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29 Gennaio 2026 4 Commenti Lorenzo Pietra
genere: Melodic Rock - AoR
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy Music
Anno nuovo, Erlandsson nuovo! Da ormai più di vent’anni (22 per l’esattezza) l’incarnazione Last Autumn’s Dream/Autumn’s Child di Mikael Erlandsson sforna un disco all’anno rispettando ogni singola coordinata dell’ AOR e Melodic Rock più puro.
Gli ingredienti non cambiano mai, melodie , tastiere, chitarre di grande effetto per un mix letale che puntualmente fa passare un’ora di alto gradimento a tutti i fan svedesi e mondiali che possono apprezzare questi ottimi lavori.
Questo nuovo Melody Lane non è da meno, si pone su binari ben precisi di AOR puro e molto devoto agli eightes , dove Erlandsson riesce perfettamente nel compito di coinvolgere l’ascoltatore senza mai stancare . Nonostante 22 dischi in 22 anni possano far pensare ad una stanchezza creativa anche stavolta gli Autumn’s Child riescono a lasciare il segno spazzando ogni dubbio sulla qualità musicale e creativa.
Il disco esce sotto Pride & Joy Music e Mikael Erlandsson è stavolta accompagnato da Pontus Åkesson alla Chitarra solista , Claes Andreasson alle Tastiere, Magnus Rosén al Basso e Rickard Johnsson alla Batteria.
Si parte subito a mille con Heartbreak Boulevard , che è la prima canzone ma anche il “riassunto” di tutto quello che ascolteremo nell’album; tastiere che creano atmosfera, esplosione nel ritornello e pezzo subito che rimane impresso nella mente. Pray For The King, primo singolo, viaggia sugli stessi binari del brano d’apertura ma con un tocco più hard rock (sempre in ambito AoR) e una tastiera in gran spolvero. Fight To Love Again parte con un bel intro di chitarra, un po’ H.e.a.t., per poi crescere in pieno AoR anni 80 e sfociare in un assolo tra tastiere e chitarra ben fatto. Singalong è la più pop del lotto, dove le chitarre sono quasi inesistenti fino all’assolo, il ritornello divertente, canzone molto particolare! A World Without Love è la ballad del disco, e lasciatemelo dire , che gran pezzo! La prima parte voce/tastiere quasi sussurata da Erlandsson, i suoi cori che esplodono in un bel ritornello arioso e non scontato. Ascoltate più e più volte gli ultimi 3 minuti della canzone coinvolgenti e suonate in modo impeccabile!
Highway To The Sky torna a parlare Autumn’s Child, col suo stile leggero, melodicissimo, pieno di cori e di tastiere in primo piano. Headlines ci riporta su dei terreni più hardrock , col riff potente che risponde ad ogni chorus di Erlandsson, e dove le onnipresenti tastiere creano atmosfera. Lovesong apre con una chitarra acustica, accompagnata dalle tastiere e quel “che” di anni 70/80 nel suo incedere. Melody, mai titolo fu azzeccato, lavora sempre sull’AoR più puro e in questo caso troviamo un ritornello davvero trascinante. Rock Of Empaty parte forte con la batteria che sprigiona carica e la chitarra col suo riff potente, una canzone da arena, dove sentirla live farebbe saltare e cantare davvero tutti! Si chiude con Dead Cold, dove il synth molto old style , accompagna il basso pulsante e la chitarra grossa e potente.
IN CONCLUSIONE:
Se amate Erlandsson e se vi sono piaciuti i precedenti lavori, comprate ad occhi chiusi! Se amate l’AoR più classico dategli un’opportunità!
24 Gennaio 2026 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Westcoast AOR
anno: 2026
etichetta: 9166423 Records DK
E’ uscito da qualche giorno (per l’esattezza, il 19 gennaio 2026) Reset, un EP di sei tracce di genere westcoast AOR a firma del chitarrista italiano Andrea Di Puccio, musicista che potete aver già sentito nominare sulle nostre pagine specialmente per il suo contributo nei lavori discografici di Claude Weisberg.
continua
23 Gennaio 2026 0 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy
Nuovo anno e nuova uscita per i brasiliani Nite Stinger, band elettrizzante ed energica che, col suo sound hard rock, fa rivivere perfettamente gli anni ‘80.
