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28 Marzo 2026 0 Commenti Giulio Burato
genere: AOR/Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Metalapolis Records
Seconda uscita discografica per i britannici White Skies capitanati da Mick White, storica voce dei primissimi Samson, che a cavallo tra il 1979 e il 1980 vide l’arrivo di un giovanissimo Bruce Dickinson.. Un dettaglio biografico che la dice lunga su una carriera vissuta nell’ombra di un gigante, ma portata avanti con dignitosa coerenza. La band si completa da esperti mestieranti della scena inglese come Ray Callcut alle chitarre, ex YA YA band, dal bassista Rob Naylor (Sam Thunder, Angels & Kings, Blood Red Saints), il batterista Daz Lamberton (Red White and Blues, Ten) e infine dal tastierista Pete Lakin (Dante Fox, Double Cross). Nomi magari non celeberrimi, ma ognuno con un curriculum solido alle spalle e una militanza nel rock britannico che trasuda da ogni nota.
Con tutto questo crogiuolo di curriculum, le influenze dei White Skies sono inevitabilmente diverse e con sfumature che vanno ad attingere da Deep Purple, Airrace, ai più recenti Blood Red Saints e Ray of Light, soprattutto nella timbrica vocale nelle canzoni più corpose. Un amalgama che funziona, senza risultare mai derivativo o stancante.
La prima traccia, nonché primo singolo, è solida e ha una spigliata vena rock come le successive due canzoni, dove spicca l’assolo di chitarra in “Money to Burn”. Bella e convincente la power ballad “Can’t Make This Alone”, impreziosita dai tocchi di pianoforte e dalle corde di chitarra che hanno influssi blues. La traccia che dà il titolo all’album, con l’inizio di effetti di pioggia e tuoni, è un bel brano melodico che cresce con gli ascolti. Note di nostalgia nel testo di “Those Days” e nella voce di Mick nell’esecuzione dell’acustica “One Life”, momenti in cui il cantante mostra tutta la propria maturità espressiva. Altro buon pezzo, uno dei preferiti di chi scrive, è “Control”, costruita su una base di pianoforte e una bella variazione all’uscita del primo ritornello. “I Kissed the Rain” chiude il cerchio con un’esecuzione ricca di strati e armonie atmosferiche, splendide tastiere e una sezione ritmica impeccabile.
Per gli amanti del buon rock di fine anni Settanta, questo album fa decisamente per voi.
28 Marzo 2026 2 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy
Il cantante e songwriter tedesco Dan Lucas, tornato alla ribalta nel 2019 con il programma televisivo “The Voice of Germany” conferma il sodalizio con l’attiva Pride & Joy Music pubblicando il proprio quinto disco solista dal titolo esplicativo ed ottimista “Age is Just a Number”. I fasti, le melodie celestiali del suo lavoro più rappresentativo “Canada” (1992) rimangono distanti nel concreto ma indelebili nell’immaginario del nostro collettivo.
Dopo un paio di ascolti, e riascoltandole mentre scrivo queste parole, non posso che esprimere pensieri positivi per l’autenticità con cui il cantante dei Karo (ve li ricordate vero?) scrive/coscrive ed interpreta queste 11 canzoni.
Sento un avvicinamento, almeno in un paio di pezzi, a certi Magnum, per l’esecuzione epica e la ricerca di una piacevole teatralità in un paio di passaggi; su tutte l’ottima title track e la seguente “Losing Myself” ornata da tastiere ottantiane in background.
“JP’s Bar”, perla del disco, lega armonie suggestive e testi evocativi di ricordi lontani con classe. Una di quelle canzoni uscite dal cuore dell’artista, semplice ed incisiva. Nei pezzi più ricchi in orchestrazione ritroviamo l’animo rock del singer, se vogliamo anche teutonico (“For A Smoke” / “Lost In The Shadows”), adornato da un interpretazione in perfetto bilico tra il rabbioso e il malinconico: ascoltare “I Never Wanna Say Goodbye” e “The World Is Broken”. Nella seconda parte del disco ritroviamo una certa ridondanza nello schema compositivo mantenendo una distanza di sicurezza minima, evitando di cadere nel calderone dei filler. Dan ha trovato la propria dimensione artistica riuscendo a trasmettere i propri intenti.
