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Vanden Plas – AcCult II – Recensione

24 Giugno 2026 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Progressive Metal
anno: 2026
etichetta: Frontiers

I pionieri del progressive metal tedesco Vanden Plas tornano in questo caldissimo inizio d’estate con un nuovo album di loro successi (e non) in versione acustica, dal sapore intenso e dal grandissimo contenuto emotivo.

Iniziamo l’ascolto con la deliziosissima “Far Off Grace”, dalla trama ben intessuta, dalla dinamica struggente e ben gestita, a sancire una buonissima introduzione all’album. “Holes In The Sky” prosegue sullo stesso piano del brano d’apertura, ovvero calcando la mano su fraseggi intensi e atmosfere molto calde e sentite, risultando complessivamente un pezzo ben riuscito. Proseguiamo nell’ascolto: ci imbattiamo in “The Ghost Experiment”, traccia più ritmata e imprevedibile, dalla grande passione, strumentalmente impeccabile (come sempre, direi). La cover degli Styx “Boat On The River”, con la sua ritmica inusuale, ci inonda di sensazioni contrastanti, misteriose, esotiche, stravaganti, per creare un mix perfetto per un tributo dovuto. Passiamo a “Healing Tree”, di ben altra verve, introspettiva e aperta allo stesso momento, un brano da colonna sonora, impreziosito dalla voce femminile e perfettamente riarrangiato, come la totalità dei brani presenti in questo lavoro. “Postcard To God” continua sulla scia delle altre tracce, ovvero una rilettura acustica di grandi successi della band, confermando quanto la dimensione spogliata e intima valorizzi la scrittura della formazione tedesca. Lasciata velocemente la non particolarmente originale rivisitazione del celebre brano dei Metallica “Nothing Else Matters”, concludiamo l’ascolto con la suadente “You Fly”, impreziosita dal sassofono del Supertramp John Helliwell, interessante e in linea, ottimo finale per un album non freschissimo, ben prodotto ed eseguito in modo impeccabile (strumentalmente, addirittura mostruoso), ma che poco aggiunge alla megalitica discografia dei Vanden Plas.

Shinedown – EI8TH – Recensione

23 Giugno 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock / Modern Rock
anno: 2026
etichetta: Atlantic

Se l’ottavo album degli americani Shinedown si intitola “Ei8th“, il mio voto, alla fine di diversi ascolti, è parallelamente allineato all’otto, (moltiplicato per dieci nel nostro sito). Aspetti numerici a parte, affermo candidamente che negli anni 2000, assieme ai Nickelback, la band capitanata alla voce da Brent Smith è una delle mie preferite, soprattutto nei primi quattro album dove spunta la bellezza di “The sound of madness”, un vero gioiello. I successivi album non hanno avuto lo stesso appeal commerciale e, per citarne uno, (tornando al numero ricorrente) otto anni fa, io vinsi, in un contest radiofonico, il cd dell’album dalla copertina gialla “Attention, Attention”, molto moderno, forse troppo alla ricerca di evoluzioni elettroniche.

I numeri comunque parlano a favore della band di Jacksonville essendo tra i primatisti col record di singoli al numero #1 della “Billboard Mainstream Rock Charts”.

“Ei8th” è uscito il 29 maggio per Atlantic Records; siamo di fronte ad un ora di musica con ben diciotto tracce; un ora che scorre veloce come un torrente di montagna, limpido e fresco, e che percorre e ripercorre tutta la discografia della band, dalle canzoni ultra-energiche in stile “Devour” alle bellissime ballads, tipiche in “Amaryllys”. Vista l’eterogeneità della proposta, cerco di raggruppare alcune canzoni in tre categorie distinte; intitolo la prima come “la modernista” che viaggia nel periodo tra gli album “Planet Zero” e “Threat to Survival” con canzoni come “Dizzy”, “Imposter” e “Bear With Me” che hanno sfumature che attingono da diversi generi, mentre l’iniziale “At The Bottom” è un saliscendi ritmico tipico del “pianeta zero”.

La seconda categoria è “l’energia”, dove troviamo canzoni che pescano idealmente dal periodo di “The sound of madness” come “Dance, Kid, Dance”, primo singolo lanciato ad inizio 2025, “Safe and Sound” e “Burning Down The Disco” intrise di una muscolarità musicale moderna e di impatto.

