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Cÿanide – 21 Gun Salute – Recensione

02 Dicembre 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Kivel Records - Eonian Records

Seppur con qualche giorno di ritardo recensiamo l’ultimo album dei focosissimi Cÿanide, band statunitense assai carica e dall’orientamento hard rock anni ‘80.

Dopo la breve intro “Is Everybody High?”, entriamo nel mondo Cÿanide con “Fireball”, potente, acuta e spietata, che scatena e coinvolge immediatamente l’ascoltatore. “Back The Fuck Off” è un buonissimo pezzo, canonico e dal ritornello orecchiabile. Arriviamo alla title track “21 Gun Salute”, vecchio stampo, orgogliosamente scanzonata, che ci riporta sulla Strip in un secondo, in quegli anni d’oro del glam/hard rock che a tanti di noi mancano tantissimo. Con “Never Let Me Go” giunge il momento della ballatona immancabile: soave, dolce, piacevole… nulla da aggiungere. Cambiamo registro e affrontiamo “Sweet Little Trash”, dagli spunti chitarristici interessanti e dalla trama ben strutturata, dove ogni strumento si inserisce al punto giusto. L’ambientazione Mötley Crüe si sente in modo vivido nell’accoppiata “Slip N Slide” e “Get Up And Dance”, festaiola, dalla dinamica e dai cambi ben noti e dalla globale atmosfera anni ‘80: divertimento assicurato. “We Want You” apre “Rock And Roll Army”, pezzone ancorato a quella tradizione hard rock che tanto si sente e si risente in questo album, che, di fatto, rappresenta il genere e l’attitudine dei Cÿanide. Arriviamo a “As The World Burns”, brano molto oscuro e dal riff crudele e spietato, dalla dinamica preziosa e dalla linea vocale più cupa. “Social Media Disease” porta alla luce una tematica molto attuale, condita da una prestazione musicale interessante e da apprezzare, soprattutto nelle ritmiche ‘thrashose’. Un intro di sitar ci apre le porte di “Take What You Want”, che ci porta nuovamente su orizzonti pestati e tonanti, ottimo nella composizione e nella coralità. “I Love You” è la traccia conclusiva di questo disco, che con note dolci e accomodanti, ci accompagna alle riflessioni finali: ottima ispirazione, nostalgica ma ben eseguita, complessivamente godibile e dal sapore autentico.

Alpha Destroyer – Fast Lane – Recensione

30 Novembre 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Necromantic Press Records

Esordio discografico per gli Alpha Destroyer, band che possiamo considerare una sorta di supergruppo della scena sleaze moderna, comprendente tra i suoi militanti gente rodata come Martin Sweet dei Crashdiet, Kelly Lemieux dei Buckcherry ed Eric Sexton Dorsett degli Sleepless.
Questo “Fast Lane” si manifesta in un esercizio di stile che insiste su un’estetica “veloce e aggressiva” forgiata da riff potenti, continui cambi di tempo e una ricerca melodica non sempre convincente.

Parliamoci chiaro, il risultato è certamente un lavoro tecnicamente curato ma dal mio punto di vista poco coraggioso, soprattutto considerate le ottime carte del mazzo.
Dal punto di vista compositivo, la band si affida ad una formula collaudata per lo stile, che non guasterebbe se i pezzi camminassero con le proprie gambe dal punto di vista dell’appeal.
Ma la ripetizione degli stessi modelli strutturali, cuciti anche su una base vocale melodica poco incisiva dal punto di vista emotivo e di aggancio, rende il lavoro frastagliato e scivoloso.

