Registrati gratuitamente a Melodicrock.it! Potrai commentare le news e le recensioni, metterti in contatto con gli altri utenti del sito e sfruttare tutte le potenzialità della tua area personale.
effettua il Login con il tuo utente e password oppure registrati al sito di Melodic Rock Italia!
27 Ottobre 2025 1 Commento Paolo Paganini
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Nuovo capitolo per i finlandesi Shiraz Lane, nati a Vantaa nel 2011 e tornati oggi nel roster Frontiers dopo un periodo trascorso nel panorama indipendente.
Che i ragazzi promettessero bene lo si era intuito già dai dischi precedenti, i quali avevano positivamente impressionato critica e pubblico. Avevo avuto inoltre occasione di vederli on stage nel 2018 durante il loro passaggio a Bologna di supporto agli H.E.A.T. e la performance si rivelò di grande impatto. Il nuovo album In Vertigo non fa che confermare le buone impressioni già emerse in passato e rappresenta ad oggi il momento migliore della loro ancor giovane carriera. Le dieci tracce di cui si compone l’album sono un perfetto connubio tra sonorità glam rock, potenti ritornelli catchy e una produzione robusta che accontenterà anche i rocker più intransigenti. A fare da perfetto collante a tutto ciò, oltre alle indubbie capacità tecniche dei musicisti, è la voce immediatamente riconoscibile di Hannes Kett. Grazie ad un timbro acido e graffiante capace di raggiungere note altissime con una disinvoltura sorprendente risulta il vero trend-mark dello Shiraz Lane-sound. Il suo carisma aiuta non poco ad identificare sin da subito la band nell’affollano panorama hard rock nordeuropeo. Brani quali la muscolosa e ruffiana Dangerous strizzano l’occhio all’hard rock da classifica di fine anni ’90 additivato con sapienti riffoni di chitarre che donano nel complesso una piacevole sensazione di modernità. La produzione affidata alle sapienti mani di Per Aldeheim (Def Leppard, H.E.A.T.) aggiunge al tutto quel tocco radiofonico che permette alle canzoni di stamparsi in mente fin dal primo ascolto. Prova ne sono songs come la roboante Stone Cold Lover o Babylon vicina al Santana più commerciale di alcuni anni fa. Non mancano momenti più pacati ed anche in questi frangenti il combo finnico si dimostra pienamente all’altezza. La power ballad Live A Little More e soprattutto The Ray Of Light si impongono come i pezzi migliori del cd.
In conclusione In Vertigo risulta essere un lavoro di ottimo livello, da ascoltare ripetutamente in macchina ad alto volume senza rimanerne mai annoiati. Il potenziale di questi ragazzi è molto elevato e se saranno capaci di mantenersi su questi livelli conquisteranno senza alcun dubbio una sempre maggiore fetta di appassionati.
26 Ottobre 2025 2 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
In arrivo la nuova fatica del leggendario cantante Ronnie Romero, sempre attivissimo e sempre impegnato dal vivo, con il suo timbro inconfondibile e con una invidiabile carica energetica.
In prima posizione, subito, la title track “Backbone”, una bella sferzata potente e decisa, che immediatamente ci proietta nello stile e nel mondo di Romero. “Bring The Rock” presenta una ritmica metallosa e cadenzata, sempre funzionale ad esaltare le doti vocali del cantante. Una dolce chitarra acustica ci apre le porte di “Lost In Time”, un classicone, sia per struttura che per sonorità, sempre piacevole, soprattutto per gli amanti del genere. Con “Never Felt This Way” torniamo su orizzonti più poderosi, sorretti da una buonissima ritmica e da un buon solo di chitarra. Esploriamo la dinamica vocale di Romero con la variegata “Hideaway (Run)”, piacevole, dal pre – ritornello particolare. La successiva “Lonely World”, più oscura e cadenzata, non stupisce e non brilla per originalità, al contrario della delicata e raffinata “Keep On Falling”, dalla trama deliziosa e ben congegnata. “Eternally” torna a picchiare, incastonandosi perfettamente all’interno di questo album e presentando tutte le caratteristiche dello stile e dell’intenzione del progetto Romero. Una veloce intro di basso ci presenta “Running Over”, sempre un po’ sulla falsa riga delle altre tracce, che non presenta grandi voli di originalità pur essendo un brano riuscito. Concludiamo l’ascolto sulle note di “Black Dog”, cavalcata sfrenata e viscerale, interessantissima, che ci permette di tirare le somme su un lavoro eseguito in modo impeccabile, non particolarmente originale e dinamico, ma sicuramente piacevole per gli amanti del genere e della voce di Ronnie Romero.
