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Boys From Heaven – The Wanderer – Recensione

23 Maggio 2026 4 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Nonostante il look futuribile delle loro copertine, tra sci-fi e fantasy, i Boys from Heaven non vengono dal futuro ma dal passato… anzi, a voler essere pignoli, dal passato di un universo parallelo, dove a inizio anni Ottanta i Toto avevano come vocalist Lionel Richie e l’AOR sofisticato si fondeva con le tonalità soul della pop music nera.

Questo quintetto danese è dannatamente credibile in questo mélange musicale tra epoche e generi, che incarna appieno tutte le sfumature degli anni Ottanta, probabilmente il decennio d’oro per il rock e il pop in generale. Credibile perché il disco è arrangiato talmente bene, e le varie sfumature sono così ben amalgamate, che dopo trenta secondi di ascolto ci ritroviamo catapultati e immersi in un’epoca ormai lontana, ma che quelli della mia generazione conoscono assai bene. A mio avviso sono tra le band più capaci nel mettere in atto questa sorta di revival musicale, e mi viene in mente solo un altro nome capace di operare a questi livelli: il nostrano Steve Emm, che pur toccando aspetti diversi del sound ottantiano, ha molti punti di contatto sia a livello di atmosfere che di arrangiamenti, basti pensare ai numerosi e sapienti inserti di sax presenti nei rispettivi lavori. Certo, esistono band come i Nestor che si rifanno pesantemente, e anche in maniera tecnicamente ineccepibile, a quell’epoca e a sonorità affini; ma, rispettando i gusti di ognuno, a mio avviso si avverte un distacco più marcato. C’è la stessa differenza che si trova nel guardare un dipinto o una fotografia dello stesso dipinto in alta risoluzione: magari la foto è perfetta e nitidissima, la puoi zoomare e osservare nei dettagli, ma resta quella percezione di artefatto, di distacco emotivo, di qualcosa visto ma non completamente vissuto. Non so se ho reso l’idea…

E se per caso pensate che io abbia avuto le traveggole in questa mia parossistica descrizione, vi faccio l’invito a posizionare il CD nel carrello del lettore e premere play, e iniziare il viaggio. Dopo l’iniziale e super catchy ‘I’ll Wait’, che si fregia di un assolo di synth niente affatto scontato, sbarchiamo nella forse un po’ prolissa ‘Hotline’, che ci catapulta nelle serie tv degli anni Ottanta con quel suo assolo di sax semplicemente strepitoso. Ma come si dice, il meglio deve ancora arrivare, ed eccolo accorrere: ‘Hold Your Heart’ espleta completamente l’anima del disco con quella verve interpretativa dell’ottimo Chris Catton, che interpreta con feeling magistrale le atmosfere soul del pezzo. Ascoltate l’attacco della successiva e funkeggiante ‘Street Life’ e ditemi che la mia teoria dei Toto mutanti è campata in aria. ‘Say Goodbye’ è una sorta di Georgy Porgy in salsa black, mentre ‘How Long’ si muove su un giro di synth e chitarra e sfocia in un ritornello danzereccio quasi da disco di fine anni Settanta. In ‘Eileen’ i capelli di Catton si riempiono di lacca e l’anima funky di Richie si impossessa della sua ugola per portarci di nuovo negli USA di quarant’anni fa. Ho detto disco music? Ho detto black music? Eh, per forza, e spero proprio che queste atmosfere mischiate a sapienti tocchi di chitarra e a un incedere urgente vi conquistino nella splendida ‘I Will Never Let You Down’. E mentre ‘Time Is on Our Side’ scorre sinuosa e affascinante, la sorpresa arriva dall’ultima track ‘Till the Bitter End’, sicuramente la traccia più canonicamente AOR di tutto il disco: qui le atmosfere sono blueseggianti, la voce si fa roca e la chitarra acustica ci guida in paesaggi, a tratti bonjoviani, mostrandoci che i nostri eroi si trovano perfettamente a loro agio in qualsiasi situazione, e questa raffinata ballad lo dimostra appieno.

Disco perfetto quindi? Beh, forse no, ma ci va davvero vicino. Continuo a preferirgli il precedente ‘The Descendant’, ma parliamo davvero di inezie e gusto personale. Questo disco funziona, e anche molto bene, e se non li conoscete ancora potete tranquillamente partire da qui e percorrere questo viaggio nello spazio-tempo, ricolmo di emozioni e sorprese, fatto di buon gusto, maestria tecnica e tanto feeling, condito per di più da una ineccepibile produzione di Erik Martensson, che a mio modesto parere è molto più capace di ottenere grandi suoni quando lavora per altre band: segno che tiene conto della sensibilità dei musicisti con i quali collabora, e per un produttore penso sia il miglior complimento possibile.