La terza categoria è “i lenti”, un marchio di fabbrica per la band americana dove si eleva la bellezza vocale di Brent Smith. “Ei8th” alterna ballads acustiche ed elettriche tipo “The Pilot”, “Back To The Living”, “So Glad That You Asked”; capitolo a parte per il singolo “Searchlight” con una marcia in più per linee melodiche e struttura.

Al di fuori del calderone delle tre categorizzazioni, mi soffermo su un paio di canzoni che sono un po’ il fiore all’occhiello dell’album. Si ha la chiara sensazione di essere in una versione emulativa di “Hysteria” con “Three, Six, Five”, però la canzone lascia il segno per la sua coralità, mentre il recente singolo “Young again” ha quella freschezza compositiva che si eleva sul folto gruppo di canzoni.

Categorie di canzoni a parte, gli Shinedown dimostrano di essere una band di una categoria superiore rispetto alla media del genere proposto.

Jared James Nichols – Louder Than Fate – Recensione

21 Giugno 2026 1 Commento Stefano Gottardi

genere: Hard Rock/Blues Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers Music

La copertina di Louder Than Fate, quarto lavoro di Jared James Nichols, lo ritrae on stage, mentre canta e suona la chitarra con i capelli lunghi e ricci illuminati dalle luci di scena. Tonalità rosse e arancioni dominano un’immagine calda, intensa e carica di adrenalina. Il nome dell’artista campeggia in alto, il titolo in basso: un artwork che trasmette tutta la forza di un concerto, tanto da sembrare quasi quello di un album dal vivo.

Del resto, questa dimensione live è da sempre uno dei tratti distintivi di Nichols, che nei suoi dischi in studio riesce a ricreare quel feeling da palco fatto di energia, immediatezza e sudore. Una scelta, quindi, perfettamente in linea con la sua identità artistica.

Nei due episodi precedenti, JJN si era affermato per la sua abilità nel mischiare massicci riff blueseggianti, soli incandescenti e un songwriting raffinato e curato. E sin dall’opener “Let’s Go” appare chiaro che la formula non sia cambiata: prodotto e mixato da Jay Ruston (Anthrax, Stone Sour, Amon Amarth, Skindred, Steel Panther), con la partecipazione di Roger Alan Nichols (Larkin Poe, Tyler Bryant & The Shakedown, Hayley Williams dei Paramore), l’album trova il suo equilibrio tra hard rock tonante, radici blues e un senso melodico immediato e trascinante.

Fra i dieci brani che compongono la tracklist ne spiccano senza dubbio alcuni. “Ghost”: un hard rock cupo e roccioso con sfumature country, in cui si percepisce anche un lato introspettivo. La pesantezza della canzone sembra ispirarsi ai Black Sabbath. “Bending Or Breaking”: una semi-ballad toccante che richiama gli Alice In Chains grazie alle sue sonorità malinconiche e psichedeliche e a un cantato personale e commovente, oltre a un eccellente lavoro di tastiere. “Killing Time”: in poco più di cinque minuti offre parti di chitarra profonde e ricercate, riff potenti che donano una certa ampiezza all’atmosfera sonora e una tensione tangibile che cresce nella prima parte. L’assolo, inoltre, si distingue per espressività e impatto emotivo. “Runnin’ Hot”: un concentrato di compattezza 70iana con chiari richiami al glam e un solo volutamente vintage. In generale, va detto, non si ha mai la sensazione di ascoltare riempitivi.

Louder Than Fate è un disco di alto livello, che consolida Jared James Nichols come artista completo: convincente dietro al microfono, talentuoso nella scrittura e con un feeling impressionante alla sei corde.

IN CONCLUSIONE

Se avete apprezzato questo musicista nei suoi episodi passati, non resterete delusi. Per i fanatici del supporto fisico, il CD in jewel case presenta un booklet in cui sono riprodotti tutti i testi.

Mattador – III – Recensione

19 Giugno 2026 12 Commenti Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

In sincera ammissione, non sapevo chi fossero i Mattador, band proveniente da Porto Rico, fautrice tra il 1988 e il 1995 di due dischi e tornata dal 2022 per 3/4 in lineup originale.