25 Ottobre 2025 1 Commento Luca Gatti
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy
Sarò sincero: per me, nel rock e soprattutto nell’hard n’ heavy, vige un po’ di patriarcato.
E ora che ho espresso questo concetto come un grazioso elefante entrato nella cristalleria e capace di spargere tonnellate di cocci, passiamo al disco.
Infatti, oggi ci accingiamo all’ascolto agli svedesi Civil Daze ed al loro album d’esordio ‘Once In A Blue Moon’, project sapientemente allestito come un robusto mobile Ikea dal veterano Mikael Danielsson e che vede alla voce la talentuosa Helena Sommerdahl.
Ad un primo giro di giostra è subito chiaro come il focus sia un melody rock tutto pasto per grandi e piccini, a qualche graffio old school l’ascoltatore è trasportato in una dimensione ariosa del cantato oserei ‘Musical’.
Ad un più attento riascolto emerge questa doppia anima strumentale e vocale dei Civil Daze ed è più la prima a farmi sentire a casa, i riff infatti hanno quell’odore di AcDc (Top of the world) e David Lee Roth ( Milion miles away); strofe e bridges parlano un fluente Whitesnake (Got to go, Paradise, Turn the Bridge); il punch è moderno e l’esperienza dei musicisti Ikea confeziona un bel prodotto fruibile e ben registrato, nessun genere non identificato proveniente dallo spazio vale precisare, è la sana e vecchia bustina di ketchup col suo agrodolce chimico che ti fa sentire a casa a qualunque latitudine.
La chitarra piace con la giusta eq per stuzzicarti il timpano, Mikael ed il buon Tony si incastrano con maestria (come un mobile Ikea!), sono una certezza sempre lì a fare il lavoro sporco (infatti ‘Face Down In The Dirt’), power chords e licks alla Chuck Berry nei soli come consiglia il medico, sezione ritmica bene in avanti e convincente, si timbra il cartellino sereni.
Le tracce vocali sono invece voli pindarici super melodici alla Journey, non che debba necessariamente essere un difetto nell’hard (vedi i Journey), non che debba necessariamente avere un senso tutto ciò che scrivo però in ogni composizione c’è sempre un particolare taglio pop-rock alla Cher che non disdegna sfumature soul, tutto è impiattato con guanti da forno e morbidezza, manca sempre un po’ di Grrrr ma, questi chorus ampi ed al profumo di donna sono forse la giusta leva per raggiungere un pubblico più ampio dello stempiato tatuato con la maglietta dei Motorhead (io): che sia forse il vero segreto di una big band?
Intonazione e buoni propositi nei vibrati mi ricordano tanto la moglie di Blackmore con quegli strani abiti presi in prestito da pub bavaresi, l’ho scritto si, sorry Richie.
La somma degli addendi da come risultato un buon hard rock melodico con le giuste marchette e le beneamate ispirazioni ma con un piglio tutto femminile della brava Helena tra un Aretha Franklin ed un Alice Cooper, la giusta via di mezzo senza la micidiale voce della prima ma nemmeno il mascara così sbavato del secondo.
Degne di nota a mio modesto parere le tracce ‘Face Down In The Dirt’ e ‘Revolution’ dove lo spirito rock blues sviscerato porta equilibrio e dimensione lasciando che il lato smooth della voce risalti in verve ed interpretazione.
In sintesi, un ascolto lo meritano eccome: questi svedesi sanno il fatto loro, e quel loro lato melodico potrebbe farvi sentire a casa… oppure come se foste seduti su una bustina di ketchup, decidete voi…
22 Ottobre 2025 3 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Kivel
In uscita il nuovissimo disco dei Babylon A.D., band dalla grande tradizione, che ci porta nuovamente nel proprio universo hard rock classico.