Kissing Kaos – To Your Limit – Recensione

23 Maggio 2026 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Mighty Music

Debutto piacevole e interessante, quello degli americani Kissing Kaos, band il cui sound possiamo inquadrare in un hard rock di matrice stradaiola, con una buona iniezione di melodia. La band è composta da elementi noti alla scena, come il fondatore Joe Flynt e il batterista Brian Jung, entrambi membri degli Asphalt Valentine, e Chris Taylor, già bassista dei Kickin Valentina.

Il disco viaggia in bilico tra suoni moderni e vecchia attitudine (con qualche passettino nel punk) manifestando fin da subito una forte inclinazione alla melodia, caratteristica che farà alla lunga di “To The Limit” un disco di ottima presa.

Si parte con l’energica “Hey Sugar”, uno dei primi video singoli del lavoro, scelto con dovizia per la sua brillante struttura di armonie vocali e tiro solido. Un ottimo biglietto da visita che spiana la strada alla successiva “Tear It Down”, pezzo di grande presa ed esecuzione dove melodia e perizia — soprattutto nella sezione ritmica e nei ricami chitarristici — camminano a braccetto. Brano che strizza senza tanta timidezza l’occhio agli ultimi lavori dei Crashdiet. Si prosegue con “Heartache and Scars”, pezzo costruito sulla semplicità e sull’efficacia delle soluzioni poste in essere in termini di arrangiamento. Nulla di nuovo, per carità, ma brano funzionale il cui ritornello si fissa a lungo in testa. Il mio pezzo preferito del lavoro. Tocca poi alla punkeggiante “Can’t Fake Me”, altro brano forgiato su immediatezza e melodia. Arriva il momento della title track, pezzo energico che porta in dote una tessitura chitarristica più fitta e presente e aperture melodiche intense. Scelta azzeccata averne fatto un video singolo. “Breakthrough” avanza come una ballad per poi esplodere in un ritornello energico e coinvolgente. Anche qui melodia ben presente, forse spinta anche su territori prettamente fuori dallo stile, più vicini al pop.

Il disco gode di un’ottima produzione — a cura di Andy Reilly — capace di centrare appieno lo spirito della band e i punti di valore dei brani. “The Joker” e “Chaos Inside” sono la prova della maestria della band nel ricercare un approccio coerente alla stesura dei pezzi, con strutture lineari, melodie avvincenti e riff semplici e funzionali alla potenza quando serve. Chiude “Yesterday’s Kids”, altro brano scelto come video singolo che non aggiunge né toglie nulla alla validità del disco: qualcosa di già sentito, ma che ancora una volta dimostra come la band sappia ben giocare mescolando i mazzi di potenza e melodia.

In chiusura, lavoro di un certo spessore in ambito street metal, in un’annata al momento un po’ avara di titoli importanti. Sarà interessante capire se questo progetto porterà ulteriori sviluppi, perché ci sono ottime basi per costruire un’identità solida.

 

 

Robin Beck – Living Proof – Recensione

16 Maggio 2026 4 Commenti Vittorio Mortara

genere: Hard Rock/AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Parlando di hard melodico con voce femminile, uno dei nomi che a noi tutti sovviene è sicuramente Robin Beck. La cantante americana, a partire dagli anni ’80 fino ad oggi ha sfornato con discreta regolarità album di hard/AOR di ottimo livello, spesso coadiuvata da songwriters di grido e sempre strizzando l’occhio alle mode del momento. Questo “Living proof”, pur arrivando a ben nove anni di distanza dal predecessore “Love is coming”, non fa eccezione. Supportata dal marito, James Christian, e da uno stuolo di ottimi musicisti del settore, Robin si avvale altresì da un team di produttori e mixatori quali Chris Lord-Alge, Peppy Castro e Dennis Ward. Ragazzi, lasciatemelo dire: anche sul “povero” mp3 del promo, i suoni sono tutta un’altra cosa se paragonati alla media delle uscite attuali.