Cito “True Love”, acustica, autunnale, riflessiva e spoglia. Voce accompagnata da un arpeggio, sintetizzatori e una base ritmica in crescendo, mai esuberante.
Il paragone con “Canada” non può ne deve sussistere; “Age is Just A Number” va ascoltato ed apprezzato come un mosaico personale, coerente e stimolante per la sincerità artistica con cui il mai troppo elogiato Dan Lucas mostra se stesso come musicista Vero.
27 Marzo 2026 8 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: HNE Recordings / Cherry Red Records
Piacevole ed insperata novità discografica da parte di uno dei migliori esponenti che hanno forgiato, plasmato e ispirato dagli anni 70 ad oggi i musicisti di ogni latitudine del globo in campo rock & melodic rock.
Louis Grammatico rimette mano a tutti quei brani rimasti inediti per i propri lavori solisti (e per i Shadow King) scritti a fine anni 80 con il partner-in-crime Bruce Turgon. Produce e chiama accanto a sé un paio di musicisti, tra cui il fratello Ben Gramm alla batteria per completare e fornire al mondo quello che potrebbe essere un suo ultimo lascito artistico in studio (mi auguro di sbagliarmi). Lo stesso Lou lo definisce un viaggio nella nostalgia e un dovuto tributo a tutti i suoi fans. Di solito da outakes mi aspetto canzoni di dubbia qualità, poco curate e/o ispirate. Bene, NON è questo il caso. Quando i fuoriclasse del genere scrivevano e registravano in quel lustro tra l’86 e il ’91, marchiavano indelebilmente un genere, modellando una scuola che oggi assiste alla nascita di progetti ed Acts e li vede cimentarsi in tentativi più o meno riusciti di rispolverarne le emozioni.
Andando oltre a quelle che possono essere legittime riflessioni positive o negative sulla musica odierna, non vi è un filler in questa scaletta.
Ascolti la doppietta iniziale “Young Love”/ “Lighting Strike” e ti ritrovi in una amorevole confort zone adornata da innumerevoli sfumature artistiche a base di melodie, create da talento ed ispirazione ad altissimi livelli.
Nella prima abbiamo un vero anthem guidato dalla chitarra di Vivian Campbell e dai tasti d’avorio di Bruce Turgon. Nella seconda i migliori Foreigner dal sound di ‘Agent Provocateur’.
Si procede con l’Electronic Synth Rock di “Walk The Walk”, esagerata. Il livello qualitativo persiste lungo l’intera scaletta e la notturna e decisa “Long Hard Look” estrapola il miglior lato Hard del carismatico singer.
La versione Piano e Voce di “True Blue Love” è da 11 su 10.
E’ sufficiente una 6 corde distorta, un sintetizzatore e la voce di Gramm per rendere un brano semplice come “Deeper Side Of Love” riuscito.
“Time Heals The Pain” rappresenta il seme mid-tempo da cui nacque poco tempo dopo “Until The End of Time” (La più bella ballad di sempre dei Foreigner e nella top 5 della storia dell’AOR).
Mi piace pensare a ‘Released’ come a quella persona che è stata per un periodo + o – lungo parte concreta ed intensa della nostra vita, che è stata in grado di toccare le nostre emozioni, e di cui vogliamo congelarne il ricordo e perdonarne le eventuali contradizioni. Un personale tesoro da difendere e custodire.
Questo disco è un Must Have; godiamo del sincero ed onesto sapore della Nostalgia, quella nobile, quella di cui ognuno di noi negli anni si è infatuato.