Partiamo forte con la title track “When The World Stops”, canonica, dal ritornello facile e coinvolgente, che serve a farci tornare alla mente il classico Babylon sound. Passiamo a “Come On Let’s Roll”, molto nostalgica nel riff, che non esce dalla comfort zone dei suoni e delle tematiche del genere, così come la successiva “Don’t Ask Questions”, uno pseudo lento, molto cristallizzato e non particolarmente originale. “Love Is Cruel” è una buonissima ballata acustica, sentita e calda, a spezzare in modo molto piacevole il ritmo dell’album. Saliamo d’intensità con l’arrembante “Toxic Baby”, decisamente più convinta e convincente, dalla ritmica e dalla dinamica ben strutturata. “I Don’t Believe In You” è un buonissimo brano, trascinante e dalle atmosfere evocative, complessivamente azzeccato e gradevole. Ci facciamo coinvolgere dalla scanzonata “The Power Of Music”, un inno molto anni ‘80, da grande evento, con tanto di sottofondo di folla scatenata. Particolare e dai fraseggi inconsueti, troviamo “Torn”, una chicca interessantissima che ci capita così, tra capo e collo, lasciandoci ricordi positivi. Torniamo su orizzonti lenti e caldi con “The Damage Is Done”, con il suo intro di chitarra acustica, che ci accompagna in sottofondo per tutta la durata del brano, intenso, perfettamente legato a una trama vocale pregevolissima: la vera perla dell’album. “Oh Suki” è un pezzo strano e spezzettato ritmicamente, dove la band mette in risalto la propria tecnica e un certo eclettismo esecutivo. Gran finale affidato a “Sadness Madness”, brano delicato e suadente, che chiude con eleganza un disco dal duplice volto: un avvio che forse impiega qualche momento a trovare il passo giusto, ma che poi, canzone dopo canzone, cresce con naturalezza, rivelando sfumature sempre più convincenti e riuscendo a conquistare pienamente l’ascoltatore.
03 Ottobre 2025 0 Commenti Vittorio Mortara
genere: AOR/Pop Rock
anno: 2025
etichetta: Lions Pride Music
La Grecia. Terra di filosofi, condottieri ed atleti. Culla della civiltà occidentale come la conosciamo oggi (o, meglio, fino a ieri). E patria di questi Ailafar. I quali, lo ammetto, mi erano assolutamente ignoti fino all’arrivo del loro promo dalla Lions Pride. E invece, a quanto leggo nella bio, questo è il loro quinto disco! I ragazzi sono in attività da quasi 20 anni e, per lo meno in patria, godono di un discreto seguito di estimatori.
Preso dalla curiosità, mi appresto all’ascolto dell’album, per altro non invogliato dall’inguardabile copertina. “Integrity” parte incerta. Mi ricorda qualcosa ma non riesco a focalizzare cosa. La voce della brava Tatiana Economou risulta un po’ slegata dalla base musicale del pezzo e, in conclusione, lascia un po’ insoddisfatti. Molto bene invece “Ghost of you”, molto melodica e dall’azzeccato refrain. I nostri sciorinano un power pop rock di buon livello, dimostrando anche ottima padronanza degli strumenti. “Together we go on” volge su tratti un po’ più tirati e, di nuovo, si ha un certo scollamento fra la musica e il cantato. E, a dimostrarlo, quando alla voce in “Dancing for keeps” subentra l’ospite Dean Mess, tutto si amalgama meglio e ne viene fuori un pezzo di AOR cantautorale di stampo marcatamente americano commoventemente nostalgico. La Economou è più a suo agio sui pezzi melodici, come il lento “The right person”, pura emozione soft-AOR. Discreta, ma non impressionante “Piece of the puzzle”. Un po’ meglio vanno le cose con “Something about you”, dai classici tratti dell’AOR a voce femminile degli anni ’80. Così come la cinematografica “These moments” si rifà al pop rock da colonna sonora dei film dello stesso periodo. Tra le influenze della band ci sono di certo anche i Fleetwood Mac, come traspare dalle note di “Your avoidant kind of love”. Ed infine, una nota di plauso anche a “Hope” che conclude il discorso con una semi ballad dalle melodie piacevoli.