Ma veniamo alla fredda cronaca di fatti. Il nuovo lavoro prende nettamente le distanze dagli ammiccamenti al modern rock del precedente “Love is coming” presentando una varietà di stili ed influenze non indifferente, ma tutti di provenienza ’80. Partendo dal rockaccio scarno di “Living proof”e dalla anthemica “Love and money” che segue. Per favore, date un orecchio ai suoni: è così che vanno mixati i brani di hard rock! Zero compressione e suoni ultra puliti! Un piacere per le orecchie! E per i vostri impianti! Ma non distraiamoci perché arriva “Trouble or nothing”. E’ inutile che andiate a cercare sull’omonimo platter dell’89 per vedere se è la riedizione della sua title track. Non c’è. E’ un pezzo nuovo, che, semmai, da quell’album trae spunto per un hard rock senza tempo, fortemente radicato nella tradizione melodica. E dopo questi tre pezzacci è ora di abbassare un poco i toni, e Robin lo fa con una ballata, “What a night”, che profuma di Heart lontano un miglio. Un bel basso pompato accompagnato da keys orientaleggianti ci introduce alla zeppeliniana “Karma”, profumata di mistero. Ma il lento, quello bello, arriva con “Never gonna let you go”, che potrebbe andare dritto e filato nella colonna sonora di un qualsiasi film adolescenziale della fine del secolo scorso. Bello bello! Un riff rubato al repertorio di Paul Stanley ci delizia lungo la viscerale “Na na” prima che il funky agli steroidi di “Voodoo” ci spiga inesorabilmente a scuotere le chiappe. E poi, ancora, il pop AOR “Don’t tempt me” è tanta roba e il conclusivo slow “Let it rain” è cantato dalla nostra eroina con un trasporto non comune.

Allora ragazzi. Questo album è da avere. Non fosse altro che per i nomi coinvolti e per avallare, una volta tanto, nella vostra collezione un disco che suona in modo decente! Certo, i lustri di carriera hanno anche il loro rovescio della medaglia: la voce di Robin non è più quella del 1989 e, spesso, sulle parti più acute sforza parecchio. Però, amici miei, la classe è rimasta assolutamente intatta. E mentre voi andate sulle piattaforme a cercarvi “Living proof” io vado a riascoltarmi “Non è un addio (goodbye is not forevere)”, in cui la Beck duetta nientemeno che con il ‘rocker’ di casa nostra Pupo.

Von Groove – Born To Rock – Recensione

16 Maggio 2026 7 Commenti Vittorio Mortara

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Ragazzi, viviamo in tempi strani! Dopo 20 anni di assenza dalle scene, tornano a fare musica anche i mitici Von Groove! Si, mitici perché in un periodo di vacche magre come gli anni ’90 e primi 2000 le loro uscite erano una certezza. Un’ancora di salvezza per la nave dell’hard melodico nel mare in tempesta del grunge e del new metal. Il power trio canadese ha sempre sfornato piccole gemme di class metal fatte di riff chirurgici e melodie ultra catchy con rare concessioni alle mode del momento. Esperienza e savoir faire, dunque, ci sono. “Born to rock” non si distanzia esageratamente dalle produzioni di venti e più anni fa, se non strizzando un po’ l’occhio al modern rock, soprattutto a livello di rifframa e linee melodiche, sporcate da quanto successo negli ultimi due decenni (foo fighters e scandinavian hard rock in primis).

Niente di grave, comunque. Perché la title track la canticchierete senza dubbio quando meno ve lo aspettereste. Il giro di basso e la chitarra accordata un’ottava sotto fa presagire qualcosa di pericolosamente heavy all’inizio di “Fearless”, ma poi la melodia prende il timone di un pezzo quasi bipolare. Il tempo raddoppia su “Champion” ma il potere appiccicoso non si dimezza, anzi… Ancora bordate di basso e riff quasi panteroso introducono “Adrenaline”, un brano a tinte più scure ed heavy. Ma non preoccupatevi perché la moderna semi ballad “Angela” raddrizza nuovamente il tiro sulla melodia. Ancora un up tempo, “Undefeated”, con ficcata in mezzo una svisata nu metal ed un paio di assoli funambolici di Mladen, e si entra nel settore più classico e melodico del disco: bellissima “Do it al lover again”, nella quale è impossibile non sentire echi dei migliori Def Leppard e classicissimo il mid tempo hard rock “Do it all over again”. Dopo esserci goduti la saltellante “Dreams”, giungiam a quello che, da sempre, è stato uno dei piatti forti della band: i lenti. Il primo è “Waiting for the sky to fall”, introdotta dall’acustica e caratterizzata da parti corali che ricordano vagamente i Pink Floyd o, se preferite, “Silent lucidity” dei Ryche. Il secondo, “Always endlessly”, sul lato più romantico ed edulcorato, quindi di sicuro effeto, conclude degnamente un bel disco.

