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15 Agosto 2025 1 Commento Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Diciamolo: se c’è una cosa che Songs of Yesterday insegna, è che si può idolatrare il Glam Metal anni ’80 al punto da trasformarlo in un museo sonoro… polveroso.
I Rust n’ Rage, quartetto finlandese in pista dal 2010, piazzano il loro secondo album ufficiale (quarto in assoluto) con l’orgoglio di chi ha studiato a memoria il manuale del genere — e il terrore di cambiare anche solo una virgola.
C’è energia, certo. “Just Like Brothers” prova a ruggire con eco di chitarre alla Judas Priest, ma finisce come un cosplay ben fatto: fedele, ma privo di vita propria e con un ritornello che oscilla tra lo scontato e il banale. “One For All (All For One)” mette un velo industrial ad un riff alla Tora Tora vitaminizzati, e la title track scivola via in un Melodic Rock educato, troppo timido per lasciare il segno con plagio iniziale di riff bonjoviano incluso.
Vinsentti Koivula canta con la lama affilata di un soprano metallizzato, o lo ami o ti graffia il timpano, e io protendo decisamente per la seconda opzione. I cori sono da manuale, ma così “da manuale” che sembra di sentirli uscire da un pacchetto di Greatest Hits preconfezionato. Gli assoli? Perfetti al millimetro, come un compito in classe fatto con il righello: niente rischi, niente guizzi, niente “wow”.
Le influenze: Bon Jovi, Poison, Ratt, Europe e compagnia non sono ispirazioni, sono repliche: una sfilata di citazioni così fitta che a un certo punto smetti di ascoltare e inizi a giocare a “Indovina la band”. Il tutto rivestito di quella patina pseudo industrial alla Shotgun Messiah epoca ‘Violent New Breed’. Il mood delle canzoni non segue neanche un filone ben preciso e se a tutto ciò aggiungiamo una produzione iper-compressa ed una voce filtrata ai limiti dell’ossessivo il quadro è completo e la noia è servita.
Il colpo di grazia è l’artwork, che sembra arrivare da un album completamente diverso. E con un’etichetta che sforna titoli a ritmo industriale mi chiedo se ci fosse bisogno anche di questo.
Verdetto? Emotivamente inerte, è Glam Metal in formalina: lo guardi, lo riconosci, ma non pulsa, per fortuna le ‘canzoni di ieri’ erano ben altra cosa, altrimenti non saremmo qui.
04 Agosto 2025 2 Commenti Giulio Burato
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Black Lodge
Nei vicoli oscuri delle scene rock da ben quarant’anni ma con solo tre album all’attivo, incluso il presente, tornano nel 2025, a sei anni di distanza dallo splendido album “Now”, gli svedesi Roulette (SWE) con “Go”, titolo immediato e che “consuma poco inchiostro” alle stampe dell’etichetta Black Lodge Records.
Anticipato un anno fa da “From Now Until Today (EP)”, arrivato all’ottavo posto delle classifiche svedesi, contenente ben cinque canzoni che avrebbero alzato ulteriormente il livello di “Go”, vista la qualità sonora di “Summer day” e il lento “Life will go on”.
Ascoltando la scaletta del nuovo album salta all’orecchio proprio la mancanza di un lento, un brano come “Secret room” che ci conquistò nel 2019.
Si parte da dove ci avevano lasciati i quattro svedesi, ossia con il trittico di tracce iniziali in cui ritroviamo la melodica voce di Thomas Lundgren che ripercorrere la strada del precedente “Now” e che ci fa notare come la produzione sia stata curata a puntino. “Strangers” inizia più cupa e più solida con Magnus Nelin che dà sfoggio ad un bel lavoro alla chitarra.