Partiamo con l’ascolto e subito ci imbattiamo in “You Know Why”, ritmicamente travolgente e pienamente aderente allo stile della band, dove voce e strumenti si intarsiano in modo piacevole e azzeccato. La successiva “Your Own Way To Be” ricalca la struttura della precedente, dando largo spazio ai fraseggi chitarristici e mettendo in mostra una buonissima tecnica individuale. “The Night Is Never Over” è un brano cadenzato e godibile, senza grandi picchi ritmici, dalla struttura corale e compatta, così come “Love Freedom”, melodica e suadente. La proposta dei Nite Stinger si fa via via un po’ ripetitiva: “Only You”, nella sua tenacia e ariosità, non riesce a colpire al 100%. Di tutt’altro spessore è invece “Fantasy”, colorata e dalla trama ben congegnata, gradevole, dal ritornello crudo e spietato. Arriviamo alla title track “What The Night Is All About”, ritmicamente molto convincente, piacevole nella tessitura musicale, una vera bomba di energia. Sfrenata ed elettrizzante, “High Above” non stupisce e non delude, accarezzando il palato dei nostalgici, così come la successiva “Highway Bound”, dalle molteplici influenze, tutte facilmente riconoscibili, che non può non piacere e scatenare. La ballatona sdolcinata non poteva mancare: “All The Love That You Need” è un omaggio dovuto alla tradizione anni ‘80 delle power ballad, dai Mötley Crüe ai Poison. Chiudiamo l’ascolto con una nuova iniezione di potenza e, sulle note di “Reach The Sky”, tiriamo le somme su un lavoro ben eseguito, dalle influenze e dai richiami precisi e neanche troppo velati, a tratti poco originale, ma nel complesso soddisfacente.
22 Gennaio 2026 3 Commenti Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: RN Records
Aria fresca dalla Scandinavia. Si, sembra un’ovvietà o una frase del Meteo di Giuliacci, lo so. Ma gli Emotional Fire sono proprio questo. In un periodo di standardizzazione del melodic rock nordeuropeo, con generale indurimento dei suoni e produzioni fotocopia, i ragazzi della scuderia di Ron e Nina Dahlgren sono una sorprendente e piacevole eccezione. Partiti come una all female band in stile Vixen, oggi constano sulle corde vocali della bella Therés Enström, sulle bacchette della scatenata Linnea Waljestål (anche produttrice) e sull’innesto di tre maschietti di vichinga provenienza ai restanti strumenti. Il quintetto propone un bell’AOR classico anni ’80, composto come si deve e ben suonato, con quel tocco di pomp rock tastieroso che non guasta mai ed i Journey sempre nel mirino. Proprio come si usava 35/40 anni fa.
Il disco parte timido. “Like a Phoenix” non è il massimo in termini di coinvolgimento, scivolando via un po’ piatta. Ma poi si accelera di brutto: “Turn around and walk away” è un brano diretto e classico sul quale Theres può sciorinare tutta la potenza e la grazia della sua voce e colpire duro con il ritornello. Track n.3 e… Attenzione! Sorpresa delle sorprese, abbiamo un duetto con Robin McAuley! “Neon glow” non è una delle canzoni bruttine e tutte uguali degli ultimi solisti o dei Black Swan. E’ un pezzo alla MSG dei bei tempi. Qui la bionda titolare lascia gran parte della conduzione nelle capaci mani del maestro, e ciò che ne risulta è assolutamente gradevole! Ma, ragazzi, arriva un pezzone: “Fire in your eyes” è prezioso AOR cantato divinamente, ruffiano il giusto, con quelle atmosfere sul dolce e malinconico che tanto sono care a chi vi scrive. “I want you here with me” incede a guisa di marcetta militare pomp che fa il verso, fatte le giuste proporzioni, a “Separate ways” voi sapete di chi. Qualcuno ha voglia di ballare un po’? Sotto con “The beast in me”, cover della misconosciuta (in Italia) cantante soul/disco/funky Bonnie Pointer, farcita da suoni filtrati alla Turborider con Theres sorprendentemente a suo agio anche su queste sonorità. Vogliamo tornare in tema Journey? Ok, beccatevi il semiplagio di “Don’t loose yourself”. Forse troppo simile all’originale, anche nel titolo… ma bella! Come dite? Non sapete a quale canzone strasomiglia? Vergogna! Passiamo oltre e ascoltiamoci “What’s this life?”, in bilico tra Lita e Pat Benatar, e la più graffiante “Be with you”. Che voce ragazzi! Concediamoci ancora un momento sbarazzino con “Somebody”, pop rock allegro ma raffinato, perché è già ora di calare il sipario: il singolo in stile Corrs “Will you be there”, articolato e catchy, posto inspiegabilmente in chiusura…
Non so se si è capito, ma a me questi Emotional Fire mi sono piaciuti. Certo, sono ancora un po’ acerbi. Per esempio le strutture di alcuni brani sono perfettibili, magari legando maggiormente gli esplosivi ritornelli alla strofa, e gli assoli di chitarra potrebbero osare un po’ di più. Però le canzoni, pur non spiccando per originalità, fanno una buona impressione. La produzione, pur non essendo pompata, calza bene. E poi, amici miei, che voce ha Therés Enström?!?! Roba da fare impallidire tutta la concorrenza in un colpo solo! Avanti così!