Bentornati Von Groove! Io, fossi in voi, quest’album lo ascolterei con attenzione. La modernizzazione del loro classico sound, dovuta, credo, più ad obiettivi artistici che commerciali, li snatura un pochino, però la classe dei tre attempati canuck rockers c’è sempre tutta. Mladen è un ottima ascia ed è incredibile quanto la voce di Michael Schotton paia quasi non aver sentito il peso degli anni. Ma, ancora più importante, procuratevi assolutamente una copia del debut omonimo datato 1992, prodotto da Richie Zito e sul quale suonava la batteria Dean Castronovo. E poi mettetelo nella vostra bacheca accanto a “Under lock and key”, “Invasion of your privacy” e “Pride”: vi assicuro che non sfigurerà!

Confess – Metalmorphosis – Recensione

16 Maggio 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: SLEAZE
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Tra i cardini di una nuova uscita discografica c’è sicuramente l’artwork, ossia ciò che scaturisce alla vista di un fan la copertina di una relaese nuova di zecca, oltre al titolo che la indentifica. Ed è proprio questo connubio che è palesemente rappresentato in “Metalmorphosis”, laddove il bruco Confess si trasforma in una farfalla metallica (copertina), sia agli occhi sia musicalmente, passando o trapassando da un sleaze rock ad uno sleaze metal ricco di riff pesanti e ritornelli potenti.

L’album è stato mixato e masterizzato da Erik Mårtensson (Eclipse) ed esce per Frontiers Music il 15 maggio, e  la band, recentemente apparsa all’ottavo Frontiers Festival, si compone del frontman John Elliot (ex Crashdiet), Samuel Samael alla batteria, mentre Ludwig Nordlander e Asser Hakala intrecciano le chitarre con riff travolgenti e assoli virtuosi; al basso Lucky.

Suona molto Hardcore Superstar il primo singolo “Wicked Temptations”, come anche “Plague of steel”, una chiara dichiarazione di intenti oltre ad essere il perfetto biglietto di visita per capire cosa ci attende all’interno di “Metalmorphosis”, ossia un sound muscoloso che lascia, di tanto in tanto, qualche spazio più melodico nel suo incedere, quest’ultimo degnamente raffigurato dalla ballad “Beat of my heart” che difetta di poca durata e dalla ottantiana “The other side”, un “ritorno al futuro” verso l’era d’oro del melodic rock abbinata ai recenti The Poodles.

Tornando a cavalcare le note più robuste, parto dal titolo raffigurativo de “The warriors”, una canzone che sembra rubata agli Skid Row di Sebastian Bach con un efficace intermezzo all’armonica, passando dalla carica insediata nella title track e in “Runing to my death” di Motorheadiana memoria.
Apro e chiudo il capitolo, menzionando l’iniziale “Colorvision”, una visione moderna e rivisitata Motley Crue in salsa svedese, e la conclusiva “Silvermalen”, la canzone più lunga in scaletta, che esce dallo schema compositivo inserendo cori oscuri e sfumature scandinave di power metal.
Nel complesso “Metalmorphosis” è un album (appunto) complesso che intacca diversi stili e generi musicali, rimpallando l’ascoltatore, visto il periodo, come una pallina in un campo degli internazionali d’italia. Buone le intenzioni sonore ma da amalgamare in una proposta, magari, meno eterogenea.

Daniel Gazzoli Project – Stranger in My Own Town – Recensione

16 Maggio 2026 2 Commenti Denis Abello

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Underground Symphony

Daniel Gazzoli è un musicista italiano che negli anni ha costruito il proprio percorso con determinazione e identità ben definita, muovendosi nell’ambito del melodic rock e dell’hard rock di matrice classica. Polistrumentista e mente del progetto, Gazzoli rappresenta quella figura sempre più rara capace di gestire in autonomia composizione, arrangiamenti e produzione, con la particolarità di non suonare come una “one-man-band” ma di riuscire a restituire l’effetto di una band vera e propria.

Da queste premesse nasce Daniel Gazzoli Project, un contenitore musicale dove confluiscono influenze che spaziano dall’AOR anni ’80 all’hard rock più diretto, con un’attenzione particolare alle melodie e ai ritornelli. Il primo lavoro, Night Hunter (qui la recensione), pur con una produzione non al top, non scendeva a compromessi e portava in scena pezzi di AOR / hard rock melodico classico veramente degni di nota.

