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This House We Built – Get Out Of The Rain – Recensione

21 Dicembre 2025 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Indipendente

Allo scadere del 2025, sotto la mia penna ecco la band inglese THIS HOUSE WE BUILT, che pesca musicalmente dal filone di band come Hinder, Daughtry e Three Doors Down. “Get out of the rain” è la loro seconda usciata discografica, dopo l’esordio di tre anni fa dall’omonimo titolo, accolto favorevolmente dalla critica, ed è uscita il 21 novembre tramite un’etichetta indipendente.

La band, originaria della contea dello Yorkshire nel Regno Unito, ha condiviso in passato il palco con band come Michael Monroe, Quireboys e Tyketto.
Si inizia con uno scroscio di pioggia che è il perfetto intro del brano “Rain” dal grande appeal melodico. Segue il primo singolo rilasciato, ossia “Addiction”, che ha un groove più nervoso, mentre la successiva “Broken dreams” ha un testo che va ascoltato e un ritornello orecchiale, senza eccessi. Territori a stelle e strisce per “Desires” con quella postura musicale moderna che trova ampio spazio anche nella robusta “Crash ‘n burn”. “Coming home to you” è una ballatona che viaggia tra il dolce ed il ruvido, un confine sottile quanto complesso, che qui trova il suo equilibrio instabile scemando in un bellissimo outro corale e pianistico. Salto (giustamente) alla settima traccia; aprite bene i padiglioni auricolari perche siamo di fronte ad una grande canzone rock ed un vero inno da pogare, esemplificato anche nel titolo; “It’s Only (fuckin’) Rock N’ Roll” oh yeah!
“Wheels” corre veloce sulle ruote di una partitura tosta e ricca di riff pesanti.
In “Better man”, bel lavoro acustico alla base, che poi sfoggia in linee elettriche che sanno di Shinedown.
Intro parlato e poi parti vocali consegnate a Andy Jackson in “One by One” che apporta una variazione interessante all’album.
Si chiude in bellezza con il lento semi acustico “Drifter” che fonde melodia e dolcezza; ottima prova dietro al microfono di Scott Wardell.
Un album da ascoltare con interesse e ricco di spunti moderni.

Bangalore Choir – Rapid Fire Succession: On Target Part II – Recensione

20 Dicembre 2025 6 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: BraveWords Records

Era l’ottobre del 1992 quando i Bangalore Choir lanciarono ‘On Target’. Noi amanti del genere non ci eravamo ancora resi conto fino in fondo che il mondo stava cambiando, e quelle 400.000 copie vendute in una settimana sembravano confermare che la nostra musica fosse ancora al centro della scena. In realtà le major avevano già deciso di guardare altrove, e il 1992 sarebbe rimasto nella storia dell’hard rock melodico come l’ultima fiammata di gloria. Oggi, più di trent’anni dopo, David Reece, dopo aver tentato con i dischi precedenti di esplorare nuove direzioni musicali, torna a riprendere in mano quella storia interrotta. Lo fa a partire dalla copertina, riannodando un percorso di sonorità e di mood che allora si era spezzato in modo così traumatico.

Il nuovo lavoro si presenta con una struttura ambiziosa, forse persino troppo: 16 tracce suddivise in due atti, per un totale di 66 minuti di musica. Una durata così generosa rischia di togliere immediatezza al disco, perché mantenere costante il livello compositivo lungo tutto il percorso è un’impresa difficile. Non a caso, la seconda parte segna un po’ il passo rispetto al primo blocco di brani, decisamente più omogeneo e convincente.
Reece resta l’unico superstite della formazione originale, ma la chimica con il ritrovato chitarrista tedesco Andy Susemihl (del cui disco solista ci siamo già occupati) e con una band di talenti europei, tra cui spiccano Mario Percudani e Riccardo Demarosi, permette di ricreare alla perfezione quel sound “yankee”, muscolare e melodico, che aveva reso celebre il gruppo.

‘How Does It Feel’ apre il disco e mette subito le cose in chiaro. Il sound è quello di trent’anni fa: riff che colpiscono dritti e una prova vocale di Reece che richiama certe sfumature alla Coverdale, tanto da far sembrare il brano una outtake del debutto. ‘Driver’s Seat’, invece, fila via come un’auto lanciata sull’asfalto, leggera e affamata di libertà. ‘Love and War’ chiude il trittico con un tuffo pieno nella nostalgia di fine eighties, tra melodie ampie e quell’atmosfera sospesa che profuma di un’epoca irripetibile.
Altri brani degni di nota sono la lenta e passionale ‘I Never Meant To’ e il singolo ‘Bullet Train’, una traccia che parte a razzo e mostra subito l’attitudine più grintosa di Reece, richiamando l’energia dei suoi anni più combattivi.