31 Dicembre 2025 1 Commento Stefano Gottardi
genere: Rock
anno: 2025
etichetta: Capitol Records
Gli Aerosmith hanno unito le forze con Yungblud e dato vita all’EP One More Time, che sul finire di quest’anno ha visto la luce sotto l’egida della storica label Capitol Records.
Stando a quanto raccontato dal cantautore britannico, galeotta fu una email di Joe Perry, che – dopo aver ascoltato il suo singolo “Hello Heaven, Hello” – gli avrebbe chiesto di collaborare su un possibile remix. E lui da grande ammiratore dei bostoniani non se lo sarebbe fatto ripetere due volte! Il loro incontro in Florida spinse poi la metà dei Toxic Twins a invitare il suo “gemello” Steven Tyler a prendere parte “alla festa”. Una successiva sessione in California portò al completamento di quattro brani. A settembre 2025, agli MTV Video Music Awards, Tyler, Perry e Yungblud si esibirono insieme in un emozionale tributo a Ozzy Osbourne. Questa performance rafforzò il legame e creò hype, specialmente sui social network, dove l’attesa dei fan iniziò ad essere spasmodica. Certo, Yungblud proviene da un mondo diverso. Fa musica moderna, ribelle e influenzata dalla Generazione Z, con testi crudi su salute mentale, identità e società. Gli Aerosmith, invece, rappresentano il rock classico a stelle e strisce, con radici blues, riff potenti e un’attitudine da ragazzacci degli anni ’70 e ’80. Eppure questa differenza, almeno sulla carta, si è rivelata il punto di forza della collaborazione: un vero passaggio di testimone generazionale. Con buona pace di chi storce il naso per operazioni di questo tipo. Ma il gruppo americano non è nuovo a simili partnership, avendo fatto la storia con “Walk This Way” assieme ai Run-DMC nel 1986. All’epoca la cosa generò lo stesso tipo di reazioni contrastanti, ma a conti fatti si rivelò un successo mondiale. Nel bene o nel male, ben venga Yungblud se la sua presenza ha convinto The America’s Greatest Rock & Roll Band a rimettere piede in uno studio di registrazione dopo tredici anni! E poco importa se poi, magari, più che le email di Perry siano stati certi cont(r)atti manageriali ad architettare il tutto. Ciò che è certo è che i seguaci degli Aerosmith si ritrovano finalmente fra le mani un nuovo lavoro!
Alla pagina 1 del manuale del perfetto recensore, però, c’è scritto a caratteri cubitali: “NON FARE IL FAN QUANDO SCRIVI DI UN ALBUM”. E allora, anche se fa male come una coltellata in un fianco, bisogna riconoscere che questo EP ha più bassi che alti. Innanzitutto ogni cosa suona eccessivamente digitale e artificiale, con una produzione “plasticosa” che fa sembrare le voci ritoccate e poco autentiche. Il songwriting è piuttosto debole, incapace di sostenere le aspettative legate al ritorno degli Aerosmith dopo tanti anni. I pezzi partono bene ma si afflosciano rapidamente, risultando ripetitivi o troppo pop-rock da playlist generica. La collaborazione con Yungblud appare purtroppo un compromesso poco riuscito, dove nessuno dei due mondi riesce davvero a brillare o creare qualcosa di nuovo, confermando i timori iniziali dei più scettici. Se i brani inediti zoppicano, l’energica rivisitazione di “Back In The Saddle” dimostra ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, che quando una canzone è valida rimane per sempre tale, ma senza dubbio questa versione non mette in ombra quella originale. Insomma, quest’EP è un’occasione mancata. Però, in fondo, quanto è bello per un fanatico poter comprare, one more time, un disco della sua band preferita? Sperando che non si tratti di one last time…
IN CONCLUSIONE
Solo per fan accaniti che, come lo scrivente, hanno il logo di questo gruppo tatuato nel più profondo del cuore.