Questa nuova fatica sposta l’asticella forse più verso l’hard rock e un suono più diretto, a discapito della componente AOR, perdendo un po’ di armonia e varietà che invece trasparivano dal primo lavoro. Dopo un breve interludio si parte con The Place of My Heart, che richiama brani di Night Hunter. Da Strangers in My Town il sound si fa più grezzo e ruvido, spingendo sulla voce tagliente di Giacomo Rossi (Embrace of Souls), gran cantante di matrice metal che forse però si adatta meno al contesto rispetto a Leonardo F. Guillain che sostituisce. Da segnalare il lento Dawn for a Dreamer, che spezza l’incedere dell’album, e il taglio AOR di I Will Carry On.

Alla fine risulta un lavoro gradevole che vale la pena di ascoltare, ma che, a parere di chi scrive, perde in armonia rispetto al primo album a firma Daniel Gazzoli Project, senza eguagliarne forse la completezza compositiva. La nota dolente rimane una produzione ancora non all’altezza che in alcuni passaggi, le tastiere in particolare, finisce per penalizzare il sound complessivo, probabilmente senza valorizzare in pieno il potenziale delle canzoni; è possibile inoltre che il cambio di voce influisca sulla percezione complessiva, ma a gusto di chi scrive il taglio più duro del nuovo cantante non si amalgama perfettamente con il mood sonoro del disco.

 

 

Boulevard – Talk Without Speaking – Recensione

02 Maggio 2026 7 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: AOR Blvd

Parliamoci chiaro: quando si tratta dei Boulevard tendo a perdere l’obiettività. Chi segue i nostri archivi lo sa bene, ho già scritto della band più di una volta. E sono uno di quelli che accolse Luminescence come un raggio di sole: quando nel 2017, dopo una valanga di anni di assenza, quel disco arrivò, rimise in riga buona parte della produzione AOR del decennio, mischiando il saper fare della band con una maturità compositiva magistrale. Talk Without Speaking parte da lì, ma non lo ripete. Percorre la strada e sposta il concetto in avanti. E forse è proprio questa la sua proposta più onesta: a prescindere dal fatto che possa piacere meno, la band non deve dimostrare nulla a nessuno e percorre la strada che ha scelto senza guardare indietro.

Poiché sapevo che l’etichetta non invia promo per le nostre recensioni, ho voluto adottare un approccio assoluto: niente singoli su YouTube, niente ascolti anticipati. Ho acquistato il CD e l’ho ascoltato per intero, senza aspettative e senza distrazioni. E devo dire che fin dalle prime note si capisce che qualcosa è cambiato. Il suono è morbido, levigato, notturno. Le atmosfere west coast che avevano sempre abitato il DNA della band qui prendono il sopravvento su tutto il resto, e il sax di Mark Holden smette di essere un colore tra gli altri e diventa il centro gravitazionale dell’intero progetto. Non è un dettaglio di produzione: è una dichiarazione d’intenti, del resto la copertina, un giovane buddista che scruta l’orizzonte da una duna del deserto, qualcosa sulla contemplatività della proposta faceva già presagire e il progetto grafico è particolarmente coerente con il messaggio sonoro, e raramente capita di dirlo.

Ascoltato in auto, il disco è corso via piacevolmente ma non ha lasciato il segno… secondo ascolto, stessa sensazione. Ma ascoltato sul mio impianto hi fi la produzione si svela all’udito e mostra la sua vera natura e fatalmente Talk Without Speaking diventa un’esperienza diversa. La spazialità del mix, la cura nei dettagli timbrici, la profondità degli arrangiamenti emergono con una forza emotiva che non ti aspetti. Non è un disco che ti colpisce, è un disco che ti avvolge lentamente e se gli concedi il tempo e il contesto giusto ti conquista.

Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che questa natura richiede un ascolto attivo e consapevole che sempre meno persone sono disposte a concedere. E la scrittura, a differenza di Luminescence, viene meno in soccorso con ritornelli capaci di restare immediatamente. Brani come Ready to Let Go e Perfect Time of Day hanno tutto, arrangiamenti curati, melodie solide, una qualità esecutiva fuori discussione, ma non quel guizzo che ti fa tornare indietro a riascoltarli subito. Start All Over Again, che la band stessa definisce una sorta di canzone simbolo per questo 2026, si avvicina di più a quelle coordinate e si intravede qualcosa di più audace. Ma resta un momento isolato in un disco che ha scelto consapevolmente di non spingere mai sull’acceleratore.