Ma l’album regala altri ottimi momenti, come ‘The Light’, un pezzo dalle venature country, e la martellante ‘Sail On’. Anche la rivisitazione del brano degli Accept ‘Prisoner’ è degna di nota. La chiusura è affidata alla ballata ‘Mending Fences’, una traccia intima e “minimalistica” di sei minuti in cui Reece mette a nudo le proprie radici con una voce roca e matura, regalando un finale gradevolmente emotivo.

In definitiva, ‘Rapid Fire Succession’ è senza dubbio un’operazione nostalgia, ma portata avanti con una classe e una consapevolezza rare. Non tenta di rivoluzionare il sound di quell’epoca: preferisce onorarlo, restituendo dignità a un genere che l’industria provò a spazzare via troppo in fretta. E lasciatemi dire che, a giudicare da come sono andate le cose, non è stata poi questa grande idea…

Probabilmente questo disco rappresenta il miglior lavoro di David Reece negli ultimi quindici anni. Non raggiungerà l’apice del debutto del ’92, ma è un successore solido e farà battere il piedino a più di uno di noi. Nonostante il tempo e le mode, l’obiettivo dei Bangalore Choir è ancora perfettamente a fuoco, e lo è anche il nostro.

Alcatrazz – Prior Convictions – Recensione Breve

17 Dicembre 2025 1 Commento Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Bravewords Records

 

Tornano i famigerati Alcatrazz, band storica del panorama hard rock statunitense, con un album che presenta due brani inediti e nove ri – registrazioni di grandi classici del passato.

Partiamo subito con l’inedito strumentale “Transylvanian Requiem”, dove si riconosce subito la chitarra del virtuoso Joe Stamp. La seconda traccia, sempre inedita, si intitola “Stand And Wait Your Turn” e richiama molto al genere e allo stile classico degli Alcatrazz, risultando globalmente gradevole. Parte così il tour dei gioielli di famiglia: ascoltiamo, con suoni moderni, i grandi pezzi che hanno fatto la storia di questa band, come “Jet To Jet”, sempre piacevole, e “Starr Carr Lane”, strumentalmente micidiale. “Hiroshima Mon Amour” non ha bisogno di commenti e spiegazioni, così come “Island In The Sun”, che risultano ben eseguite anche con questi suoni e con questa nuova intenzione. La travolgente “Too Young To Die, Too Drunk To Live” ci porta indietro agli anni ‘80, a Graham Bonnet, a quell’epoca d’oro sempre presente, come la successiva “God Blessed The Video”, grande brano dall’eterna energia. “Skyfire” e “General Hospital” ci fanno scatenare come hanno sempre fatto, mettendo ancora una volta in mostra una buona forma dei componenti della band. La buonissima “Kree Nakoorie” chiude l’ascolto del disco che, al di là di un naturale senso di nostalgia per il passato ed una eccellente resa tecnico-sonora, si rivela un lavoro pensato soprattutto per i veri appassionati della band, ma che lascia anche ben sperare in un ritorno in grande stile con materiale inedito.

Jim Peterik & World Stage – River Of Music: The Power Of Duets, Vol. 1 – Recensione