Partenza affidata al punk mood di “Straight Into The Grind”, pezzo veloce con rallentamenti continui, in pieno terreno Crashdiet.
La successiva “Masterplan” resta allacciata al filone della band svedese di Martin Sweet, ma anche in questo caso si ha come l’impressione che manchi quel richiamo all’ascolto che di norma caratterizza i lavori targati Crashdiet.
“Dirt In The Ground” dimezza il tempo, muovendosi su un riff ossessivo quasi doom e su un’evoluzione che però non fa decollare la situazione.
Stessa impostazione segue “Transmission”, pezzo che sulle parti vocali mette le dita dentro il barattolo del grunge.
Si torna a spingere con “Lobotomized”, che parte come il pezzo più sleaze di questo lavoro, probabilmente per le reminiscenze Crashdiet, ma che cade nel ritornello. Il mio pezzo preferito è sicuramente “Manic Messiah”, brano che probabilmente avrei consigliato agli Alpha Destroyer di usare come primo singolo. La produzione è pulita pur conservando un minimo di ruvidità.

In chiusura possiamo ribadire che “Fast Lane” è un album ben suonato e che ha richiesto sicuramente un gran lavoro in fase di songwriting.
Alcuni pezzi potrebbero andare bene come b-sides dei già citati Crashdiet, ma certamente non sono tarati per ambizione e aspettative.
Il consiglio che mi sentirei di dare agli Alpha Destroyer è che alla prossima occasione sappiano essere cinici, lisergici, duri e melodici come si ci aspetterebbe da interpreti del genere.

 

 

Lynch Mob – Dancing With The Devil – Recensione

28 Novembre 2025 4 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Rat Pack/Frontiers

Si preannuncia la fine di un’era: in uscita, per la fine di novembre, il nono e ultimo album dei Lynch Mob del guitar hero George Lynch, capitolo conclusivo di un’epopea lunga decenni e sempre ricca di spunti.

Partiamo direttamente dalla title track, ovvero “Dancing With The Devil”, un pezzone puramente hard rock, trascinato e caldo, tipico del genere e della band, che subito mette le cose in chiaro con gli ascoltatori. Proseguiamo con la cruenta “Pictures Of The Dead”, ritmicamente tagliente e azzeccata, dove la band dà una buonissima prova di ‘lavoro di gruppo’, cesellando le parti strumentali in modo magistrale con una voce sempre sul pezzo. “Saints And Sinners” resta sulla stessa lunghezza d’onda, molto piacevole, dai fraseggi chitarristici sempre intriganti: ottima prova. Passiamo alla quarta traccia: “Lift Me Up” rallenta i giri, mantenendo comunque una pregevolissima struttura e una intensità gradevole, risultando complessivamente un buonissimo brano. Un po’ funkeggiante, arriva il momento di “Love In Denial”, piacevole, scanzonata, genuina, che in fretta si riversa nella successiva “Machine Bone”, ben più poderosa e martellante, a testimoniare la duttilità della band. “Follow Me Down” prosegue sulla falsa riga delle altre tracce del disco, non aggiungendo molto in termini di originalità e guizzi strumentali. Ci spostiamo su orizzonti ariosi e tribali con il lento strumentale “Golden Mirror”, ottimo nella sua dolcezza e nelle trame acustiche orientaleggianti. Oscura e misteriosa, “Sea Of Stones” è un pezzo disorientante, particolare, inconsueto per molti versi, che crea atmosfere nuove e godibilissime, così come la successiva “The Stranger”, dalla dinamica vocale crudelissima, sempre all’interno di una trama musicale feroce e malinconica. Concludiamo l’ascolto con la bonus track “Somewhere”, ‘hardorckeggiante’ e pura, che mette la parola fine alla produzione dei Lynch Mob: una carriera invidiabile che porterà i componenti della band verso chissà quali progetti e palchi, ma che per ora ci lascia un lavoro godibilissimo, magari senza troppi slanci di originalità, ma pur sempre di buonissima fattura.

Jelusick – Apolitical Ecstasy – Recensione

27 Novembre 2025 1 Commento Yuri Picasso

genere: Hard & Heavy
anno: 2025
etichetta: Escape

Arriviamo a questa recensione con un certo ritardo: non tutte le etichette ci inviano i promo delle nuove uscite e l’anno, oltre a essere ricchissimo di pubblicazioni, è stato segnato anche da qualche intoppo di redazione. Probabilmente lo avrete già ascoltato e assimilato a dovere, ma vogliamo comunque dire la nostra sul secondo lavoro solista di Dino Jelusick, talentuoso cantante croato già attivo con Animal Drive e con i Whitesnake (dal vivo dal 2021).