Ma non mancano certo i momenti di classe assoluta. L’intro strumentale della title track, quasi due minuti di sax grezzo e sospeso nel vuoto, trascende la canzone in sé e la rende memorabile. Holden stesso ha raccontato come quella registrazione fosse un momento spontaneo, non rifinito, catturato nell’istante, qualcosa di vivo e magari non perfetto che parla più di qualsiasi cosa costruita a tavolino. E chi sa cosa ha attraversato l’artista in quel periodo capisce che quella crudezza non è una scelta estetica. È altro, è vita.

La “Totoesque” Long Time Coming è uno dei momenti in cui il disco trova la sua dimensione più compiuta, ariosa, dignitosamente malinconica e con un assolo di chitarra che renderebbe orgoglioso Michael Thompson, un lavoro di arrangiamento che è davvero difficile criticare. Si ricorda più il suono che il brano, certo. Ma come ebbe a dirmi qualcuno che scriveva su Metal Shock: “a volte il suono è tutto”, ed è quindi inutile che vi tedi con un freddo track by track, il suono permea tutto il disco e prescinde dalle singole canzoni, ascoltatelo per intero e non mancheranno i momenti magici.

Insomma, saranno le vicissitudini della vita, saranno i cambi di lineup con l’aggiunta di una nuova voce, ma rispetto a Luminescence, e a maggior ragione rispetto ai due classici degli anni Ottanta, Talk Without Speaking è su un’altra lunghezza d’onda sul piano della scrittura. Ma sarebbe sbagliato fermarcisi. È un disco che parla di un momento preciso nella storia di una band, e lo fa con una coerenza e una maturità che non sempre si trovano. Non cerca consensi facili, non insegue l’immediato. Si fida dell’animo di chi lo ascolterà.

Dategli il tempo e l’ascolto che merita. E senza dubbio riceverete molto indietro.

Kaasin – The Underworld – Recensione

28 Aprile 2026 1 Commento Alberto Rozza

genere: Classic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy

Nuovo lavoro per i Kaasin, nati dalla mente del chitarrista norvegese Jo Henning Kaasin, che propone un classico hard rock dal sapore vintage. Va detto che si tratta del secondo album della band, seguito del debutto “Fired Up” del 2021, eletto album dell’anno dalla rivista rock norvegese Rockman. Clicchiamo su “The Real World”, prima traccia di questo album, e ci rendiamo subito conto dello stile hard rock tradizionale della band, sia nel sound vero e proprio che nelle atmosfere. Passando alla successiva “Two Hearts”, ci troviamo di fronte a un brano gagliardo e dal sapore antico, ben strutturato e dalla dinamica suadente. “We Speed At Night” coinvolge molto l’ascoltatore, sia per la ritmica cadenzata che per la qualità musicale espressa. Cupa e struggente, “Iron Horse” richiama chiaramente tutta la tradizione dell’hard rock a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, risultando globalmente un buonissimo pezzo. “Invisible” passa veloce lasciando il suo segno nella mente e nel cuore, con le sue vibrazioni nostalgiche e malinconiche, al contrario della movimentata “Over The Mountain”, cadenzata, dalla prestazione strumentale sublime e variegata. Come giustamente ci ricorda il titolo, “Arabian Night” richiama, nella sua struttura e nelle sue sonorità, ambientazioni e suggestioni esotiche e orientali, rivelandosi un buonissimo ascolto, ricco di spunti interessanti. Dopo il breve strumentale “The Descent Of Souls”, entriamo nella conclusiva title track “The Underworld” (è disponibile una bonus track intitolata “Dead’s Man Hand”), un brano poderoso, riuscito al 100%, che mette in mostra per l’ultima volta (come se ce ne fosse l’esigenza) le enormi qualità e potenzialità dei Kaasin, band matura che consegna un prodotto altrettanto compiuto e convincente, un ascolto piacevolissimo e d’obbligo per gli amanti (e non) dell’hard rock classico e – oserei dire – molto ben fatto.