E dire che nella mia collezione non mancano gemme o aspiranti tali, provenienti da quegli anni in cui flirtare col melodic rock e l’aor equivaleva a compiere un suicidio commerciale discografico annunciato.

Letta la loro biografia sono andato ad ascoltare qualcosa sul tubo. Questi pezzi mi hanno fatto pensare a una versione a tratti latinizzata, più articolata e progressiva dei The Storm.

Con III, i Mattador scelgono di dividere il proprio sound lungo due direttrici ben distinte: da una parte un rock melodico e moderno, profondamente radicato nella tradizione del genere; dall’altra un hard più muscolare e aggressivo che richiama gli ultimi lavori dei Winger. La produzione di Bob St. John, già al lavoro con Extreme e Dokken, restituisce un suono organico che contribuisce non poco a questo equilibrio.

L’apertura “Awake” è probabilmente la dichiarazione d’intenti più chiara del disco, capace di virare in pochi secondi da un’atmosfera sospesa a un riff graffiante.

È però il versante melodico a risultare perlopiù vincente: quando la band punta su melodie forti di ritornelli coinvolgenti e arrangiamenti eleganti, emerge la maturità compositiva di un gruppo capace di guardare al passato senza suonare nostalgico. Convincente il mid tempo “Say You’ll Stay”, aor metallico e solare; divertente il boogie and roll di “Some Kind of Crazy”; o ancora il bel lento acustico “Falling Backwards”, molto Extreme nelle suggestioni, mostra maturità e versatilità; mentre “Slow Down” risuona dalle casse come un pezzo sbarazzino sleazy di L.A.

La componente più heavy può anche convincere per perizia e precisione, tuttavia senza impressionare; è il caso dei singoli “Levitate” e “Black Water” che sprigionano energia e tecnica fine a se stessa. La scelta dei suoni estremamente omogenea non rende giustizia a un pezzo dall’anima 70’s, debitore di un certo hard blues alla Led Zeppelin, come “Crawling”.

Da segnalare anche i due strumentali in scaletta: “Portal”, dal taglio quasi satrianesco, e il brevissimo “Moksha”, piccola parentesi di buon lavoro chitarristico prima di virare verso atmosfere più prog.

Un disco che, nel bene e nel male, mostra la propria anima camaleontica attraverso una ricerca né banale né scontata, forte di qualità che ne rendono l’ascolto, a tratti, stimolante e piacevole.

Xtasy – Phoenix – Recensione

12 Giugno 2026 0 Commenti Denis Abello

genere: Melodic Rock
anno: 2026
etichetta: Art of Melody Music (Burning Minds Music Group)

Con Phoenix, gli Xtasy sembrano aver trovato finalmente la quadratura del cerchio e aver trovato una loro identità nel panorama melodic rock attuale. Chiarito subito questo punto, il quarto album della formazione spagnola non rivoluziona il melodic hard rock, ma rappresenta probabilmente il punto più alto della loro carriera, grazie a una combinazione vincente di songwriting, produzione e maturità artistica.

Chi segue la band sin dagli esordi sa bene quanto il gruppo guidato da Silvia Idoate abbia sempre mostrato potenzialità importanti. Negli anni, però, mancava ancora quel disco capace di mettere insieme tutte le qualità emerse nei lavori precedenti. Phoenix riesce nell’impresa, presentando dieci brani compatti, immediati e costruiti attorno a melodie che entrano in testa fin dal primo ascolto. Il contributo di Erik Mårtensson si percepisce chiaramente, ma non si tratta di un semplice clone degli Eclipse. Gli Xtasy mantengono la propria anima, trovando un equilibrio credibile tra hard rock americano, melodic metal europeo e quella scuola scandinava che negli ultimi vent’anni ha ridefinito gli standard del genere.

L’apertura con “Too Late” è una dichiarazione d’intenti. Le tastiere introducono il brano con un’atmosfera quasi cinematografica prima che le chitarre prendano il sopravvento. È il classico opener che accende immediatamente il motore dell’album e prepara il terreno alla successiva “Can’t Get Enough”, probabilmente uno dei singoli più efficaci del disco. Qui gli Xtasy mettono sul tavolo tutte le loro carte migliori: melodia, energia e un ritornello che si stampa in testa dopo pochi secondi. La qualità resta elevata con “If I Fall”, una delle tracce più convincenti dell’intero lavoro. Silvia Idoate offre una prestazione vocale impeccabile, supportata da un arrangiamento dinamico e da un ritornello di quelli che fanno davvero la differenza. Subito dopo arriva “Good Enough”, che rallenta leggermente il ritmo e mostra il lato più riflessivo della band. È uno di quei pezzi che magari non colpiscono immediatamente, ma che acquistano spessore con gli ascolti.