Edito da Escape il 19 Settembre, Le coordinate artistiche di ‘Apolitical Ecstasy’ amplificano le volontà espresse col precedente ‘Follow The Blind Mand’ attraversando il metal con sonorità moderne, melodiche e aggressive, dando in pasto agli ascoltatori un lavoro imprevedibile ma di qualità. Il sound forgiato negli anni da acts quali Five Finger Death Punch e Avenged Sevenfold viene cavalcato nei pezzi più diretti (“Hangman”); a volte intriso di semplice rock (What The Hell Is Going On) oppure convertito in bordate heavy quali “Power To The People”. Dalle prime battute dell’opener “Jaws of Life” non mancherà all’ascoltatore l’effetto sorpresa e se l’attenzione rimarrà solida potrebbe ritrovarsi tra le mani un lavoro diverso dalle prevedibili uscite di questi ultimi tempi, personale e piacevole.
“Seasons” è autobiografica e introspettiva, una rilettura moderna di come suonavano le glam metal band nei primi anni 90 (consiglio, recuperate il video).
Le aperture più convenzionali e tradizionalmente rock di “Fool in Rain” anticipano “How Many Times”, mirata tra l’Industrial e lo Shock Rock, sorprendentemente rimembrante il miglior Marilyn Manson.
La poliedricità sonora viene confermata da un mid tempo che strizza l’occhio al gothic in “Torn”. La nervosa e conclusiva title track è figlia indiretta del sound più aggressivo degli Alter Bridge colorita da un bel taglio melodico alla chitarra. La voce di Dino rimane l’elemento catalizzatore, un timbro fuori dal comune unito a strumentisti di assoluto valore.
Per apprezzare un lavoro eccezionalmente policromatico serve essere di orecchie tolleranti ed aperte ai fini di concedere ad ‘Apolitical Ecstasy’ di suonare la propria natura più volte dalle Cuffie/Stereo. Di fatto un mix di sorprese e talento.

Peterified – Trial By Fire – Recensione

23 Novembre 2025 0 Commenti Luca Gatti

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Peterified Music

Ciao amici di MelodicRock oggi diamo un ascolto agli eclettici Peterified che fatico ancora a pronunciare (Pietroficato? Della serie Pietro e su questa pietra edificherò la mia rock band…) con il loro album ‘Trial by Fire’ fresco fresco di uscita; perché eclettici? Perché mi serviva un buon aggettivo con cui esordire l’articolo.

Ad aprire l’album é ‘The calm before the storm’, uno strumentale vanesio che evoca l’inizio di un dj set dove l’ambiente non decolla: si beve male e le occasioni di approccio sono pari allo zero. Dopo il minuto ed undici di preludio si scopre sfortunatamente che di tempesta ce ne poca, nessun vichingo incazzato, ‘Dagerous curves’ ma la velocità è da codice stradale, Il secondo pezzo è invece una pioggerella che mi convince poco.
Traccia 3 ‘Stole my heart away’ Peter e company si danno una sistemata allo specchio ed aggiungono un po’ di frizzantezza alla Bryan Adams, non è l’estate del 69, ma magari un più modesto autunno ‘25 con un filo di sole. Idem traccia successiva, il costume da bagno é ormai nell’armadio da mesi, un ‘romantic’ rock come osano definirsi bilanciato ma senza particolari acuti, vogliono essere un po’ Toto ma lo sono un po’ troppo poco.
É con la traccia numero 5 ‘Weekend Lover’ che finalmente Peter accende la luce, una soft ballad piena di introspettiva e frustrazione (nessuno -o quasi- vuole essere un weekend lover!), é la classica ballata che parte piano (con il piano…) e dal forno esce tutto Meatloaf (in senso culinario); c’è quel sentimento che cuce la bocca ed apre le orecchie, il pezzo lievita con il giusto crescendo e nei chorus arriva un po’ di graffio alla Scorpions, Peter qui ci fa sognare, il retrogusto è di hit (non il clown), la voce fa un egregio lavoro, modula le strofe dove c’è poca ciccia strumentale come il miglior Ozzy sapeva fare, ritornelli che finalmente illuminano l’applausometro e cambio di tonalità finale dove tutti in studio si abbracciano come il gol al novantesimo, vigliacca pentatonica ed anche la chitarra si atteggia un filo più sicura.
È la ballata cotta al punto giusto quando fa la crosticina dorata e salva il culo all’album, tanto bella da non sembrare loro, quasi fosse una cover! (Ho controllato).