L’AOR a voce femminile è spesso pomo della discordia fra gli appassionati del genere. Ed ascoltando questo disco si intuisce il perché. Sostanzialmente, qui i pezzi migliori sono quelli in cui Tatiana non forza il proprio cantato sui toni più alti. In questi tutto risulta più armonioso e gradevole, raggiungendo discreti livelli di qualità. Quando il gioco si fa più duro (per modo di dire) invece tutto sembra più slegato e meno assimilabile. Comunque, vista anche la qualità di musicisti e produzione, darei agli ellenici una sufficienza piena.
26 Settembre 2025 0 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Mighty Music
Grande ritorno dopo 2 anni per i norvegesi Stargazer, compagine assodata e ormai di grande tradizione, con il loro quarto album, sempre alla ricerca di nuove venature nelle sonorità hard rock.
Entriamo subito nel vivo della questione: “Make A Deal With The Devil” è un brano riuscito e gagliardo, dalla ritmica tonante e dal ritornello potente e convincente, così come la dura “Looking For A Star”, dalla dinamica intrigante, vocalmente molto intensa e ben strutturata. “New Hope” ha qualcosa di suggestivo e arcaico, dal gusto splendido, ritmicamente molto trascinato e trasportante: puro anni ‘80. Arriva il momento di “Burning Up Inside”, calda e intima, che colpisce dritta al cuore, ottimo connubio di sentimento e stile. Giunge quindi il momento della title track “Stone Cold Creature”, corposa, tagliente, variegata, dal ritornello molto catchy, un pezzone apprezzabile e di buona fattura. Dopo la veloce intro strumentale “No Escape”, si arriva a “Winter Is Coming”, non particolarmente originale e un po’ scontata, attinente al genere, ma di certo non freschissima, come la successiva “Writings On The Wall”, che non riesce a convincere a dare un tocco di novità. Un altro breve intro (“The King’s Return”) ci fa entrare nella strumentale “Ice Walker”, molto tagliente e martellante, ben strutturata e con fraseggi interessanti, un brano da ascoltare con grande attenzione. “Screams Break The Silence” è una traccia di passaggio, senza grandi acuti, globalmente piacevole, ma che comincia a perdere di intensità e originalità. Passiamo al lento “I Need You (More Than Ever)”, canonico, accorato, ascrivibile alla miriade di ballate hard o heavy. Si torna a trottare con “What Are You Waiting For”, ritmicamente imprescindibile, dalle pennate titaniche, fedele alla linea e allo stile della band. “Riding Through The Night” è la degna conclusione per un album ben eseguito e ben prodotto, con qualche chicca interessante, ma che non si slancia verso vette di originalità particolarmente rilevanti.
25 Settembre 2025 0 Commenti Vittorio Mortara
genere: Hard Rock/Heavy Metal
anno: 2025
etichetta: Metalopolis Records
I Crime sono un manipolo di brizzolati teutonici dalla storia particolare: negli anni 90 hanno sputato fuori un paio di album a breve distanza riuscendo ad ottenere una discreta dose di popolarità in patria e, soprattutto, in Giappone. Poi, per 27 lunghissimi anni, sono scomparsi di riflettori del palcoscenico. In questi giorni, accasatisi con la Metalopolis e potendo contare sulla distribuzione di una major come SPV, si rifanno vivi con un platter di ben 14 (quattordici!) canzoni nuove di zecca. I ragazzi sono figli della scena tedesca degli anni 80. Diciamo subito, però, più del ramo Accept che del ramo Scorpions. Il vocione di Francis Soto a tratti ricorda l’Udo più melodico ed a tratti Matt Sinner e, in generale, il sound si è fatto decisamente duro e tagliente. Ingentilito solo a tratti dalle keys di Gunter Kierstein.