27 Marzo 2026 0 Commenti Luca Gatti
genere: Heavy Metal – Melodic Metal
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy
Amici di MelodicRock.it, mettetevi comodi: oggi infiliamo sotto i raggi X l’ultimissimo lavoro dei Dark Heart, conoscenza già notissima a cui, per completezza, vi rimando al nostro articolo 2024 del buon Massimiliano MaxAor Carli per cronologia e genealogia.
Primo brano “Light The Flame”, a biglietto da visita del terzo studio album “Evolution”, è la redine ben stretta di quanto già sfoggiato nel 2024 con il precedente EP di ritorno “Out of Shadows”. L’ossatura è fortemente un Hard Rock di stampo R.J. Dio – n.d.r. divino – ma forse la vera novità (Evolution?) che cattura di primo acchito l’ascoltatore rispetto ai precedenti lavori è il massiccio uso di synt, che conferisce una piacevole deriva 80/videogame 2D in stile Dance With Dead che stuzzica: Cyber Metal? Cyber Epic? Capitato mai di ascoltare gli Old Gods of Asgard per la soundtrack Alan Wake II?
È piacevole immaginarsi su un’auto stile Blade Runner con chiodo di pelle ed occhiali da sole improbabili, lo so ho i miei problemi.
Seconda traccia “Cold Winter”, la band ritorna in un solco più classic e meno artefatto: un inizio blusy un po’ Cindarella ed uno strutturarsi in crescendo molto Tesla. Piacevole, ma l’impressione è che quella magic box di strani tubi e laser verdi sia stata volutamente spenta.
Si prosegue in “End of Tomorrow” e la band si mette alla prova in una ballata dalle sonorità piuttosto storte e cupe: riff ala “Diary of a Madman” ed evolversi ritmico sempre con un retrogusto Black Sabbath, per restare tra parenti serpenti. Nulla di estremamente lirico ed onirico per ciò che riguarda la prima cit e nulla di così granitico per ciò che riguarda i secondi: quadrata come un onesto pezzo di Tony Martin, alla voce di cui peraltro simile è lo stile. Sperimentale per i più curiosi, ma decontestualizzata per chi cerca un filo logico nell’insieme.
“Hands of Fate” è sicuramente più trascinante: si riaccende a singhiozzi la magic box, un po’ meno heavy ma comunque Eighties, riff alla Campell ma ritornelli che strizzano l’occhio ad un rock per tutti i palati a modi Yes, decisamente piacevole.
“Spread Your Wings”, pezzo soft touch avvolgente: arpeggi sognanti pieni di chorus che riportano, volente o dolente, a quegli anni lì. La chitarra piace nella sua chiara intenzione John Sykes, efficace e bonjoviano nel senso non dispregiativo; ritornello con tanto colore, così come ottimo special degno di ogni ballad che si rispetti.
Traccia 6, “Ride the Highway”: testa bassa e geometrie di power chords più che note, si riposiziona tiro e focus nell’hard rock, incalzante e decisa con i giusti spigoli, come Whitesnake mai ha smesso di insegnare. È tutto al posto giusto, come quelle subrette messicane che danno le previsioni meteo: cielo sereno.
Successiva 07, “You and I”, affronta ed esplora volontà e sonorità più complesse: è la presa di coscienza dei propri fondamentali di stile per invadere con curiosità territori più alternative. Insieme alla traccia 10, “Mortality”, sono forse i pezzi che segnano la vera Evolution del progetto; specie quest’ultima risalta per intro strumentale che si atteggia maestoso. È la maturità musicale che alza la testa verso generi più complessi: l’intenzione e la presunzione sono tutte verso Dream Theater. Plauso al cantante Alan Clark, che mette alla prova ego e talento: intenso, tecnico così come poliedrico, si adatta lungo l’album alle asperità del tracciato modellando voicing ed interpretazione alle necessità di composizione.