13 Dicembre 2025 0 Commenti Yuri Picasso

genere: Pop Rock /AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Dopo le due uscite a nome World Stage datate 2024, invero deboli o quantomeno stanche nelle idee e nel loro sviluppo, è di questi giorni l’uscita di “The Power of Duets, Vol 1”. Il Nostro Jim, di cui ci auguriamo l’ingresso un giorno non troppo distante nella Rock & Roll Hall of Fame, continua a scrivere e sciorinare idee del presente e del passato radunando intorno a se uno stuolo di amici e musicisti notevoli più o meno attinenti alla scena Melodic Rock. Non si scrive nulla di nuovo, si ripercorre un percorso artistico unico e densissimo di highlights, fatto di ricordi, di persone e di esperienze. Come detto Amici, compreso il leggendario Ron Nevison che aggiunge il suo contributo con una produzione perfetta nella scelta e nella pulizia dei suoni. Piacevole passeggiare tra le note dell’opener “River Of Music”, dal feeling positivo col suo lento crescendo in dinamica. Interpretata con la figlia Colin, avente una carriera in corso in una gamma che spazia dal pop al soul, e che ritroveremo nel delicato slow “Slow Lightning”. “Waiting For You”, in duetto con il cantautore di Chicago Dave Mikulskis, conferma la volontà di non alzare il vattaggio o la distorsione delle chitarre ma piuttosto di puntare su lidi intimi colorati di tramonti e pensieri positivi.
Se “The Cadence of Things” rispolvera Jason Scheff dai Chicago in un mid tempo Pop/Rock dal Flavour amorevole, ”Between Two Fires” con Kevin Cronin (Reo Speedwagon) naviga tra strofe contenute e un ritornello più ottantiano.
Non poteva mancare il partner nei Pride Of Lions Toby Hitchcock nella viscerale “Soul of My Being” (e il trademark è immediato) e nel classico dei Survivor “In Good Faith”; qui, riproposta in versione maggiormente orchestrale, da ascoltare come giusto tributo all’indimenticabile ed immenso Jimy Jamison. In coppia con la voce Bluesy di Katy Heart, Singer del Minnesota dedita a uno stile maggiormente 70’s.

Se lo ascolterete con leggerezza e con la consapevolezza che il mastermind nella sua carriera ha dimostrato tutto quello che doveva e oltre, questo nuovo capitolo della saga World Stage saprà regalare dei piacevoli e nostalgici momenti musicali.

Time Tripper – Time Tripper – Recensione

07 Dicembre 2025 0 Commenti Paolo Paganini

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Lions Pride Music

Dietro al moniker Time Tripper si nasconde il talentuoso cantante e compositore franco-svedese Erik S. Björngard vincitore di alcuni premi CMA nel 2024.

Nel corso di quest’anno, assoldati un manipolo di amici nonché ottimi musicisti, Erik ha finalmente dato alla luce il primo disco del progetto TT improntato ad un nostalgico AOR ottantiano e ispirato a band quali Europe, Honeymoon Suite e Bon Jovi. Anticipato del singolo Ride The Storm l’album si muove con una certa disinvoltura attraverso dodici tracce di semplice ma efficacissimo rock melodico infarcito di riffoni bonjoviani e ritornelli tutto cori da cantare a squarciagola in sede live. Le note positive non si fermano qui in quanto i ragazzi sfoderano una preparazione tecnica da far invidia a tante altre band. Prova ne sono brani quali le trascinanti On Stage e Get Ready che nelle chitarre ritmiche ci riportano al capolavoro Slippery Wen Wet. Il mid tempo di Love In Chains nella parte introduttiva rispolvera Sign Of The Times degli Europe, dimostrando come il combo scandinavo si perfettamente a proprio agio anche sulle sonorità più pacate. A riprova di ciò la ballata Should I Go ci restituisce un pathos vicino agli Alias del debutto. Heat On Fire vede la partecipazione dietro al microfono di Goran Edman (Malmsteen, Brazen Abbot, Street Talk) mentre Cruel But Fire strizza l’occhio al pop rock da classifica degli anni 80. La parte finale del cd risente purtroppo di un netto calo e così Play It No More, Rebel Heart risultano troppo anonime e scontate. Le conclusive Fighting For Control e Cat 5 Hurricane risollevano le sorti dell’album grazie a sonorità di facile presa. Un lavoro decisamente sopra la media delle uscite del 2025 a cui manca però la traccia memorabile che permetta al disco di prendere veramente il volo.

Siamo sicuri che Erik & Co. siano solo all’inizio di un progetto che potrebbe regalarci piacevolissime sorprese.

Mean Street – Never Too Late – Recensione

04 Dicembre 2025 3 Commenti Giulio Burato

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Good Time Music

 