L’album in definitiva prosegue con una ritrovata consapevolezza e maturità compositiva che sembra quasi rispecchiare l’ordine cronologico delle tracce, lo spettro -ingombrante- di Meatloaf aleggia sull’ascoltatore in maniera benevola conferendo un po’ di personalità alla maggior parte delle composizioni, vedi ‘In god we trust’; Helpless un po’ alla Genesis che si impegna per farsi ricordare, bella ed introversa ‘Togheter Tomorrow come pure ‘Coming Home’ in chiusura dell’album dove esce anche un piccolo Springsteen (molto piccolo) che pure in versione mignon fa la sua porca figura.

Ciò detto escluderei un altro passo falso con Traccia 7 ‘Capital City Girl’, 50 secondi di chitarra acustica ‘strummata’ davanti ad un microfono con il rec lasciato acceso mentre forse il chitarrista si stava scaldando, non è propriamente la Spanish Fly di EVH di cui si sentiva l’esigenza, un no sense, ma sicuramente avrei preferito questa come intro, Peter è proprio un burlone.

In definitiva mi sento di fare agguantare a Peter una rotonda sufficienza, grazie ad un paio di brani azzeccati, ma soprattutto per la bella ‘Weekend Lover’ che mi ha fatto emozionare, la reputo una di quelle tracce che conquista ‘al primo ascolto’, è la palla dentro il canestro, la ciambella con il buco e l’unicorno in culo alla balena, la riascolterei senza scherzarci troppo sopra perché è proprio per tracce così che sono finito per innamorarmi della musica, spero anche voi.

Midnite City – Bite The Bullet – Recensione

21 Novembre 2025 18 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR /Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Ragazzi lasciatemelo dire: a questo punto della stagione, questo quinto disco dei Midnite City ci voleva proprio! Per me i cinque inglesi sono la punta di diamante, insieme ai tedesconi Kissin Dynamite, di quel genere che è perfetta amalgama di melodie AOR, una spruzzata di sguaiatezza glam e quell’attitudine tamarra che non fa mai male. Temevo che la dipartita del pelatissimo drummer Pete Newdek potesse in qualche modo inficiare la capacità compositiva della band, ma, fortunatamente, così non è stato. Il quintetto è assolutamente in gran spolvero e mette in mostra, dopo il magnifico “Itch you can’t scratch” e il più interlocutorio “In at the deep end”, tutta la propria potenzialità commerciale e tecnica.

Già. Perche qui bisogna partire dalle basi: mi gioco quello che volete che Rob Wylde e soci conoscano a memoria l’intera produzione discografica a firma Desmond Child ed anche gran parte di quella griffata Jack Ponti & Vic Pepe. Ma ciò non sarebbe sufficiente se i ragazzi non avessero il “tocco”: quella rara capacità di rendere “adesivi” i pezzi. Badate bene: i pezzi! Non soltanto i ritornelli. Difficile trovare una virgola fuori posto su questo disco. Riff, tastiere, assoli, coretti… Tutto è perfettamente calibrato e ben eseguito.