“Life To Crucify”: ritorna quella vibe-videogame ala Dance With Dead, con riff di synt su cui si avvita l’intero set di strumenti; accordi croccanti e drums sugli alti. È un pezzo non travolgente ma sicuramente trasportante, così come il successivo 9 “Eyes of light” ed il finale di album “Burned”, che appaga e chiude l’ascolto come lo scontro con il boss finale. Questa sorta di Epic trasportata in un contesto ‘80 Cyberpunk – come del resto in voga da tanti colleghi del panorama Heavy – trovo sia una tra le ultime non novità più appaganti del settore.
La band ha diverse frecce al suo arco e non teme di scagliarle dentro queste 11 tracce dai giusti sfoghi compositivi: si carrella dall’hard all’epic fino a punte di alt che confondono l’idea di un unico concept, ma gettano invece le basi per un buonissimo album, la prova di meritarsi una seggiolina nel salone degli eroi ed una gemma sul grande albero del rock.
Che dire di buono dello stesso superstite Clark, ultimo alfiere originale dei Dark Heart, non proprio di primo pelo (è calvo…): freschezza ed entusiasmo creativo che, dal Commodore ’84 a questo sequel HD, regala a questa band una nuova inaspettata primavera.
26 Marzo 2026 4 Commenti Paolo Paganini
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Torna la talentuosa singer britannica Chez Kane e lo fa dando alle stampe il suo terzo disco da studio che segue le orme sia dell’omonimo debutto datato 2021 che del successivo Powerzone del 2022. Il lotto di brani, di cui si compone l’album, nascono dalla collaborazione con Danny Rexton (Crazy Lixx) e si presenta come un concentrato di AOR/Hard Rock melodico di metà anni 80 caratterizzato da melodie ammiccanti di facile presa sapientemente confezionate in video sexy, coloratissimi e sbarazzini. Tornano gli scaldamuscoli, i costumi sgambati e i capelli cotonati in pieno glam rock style. Immaginatevi un incrocio (con le dovute proporzioni ovviamente) tra Pat Benatar e l’hard rock luccicante ed esagerato di Danger Danger, Motley Crue, Poison, rivisitati in chiave moderna. La trascinante title track è il perfetto esempio di coerenza con cui la ragazza intende seguire il proprio stile senza alcun compromesso. Un ritornello ficcante che vi si stamperà in testa già dal primo ascolto coadiuvato da una sezione ritmica precisa ed essenziale, un guitar working di grande impatto, una buona dose di sax per amalgamare il tutto e la ricetta per una perfetta hit hard rock da classifica è servita. Tutti i brani del cd potrebbero fungere da colonna sonora per film quali Top Gun, Rocky IV, Flashdance e via dicendo tale è la carica e l’energia positiva che trasmettono. Se avevate nostalgia delle atmosfere di Footlose, Personal Rock ‘N Roll farà al caso vostro. Night Of Passion e Strip Me Down non sfigurerebbero come sottofondo tra un volo rovesciato e un passaggio radente del buon Tommaso Crociera a bordo del suo fidato F-14. Atmosfere vicine ai Whitesnake di 1987 si trovano su Tonge Of Love, unico momento di relativa calma del cd. Love Tornado e Bad Girl non convincono fino in fondo mentre le successive Street Survivor e Too Dangerous tornano a rockeggiare sui livelli mostrati in apertura. Le doti vocali di Chez sono evidenti così come la determinazione con cui sta portando avanti il proprio ambizioso progetto musicale.
Unico appunto che mi sento di fare è la mancanza di qualche variazione, una bella ballad tipo Defender Of The Hert del debutto per equilibrare il tutto senza dover per forza dare la sensazione di spingere sempre a mille sull’acceleratore… ma questa è Chez Kane, prendere o lasciare.
23 Marzo 2026 1 Commento Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Perris Records
LaBlanc, Slama e Denander. Siamo sicuramente di fronte a quello che, un tempo, si sarebbe definito un supergruppo. E, badate bene, quanto a capacità tecniche, esperienza e maestria nell’esecuzione, i Blue Ambition lo sono senza ombra di dubbio. Però questo disco, come il precedente, ha un difetto: fatica a coinvolgere. Fatica ad emozionare. Fatica a lasciare traccia di sé, anche dopo svariati passaggi.