24 Dicembre 2025 1 Commento Francesco Donato
genere: AOR /Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Sesto lavoro solista per il vocalist canadese Rob Moratti, voce ormai riconosciuta come una delle vere e proprie bandiere in campo AOR contemporaneo, ex membro di band come Final Frontier e Saga.
Un lavoro che prima di tutto conferma la prolificità artistica di Moratti, una produttività che anche in questo caso non intacca lontanamente la qualità creativa.
“Sovereign” è infatti un disco che non scosterà di un millimetro il giudizio di chi fino ad adesso aveva apprezzato il caro Moratti: La sua voce resta cristallina, potente e allo stesso tempo estesa e performante, capace di ricamare melodie sempre attraenti ed eleganti.
Il disco di apre con “Don’t Give Up On Love”, uno dei pezzi più riusciti, un biglietto da visita perfetto per gli amanti delle melodie accattivanti alle quali il vocalist canadesi ci ha abituato.
La tracklist scorre attraverso un equilibrio ben calibrato tra hard rock melodico e AOR classico, la successiva “Can’t Let You Go” brilla per le sue linee vocali e gli arrangiamenti dinamici, caratterizzati da un intercalare gentile ed elegante tra chitarre, tastiere e sezione ritmica.
“Every Word” è una suadente e dolcissima ballatona dove melodia e romanticismo si fondano alla perfezione, portandoci sui lidi del più sognante AOR.
Brani come “Locked Down” e “Two Hearts” mostrano un Moratti in stato di grazia, capace di passare con naturalezza da pezzi più energici ad altri più riflessivi, mantenendo sempre un equilibrio tra emotività e potenza.
“I’ll Never Break Your Heart” è un’altra super ballad ricca di emotività, espressione del più riflessivo Moratti.
Anche in questo lavoro la produzione costituisce una vera e propria marcia in più: nitida, cristallina e pensata per valorizzare la voce di Moratti e i ritornelli, con un mix che premia l’aspetto melodico ma a tratti sacrifica un po’ di spontaneità per una precisione formale quasi maniacale.
Questa scelta rende “Sovereign” forse troppo un po’ troppo “perfetto” all’ascoltatore, ma chi conosce Moratti non si stupirà di certo di questa maniacale ricerca di levigatura che aveva già contraddistinto i suoi ultimi album, “Paragon” ed “Epical” in particolare.
In conclusione “Sovereign” è un album di gran classe che mi sentirei di consigliare ai fans di band come Journey e Survivor, sostenuto da una produzione di alto livello e suonato da musicisti eccezionali quali Joel Hoekstra (Whitesnake, Night Ranger).
Forse rispetto al precedente “Epical” mancano brani da presa diretta come “Love”, “Valerie” o “Hold On” ma sicuramente trattasi un lavoro maturo e convincente nella sua completezza.
21 Dicembre 2025 0 Commenti Giulio Burato
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Indipendente
Allo scadere del 2025, sotto la mia penna ecco la band inglese THIS HOUSE WE BUILT, che pesca musicalmente dal filone di band come Hinder, Daughtry e Three Doors Down. “Get out of the rain” è la loro seconda usciata discografica, dopo l’esordio di tre anni fa dall’omonimo titolo, accolto favorevolmente dalla critica, ed è uscita il 21 novembre tramite un’etichetta indipendente.
La band, originaria della contea dello Yorkshire nel Regno Unito, ha condiviso in passato il palco con band come Michael Monroe, Quireboys e Tyketto.
Si inizia con uno scroscio di pioggia che è il perfetto intro del brano “Rain” dal grande appeal melodico. Segue il primo singolo rilasciato, ossia “Addiction”, che ha un groove più nervoso, mentre la successiva “Broken dreams” ha un testo che va ascoltato e un ritornello orecchiale, senza eccessi. Territori a stelle e strisce per “Desires” con quella postura musicale moderna che trova ampio spazio anche nella robusta “Crash ‘n burn”. “Coming home to you” è una ballatona che viaggia tra il dolce ed il ruvido, un confine sottile quanto complesso, che qui trova il suo equilibrio instabile scemando in un bellissimo outro corale e pianistico. Salto (giustamente) alla settima traccia; aprite bene i padiglioni auricolari perche siamo di fronte ad una grande canzone rock ed un vero inno da pogare, esemplificato anche nel titolo; “It’s Only (fuckin’) Rock N’ Roll” oh yeah!