In questa prima recensione di dicembre 2025, il nostro radar sonoro sconfina in sud America, in un paese musicalmente nuovo alla nostra redazione. Con i Mean Street approdiamo, come in una giocata di Risiko, in Perù.
I Mean Street nascono nell’aprile 2016, cambiando in parte la line-up nel febbraio del 2023; oggi, si compongono di Dario Raviq alla voce, Bruno Barboza alle chitarre, Charly Giraldo al basso e Mauricio Xnake alle pelli.
Molto famosi in patria, in un recente passato hanno aperto alcuni concerti degli FM in terra sudamericana.
La tracklist si apre con” Love Will Bring You Down” con delle fantastiche tastiere atmosferiche iniziali, strofe ben costruite, non allineate però con il coro che tende ad essere forzato; buono il lavoro di Barboza agli assoli.
Basso pulsante iniziale per “Strange Kind Of Love” che segue la scia lasciata dalla precedente canzone ma con un refrain maggiormente centrato.
Cenni dei recenti Nitrate per “I’ll Take The Blame” con quel flavour sonoro tranquillo e piacevolmente melodico.
Si spazia poi verso ad un hair metal di ottantiana memoria con “Lookin’ For Somethin”, un mix tra Motley Crue e Tigertailz.
Heavy riffs introducono “Set me free” dove a farla da padrona è la sezione ritmica; buono anche il ritornello condito da tastiere e dai contro cori.
“For So Long” è un altro brano melodico di chiara matrice scandinava dove va rimarcato il bell’assolo; a seguire “Risky Game” laddove il gioco porta a pensare a ‘leppardiane’ strategie; la struttura della canzone attinge da Joe Elliott e soci non arrivando però a scalfire la sapienza melodica della band britannica. Scaletta che si chiude con l’ottava traccia “Burning” dal ritmo incalzante e da una vocalità da rimodulare.
Nel complesso “Never too late”, seppur mancante di un paio di canzoni per completare la tracklist, si fa notare per apprezzabili idee in fase di arrangiamento; personalmente la voce di Dario Raviq, in alcuni tratti, non mi ha entusiasmato, ma la band peruviana merita sicuramente un plauso (di incoraggiamento) per questo album uscito il 31 ottobre tramite Good Time Music.

Fireheart – Rise – Recensione

03 Dicembre 2025 0 Commenti Luca Gatti

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Earache Digital Distribution

Ciao amici di MelodicRock, seppur non siamo soliti trattare gli EP, facciamo volentieri una eccezione per questa band che ci ha chiesto di ascoltare la loro ultima fatica e ce lo ha presentato in maniera molto professionale. Buttiamo quindi l’orecchio ai Fireheart con il loro EP di esordio ‘Rise’, orgoglioso punto di ripartenza di musicisti risorti da precedenti band e problemi personali che certo non temono di nascondere così come fieramente affermato nelle varie news reperibili sull’etere; beghe e demoni a parte la band capitanata dal chitarrista Kev Baker (ex former dei validissimi The Hot One Two) propone a menù 5 tracce in pieno perimetro melodic Hard Rock, melodie ed aggressività corroborate da un ottima produzione e da master wav belli croccanti che non sono ancora passati per la compressione delle varie piattaforme streaming (peggio per voi!) ma con ispirazioni che non mancano di strizzare l’occhio a generi più moderni come l’alternative degli Shinedown e Falling in Reverse (grazie Tia della dritta) e generi più tradizionali quali il Glam con un nonsoché di CrushDiet ed Hardcore Punk specialmente nei dintorni più incazzati dei Sum41.
Una band quella dei Fireheart che convince al primo approccio per la ritmica spina dorsale del batterista Chris Hopton (ex Gypsy Pistoleros), è quella c.d. batteria ‘scorreggiona’ come piace definirla al collega Alberto Rozza, bit spaccati a metà come torsi di mela e kg di inchiostro sulle braccia a la Tommy Lee, non il superfluo ma l’imprescindibile per questo modern hard rock oserei ‘contemporaneo’ dalle molteplici sfaccettature.
Band solida ed affiatata come pare percepire dai sorrisoni nei promo e da come è lecito apprezzare nell’amalgama delle composizioni, i ritornelli sono ampie cavalcate pop punk che si fanno apprezzare ma ogni influenza è ben edulcorata da uno stile complessivo non certo rivoluzionario ma comunque abbastanza identitario, devo ammetterlo questi ragazzini sotto i 60 mi hanno obbligato a mettermi a studiare per poter garantirgli una doverosa quanto decorosa recensione vista la mia scarsa affinità con tutto ciò che non sia cotonato e preistorico; le atmosfere sono decisamente highgain, i cari e vecchi Marshall vintage style sono ormai in soffitta, il solista Neil Hackett (ex Iconic Eye – the Whiskey Syndacate) confeziona virtuosismi e soli che vagano in pieno territorio Nu Metal che alzano sicuramente il livello di varietà complessivo della band senza però andare ad insidiare riff e strutture di mostri sacri dell’alt metal che non vale la pena citare.
1- ‘Wild Hearts; Wild Nights’ mi stuzzica la favola con quella chitarra in drop nella strofa che fa tanto Velvet Revolver e mi fa scappare una lacrima, sicuramente la composizione hard più sul classic ma come sempre nella somma degli addendi spuntano influenze da piacevoli altrove come quel taglio alternative che fa tanto Tessilgar;
2- ‘I don’t Need a Best Friends’ risalta con arroganza le sue influenze punk (Massive Wagons) che come detto accompagnano l’ascoltatore per i chorus dell’album, canzone bella quadrata con quel tiro ala Motorhead che ben collaudato fa il suo lavoro;
3- ‘Good is Good Enough’ è una bella e commovente ballata che impegna il lato emotivo della band, qui il bravo Russ Grimmet alla voce (ex Sons of Liberty) mi ricorda tanto il memorabile mid range di Miles Kennedy (Alter Bridge? Nessuno ha parlato di Alter Bridge giuro);
4- ‘An Hour To Forget’ è forse il giusto connubio tra le varie attitudini dei Fireheart, un moderno Punk Rock che non dice di no ad apprezzabili cambi di dinamica ed a chitarre high gain per confezionare un prodotto che non suoni dannatamente già sentito;
5- ‘I’m Not Dreaming’ in chiusura di questo solido EP dove è percepibile l’impegno di chi ci ha messo il tanto d’arte e di professione che poteva dare, non è solo una bella canzone che vi invito ad ascoltare senza dover sprecare i soliti scontati aggettivi ma è anche un augurio che faccio a questi ragazzi di continuare il loro percorso musicale con questo entusiasmo e questa fiducia per il loro futuro.