Quando lo ascolti l’impressione che dà è quella della classica radiolina accesa mentre fai le faccende di casa. Fa compagnia senza distrarti dalla tua occupazione principale. Non cattura mai del tutto l’attenzione su di sé. Magari qua e là un intro di tastiere prog ti fa raddrizzare le orecchie (Don’t Break A Heart That Starts To Beat, The Logic Of Your Heart). Qualche coro westcoastiano ti porta alla mente il sole della California (Love From A Stranger, One Way Ticket To Trouble, Burning Secrets). Qualche ficcante assolo di Slama riesce a fendere ogni tanto le nebbie ed illuminare la nostra strada metallara. Qualche volta ci sembra di sentire cantare il miglior George Michael (The Scarlet Touch, Front Page News). Ma tutto questo, pur non bastando a renderlo un ascolto imprescindibile, regala comunque qualche momento piacevole.
Non un capolavoro, quindi, questo Scarlet Touch. Peccato, perché la produzione non è affatto male e i nomi coinvolti hanno dato e potrebbero dare assai di più. E poi, se permettete, aggiungo un’ultima cosa riguardo ai Blue Ambition, ma anche ad altre band del nostro settore: basta con sti video generati dall’AI! Scritturate un amico cineamatore e fatevi riprendere mentre suonate dal vivo! Grazie
13 Marzo 2026 1 Commento Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Street Symphonies Records
Conosciamo l’hard rock duro e puro degli italianissimi Hot Rod, con il loro nuovissimo album “Harder Faster Glitter”, denso di reminiscenze anni ‘80 e dal gusto decisamente interessante e coinvolgente.
Partiamo fortissimo con la opening “Wild Wheels”, scatenata, travolgente, corale al punto giusto, che prepara l’orecchio dell’ascoltatore a quanto succederà a breve. “Wasted” centra in pieno il bersaglio, riportandoci indietro nel tempo e presentandosi come un pezzone tosto e tirato, dalla voce tagliente e dalla base ritmica martellante. Continuiamo sulla stessa lunghezza d’onda con “Little Dirty Blonde”, canonica per tematica e atmosfera, piacevole per gli amanti del genere, sia per la resa strumentale che per l’ottimo arrangiamento. Arriva il momento di aprire i nostri cuori: “Clandestine” mischia elementi veloci e rudi a passaggi dolci e suadenti, in un mix godibile e di effetto. Torniamo a saltare con “HeadbanGirl”, ritmicamente movimentata, dalla dinamica interessante e globalmente ben riuscita. Con “Shot Of Love” ci apriamo verso orizzonti spaziosi e solari, un brano che riempie di sensazioni positive, nonostante una struttura non particolarmente originale. Proseguiamo nella corsa con la frenetica “Turning Blue”, sempre sulla linea stilistica del resto dell’album, a ribadire le influenze e le caratteristiche principali dell’Hot Rod – pensiero. Un riff tagliente ci dà il benvenuto in “Don’t Wanna Be Like You”, coinvolgente e gradevole, così come la successiva “Jenny”, intensa e dinamica, che alterna parti soft a parti ben più sostenute. “Rock The House” ci fa scatenare e muovere la testa, classico pezzo per lasciarsi andare e dal sicuro effetto bomba durante i live. Chiusura affidata alla taglientissima “Bullet Speed”, che strizza l’occhio allo speed, altra prova della poliedricità della band, capace di attingere da più settori del rock per consegnarci, in conclusione, un lavoro ben eseguito, solido e ben prodotto, per gli amanti delle atmosfere della golden age dell’hard rock e non solo.