Creye – IV Aftermath – Recensione

25 Aprile 2026 4 Commenti Paolo Paganini

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Il disco che attendevo con più trepidazione quest’anno era sicuramente il nuovo capitolo dei talentuosi Creye. La band formatasi nel 2015 per volontà del chitarrista Andreas Gullstrand (unico membro da sempre presente in formazione) si è fatta notare tre anni più tardi grazie all’omonimo debutto, conquistando immediatamente i cuori degli appassionati di AOR. Un senso della melodia fuori dal comune, un sapiente e raffinato uso delle tastiere abbinato ad un guitar working robusto ma mai invadente, una produzione fresca e moderna, hanno contribuito a foggiare fin da subito il sound della band. Apparentemente tutto perfetto se non fosse che il combo scandinavo ha un grosso problema nel mantenere una formazione stabile soprattutto per quanto riguarda il ruolo di vocalist. Nei quattro dischi dati alle stampe fino ad oggi troviamo infatti tre cantanti differenti, cosa che non contribuisce certo a identificali come un vero e proprio gruppo ma piuttosto come un progetto personale del solo Andreas. Se però mettiamo da parte questo aspetto e ci concentriamo solo sulla qualità delle pubblicazioni allora dobbiamo ammettere che i nostri ci sanno fare alla grande. Prova ne è il nuovo album IV Aftermath, una collezione di gemme di melodic rock che vi catapulterà in un mondo fatto di melodie celestiali, riff potenti e ficcanti eseguiti con grande classe e perizia tecnica. Quasi impossibile redigere una classifica o descrivere le singole tracce in quanto tutti i brani si attestano su un livello altissimo. Personalmente metterei al vertice la celestiale Something Missing, un pezzo praticamente perfetto in pieno stile arena rock anni ’90 che da solo varrebbe l’acquisto del cd. Per la stragrande maggioranza dei gruppi in circolazione questo potrebbe rappresentare l’apice di un’intera carriera ma non per i Creye, capaci di piazzare una dopo l’altra una serie di potenziali hit con una disinvoltura imbarazzante. Della stessa pasta risultano essere Bad Romance, Rust e l’eccezionale primo singolo Left In Silence, tutte tracce destinare a girare ininterrottamente nella vostra playlist. Se cercavate un brano sottotono o un filler rassegnatevi perché qui non ne troverete.

Un disco di assoluta eccellenza che vede l’unico (ma non certo trascurabile) punto debole nella voce di Simon Böös, una versione opaca e depotenziata del predecessore August Rauer e che in varie occasioni sembra al limite della propria estensione vocale. Questo aspetto purtroppo finisce per penalizzare non poco il voto finale che avrebbe potuto raggiungere la soglia del 90. Attendiamo la loro esibizione al prossimo Frontiers Rock Festival in programma dal 1° al 3 maggio prossimo presso il Live Music Club di Trezzo sull’Adda per poterne oggettivamente giudicare le capacità in sede live.

 

John Corabi – New Day – Recensione

24 Aprile 2026 0 Commenti Luca Gatti

genere: Hard Rock/Blues
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Amici di MelodicRock.it salutiamo tutti con la mano il tanto atteso ed ultimo lavoro del ‘Rock Legend’ John Corabi, inutile e riduttivo riepilogare una carriera di rispettabile spessore artistico (Mötley Crüe, The Dead Daisies, Union e The Scream), Corabi è finalmente pronto a togliersi qualche sassolino dallo stivale dopo oltre 40 anni di manovalanza ed un sacco di adesivi sulla custodia della chitarra, un album di pancia che parla di sé e del suo personale viaggio adolescenziale nel ‘cuore del rock’, un lavoro che suona finalmente come il Corabi solista rimasto per troppo tempo nel backstage di qualcun altro.
Esce con la neofirmataria Frontier Music la sua ultima fatica ‘New day’ registrata a Nashville in collaborazione con l’amico produttore Marti Frederiksen (Aerosmith, Ozzy Osbourne, Buckcherry): con questo ultimo album e forse aiutandosi con le dita della memoria John Corabi ne conta in totale 20, niente male per un’artista che da sua stessa ammissione si vedeva dopo un paio di EP schiattato di fentanyl; ed invece eccolo qua.
E’ lo stesso Corabi nel promo ad introdurci con schiettezza ed entusiasmo al suo ultimo lavoro: “This is a 60’s-70’s sounding classic rock and roll record…Turn it up, and enjoy!!!”