Cÿanide – 21 Gun Salute – Recensione

02 Dicembre 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Kivel Records - Eonian Records

Seppur con qualche giorno di ritardo recensiamo l’ultimo album dei focosissimi Cÿanide, band statunitense assai carica e dall’orientamento hard rock anni ‘80.

Dopo la breve intro “Is Everybody High?”, entriamo nel mondo Cÿanide con “Fireball”, potente, acuta e spietata, che scatena e coinvolge immediatamente l’ascoltatore. “Back The Fuck Off” è un buonissimo pezzo, canonico e dal ritornello orecchiabile. Arriviamo alla title track “21 Gun Salute”, vecchio stampo, orgogliosamente scanzonata, che ci riporta sulla Strip in un secondo, in quegli anni d’oro del glam/hard rock che a tanti di noi mancano tantissimo. Con “Never Let Me Go” giunge il momento della ballatona immancabile: soave, dolce, piacevole… nulla da aggiungere. Cambiamo registro e affrontiamo “Sweet Little Trash”, dagli spunti chitarristici interessanti e dalla trama ben strutturata, dove ogni strumento si inserisce al punto giusto. L’ambientazione Mötley Crüe si sente in modo vivido nell’accoppiata “Slip N Slide” e “Get Up And Dance”, festaiola, dalla dinamica e dai cambi ben noti e dalla globale atmosfera anni ‘80: divertimento assicurato. “We Want You” apre “Rock And Roll Army”, pezzone ancorato a quella tradizione hard rock che tanto si sente e si risente in questo album, che, di fatto, rappresenta il genere e l’attitudine dei Cÿanide. Arriviamo a “As The World Burns”, brano molto oscuro e dal riff crudele e spietato, dalla dinamica preziosa e dalla linea vocale più cupa. “Social Media Disease” porta alla luce una tematica molto attuale, condita da una prestazione musicale interessante e da apprezzare, soprattutto nelle ritmiche ‘thrashose’. Un intro di sitar ci apre le porte di “Take What You Want”, che ci porta nuovamente su orizzonti pestati e tonanti, ottimo nella composizione e nella coralità. “I Love You” è la traccia conclusiva di questo disco, che con note dolci e accomodanti, ci accompagna alle riflessioni finali: ottima ispirazione, nostalgica ma ben eseguita, complessivamente godibile e dal sapore autentico.

Alpha Destroyer – Fast Lane – Recensione

30 Novembre 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Necromantic Press Records

Esordio discografico per gli Alpha Destroyer, band che possiamo considerare una sorta di supergruppo della scena sleaze moderna, comprendente tra i suoi militanti gente rodata come Martin Sweet dei Crashdiet, Kelly Lemieux dei Buckcherry ed Eric Sexton Dorsett degli Sleepless.
Questo “Fast Lane” si manifesta in un esercizio di stile che insiste su un’estetica “veloce e aggressiva” forgiata da riff potenti, continui cambi di tempo e una ricerca melodica non sempre convincente.