Si torna nella comfort zone della band con le successive tracce in cui spiccano “What Are We Looking For” e “Take Me As I Am”, pregna, quest’ultima, di un basso pulsante che porta al bridge, scaturendo poi nel succoso ritornello. Un combo di canzoni che si intrecciano per idee e struttura sono “Brand new start” e “Don’t be sorry” mentre un tappeto di tastiere apre l’apice melodico intitolato “She can’t hide” dove i cori si elevano alle vette auricolari e celestiali; la mia canzone preferita.
Chiude il lavoro, la bella “Better Walk Away” dove si racchiude tutto ciò da cui i Roulette sono influenzati ossia Thin Lizzy, Def Leppard e Bryan Adams.
“Go” è un album di melodic rock egregiamente confezionato a cui manca un lento e probabilmente una canzone che sposti gli equilibri, come era accaduto nella precedente release con “Right by your side”, ma che sottolinea la caratura di una band che, ingiustizie o destini musicali, avrebbe meritato successo negli anni in cui nacque.
28 Luglio 2025 1 Commento Lorenzo Pietra
genere: Rock Melodico
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy
Interessante scoperta Gabrielle De Val, cantante proveniente dalla Spagna che vanta 3 album all’attivo con il suo gruppo The Val e con un buon seguito nel suo paese natio. Per questo motivo la label tedesca Pride & Joy la prende sotto la propria ala e a fine Giugno 2025 pubblica il suo lavoro solista I Am The Hammer, che segue il precedente Kiss In The Dragon Night. Il filone seguito da Gabrielle è quello del rock melodico, molta melodia, tante tastiere e chitarre che sprigionano energia e mi sento di consigliarlo a chi apprezza i lavori di Issa o Kassidy Paris.
Dotata di voce potente e raggiungendo note alte Gabrielle è molto versatile, anche se a mio avviso spesso la voce risulta fin troppo spinta e forzata quasi al limite del controllo. La parte musicale e di produzione è invece curata dal masterpiece Tommy Denander e si sente la qualità, la classe e la magia delle chitarre e tastiere.
I pezzi, lato musicale, sono tutti molto interessanti, a partire dall’opener The Sky Is Falling, un mid tempo con una chitarra ultra melodica, la seguente Let Sleeping Dogs Lie dove echi di Pomp rock sigillano un gran pezzo. L’urlo campionato di Robin Williams “Good Morning Vietnam” apre le danze ad una chitarra tra il melodic e l’hard rock, bellissimo ritornello e gran pezzo. For Whom The Bell Tolls ha ancora un ritmo martellante ma più sull’Aor , Show Me Heaven è una ballad pop-rock con molte tastiere in primo piano e molti synth come accompagnamento, discreto pezzo che non lascia il segno. The Ghosts Of My Lai ritorna su canoni AoR con le onnipresenti chitarre di Denander a dettare il sound, Land Of The Blind è forse la canzone più eightes ed è un pop-rock molto melodico. In Blinded risentiamo il groove iniziale con le chitarre e le tastiere che si intrecciano con la voce di Gabrielle, Autumn Sun e Princess Of Darkness sono due pezzi che sembrano usciti dai lavori di Issa, batteria e basso pulsanti, tastiere in primo piano e sound quasi devoto ai Magnum. La title track I’m The Hammer è decisamente il pezzo più riuscito del lotto, bellissimo intro, chitarre sempre presenti, ritornello che entra subito in testa, potente, melodico e ottimamente cantato. The Nights Are Killing Me è la power ballad che
mancava al disco, stavolta il pianoforte fa da base al tappeto di tastiere e chitarre in sottofondo, ancora un bel ritornello. Toxic ha un bel riff iniziale, più rock, la batteria è meno classica e meno monotona del solito, mentre la conclusiva Shadow è un mid tempo AoR potente e ricco di melodia.