Una lunga intro sinfonica d’altri tempi da inizio alle danze: “Break down the walls” è teutonic metal anthemico duro e puro. Poi, per tenere fede al proprio titolo, le atmosfere si fanno più epiche su “For king and country”, più articolata ma altrettanto heavy. Le celestiali tastiere e l’arpeggio che introducono “Like the wind blows” stemperano un po’ l’atmosfera rivelando il lato più melodico della band. Ma è una parentesi, perché lo speed della title track rialza subito la posta, anche grazie ad un ritornello che prende. “Back on the streets” fa il verso ai connazionali Powerwolf mentre il mid tempo “Dry those tears” scorre via piuttosto anonimo. Tiriamo un po’ il fiato con la ballata elettrica “Your chance to live is now”, piacevole nelle linee melodiche e nelle cesellature di tastiere e chitarre. Punta tutto sul ritornello “Unchain my soul”, senza altresì riuscire a convincere pienamente l’ascoltatore. E neppure l’ennesimo up-tempo “Show me the way” lascia gran che da ricordare. Va decisamente meglio con “Looking for love” grazie all’ottimo lavoro di Matze Ehrhardt e ad un refrain ipermelodico. Finalmente un pezzo degno di queste pagine! Invece “No love inside you”, cadenzata e pesante, non è esattamente il genere preferito dal sottoscritto. Non riuscitissima neppure“Rock’n’roll shower”, molto simile ad altri pezzi heavy dell’album. “Falling down” invece è un bel lento pianistico, capace di toccare nel giusto modo le corde delle emozioni.
In sintesi, la mia opinione su Cold Air è che si tratti di un disco un po’ forzato sulle pagine di Melodicrock.it. La proposta dei Crime è infatti molto più vicina al metal che all’hard rock, e la varietà delle composizioni non risulta particolarmente brillante. Credo che chi ama il metal tedesco preferirà orientarsi sull’ultimo lavoro dei Primal Fear del muscolosissimo Ralf Scheepers, mentre chi cerca un melodic rock con venature più metal farebbe meglio a puntare sugli ultimi due album dei Temple Balls, che aggiungono anche la giusta dose di “tamarritudine”. Personalmente ho scelto questa seconda strada, ma chi fosse in astinenza dall’hard & heavy teutonico di un tempo può comunque concedere a Cold Air un ascolto: non si sa mai.
16 Settembre 2025 0 Commenti Samuele Mannini
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy
Da quando mi capitò di fare la recensione del disco dei Cap Outrun nel dicembre del 2021 (QUI la recensione), devo dire che attendo sempre con una certa trepidazione un nuovo disco di Andrée Theander, ed infatti anche con il successivo progetto Clouds Of Clarity del 2022 (QUI la recensione) sfornò un disco che finì dritto nella mia top ten di fine anno. Figurarsi quindi il mio fremito quando abbiamo ricevuto il promo di questo ‘Chaos, Dreams & Love’. Se dal punto di vista del genere nei Cap Outrun si affrontava il melodic rock con un punto di vista più progressivo, e con i Clouds Of Clarity si esplorava il lato più orientato al pop sofisticato, qui invece si affronta il genere con uno spettro molto più ampio, con arrangiamenti sonori che variano dall’AOR più classico fino a qualche sonorità non così lontana dall’hard & heavy di fine seventies.
Proprio la capacità di spaziare a così ampio spettro all’interno del genere e l’attenta scelta del cantante giusto per ogni canzone rendono il disco vario, godibile e a volte persino sorprendente, il che, in questi periodi di forte omologazione sonora, è senz’altro un bene.
Partiamo dunque con ‘The Pursuit Of Serenity‘, che apre l’album nel migliore dei modi, presentandosi come una traccia di AOR scattante, orecchiabile e ricca di energia. La voce di Chandler Mogel la fa da padrona, con una performance che non conosce cali di intensità. Il brano, pur immediato e fruibile, è impreziosito da un raffinato lavoro di chitarra che ne amplifica l’impatto complessivo. Discorso simile vale per la seguente ‘Too Many Miles, Too Little Time‘, che però si distingue per un’aura rock intrisa di richiami agli anni ’70, esaltata dai riff di chitarra dal gusto classico e dai suggestivi interventi di organo Hammond. Il risultato è un pezzo coinvolgente, arricchito da cori ben in risalto e da un assolo di chitarra esemplare, capace di catturare l’attenzione dall’inizio alla fine.
