandese? Originaria di Helsinki, guidato dal cantante e polistrumentista Marco Luponero, già noto per il suo lavoro con Altaria, Terrorwheel e Marco Luponero & The Loud Ones. Nel 2024 adottano il nome Luponero e affinano il loro stile musicale, che mescola elementi del rock anni ’90, punk rock, metal, classic rock, AOR e Sinth… Tanta roba? Troppa roba? Vedremo…
L’album omonimo dei Luponero, uscito il 21 marzo 2025 sotto l’etichetta Icons Creating Evil Art, è un lavoro che mescola, come scrivevamo sopra, parecchi generi differenti… si va dall’ alternative rock, un pizzico di punk, classic rock con sfumature synthwave e un tocco di AOR. La band finlandese, composta da Marco Luponero (voce, basso), Jim Heikkinen (chitarra) e Simon Grundvall (batteria), ha creato un disco energico e dai testi più profondi e riflessivi di quello che potrebbero sembrare ad un primo approccio.
Tra i brani spiccano Everything/Nothing, che si apre con un basso ipnotico prima di esplodere in un mix di batteria potente e chitarre taglienti, e Killing Time, singolo caratterizzato da influenze synthwave ispirate ai film di fantascienza anni ’80. Pickup Artist gioca con ironia sui temi della disillusione, mentre Angelo, dedicata al padre di Marco Luponero, si distingue per un’intro emozionante.
Luponero è un disco che porta avanti la tradizione del rock contaminato e proprio per questo potrebbe risultare ostico per i “puristi”, ma una produzione solida e una scrittura ricercata nel complesso danno carattere ad un album che merita attenzione, soprattutto per chi ama il rock con un tocco sperimentale.
05 Aprile 2025 7 Commenti Paolo Paganini
genere: AOR/Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Reigning Phoenix Music
Dopo “millemila” anni mi ritrovo con grande stupore a recensire il nuovo disco degli elvetici Gotthard, un’istituzione in campo hard rock a livello internazionale che per vari motivi avevo perso di vista.
A parziale giustificazione del mio disinteresse nei confronti del gruppo bisogna considerare sia la prematura quanto tragica scomparsa del carismatico frontman Steve Lee (5 ottobre 2010), sia le altalenanti prove da studio dell’ultimo decennio. Attirato dal singolo di esordio ho voluto comunque dare un’altra possibilità a questi “baldi giovani”. La partenza non è stata certo delle migliori. La modernissima AI & I sin dal titolo mi aveva fatto storcere il naso e al primo ascolto mi ha totalmente spiazzato. Per darvi un’idea ho avuto la stessa sensazione di quando i Warrant uscirono con Machine Gun; un vero e proprio pugno allo stomaco. A rimettere le cose a posto ci pensa comunque la solare (a dispetto del titolo) Thunder & Lighting, un tipico brano da Arena Rock come non se ne sentivano da tempo; ruffiana ed immediata quanto basta da catturare l’interesse degli appassionati del genere. Rusty Rose convince all’istante riportandoci agli anni d’oro della band, ma è con la successiva Burning Bridge che i ragazzi mettono a segno un colpo da maestro. Ascoltando questo splendido mid tempo mi sono venute in mente Rainbow Child dei Dan Reed Network e Don’t Walk Away dei Danger Danger. Un’intro pianistica da power ballad fa da apertura alla prima esplosiva strofa e ad un trascinante ritornello che da solo varrebbe l’acquisto del disco. Drive My Car rappresenta il tributo con cui Leo Leoni vuole rende omaggio all’irripetibile carriera dei Fab Four mentre un po’ banali e scolastiche si rivelano sia Boom Boom che la “gemella” Shake Shake. I ragazzi sanno però come farsi perdonare attingendo alla specialità della casa e piazzando immediatamente un paio di ballads di grandissimo livello come Life e These Are The Days. In questo campo bisogna essere onesti, i Gotthard hanno da sempre ben pochi rivali al mondo. Altro pezzaccio si rivela Liverpool le cui note iniziali mi ricordano tanto Johnny & Mary di Robert Palmer salvo poi virare nella ritmica verso Summer of 69’ di Brayan Adams. Degne di nota sia la roboante Devil In The Moonlight che la polverosa Dig A Little Deeper dalla quale emerge tutta la voglia di fare casino dei cinque musicisti. A tutto questo aggiungete una produzione curatissima, potente ed estremante brillante ed avrete la spiegazione del voto che trovate sopra riportato.
Un disco che non passerà di certo inosservato e che rappresenta una piacevolissima quanto inaspettata sorpresa.
01 Aprile 2025 3 Commenti Giulio Burato
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Cooking Vinyl
Il 6 Luglio del 2024 ho finalmente avuto modo di vedere la versione live dei The Darkness al Metal Park di Romano d’Ezzelino (VI). Ho assaporato e apprezzato, sotto un temporale estivo, la vena folle e simpatica della band capitanata da Justin Hawkins; tale vena scorre in maniera inesorabile ed evidente anche nel nuovo album “Dreams on toast” in uscita per Cookyng Vinyl il 28/03/2025.
Le influenze da cui attingono principalmente i quattro ragazzi inglesi sono da sempre gli AC/DC e i Queen.
L’irriverente copertina ritrae, stranamente e solamente, Frankie Poullain e Rufus Tiger Taylor intenti in uno sketch che mi ricorda, nei toni, i film demenziali di Jim Carrey.
A riprova ulteriore della bizzarria del gruppo, l’uscita di ben cinque singoli, ossia metà della tracklist, prima della divulgazione dell’intero “Dreams on toast” (e anche qui, come tradurlo?).