Come avrete notato fin’ora non ho mai menzionato la prova vocale di Gabrielle De Val, in quanto volevo approfondire in queste ultime righe. La voce qualitativamente è indiscutibile e Gabrielle non si risparmia mai, mi sento però di dire che sulle parti alte risulta sempre troppo al limite, quindi a volte fastidiosa e al limite dell’intonazione (assolutamente non parlo di
stonature), mentre nelle parti basse si trova sempre a suo agio e molto più coinvolgente. Questo a mio avviso diminuisce molto il voto finale. L’album musicalmente è perfetto, Denander è da almeno 8,5 in pagella, ma Gabrielle a mio avviso non convince proprio per i motivi che ho elencato.
IN CONCLUSIONE:
Il lavoro di Tommy Denader è superbo e di alto livello. Se amate le voci pop rock femminili, Issa su tutte, date una possibilità a questo I Am The Hammer.
28 Luglio 2025 14 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Dopo la loro presenza al Frontiers Rock Festival di quest’anno, era prevedibile aspettarsi l’uscita di un nuovo album degli Honeymoon Suite, appena un anno dopo il precedente Alive. Per chi, come me, è cresciuto con le sonorità patinate dell’AOR anni ’80, la musica della band canadese evoca ricordi vivissimi, fatti di melodie ampie, chorus infuocati e sogni di lunghi viaggi sulle quattro ruote. Ma il timore che l’ispirazione potesse calare aleggiava comunque nell’aria.
Con Wake Me Up When The Sun Goes Down, i veterani dell’AOR dimostrano invece di non aver perso il tocco, pur scegliendo di spingere leggermente sull’acceleratore con un suono più “rock” e deciso rispetto ai lavori precedenti. Niente rivoluzioni, intendiamoci, ma un’evoluzione naturale che mantiene intatto il cuore melodico della band.
Johnnie Dee e Derry Grehan guidano una formazione che, al netto di qualche cambio nel tempo, suona compatta e ispirata. L’album scorre via in poco più di mezz’ora, ma regala momenti di ottimo hard rock radiofonico: I Fly ha tutto, il ritornello killer, la voce potente nonché le chitarre pulite e cariche di gusto. Way of the World ha il sapore di un anthem da stadio, mentre Unpredictable sorprende con un groove quasi southern che spiazza in positivo e convince.
Tra le ballate, Way Too Fast si fa notare per le tastiere sognanti di Peter Nunn e, anche se non tocca le vette emotive dei grandi lenti del passato, resta comunque un ottimo momento di intrattenimento. Live On e Keep This Love Alive fanno il loro dovere, mentre Ever Leave You Lonely aggiunge un tocco più pop-rock alla scaletta.
Alcune criticità potrebbero essere mosse all’eccessiva standardizzazione del sound, che rischia di lasciare freddi gli ascoltatori in cerca di una sferzata di novità. Ma in fondo, questo disco è come una vecchia macchina lucidata a nuovo: non correrà come un bolide moderno, ma ti porta comunque lontano (e con stile).
Perfetto per chi ha voglia di un’estate tra le onde sonore dell’AOR più autentico.
23 Luglio 2025 2 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Per un luglio caldo e frizzante, in uscita l’album di debutto dei Ramonda, band capitanata dall’argentino Santiago Ramonda, che propone un corposo e deciso hard rock dalle venature melodiche.