04 Marzo 2026 2 Commenti Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Luck Bob Records
Scusateci, ma tra uscite a mitraglia ed etichette che non ci mandano I promo, per forza di cose qualche recensione viene pubblicata (ingiustamente) postuma. È il caso di questo “Turn back the time”, nuova fatica dei misconosciuti Subway. Misconosciuti, ma dalla lunga carriera, iniziata addirittura nel 1990. Devo ammettere, in franchezza, di avere solo qualche reminiscenza del debutto per i numerosi inserti di sax che lo caratterizzavano. Poi ne ho totalmente perso le tracce. Vuoi per una distribuzione non proprio capillare dei successivi quattro lavori, vuoi perché, tutto sommato, quell’album non era esattamente all’altezza delle mirabolanti uscite dell’epoca. Fatto sta che mi sono trovato fra le mani un lavoro di una qualità che proprio non mi aspettavo. Partendo dal terzetto originario di sezione ritmica e chiatarra ed innestando i fratelli Stöckli alle tastiere e alla voce, i Subway ci buttano lì un platter di hard rock/Aor per nulla scontato né modaiolo, con cinque/sei pezzi di livello assoluto e, in generale, senza cali clamorosi di qualità.
Devo ammettere che l’hammond (che io odio) di “Breaking these chains” non mi ha invogliato da subito a proseguire l’ascolto… Tuttavia, come è noto, la perseveranza paga. E già dal bel ritornello le sorti del disco si risollevano. E continuano a migliorare sulle note della hardeggiante “When it’s gone”, assimilabile allo stile degli Alliance di mr. Robert Berry. Ma è da “In the shadows” che si prende decisamente quota: pop rock d’atmosfera, scritto con meastria e cantato alla perfezione dall’ottimo Peach Stöckli. E ancora le linee vocali fanno di “Bitter sweet melody” una gran bella canzone di hard melodico senza tempo. L’intro con voce femminile di “Turn back the time” innesca brividi emozionali alla base del cranio che non accennano a diminuire lungo il corso dell’intero brano, forse il migliore del lotto. Pure molto gradevole risulta il classicone di AOR “Unbreakable” semplice, pulito, efficace. E quanto è bello il coro del manifesto di intenti “I won’t change”? A questo punto, cari i miei arcigni metallari, tirate fuori i fazzoletti perché il lento “They taught me love” è di quelli che emozionano sul serio. E la lacrimuccia, si sa, ci scappa. Poi passate all’ennesima AOR track “Calling for you”, perfetto melange di chitarra tastiere e cori, ma senza metter via il kleenex! Perché la conclusiva “Hear you cry” è un’altra ballad. È vero che non è strappalacrime come la prima, ma segna il congedo da questo ottimo lavoro. Ed è un vero peccato…
Beh, ragazzi: per chi vi scrive questo è un discone. Punto. Belle canzoni, bravi musicisti e discreta (auto) produzione. Non aggiungo altro.
27 Febbraio 2026 2 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Tornano i Joel Hoekstra’s 13, super band capitanata dal chitarrista degli Whitesnake, con un lavoro che mette subito in chiaro le intenzioni: hard rock di razza, curato nei dettagli, capace di alternare potenza e melodia con grande naturalezza.
Partiamo con l’ascolto e veniamo accolti da “You Can Give”, corposa e dalla struttura interessante, farcita da ottimi e immancabili fraseggi chitarristici che marchiano il territorio fin da subito. “The Fall” è un pezzo tagliente e spietato, ritmicamente sostenuto, dove la sezione ritmica spinge con decisione e lascia spazio a una linea vocale incisiva e memorabile. Puramente melodico, troviamo “Lifeline”, suadente e corale, costruito su un ritornello arioso che resta impresso già dal primo passaggio e dona respiro alla scaletta.
Con “Will You Remember Me” ci lanciamo a capofitto nell’universo ballad: dolce, calda e dal sapore vintage, con un gusto che richiama la grande tradizione melodica degli anni d’oro, ma senza risultare derivativa. “Misunderstood” riporta il disco su binari più heavy, con un riff deciso e una trama vocale aggressiva e potente, mentre la successiva “Start To Fight” prosegue sulla stessa scia con un’attitudine tosta e granitica, fatta di groove serrato e chitarre graffianti.