“Live like ya mean it” sa di quell’hard ottantiano arricchito da pompose keys che spacca con un refrain possente. Qualcuno ha detto Silent Rage? La poppettara e leggera “Worth fighting for” strizza l’occhio al primo dei Danger Danger, mentre “Going to be allright” ha un passo più felpato, quasi da semiballad. La pseudo-horror “Heaven in this hell” è una sorta di sequel “They only came out at night” di due dischi fa, con gli stessi altissimi livelli di piacioneria. L’ospite (e ottimo produttore) Chris Laney impreziosisce la cromata “Running back to your heart” ma è “Lethal dose of love” (che titolo d’altri tempi!) a sferrare l’ennesimo colpo da KO con un ritornello stratosfericamente retrò. L’interludio “Archer’s song” presenta la leggera “seeing is believing”, AOR piacevolissimamente edulcorato. Seguono “No one wins”, con il piedino che parte a tenerne il ritmo e l’ennesimo pezzo di melodic rock à la Poley “Hang on til Tomorrow”. Poi, come per magia, l’album si congeda con uno pezzone da paura: il singolo “When the summer ends” in bilico fra i Van Halen di Hagar ed il Bon Jovi quello vero.
Un’ultima nota di plauso è assolutamente dovuta all’axeman Miles Meakin: i suoi assoli, mai invadenti né prolissi, aggiungono un plus a tutti i pezzi dell’album con un gusto eccellente.

A questo punto vi chiederete: ma se è tutto così figo, perché non hai avuto il coraggio di dare un bel 100 tondo? Beh, una mancanza c’è. Cari i miei Midnite City… Se volete il massimo dei voti, il prossimo album dovrà essere sullo stesso livello di questo ma mi ci dovete mettere dentro un lento come si deve: una bella ballad strappalacrime da sentire nel buio delle nostre camerette con la lacrimuccia all’angolo dell’occhietto.
Come si diceva un tempo: buy or die!

Treat – The Wild Card – Recensione

21 Novembre 2025 16 Commenti Yuri Picasso

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

In un’epoca in cui i dischi vengono comprati da una manciata di fan per lo più attempati e nostalgici come il sottoscritto, in un tempo in cui creare musica equivale ad aprire app (gratuite) su un qualunque smartphone, gli svedesi Treat non si sentono ancora pronti per la pensione e rinnovano il sodalizio con Frontiers per il loro decimo album in studio. 40 anni sono passati dal loro debutto “Scratch and Bite” e 3 dal loro ultimo parto “The Endgame”. A detta del mastermind Anders Wikstrom in ‘The Wildcard’, dalla grafica riuscitissima ed accattivante, i nostri sono stati in grado di ripercorrere tutte le fasi artistiche della band creando un manipolo di canzoni, ben 13, capaci di rassicurare i fan di prima data e di mettersi in buona mostra dinanzi le nuove leve. E se dovessi essere sintetico, si, ci sono riusciti. Insomma, certamente nulla di nuovo o di rivoluzionario, ma anche grazie alla produzione impeccabilmente “nordica” di Peter Mansson, il disco scorre via tra richiami tipicamente 80’s del tempo che fu e rivisitazioni in chiave moderna dettati da una band in uno stato di forma notevole, con un Robert Ernlund sugli scudi dietro al microfono.

“Out With a Bang” recupera sin dal primo attacco lo spirito festaiolo e sunrise di ‘The Pleasure Principle’; segue “Rodeo”, forse la best track per mezzo di un mix melodia/attitudine sfociante in un ritornello perfetto.
“1985” rimane in testa a partire dalla seconda strofa. Tastiere che creano armonie leggiadre e sorridenti con linee vocali e chitarre sempre presenti e mai invasive.
Un trittico che mostra esperienza, classe, abilità compositive. La dote si riconferma con il mid tempo “Endeavour” il quale mischia nostalgia a un sapiente costrutto compositivo.
Da qui in poi il livello si normalizza, rimanendo sempre sopra la sufficienza.
I lenti rimangono, forse, i pezzi meno brillanti dell’intero lotto, lontani dai livelli di “Best of Me” o “A Life To Die For”. Qui rispondono al nome di “Heaven’s Waiting” e “Your Majesty”.
“Mad Honey” smuove con grinta strofe americaneggianti a la Survivor per rincasare in un coro AOR ad ampio respiro tipico della band.
Sul finale la diretta “In The Blink of An Eye” e le melodie di “One Minute to Breathe” ripercorrono, con successo, il sound sviluppato su lavori quali ‘Tunguska’ e ‘The End Game’.