Il cuore dell’album è rappresentato da “We Live And Die For Rock ‘N Roll”, autentico manifesto programmatico della band. Cori trascinanti, atmosfera festosa e una struttura costruita per funzionare alla perfezione dal vivo. È difficile immaginare un pubblico che non venga coinvolto da un brano del genere. La seconda metà del disco continua a mantenere alta l’attenzione. “No One Like You” punta tutto sull’immediatezza e sulla forza del ritornello, mentre “Time We Won’t Forget” prova a spostarsi verso territori leggermente più sofisticati, mostrando una scrittura meno scontata e qualche sfumatura che richiama il melodic metal europeo più elegante. Con “Carry On” si torna a spingere sull’acceleratore. È una canzone che sprigiona positività e che possiede un’energia contagiosa. Al contrario, “Save Me” rappresenta il momento più emozionale dell’intera tracklist. Le atmosfere si fanno più malinconiche e introspettive, permettendo a Silvia di mostrare tutta la propria sensibilità interpretativa. È il brano che più mi è rimasto nel cuore dopo il primo ascolto. La chiusura è affidata a “One Heart, One Fire”, perfetto riassunto di tutto ciò che gli Xtasy vogliono essere oggi: melodici, energici, positivi e capaci di scrivere ritornelli che funzionano. Un finale che lascia il sorriso e la voglia di ricominciare il disco dall’inizio.

Se proprio si vuole trovare un limite, Phoenix non offre particolari sorprese e non cerca di reinventare il melodic rock. Tuttavia, quando un album è scritto, suonato e prodotto con buona qualità, la mancanza di innovazione passa decisamente in secondo piano. Gli Xtasy hanno capito perfettamente quali sono i propri punti di forza e li sfruttano al meglio.

Spread Eagle – The Brutal Divine – Recensione

12 Giugno 2026 2 Commenti Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Giungono al quarto capitolo discografico gli americani Spread Eagle, capitanati dallo storico timbro ruvido e tagliente di Ray West. Volto nuovo alla chitarra, oggi Gianmaria “Jommy” Puledda, e dna quasi immutato. Seppure il loro dogma sia rimasto inalterato nel corso delle decadi, dall’esordio del 1990 quando vennero definiti da alcuni specialisti del settore una versione “raw” (sporca, graffiante) degli Skid Row, ora si infiltra un’attitudine maggiormente asciutta e grezza. Su un impianto sleazy vengono inseriti tratti punk, nelle linee vocali, in alcuni riff di chitarra e nella sezione ritmica aggressiva e priva di particolari virtuosismi. “StreetNoise” riporta alla mente i fasti degli L.A. Guns, “GunFlower” suona ridondante e ossessiva nell’accezione positiva degli aggettivi, mentre “Forbidden Local Honey” è un pub rock divertente e festaiolo, capace di scaldare qualsiasi palco immaginario. Con “Ant Farm” si ascoltano pregi e difetti (prevalenti) delle produzioni moderne con chitarre estremamente distorte ed estremamente compresse. Il sound che si voleva riprodurre nella migliore delle intenzioni non può arrivare nella sua totalità di sfumature all’ascoltatore, e il risultato tradisce in parte l’energia che il gruppo sa sprigionare dal vivo. Ho apprezzato la natura sleazy del riff di apertura di “Scars in Our Eyes” nonostante lo sviluppo simil grunge.

Vengono confermati pregi e limiti di “Subway To Stars” del 2019 all’interno di un genere che non può riscrivere la storia, bensì risuscitare vagiti di nostalgiche emozioni lontane e, nel nostro caso, un po’ di sano headbanging.

Romeo – Deja Vu Letters – Recensione

10 Giugno 2026 1 Commento Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Street Symphonies Records & Burning Minds Music Group

In uscita Deja Vu Letters, album di debutto dei Romeo, compagine italiana formata nel 2024 che propone un buonissimo hard rock di ispirazione ’70 – ’80, interessanti e sicuramente accattivanti.