Apriamo le danze con “Under The Moonlight”, perfetto manifesto dello stile Ramonda e di tutto ciò che questa formazione sa produrre. In successione arriva la title track “The Walls Are Crumbling Down”, bella metallosa, tosta, perfettamente strutturata. “Don’t Look For Love” è un pezzo canonico per il genere, intenso, caldo, dalla dinamica interessante, che ci lascia con un buonissimo ricordo, così come la successiva “Fight Fire With Fire”, bella adrenalinica e lanciata, ottimo esempio di capacità strumentale e gusto. Proseguiamo sulla stessa lunghezza d’onda: “Blue Heart Of Stone”, graffiante, introspettiva, dalla ritmica cruenta e oscura, un crescendo di emozioni targate Ramonda. Lo stile si consolida man mano che il disco si svela: “Without Love” si apre ad ascoltatori di vario genere, un pezzo ruffiano ma globalmente molto ben riuscito. “High Voltage Heart” non stupisce più di tanto, risultando un buon pezzone hard rock, tirato al punto giusto, ma senza slanci di grande originalità. Rock puro con “Gone” e le sue ritmiche taglienti, molto vintage come sonorità e intenzione, così come la successiva “Bad Girl”, che ci riporta immediatamente agli anni ‘80. Con “The One Who Blame” viaggiamo su orizzonti mistici, con atmosfere musicali avvolgenti e ariose. Chiudiamo questo buonissimo ascolto con “World’s Gone Crazy”, un inno contemporaneo, ottima chiusura per una vera scoperta estiva, da ascoltare e da attendere anche per (speriamo) future date dal vivo.
23 Luglio 2025 0 Commenti Giulio Burato
genere: AOR /Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy
La “prima luce” nel cielo è il ricordo di mamma che mi ha salutato per sempre a giugno. Il primo pensiero, traducendo il nome della band, è stato per lei.
Dopo questa dovuta e malinconica premessa, mi addentro in “Elemental” in uscita il 25 luglio tramite Pride & Joy Music.
I “First Light” nascono nel 2020 dall’amicizia di Dave Hardman e Carl Sharples, rispettivamente chitarra e basso, che pian piano danno forma alla line-up inserendo Warren Passaro dietro al microfono, Andy Jakeman, amico di lunga data alle pelli e, dulcis in fundo, l’asso nella manica Didge Digital, tastierista di lungo corso negli FM.
Coadiuvati da Harry Hess (Harem Scarem) alla masterizzazione e da Pete Newdeck (Vega) alla produzione, la band esce nel 2023 con l’EP “Gravity”, che ricevette una prestigiosa recensione su Classic Rock Magazine, cosa rara per una band semi sconosciuta.
i First Light propongono un AOR con cenni modernisti, già ampiamenti presenti nella prima e bella traccia “Closer” dal ritornello glorioso e infarcita dai pregevoli tocchi di Didge Digital. Segue il singolo “Damned If You Do, Damned If You Don’t” che scorre fluido con un refrain orecchiabile e sagacemente interpretato da Warren Passaro. Più sofistica “Forever Young” che sale nel suo incedere, mentre “Mayday” ha un tiro più vigoroso e moderno rispetto alle precedenti tre canzoni. Rallentano i giri del motore in “Leave A Light On” che è un apri pista perfetto per una delle canzoni che preferisco, ossia “Mesmerising” dalla ritmica avvolgente e coinvolgente.
“Run” corre di nome e di fatto come il coro presente in “Caught Up On You”.
Influenze dei maestosi Giant in “Shooting For The Stars”.
A chiudere le danze ecco “Untouchable” che riprende la scia lasciata dall’antecedente traccia ma con un incedere più cadenzato e la conclusiva e solida “The Prize”.
“Elemental” è un’opera costruita da musicisti eccellenti, omogenea e coerente lungo tutta la sua durata. Tuttavia, manca quel paio di brani capaci di far detonare davvero tutti gli… elementi.