In ‘I’m Moving On (Like You)‘, la potente voce di Andrew Freeman viene piegata alle esigenze melodiche della canzone con un ottimo risultato, mentre la seguente ‘Locked Out In The Cold‘, interpretata dallo stesso Andrée, è un piccolo capolavoro di arrangiamenti e di delicati tocchi sulle corde. Se servisse un esempio di come il gusto degli arrangiamenti possa enormemente nobilitare un brano, questo potrebbe essere un esempio lampante.
So che sto scivolando in un track by track probabilmente tedioso, ma credetemi: qui le tracce da non menzionare sono veramente poche. Farò quindi un volo planato sulle altre che ritengo le migliori, quale la bluesy ‘Here And Now‘, con protagonista la voce di Christoffer Särnefält, e l’ottima e in perfetto modern Swedish style ‘Did You Ever Intend To Stay?‘, con August Rauer dietro il microfono. Due paroline in più merita ‘Free With A Broken Heart‘, con Andrew Freeman: qui si va addirittura a sfiorare l’heavy metal di fine seventies, con un riffing cupo e inserti di Hammond non molto lontani da quello che lo stesso Freeman ha proposto quest’anno con i Sign Of The Wolf, ad ennesima riprova dell’estrema versatilità compositiva del buon Andrée Theander. Una menzione finale per la ballad ‘You Left in the Middle of the Night‘, delicata, deliziosa e sognante.
Insomma, un disco che, come ho detto, esplora il rock melodico in tutti i suoi meandri: moderno, ma con riferimenti ben piantati nella storia, che ha ritmo e non annoia; anzi, ad ogni ascolto fa scoprire un dettaglio in più della musica che tanto ci piace.
14 Settembre 2025 3 Commenti Denis Abello
genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Indipendente
Non è mai troppo tardi… 50 anni di carriera per il signor Mark Timson (Chitarrista) e finalmente il tempo di dedicarsi a quello che da sempre è un sogno nel cassetto, pubblicare un proprio album! Così, recuperati un paio di brani composti negli ’80, e recuperata l’ottima voce del Cileno Lukky S ecco che nel 2024 danno alle stampe il primo album dal moniker, tutt’altro che originale ma sicuramente diretto negli intenti, TIMSON AOR.
L’album si intitolava Forever’s Not Enough e ammetto che, probabilmente anche causa una prima uscita totalmente indipendente, qui in Italia e anche per il sottoscritto sia passato praticamente inosservato. La stessa sorte che stava per toccare anche a questo nuova capito uscito ad inizio 2025 e dal titolo The Next Level.
Questa volta però non è ancdata così e con un po’ di fortuna questo The Next Level è capitato nella redazione di MelodicRock.it e come dicevo ad inizio recensione… non è mai troppo tardi…
… e aggiungerei anche “per Fortuna” che è capitato nella nostra redazione, perchè quello che stiamo per sparare tra i solchi delle nostre cuffie altro non è che un bel salto nell’AOR più puro e sanguigno! Un album che nel 2025 non aggiunge nulla di nuovo al panorama AOR internazionale se non un buon album di AOR ben confezionato, ben suonato e nel suo essere “indipendente” pure ben prodotto. Tre centri non così facili da fare al giorno nostro.
Merito sicuramente della mano esperta del signo Mark Timson, che in questo caso si fa carico di praticamente tutti gli strumenti dell’album. Sempre molto bella in tutti i pezzi la presenza della chitarra che coadiuvata da una prova vocale limpida e pulita traccia il segno degli undici pezzi che compongono questo The Next Level.