L’intero lavoro corre su binari rodati e conosciuti; co-progettati sin dagli albori dalla medesima band. Sarebbe disonesto e inopportuno chiedere loro di inventare qualcosa di nuovo o stravolgere le regole del gioco. Fedeli a se Stessi con la garanzia di qualità che li ha sempre contraddistinti.

Cassidy Paris – Bittersweet – Recensione

20 Novembre 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Registrato e pubblicato sotto l’etichetta Frontiers Music Srl, il 21 novembre 2025 arriva “Bittersweet”, secondo album della rocker australiana Cassidy Paris. Sin dai primi ascolti appare chiaro come questo lavoro, rispetto al debutto “New Sensation” (2023), evidenzi una vena artistica più personale e definita, merito soprattutto delle soluzioni vocali che la giovane cantante mette in campo con crescente sicurezza.

L’album si compone di 13 tracce che spaziano dall’hard rock melodico al power-pop, senza dimenticare ballad più riflessive. La produzione coinvolge nomi come Paul Laine (Danger Danger) e Steve Brown, collaborazioni che confermano la volontà di coniugare tradizione AOR e sensibilità moderne. Proprio sul fronte vocale, Cassidy mostra un netto passo avanti: graffia con convinzione nei brani più energici e sa essere intensa e delicata nei momenti più intimi.

Il disco si apre con il primo singolo “Butterfly”, che pur restando nei canoni del genere riesce a risultare fresco e immediato, grazie a un ritornello di grande presa. Segue l’energico “Nothing Left To Lose”, costruito su strofe grintose e un refrain molto aperto. Con “Finish What We Started” e “Wannabe” il mood si sposta su sonorità più melodiche e radiofoniche: sono due dei pezzi più immediati, sostenuti comunque da riff rocciosi e ritmiche trascinanti. “Getting Better”, pubblicato come singolo, rappresenta alla perfezione la direzione intrapresa dall’artista.

La parte centrale del disco gioca maggiormente sulle dinamiche: “Gimme Your Love” ammorbidisce l’atmosfera e prepara il terreno alla ballad “Can’t Let Go”, dove Cassidy si esprime con dolcezza e armonia. “Undecided” torna a spingere, guidata da un riff potente e incisivo, mentre “Sucker For Your Love” strizza l’occhio al glam anni ’80 e invita ad alzare il volume.

Nel finale, “Brand New Day” e “Is Anybody Out There” risultano più riflessivi e meno immediati, richiedendo qualche ascolto in più per essere colti appieno. A chiudere l’album arriva “Stronger”, brano energico e ben costruito, caratterizzato da riff efficaci e da un ritornello d’impatto.

In conclusione, “Bittersweet” rappresenta un lavoro di crescita e un passo deciso verso una maturità artistica sempre più evidente. Un disco di transizione positiva, che conferma le potenzialità di Cassidy Paris e lascia ben sperare per una sua ulteriore futura evoluzione.

Stryper – The Greatest Gift Of All – Recensione

20 Novembre 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Nuova uscita per i veterani del christian metal/rock Stryper, sempre capitanati da Michael Sweet, che propongono il solito mix di hard rock e testi a stampo cristiano, formula che li accompagna ormai da decenni e che continua a fare schierare pubblico e critica.