Perla inaspettata, arriva “All I’d Do”: drammatica e monumentale, costruita su una progressione che cresce fino a un ritornello arioso e godibile, uno di quei momenti che invitano immediatamente al riascolto. “Free To Be” si muove sulla stessa onda, ma con un taglio più dinamico e una grande maestria esecutiva, dove ogni elemento trova il proprio spazio senza mai appesantire il risultato finale.
Un arpeggio di chitarra, arricchito da un breve ma efficace assolo, introduce “The End Of Me”, brano dinamico e interessante, dalle tinte più oscure e tenebrose, che aggiunge ulteriore varietà all’insieme e prepara il terreno alla conclusiva “Quite The Ride”, ariosa e solare, perfetta per chiudere il cerchio con una sensazione positiva e appagante.
Nel complesso, ci troviamo davanti a un lavoro ben eseguito, maturo e piacevole all’ascolto nella sua globalità: un disco che conferma la qualità del progetto, la solidità dei musicisti coinvolti e la capacità di Joel Hoekstra di tenere insieme tecnica, feeling e songwriting in modo convincente e personale.
27 Febbraio 2026 1 Commento Yuri Picasso
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Rimasi entusiasta nel 2020 quando uscì l’esordio dei Black Swan, super band composta da nomi illustri del panorama Hard & Heavy del passato e del presente che univa le esperienze artistiche pregresse riuscendo ad impartire a quell’etere una nuova dimensione, più moderna, dannatamente melodica ed ispirata. Dopo la virata metallica di ‘Generation Mind’ del 2022, eccoci alla terza opera edificata negli Studi di Jeff Pilson a Los Angeles.
L’impressione a livello sonoro è quella di volersi collocare a metà strada tra le tentazioni 80’s del debutto e quelle in maggior misura moderne del successore, rimanendo maggiormente conforme a quest’ultima.
La carta d’identità di Robin McAuley dichiara 1953, eppure dalle prime note di “When The Cold Wind Blows” non si direbbe…eternamente pronto e ponderato dietro al microfono.
“Death Of Me” inala positività, grinta, in un pezzo dall’hook vincente che riporta alla mente i fasti del McAuley Schenker Group. La garanzia Reb Beach sforna riff killer secchi e taglienti nel pezzo “Different Kind Of Woman”, supportato da una sezione ritmica di livello superiore come nell’altrettanto incisive “If I Was King”, dove Reb mostra il talento assoluto come ascia solista, e nella sbarazzina “Shakedown” dove la ritmica Classy Metal tra i Dokken e i Mr Big la fa da padrona. Merito del sodalizio Pilson/Starr.
Non si tira il freno, ne con “The Fire and The Flame”, debitrice degli ultimi Winger, ne con il miglior pezzo del lotto, “I’m Ready”, hard rock easy listening trascinante ed immediato nel suo incidere.
Sul finale prevale la scelta e quindi il conseguente eccesso di regolarità sonora, pur rimanendo al cospetto di brani che non scendono mai al di sotto della sufficienza.
I ritmi monocromatici sincopati e compatti di “Battered and Bruised” e la conclusiva “What The Future Holds” confermano Reb Beach come totem chitarristico dando letteralmente fuoco alla sua 6 corde, un vero protagonista; al di là della riuscita dei pezzi, come si fa a non amarlo artisticamente?
I Difetti opinabili riscontrati dal vostro recensore sono la mancanza di un lento e una produzione metallica estremamente omogenea; alle mie orecchie, lasciandomi in discussione, sarebbe stata più “romantica” una scelta verso lidi sonori più caldi con tastiere e hammond sparsi, come nel debut. Ad ogni modo, i Black Swan si confermano una delle superband, messe insieme nei lustri, meglio riuscite.