Come dicevamo in realtà il lavoro non aggiunge nulla di nuovo al panorama AOR e penso non sia neanche il suo obiettivo finale, dall’altra però non risulta neanche essere una mera copia del passato tracciando un bel disegno con i pezzi proposti, a partire dall’introduttiva The Wind Whispers (Your Name) in cui chitarra, voce e sezione ritmica danno vita ad un bel mid tempo dal ritornello arioso e vivace. Il basso segna il tempo della successiva One Step Ahead mentre Nevermore è un altro mid tempo con richiami da semi ballad e dal notevole solo di chitarra. Starlight richiama qualcosa degli ASIA più commerciali mentre To Be Yourself ha un’incedere introduttivo molto Survivoriano che sfocia in un ritornello coro / voce di sicuro impatto.
From the Ashes è la prima balla del lotto di pezzi proposti. Delicata e intima come si conviene ad un pezzo di questo stile. Altro centro.
Wake The Night è un pezzo semplice, ma attenzione, per niente banale dal piglio nettamente radiofonico. La successiva The Last Ride continua a mantenere alta l’attenzione anche se qua e la inizia ad intravedersi qualche autocitazione. Nettamente vivace Where The Sun Meets the Sea è un perfetto brano da chiusura estate!
Midnight Radio è un perfetto AOR radiofonico da anni ’80, mentre Farewell chiude in modo delicato un alto nettamente interessante.
Penso lo abbiate capito, se Amate l’AOR più classico e diretto dal piglio radiofonico, questo The Next Level lo dovete sicuramente ascoltare.
14 Settembre 2025 7 Commenti Paolo Paganini
genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers
La premiata ditta dei fratelli Martin torna alla ribalta dopo il successo riscosso a fine 2023 con l’album Feel The Heat dei Nitrate. Allora dietro il microfono scalpitava il prezzemolino Alexander Strandell e la proposta musicale era un fresco, solare ed ammiccante AOR anni ’80. Sotto questo aspetto il nuovo progetto non si discosta di una virgola dal precedente salvo una formazione leggermente diversa con l’inserimento del cantante Bobby John e del bassista Dennis Butabi Borg (Cruz). Il disco nasce come un film ispirato a Ritorno Al Futuro; immaginate un universo parallelo nel quale una band che intraprende un tour negli Stati Uniti si imbatte in problemi con la malavita. I componenti devono scambiare i loro strumenti con armi letali ingaggiando un’epica lotta per la sopravvivenza. La colonna sonora sono ovviamente le dieci tracce di No Way Out che vi catapulteranno nel mondo dei The Switch. Senza alcun indugio schiacciamo quindi il tasto play e godiamoci la prima grande sorpresa di questo album. Grazie a una voce potente, precisa e brillante Bobby si dimostra un singer di razza in grado di reggere senza alcun timore reverenziale il naturale paragone con Strandell. Il primo estratto del disco Danger On The Loose ricorda molto il Kenny Loggins d’annata e viene impreziosito dalla presenza di Paul Laine (Danger Danger, The Defiants) ai cori. Sulla stessa falsariga si muove la seguente Play The Game intrisa fino all’osso di atmosfere eighties. Young Hearts si impone come uno dei pezzi migliori del lotto intrecciando alla perfezione il raffinato pop degli A-Ha (The Sun Always Shines On T.V.) con il rock melodico dei The Storm. La riflessiva Search For Love, il cui tappeto chitarristico riporta alla mente Love Bites dei Def Leppard, sfocia in una melodia degna dei migliori Danger Danger. Hangin’ On To Seventeen attinge alle sonorità moderne di band quali Creye, One Desire e Degreed. Le robuste No Way Out e Young Gun fungono da traghettatrici verso un finale scoppiettante che si attesta su livelli di assoluta eccellenza. Si parte con la coinvolgente ballata One Night With You ispirata al pop-rock dei Roxette (Listen To Your Heart) per proseguire con l’arena rock dell’anthemica Anytime e concludere con l’intensa Stranger Eyes perfetta soundtrack per una puntata di Miami Vice. Pur non essendo un album rivoluzionario dobbiamo riconoscere ai fratelli Martin la capacità ormai rarissima di comporre brani e melodie di grande impatto che si pensavano ormai confinate nel passato e che trovano nuova linfa in progetti come questo. Giunti ormai nella parte finale di quest’anno possiamo tranquillamente inserire No Way Out nella top 5 dei migliori album del 2025. Consigliatissimo!!!