01 ‘New Day’ è freschissima come una coca da frigo, il sound è Classic come un Levis 501, é la metafora anni ‘70 di un incidente tra Aerosmith e David Lee Roth nei loro tour bass, nevicherà buon umore e fantasia, balletti e magiorette in stile California Girls, Joe Perry che si scrolla di dosso la polvere dai pantaloni e confeziona un riff da primi album, l’inizio è puro gaudio, non ha inventato nulla ma è consapevole di averlo suonato bene, una passata o due su quelle nostre patetiche radio style rock se la meriterebbe anche.
02 ‘That Mermory’ secondo singolo ascoltabile in preview è a detta di Conrad la preferita della moglie, ancora un altro Joe Perry Project con Roth sveglio da una settimana che non vuole proprio cedere al Hangover, solido, graffiante, “Rock and Roll” come userebbero dire quei nostri mostri di provincia con stivali e capelli lunghi ma che non hanno mai preso un aereo, altro ottimo pezzo.
03 ‘Faith, Hope and Love’ sembra scritta a quattro mani tra Buddy Guy e Rolling Stones, Rythm and Blues, colpisce la ricerca sonora del vintage ma penso sia merito dell’aria di Nashville, tutto in croccantezza e stereofonia moderna, il Sig Corabi ne ha viste e suonate di cotte e di crude, é un pezzo che rasserena e ti fa guidare con calma sia sull’highway che sulla tangenziale congestionata.
04 ‘When I Was Young’ con Intro acustico su 12 corde perché si, un Rod Steward appassionato di Southern, mi verrebbe da dirvi Kid Rock ma potremmo benissimo illuderci che il Messia debba ancora arrivare, un altro bella canzone registrata con gusto e che rispecchia perfettamente quella vibe 60/70 a cui dichiara con intento di ispirarsi l’album.
05 ‘One More Shot’ che mi toglie dall’impaccio di introdurvelo con qualcosa di molto simpatico o di molto stupido, una strizzata d’occhio a SRV con un ritornello molto Kozen, Corabi pesca sempre nel buono e pesca anche stavolta bene, i suoni sono quelli belli, vecchi amplificatori saggiamente lasciati in soffitta e tirati fuori per l’occasione senza neanche un filo di polvere.                                                                                                                              06 ‘1969’ é una dedica a quegli anni di incredibile musica e uomini sulla luna, un altro bullone ben avvitato su questa muscle car rock blues, anche un po’ Credence of course, gira bene senza sconvolgente originalità ma il motore fa tutti i rumori giusti con stacchi ed incastri strumentali degni del buon Bonamassa.
07 ‘Laurel’ ci ha messo un paio di ascolti a spiegarmi chi fosse ma ne è valsa la pena farsi stuzzicare l’orecchio, Classic sound di quel Tom Petty che piace a grandi e piccini, graffia il cantato e seduce il suonato, quella ballata birra e nostalgia che si incastra e spezza un po il mood rock blues ma solo un poco, è l’ultima sigaretta del pacchetto, quella non necessaria ma che ringrazi di aver trovato.
08 ‘Good To Be Back Here Again’, 09 ‘Love That’ll Never Be’ e la successiva 10 ‘Così Bella’ cavalcano la reminescenza e lasciano risuonare la nostalgia di un classic rock più arzillo che mai ribadendo tutto il buono fin’ora scritto, sembra poco ma non lo è a riprova di un album organico ed un’artista dalla mai sopita vena artistica, 11 Your Own Worst Enemy’ aggiunge due altri volti alla mirabile montagna rocciosa fin qui scolpita dal buon Corabi, accordi di nona eccedente per dare quell’experience ala Hendrix in un una chiave funk più ruffiana da Kreviz
Conclusioni ascoltando la traccia n.8 ‘Good to be Back Again’:
Non è certo l’album con l’acuto radiofonico da hit 2026 ma è sicuramente un lavoro di sostanza, ti lascia quella bella freschezza di musica suonata bene, non sarebbe giusto lamentagli uno sguardo troppo stucco al passato perché comunque il risultato è tutto fuorché bislacco, traspare nitidamente l’entusiasmo di un artista finalmente libero di esprimere il suo lato solista con onestà creativa, non rivoluzionaria ma decisamente romantica ed intima, forse non spaccherà mai le classifiche ma ci da il non fondato motivo di credere che Corabi in compagnia dei giusti amici in studio si sia divertito a mettere insieme queste tracce che suonano di rock e di influenze dei giganti, suonano come John Corabi voleva, suonano come uno sfizio lasciato per troppi anni da parte, quest’album è la sua personale ricompensa ed il nostro regalo, il modo migliore per affezionarsi ad un artista così longevo se mai ci fosse ancora bisogno di un altro ed ennesimo motivo.

Ogni tanto di musica bella se ne trova e noi siamo qui per dirvelo.