Un esordio che dimostra personalità e una certa maturità compositiva, non scontata per una band al primo lavoro, pubblicato via Street Symphonies Records e Burning Minds Music Group. Le influenze dichiarate parlano chiaro: Thin Lizzy, UFO, Cheap Trick e The Dogs D’Amour, un pantheon di tutto rispetto che la band rielabora con voce propria. Apriamo le danze con “Frankfurt Lights”, suadente, velatamente malinconica, coinvolgente e ben realizzata: buon inizio, che mette subito in chiaro le intenzioni del gruppo. Continuiamo l’ascolto con “Italian Guy”, aperta, ariosa, solare, che riesce a farsi piacere anche a un ascoltatore non purista del genere, grazie a una melodia immediata e a un’esecuzione disinvolta. “True Confessions” è un brano frizzante, dal ritornello catchy, dal buon impatto globale: il tipo di canzone che si ricorda dopo il primo ascolto. Arriviamo quindi a “Romeo (A Loyal Borderline)”, pezzone tosto ed estroso, che nella sua semplicità cattura l’ascoltatore e arriva in profondità, uno dei momenti più riusciti del disco. “Soul Staller” prosegue sull’onda delle tracce precedenti, mettendo bene in mostra le radici e le influenze della band, che attinge a piene mani dall’hard rock/sleaze fine anni ’70 e non solo, così come la cadenzata “No More Chances”, che suscita sensazioni contrastanti, sia a livello testuale che soprattutto musicale, dimostrandosi un brano validissimo e tra i più stratificati della raccolta. “I Need To Know”, cover dei Tom Petty and the Heartbreakers, aumenta i giri, risultando bella tosta e spericolata, con una energia che rimette in moto l’ascolto nel momento giusto; al contrario della successiva “What’s Going On”, che pecca un po’ di originalità e di verve, pur non compromettendo la tenuta complessiva del lavoro. Concludiamo l’ascolto con la struggente “Decadent Man”, arricchita da fiati che ne ampliano il respiro, che chiude un disco ben riuscito, interessante e a tratti nostalgico, che apre buone prospettive per il futuro e che sarà curioso sentire dal vivo!

Dan Byrne – This Is Where The Show Begins – Recensione

30 Maggio 2026 4 Commenti Denis Abello

genere: Hard Rock / Classic Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers Music Srl

Ci sono album che arrivano con aspettative importanti e altri che, pur partendo da una posizione meno esposta mediaticamente, riescono comunque a creare curiosità tra gli appassionati. This Is Where The Show Begins, debutto del giovane Dan Byrne, appartiene sicuramente alla seconda categoria, ma dopo l’ascolto viene spontaneo pensare che questo ragazzo abbia tutte le carte in regola per fare un salto di livello importante nel panorama hard rock melodico contemporaneo.

Avevo già avuto modo di apprezzarlo musicalmente qualche tempo fa quando ho “scoperto”  il singolo Saviour, ma incontrarlo personalmente durante il Frontiers Rock Festival di quest’anno ha aggiunto un elemento in più alla percezione dell’Artista. Oltre a possedere una voce davvero impressionante, Dan si è dimostrato una persona estremamente gentile, disponibile e genuina e in qualche modo queste caratteristiche emergono anche nella sua musica, perché dietro l’impatto rock e l’energia delle canzoni si percepisce sempre una componente emotiva sincera, mai costruita.Il titolo dell’album non potrebbe essere più appropriato. Questo disco rappresenta davvero l’inizio di qualcosa. Non il classico debutto acerbo in cui si intravedono potenzialità future, ma un lavoro che mostra già una chiara identità artistica e una sorprendente maturità compositiva. Dan prende elementi di hard rock moderno, melodic rock, classic rock britannico e persino alcune sfumature alternative, riuscendo però a evitare l’effetto collage che spesso caratterizza molte produzioni contemporane. La prima cosa che colpisce è ovviamente la voce. Byrne possiede un timbro potente, espressivo e riconoscibile, capace di passare dalla grinta più ruvida a momenti decisamente più vulnerabili senza mai perdere credibilità. In un panorama dove spesso la tecnica prevale sull’interpretazione, Dan riesce invece a mettere entrambe al servizio delle canzoni.