“Wheels” corre veloce sulle ruote di una partitura tosta e ricca di riff pesanti.
In “Better man”, bel lavoro acustico alla base, che poi sfoggia in linee elettriche che sanno di Shinedown.
Intro parlato e poi parti vocali consegnate a Andy Jackson in “One by One” che apporta una variazione interessante all’album.
Si chiude in bellezza con il lento semi acustico “Drifter” che fonde melodia e dolcezza; ottima prova dietro al microfono di Scott Wardell.
Un album da ascoltare con interesse e ricco di spunti moderni.
20 Dicembre 2025 7 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: BraveWords Records
Era l’ottobre del 1992 quando i Bangalore Choir lanciarono ‘On Target’. Noi amanti del genere non ci eravamo ancora resi conto fino in fondo che il mondo stava cambiando, e quelle 400.000 copie vendute in una settimana sembravano confermare che la nostra musica fosse ancora al centro della scena. In realtà le major avevano già deciso di guardare altrove, e il 1992 sarebbe rimasto nella storia dell’hard rock melodico come l’ultima fiammata di gloria. Oggi, più di trent’anni dopo, David Reece, dopo aver tentato con i dischi precedenti di esplorare nuove direzioni musicali, torna a riprendere in mano quella storia interrotta. Lo fa a partire dalla copertina, riannodando un percorso di sonorità e di mood che allora si era spezzato in modo così traumatico.
Il nuovo lavoro si presenta con una struttura ambiziosa, forse persino troppo: 16 tracce suddivise in due atti, per un totale di 66 minuti di musica. Una durata così generosa rischia di togliere immediatezza al disco, perché mantenere costante il livello compositivo lungo tutto il percorso è un’impresa difficile. Non a caso, la seconda parte segna un po’ il passo rispetto al primo blocco di brani, decisamente più omogeneo e convincente.
Reece resta l’unico superstite della formazione originale, ma la chimica con il ritrovato chitarrista tedesco Andy Susemihl (del cui disco solista ci siamo già occupati) e con una band di talenti europei, tra cui spiccano Mario Percudani e Riccardo Demarosi, permette di ricreare alla perfezione quel sound “yankee”, muscolare e melodico, che aveva reso celebre il gruppo.
‘How Does It Feel’ apre il disco e mette subito le cose in chiaro. Il sound è quello di trent’anni fa: riff che colpiscono dritti e una prova vocale di Reece che richiama certe sfumature alla Coverdale, tanto da far sembrare il brano una outtake del debutto. ‘Driver’s Seat’, invece, fila via come un’auto lanciata sull’asfalto, leggera e affamata di libertà. ‘Love and War’ chiude il trittico con un tuffo pieno nella nostalgia di fine eighties, tra melodie ampie e quell’atmosfera sospesa che profuma di un’epoca irripetibile.
Altri brani degni di nota sono la lenta e passionale ‘I Never Meant To’ e il singolo ‘Bullet Train’, una traccia che parte a razzo e mostra subito l’attitudine più grintosa di Reece, richiamando l’energia dei suoi anni più combattivi.
Ma l’album regala altri ottimi momenti, come ‘The Light’, un pezzo dalle venature country, e la martellante ‘Sail On’. Anche la rivisitazione del brano degli Accept ‘Prisoner’ è degna di nota. La chiusura è affidata alla ballata ‘Mending Fences’, una traccia intima e “minimalistica” di sei minuti in cui Reece mette a nudo le proprie radici con una voce roca e matura, regalando un finale gradevolmente emotivo.
In definitiva, ‘Rapid Fire Succession’ è senza dubbio un’operazione nostalgia, ma portata avanti con una classe e una consapevolezza rare. Non tenta di rivoluzionare il sound di quell’epoca: preferisce onorarlo, restituendo dignità a un genere che l’industria provò a spazzare via troppo in fretta. E lasciatemi dire che, a giudicare da come sono andate le cose, non è stata poi questa grande idea…
Probabilmente questo disco rappresenta il miglior lavoro di David Reece negli ultimi quindici anni. Non raggiungerà l’apice del debutto del ’92, ma è un successore solido e farà battere il piedino a più di uno di noi. Nonostante il tempo e le mode, l’obiettivo dei Bangalore Choir è ancora perfettamente a fuoco, e lo è anche il nostro.