Parliamoci chiaro, il risultato è certamente un lavoro tecnicamente curato ma dal mio punto di vista poco coraggioso, soprattutto considerate le ottime carte del mazzo.
Dal punto di vista compositivo, la band si affida ad una formula collaudata per lo stile, che non guasterebbe se i pezzi camminassero con le proprie gambe dal punto di vista dell’appeal.
Ma la ripetizione degli stessi modelli strutturali, cuciti anche su una base vocale melodica poco incisiva dal punto di vista emotivo e di aggancio, rende il lavoro frastagliato e scivoloso.

Partenza affidata al punk mood di “Straight Into The Grind”, pezzo veloce con rallentamenti continui, in pieno terreno Crashdiet.
La successiva “Masterplan” resta allacciata al filone della band svedese di Martin Sweet, ma anche in questo caso si ha come l’impressione che manchi quel richiamo all’ascolto che di norma caratterizza i lavori targati Crashdiet.
“Dirt In The Ground” dimezza il tempo, muovendosi su un riff ossessivo quasi doom e su un’evoluzione che però non fa decollare la situazione.
Stessa impostazione segue “Transmission”, pezzo che sulle parti vocali mette le dita dentro il barattolo del grunge.
Si torna a spingere con “Lobotomized”, che parte come il pezzo più sleaze di questo lavoro, probabilmente per le reminiscenze Crashdiet, ma che cade nel ritornello. Il mio pezzo preferito è sicuramente “Manic Messiah”, brano che probabilmente avrei consigliato agli Alpha Destroyer di usare come primo singolo. La produzione è pulita pur conservando un minimo di ruvidità.

In chiusura possiamo ribadire che “Fast Lane” è un album ben suonato e che ha richiesto sicuramente un gran lavoro in fase di songwriting.
Alcuni pezzi potrebbero andare bene come b-sides dei già citati Crashdiet, ma certamente non sono tarati per ambizione e aspettative.
Il consiglio che mi sentirei di dare agli Alpha Destroyer è che alla prossima occasione sappiano essere cinici, lisergici, duri e melodici come si ci aspetterebbe da interpreti del genere.

 

 

Lynch Mob – Dancing With The Devil – Recensione

28 Novembre 2025 4 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Rat Pack/Frontiers

Si preannuncia la fine di un’era: in uscita, per la fine di novembre, il nono e ultimo album dei Lynch Mob del guitar hero George Lynch, capitolo conclusivo di un’epopea lunga decenni e sempre ricca di spunti.

Partiamo direttamente dalla title track, ovvero “Dancing With The Devil”, un pezzone puramente hard rock, trascinato e caldo, tipico del genere e della band, che subito mette le cose in chiaro con gli ascoltatori. Proseguiamo con la cruenta “Pictures Of The Dead”, ritmicamente tagliente e azzeccata, dove la band dà una buonissima prova di ‘lavoro di gruppo’, cesellando le parti strumentali in modo magistrale con una voce sempre sul pezzo. “Saints And Sinners” resta sulla stessa lunghezza d’onda, molto piacevole, dai fraseggi chitarristici sempre intriganti: ottima prova. Passiamo alla quarta traccia: “Lift Me Up” rallenta i giri, mantenendo comunque una pregevolissima struttura e una intensità gradevole, risultando complessivamente un buonissimo brano. Un po’ funkeggiante, arriva il momento di “Love In Denial”, piacevole, scanzonata, genuina, che in fretta si riversa nella successiva “Machine Bone”, ben più poderosa e martellante, a testimoniare la duttilità della band. “Follow Me Down” prosegue sulla falsa riga delle altre tracce del disco, non aggiungendo molto in termini di originalità e guizzi strumentali. Ci spostiamo su orizzonti ariosi e tribali con il lento strumentale “Golden Mirror”, ottimo nella sua dolcezza e nelle trame acustiche orientaleggianti. Oscura e misteriosa, “Sea Of Stones” è un pezzo disorientante, particolare, inconsueto per molti versi, che crea atmosfere nuove e godibilissime, così come la successiva “The Stranger”, dalla dinamica vocale crudelissima, sempre all’interno di una trama musicale feroce e malinconica. Concludiamo l’ascolto con la bonus track “Somewhere”, ‘hardorckeggiante’ e pura, che mette la parola fine alla produzione dei Lynch Mob: una carriera invidiabile che porterà i componenti della band verso chissà quali progetti e palchi, ma che per ora ci lascia un lavoro godibilissimo, magari senza troppi slanci di originalità, ma pur sempre di buonissima fattura.