L’apertura affidata a Saviour è semplicemente perfetta. Riff incisivi, strofe costruite con tensione crescente e un ritornello che entra subito in testa. È uno di quei brani che riescono a catturare l’attenzione immediatamente e che lascia intuire fin dai primi minuti la qualità complessiva del lavoro.
She’s The Devil alza ulteriormente il livello dell’adrenalina con un approccio più aggressivo e trascinante. Qui emerge tutta la sicurezza di un artista che sa perfettamente come gestire dinamiche e melodie. Il pezzo possiede quell’immediatezza che dovrebbe essere obbligatoria per qualsiasi singolo hard rock che voglia davvero lasciare il segno.
Molto interessante anche Praise Hell, che mostra un lato più teatrale e personale del songwriting, mentre Sober rappresenta probabilmente uno dei momenti più riusciti del disco. Qui le atmosfere si fanno più malinconiche e introspettive, senza perdere intensità. È proprio in brani come questo che Byrne dimostra di non voler essere soltanto l’ennesimo cantante rock dotato di grande voce, ma un autore capace di raccontare emozioni autentiche. Ora torna la componente più rock’n’roll e diretta con “Cherry & Leather” che possiede un groove contagioso e un’attitudine quasi live che la rende immediatamente coinvolgente. Con Death Of Me il disco mostra una sfumatura più moderna. Le melodie restano centrali, ma si percepisce una ricerca leggermente diversa negli arrangiamenti. Il brano riesce a mantenere alta la tensione senza affidarsi esclusivamente alla potenza sonora. Molto buono il lavoro della sezione ritmica. Temple è uno dei pezzi più intensi della tracklist e anche qui si nota una sfumatura moderna negli arrangiamenti. C’è una costruzione progressiva che porta il brano a esplodere emotivamente nel ritornello. Byrne interpreta il pezzo con grande convinzione e riesce a trasmettere quella sensazione di lotta interiore che sembra attraversare parte del disco. Pulling Me Under è probabilmente uno dei brani più heavy dell’album mentre Hate Me è un altro episodio molto interessante in quanto il pezzo gioca parecchio sulle dinamiche e sulle sfumature emotive. Il contrasto tra aggressività e vulnerabilità diventa uno degli elementi più riusciti della canzone. Si chiude con Home, un vero colpo diretto al cuore, e probabilmente il brano più ambizioso dell’intero lavoro. Ampio, atmosferico, quasi cinematografico in alcuni passaggi. Qui Dan sembra voler aprire una finestra sul futuro, mostrando che il suo percorso artistico potrebbe andare oltre i confini del melodic hard rock tradizionale. Le influenze alternative emergono maggiormente, ma senza snaturare il cuore dell’album. Una conclusione intensa e molto intelligente.

Che dire ora? Che bella sorpresa questo album! Un aspetto che merita di essere sottolineato in questo This Is Where The Show Begins è la varietà che però riesce a mantenere una forte coerenza sonora pur offrendo sfumature differenti lungo tutta la tracklist. Non ci sono riempitivi evidenti e soprattutto non si percepisce quella sensazione di già sentito che spesso accompagna molte uscite legate al mondo melodic/hard rock odierno. La produzione svolge un lavoro eccellente nel valorizzare ogni dettaglio. Le chitarre risultano potenti ma mai invadenti, la sezione ritmica spinge con decisione e gli arrangiamenti riescono a sostenere la voce senza soffocarla. Tutto appare costruito per mettere al centro le canzoni, e questa è sempre una scelta vincente.
Quello che più convince, alla fine, è la sensazione di autenticità che accompagna ogni singolo brano. In un periodo in cui molte produzioni sembrano costruite seguendo formule ormai collaudate, Dan Byrne riesce a trasmettere personalità, passione e soprattutto credibilità. E non è poco.

Se questo album rappresenta davvero l’inizio dello spettacolo, allora il viaggio potrebbe diventare molto interessante. Siamo di fronte ad un debutto che lascia intravedere un potenziale enorme e che conferma quanto il cantante britannico abbia le qualità per ritagliarsi uno spazio importante nella scena rock melodica internazionale.