Partenza giubilare, con tanto di campane, con la title track “The Greatest Gift Of All”, di fatto una canzone natalizia, dalla buona struttura e dal ritornello orecchiabile, capace almeno di introdurre con coerenza il concept del disco. Successivamente troviamo “Go Tell It On The Mountain”, un brano corale, non particolarmente memorabile, che resta poco nella mente dell’ascoltatore. “Heaven Came (On Christmas Day)” non presenta grandi balzi di originalità e di vivacità, risultando un po’ piatta e poco stimolante, così come la seguente “Little Drummer Boy”, densa di fill di batteria, ma che di per sé risulta, tolto un breve solo di chitarra, molto insipida. Con “Still The Light” facciamo un balzo all’indietro nel tempo, con un bel riffone anni ’80 e una struttura capace di rapire chi ascolta: finalmente un sussulto di vera ispirazione.

Il lento “Silent Night” (sì, proprio la canzone natalizia), lascia l’ascoltatore un po’ basito, nonostante la buona performance, perché il concept (si veda la copertina) natalizio è concepibile, ma magari non in queste vesti. Cambiamo registro con “On This Holy Night”, più strutturata e intrigante, dalla coralità azzeccata e soprattutto dalla ritmica riuscitissima, uno dei pochi episodi realmente convincenti del disco. “Joy The World” è una ballatona cover senza pretese, che passa velocemente, che non lascia granché, così come la successiva “Reason For The Season”, banalotta e francamente soporifera. Con “Winter Wonderland” chiudiamo un ascolto un po’ monotono e pesante, malgrado sia ben prodotto e soprattutto ben suonato, e anche se ovviamente si tratta di un disco a tema, lascia un po’ di stucco per la ripetitività delle tematiche e degli stilemi musicali, risultando complessivamente poco stimolante e privo di quel guizzo che ci si potrebbe aspettare da una band con questa storia.

Pearls & Flames – Spread Your Wings – Recensione

19 Novembre 2025 0 Commenti Luca Gatti

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Mi preparo all’ascolto e già la & commerciale nel nome mi acciglia un attimo, la copertina, che pare proprio sputata fuori da un IA non aiuta: Pearls & Flames, una sorta di G’n’R vegani su monopattini elettrici?
Ma gli svedesi sono sulla scena da diversi anni e, comunque, la presenza di Tommy Denander è quantomeno rassicurante. Schiacciamo quindi ‘play’ e non fermiamoci alla copertina.
Primo pezzo ‘Spread your wings’omonimo all’album e la batteria cicciona già stuzzica con un bel tiro, tastiera che strizza l’occhio al più adulto Van Halen senza più il nastro isolante sulla chitarra, diamogli una chance.
Power Chords e tappeto di synt, ci vuole poco in fondo per farci stare bene, gli anni ‘80 ci sono e sono quelli che ci piacciono, snocciolo una canzone dopo l’altra come un bel pacchetto di sigarette quando si alza il gomito, è un tripudio di classic rock morbido e suadente: qui si rischia di ballare da scemi in salotto se ci si lascia andare, gli arrangiamenti sono gustosi e tutto si incastra nel groove come il più pettinato dei Phil Collins.
Anni ’80 qualcuno ha detto chitarra elettrica? Eccola lì a bucare il mix con il giusto space eco che serve, ricorda tanto il primo Gary Moore con strato e mullet ma poi quando è il tappeto di tastiere a far dondolare la testa é tutto un lavoro di palm muting dietro le quinte…offritegli una birra!
Plauso alla voce tra un Tempest ed uno Ian, concretezza e melodia con un accenno baffo di Bobby Kimball, i Toto sono sempre nell’aria e la freschezza è assicurata; ringraziamo anche l’instancabile stuolo di cloni coristi che hanno confezionato in studio ritornelli super radiofonici, bravi tutti.
Più li ascolto e più mi convincono, all’orecchio sono tutti lì, li sento scalpitare i più cotonati che ormai abbiamo levato dal muro e resta ancora l’ingombrante sagoma del loro poster ma senza eccessi, è musica studiata ed elegante.
Dinamica ed armonia nel mixer dove nessuno strumento sgomita contro l’altro sono le ricette vincenti di un progetto solido e ben prodotto, superflua una digressione traccia per traccia perché l’album è nel suo complesso convincente ed organico, un tributo di maturità strumentale ed amore per la bella musica (quella anni 80…) ascoltatelo!