Se il primo singolo “The longest kiss” è molto british pop nel suo incedere, orecchiabile ma mai stucchevole, con un assolo che ricorda la band di Freddy Mercury, nel secondo intitolato “I hate myself” sembra di sentire inizialmente i Blink 182 per poi addentrarsi in una canzone dalle mille sfaccettature, istrionica e pazza all’ennesima potenza, con chitarre e fiati che la girano e rigirano come un calzino. “Rock And Roll Party Cowboy” è un piccolo anthem da sentire in un prossimo live, con le strofe che mi ricordano gli Slave Raider e un ritornello ispirato.
“Walking Through Fire” è il quarto singolo, un ibrido tra una power ballad e qualcosa di già sentito in “Permission to land”, mentre “Hot On My Tail” è una ballata impolverata di country che va a braccetto con “Cold hearted woman”.
“Don’t need sunshine” è una canzone spensierata come il suo testo, leggera, che scorre come un ruscello di montagna; fanno da contraltare a questa leggerezza “The Battle for Gadget Land” che sterza verso il punk ruvido e “Mortal dread” che porta a galla la devozione per la band australiana per eccellenza.
La scaletta si chiude inaspettatamente con un omaggio alla nostra capitale. “Weekend In Rome” è una carezza con una voce parlata che accompagna le basi orchestrali che chiudono la canzone e questo sorprendente album, meno carico del passato, ma ricco di idee e dipinto in vari stili musicali.
Ben tornati, ai matti The Darkness!
28 Marzo 2025 1 Commento Giorgio Barbieri
genere: Street / Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Philip Theofilos Xenidis ossia Phil X, lo conosciamo un po’ tutti per aver sostituito Richie Sambora nei Bon Jovi, ma il chitarrista canadese di origine greche è in giro da più di quarant’anni e ha addirittura esordito con i Sidinex, misconosciuto gruppo metal, proprio nel 1985, poi ha collaborato con i Triumph, sostituendo Rik Emmet in “Edge of excess” del 1992, ha suonato con Aldo Nova e con gli Apocalyptica, insomma, non è proprio uno sprovveduto e con i qui trattati The Drills è già arrivato al quinto album e cosa ci si deve aspettare da uno con il suo curriculum? Beh, che si lasci andare a qualcosa di più muscoloso della sua famosissima band principale e così fa, in “POW! Right in the kisser” ci sono undici saette di hard rock fortemente venato di street e con qualche incrocio con il punk e già così potrei chiudere la recensione, senza incorrere in banalità dette e scritte centinaia di volte, ma non voglio sminuire quello che è un bel modo di trascorrere poco meno di una quarantina di minuti, per cui, cercherò di non fare la solita analisi traccia per traccia, vediamo se ci riesco…
Quando ci si avvicina ad un album come questo, non credo sia necessario fare disquisizioni di tipo tecnico o altro, quello si può fare quando si parla di gruppi prog (metal o meno), qui quello che conta è la voglia, la forza, la passione, insomma tutto ciò che trasuda rock’n’roll e qui Phil ne mette a quintali, grazie alla forza del power trio, formula di band che, a quanto pare, sembra legata all’impersonificazione dell’hard rock più sanguigno, basti pensa ai Cream, ai Trapeze, ai Motorhead, ai primi Spiritual Beggars, ma anche ai nostri Dobermann, quindi chiunque cerchi originalità o svolazzi di ipertecnica stia bellamente alla larga da questo album, qui c’è solo e non è poco, tanta voglia di suonare il più diretto possibile e non c’è nemmeno lo spazio per romanticherie sotto forma di ballad, per quello ci sono i Bon Jovi, qui Phil, assieme al bassista Daniel Spree e al batterista Brent Fitz rimescola l’hard rock più seminale, quello che affonda le radici negli ultimi anni sessanta, con urgenza punk in “Way gone (Beam me up, Scotty)” e velleità pseudoalternative in “Fake the day away”, riuscendo ad accattivarsi un appeal degno di nota e dando una netta sensazione di sincerità in quello che viene proposto fin dall’opener “Don’t wake up dead”, cosa che continua con le sanguigne “I love you on her lips” e “Broken arrow”, con quella che sembra un estratto dalla penna di Glenn Hughes, ossia “Find a way” e non a caso citavo i Trapeze in precedenza o con l’episodio più solare del disco, ovvero “Moving to California”, dove il fumo del sottofondo di sporco blues elettrico che pervade ogni solco, si dirada per lasciare spazio ad una positività in musica che sembra uscire da una rivisitazione aggiornata della Summer of Love.
Phil canta e suona bene sia chiaro, coadiuvato come già detto dai suoi compagni di band, ma non solo, dato che dietro alle pelli si ritrovano anche altri personaggi di spicco, quali il suo compagno di band newjerseyana Tico Torres, il tentacolare Tommy Lee dei Motley Crue, l’ex percuotipelli dei Five Finger Death Punch Jeremy Spencer e il solido Ray Luzier dei Korn, ma anche con George Lynch e Doug Pinnick nei KXM, però qui non tenta di far valere le sue comunque indubbie doti di chitarrista, piuttosto prova a raccontare storie di vita stradaiola con la formula più semplice ed efficace che ci sia, quella del rock’n’roll e, a mio parere, ci riesce benissimo, certo, non siamo di fronte a quel tipo di supergruppo che potrebbe far pensare quando l’anima di una band è sostenuta da uno o più personaggi che vivono sotto ai riflettori, ma a qualcosa di più casereccio se vogliamo e proprio per questo, ripeto, sincero e la sensazione che si ha al termine dell’ascolto di “POW! Right in the kisser” è questa, per cui, cosa si vuole di più da un album di hard rock, se non un pugno di canzoni che arrivano direttamente al cuore? Bravo Phil, ben fatto!