17 Dicembre 2025 1 Commento Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Bravewords Records
Tornano i famigerati Alcatrazz, band storica del panorama hard rock statunitense, con un album che presenta due brani inediti e nove ri – registrazioni di grandi classici del passato.
Partiamo subito con l’inedito strumentale “Transylvanian Requiem”, dove si riconosce subito la chitarra del virtuoso Joe Stamp. La seconda traccia, sempre inedita, si intitola “Stand And Wait Your Turn” e richiama molto al genere e allo stile classico degli Alcatrazz, risultando globalmente gradevole. Parte così il tour dei gioielli di famiglia: ascoltiamo, con suoni moderni, i grandi pezzi che hanno fatto la storia di questa band, come “Jet To Jet”, sempre piacevole, e “Starr Carr Lane”, strumentalmente micidiale. “Hiroshima Mon Amour” non ha bisogno di commenti e spiegazioni, così come “Island In The Sun”, che risultano ben eseguite anche con questi suoni e con questa nuova intenzione. La travolgente “Too Young To Die, Too Drunk To Live” ci porta indietro agli anni ‘80, a Graham Bonnet, a quell’epoca d’oro sempre presente, come la successiva “God Blessed The Video”, grande brano dall’eterna energia. “Skyfire” e “General Hospital” ci fanno scatenare come hanno sempre fatto, mettendo ancora una volta in mostra una buona forma dei componenti della band. La buonissima “Kree Nakoorie” chiude l’ascolto del disco che, al di là di un naturale senso di nostalgia per il passato ed una eccellente resa tecnico-sonora, si rivela un lavoro pensato soprattutto per i veri appassionati della band, ma che lascia anche ben sperare in un ritorno in grande stile con materiale inedito.
13 Dicembre 2025 0 Commenti Yuri Picasso
genere: Pop Rock /AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Dopo le due uscite a nome World Stage datate 2024, invero deboli o quantomeno stanche nelle idee e nel loro sviluppo, è di questi giorni l’uscita di “The Power of Duets, Vol 1”. Il Nostro Jim, di cui ci auguriamo l’ingresso un giorno non troppo distante nella Rock & Roll Hall of Fame, continua a scrivere e sciorinare idee del presente e del passato radunando intorno a se uno stuolo di amici e musicisti notevoli più o meno attinenti alla scena Melodic Rock. Non si scrive nulla di nuovo, si ripercorre un percorso artistico unico e densissimo di highlights, fatto di ricordi, di persone e di esperienze. Come detto Amici, compreso il leggendario Ron Nevison che aggiunge il suo contributo con una produzione perfetta nella scelta e nella pulizia dei suoni. Piacevole passeggiare tra le note dell’opener “River Of Music”, dal feeling positivo col suo lento crescendo in dinamica. Interpretata con la figlia Colin, avente una carriera in corso in una gamma che spazia dal pop al soul, e che ritroveremo nel delicato slow “Slow Lightning”. “Waiting For You”, in duetto con il cantautore di Chicago Dave Mikulskis, conferma la volontà di non alzare il vattaggio o la distorsione delle chitarre ma piuttosto di puntare su lidi intimi colorati di tramonti e pensieri positivi.
Se “The Cadence of Things” rispolvera Jason Scheff dai Chicago in un mid tempo Pop/Rock dal Flavour amorevole, ”Between Two Fires” con Kevin Cronin (Reo Speedwagon) naviga tra strofe contenute e un ritornello più ottantiano.
Non poteva mancare il partner nei Pride Of Lions Toby Hitchcock nella viscerale “Soul of My Being” (e il trademark è immediato) e nel classico dei Survivor “In Good Faith”; qui, riproposta in versione maggiormente orchestrale, da ascoltare come giusto tributo all’indimenticabile ed immenso Jimy Jamison. In coppia con la voce Bluesy di Katy Heart, Singer del Minnesota dedita a uno stile maggiormente 70’s.
Se lo ascolterete con leggerezza e con la consapevolezza che il mastermind nella sua carriera ha dimostrato tutto quello che doveva e oltre, questo nuovo capitolo della saga World Stage saprà regalare dei piacevoli e nostalgici momenti musicali.