Acacia Avenue – Chapter V – Recensione

30 Maggio 2026 0 Commenti Alberto Rozza

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy

Arriva come un fulmine a ciel sereno il nuovo lavoro degli Acacia Avenue di Torben Enevoldsen, poliedrico musicista, che propone nuovamente in questo “Chapter V” il suo hard rock melodico duro e puro.

Partenza riservata a “No Use Running”, tirata e martellante al punto giusto, non originalissima, ma molto interessante e dalla struttura musicale solida e gradevole. Passiamo alla successiva “The Longest Time”, più dolce e accomodante, dalle atmosfere positive e coinvolgenti. “Stand Your Ground” è pezzo normale, dal sapore un po’ vintage, tutto sommato piacevole, che apre le porte a “Lies Of A Hundred Years”, ben più movimentata e motivante, malinconica al punto giusto, dalle ottime trame e fraseggi strumentali. Passiamo a “Wait No More 2.0”, brano accorato e tenace, vocalmente interessante, dalla ritmica cadenzata e micidiale. “Nothing Else To Do” aumenta i battiti, con una serie di passaggi chitarristici sia solisti che ritmici dall’ottimo gusto, che mettono in luce l’ottima ispirazione di Enevoldsen. Arriviamo alla calda e suadente “Rainbow Child”, lentone che ci sta sempre in un album melodic, così come la dinamica crescente della successiva “Stand Up”, un classico inno hard rock, con tutti i crismi del genere. “Gipsy Train” è un brano divertente, scanzonato, ma dagli spunti musicali non banali, allo stesso modo della sfrenata “Standing On The Outside”, martellante, dall’effetto sensazionale, che, anche se messa in posizione conclusiva, presenta grandissime potenzialità. Finale riservato alla titanica “All Of The Time”, ariosa e solare, punto esclamativo su un buonissimo lavoro, coerente, maturo e ben prodotto. Un disco che non reinventa la ruota ma sa il fatto suo, centrato e privo di cedimenti, capace di intrattenere tanto i profani quanto i più accaniti amanti del genere.

L.E.G.A.C.Y. – Midnight Riot – Recensione

29 Maggio 2026 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Lions Pride Music

In uscita per la fine di maggio 2026 la nuova fatica dei L.E.G.A.C.Y. intitolata Midnight Riot, un mix fortunato di sonorità suadenti e hard rock di razza, capace di richiamare fin dal primo ascolto un immaginario potente e ben definito.

Dopo il veloce intro A Place I Called Home, entriamo nel vivo del disco con la title track Midnight Riot, pezzo tosto, corale, ben strutturato, dal sapore vintage e dall’energia contagiosa. Passiamo alla successiva City Of Unbroken Dreams, dalle atmosfere soavi e trasportanti, un piacevole pezzo “da viaggio” che scorre con naturalezza. Feverish Desires cala un po’ per originalità, ma mantiene una buona compattezza sonora e presenta fraseggi strumentali eleganti e godibili, costruiti con cura. Andiamo oltre, aprendo gli orizzonti con la spaziale Timeless Reverie, effettata al punto giusto e dalla trama musicale/vocale molto anni ’80. Giunge il momento di My Inner Dreams, molto sintetica e non particolarmente d’effetto, al contrario della successiva Night & The Glow, che, anche se molto stereotipata, riesce a rapire l’ascoltatore con buonissime coralità e un riff sicuramente compatto e incisivo. Ride The Thunder è un brano leggero, che passa gioiosamente senza intoppi, perfetto per il punto in cui ci troviamo nell’ascolto del disco. Con Ain’t That My Paradise entriamo nel lato oscuro dei L.E.G.A.C.Y.: tenebrosa e misteriosa, il giusto mix di profondità sonora e di atmosfere crudeli, costruite con una certa raffinatezza. We Carry The Legacy si apre con un bel riffone tagliente che piace sempre, a scatenare nuovamente la potenza della band, per l’ultimo godibilissimo atto hard rock (da ascoltare e riascoltare), così come la più introversa ma altrettanto poderosa Savage Seduction. Chiudiamo l’ascolto con My Star Ain’t Gonna Shine, ottima conclusione per un lavoro egregio, che sa bilanciare gusto vintage a sonorità anche contemporanee, un lavoro piacevolissimo all’ascolto e che incuriosisce molto per la possibile resa live, lasciando una sensazione di compiutezza davvero apprezzabile.