12 Luglio 2025 0 Commenti Paolo Paganini
genere: MELODIC/SYMPHONIC METAL
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Gli Eternal Idol furono fondati nel 2016 per volontà del chitarrista Nick Savio e del cantante Fabio Lione, i quali ne pubblicarono nello stesso anno il debutto The Unrevealed Secret sempre per Frontiers. Da li a poco però iniziarono ad emergere problematiche interne che negli anni successivi avrebbero portato alcuni membri ad abbandonare il gruppo mettendone addirittura a repentaglio la sopravvivenza. Dopo essere passati attraverso vari cambi di formazione il combo italiano arriva ai giorni nostri con una line-up (speriamo) stabile e consolidata grazie all’inserimento di Gabriele Gozzi e Letizia Merlo alle voci. I nuovi “acquisti” sembrano più che mai azzeccati e adeguati alle necessità della band. Gabriele e Letizia sono due stimatissimi vocal coach con quest’ultima impegnata tra le varie collaborazioni anche con la spettacolare cover band Synphonika (se capitano dalle vostre parti non perdete occasione per andarli a vedere!). Il risultato del duro lavoro svolto in studio si concretizza con la pubblicazione del nuovo Behind A Vision, un disco che diversamente dai precedenti risulta essere molto più omogeno, equilibrato e moderno. Permangono e spadroneggiano (come era ovvio aspettarsi) le grandi atmosfere caratteristiche del symphonic metal che sono da sempre un loro marchio di fabbrica. Le nuove composizioni risultano però decisamente più armoniose rispetto al passato, ponendo i ragazzi ai vertici del genere. Non potevano mancare i pomposi arrangiamenti orchestrali che pervadono tutte le undici tracce del cd ma più spiccatamente brani quali il singolo d’esordio Empire Of One, Amnesia e Battle Of Soul. Su queste tracce infatti le due voci si fondono con trascinanti melodie e grazie ad un sapiente uso degli archi si intrecciano alla perfezione con essi, diventando così i momenti migliori del disco. Molto interessanti ed originali gli inserimenti di parti di testo in italiano presenti su Beyond The Sun, Revolution e The Great Illusion che donano alle canzoni un tocco tanto elegante quanto distintivo. Particolare menzione merita la riflessiva power ballad The Eye Of God con la quale i nostri confezionando la classica ciliegina sulla torta. Un lieve calo lo si avverte qua e là in alcune tracce (The Idol e Krystal), ma ciò non inficia più di tanto la valutazione finale in quanto il restante materiale consente all’album di spiccare il volo, assestandosi su livelli abbondantemente al di sopra della media.
Chi conosce la band saprà sicuramente cosa aspettarsi e non rimarrà certo spiazzato dalla loro nuova proposta. Allo stesso modo chi ancora non ha avuto modo di ascoltarli troverà in loro un’interessante alternativa al classico melodic/prog metal che sta spopolando a livello internazionale.
12 Luglio 2025 0 Commenti Denis Abello
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Music
I Laguna sono una giovane band messicana proveniente da Torreón, una città del nord del Paese, nel cuore del deserto. Il loro nome non è casuale: fa riferimento a un territorio un tempo coperto d’acqua, oggi arido ma pieno di vita e contrasti. Da questo paesaggio duro e ispirante nascono la grinta e la visione musicale del gruppo, formato da Andrés Espada alla voce, José Mesta alla chitarra solista, Firio Verástegui alla ritmica, Daniel Mesta al basso e Sergio Mtz alla batteria. Dopo aver costruito una solida reputazione nella scena locale, i Laguna catturano l’interesse della Frontiers Music e danno vita al loro debutto discografico: The Ghost of Katrina, prodotto da Jimmy Westerlund (già al lavoro con One Desire e Giant), che dà al tutto una veste sonora moderna, potente e ben confezionata.
L’album si apre con Katrina, un’intro atmosferica e inquieta, fatta di voci in spagnolo e sonorità cupe che creano subito una cornice emotiva intensa: non si tratta solo di un nome, ma di un simbolo, una tempesta interiore che anticipa il viaggio che ci aspetta. Si entra poi nel vivo con Ghost Behind The Mask, primo vero brano del disco, che esplora il tema dell’identità e della paura di mostrarsi per ciò che si è. La voce di Andrés è tesa, energica, perfettamente incorniciata da riff decisi e una produzione che esalta ogni dettaglio. Uno dei migliori brani che mi siano capitati di ascoltare per ora in questo 2025.
Con Living On The Line il ritmo accelera: è un inno al rischio, al vivere al limite, senza compromessi. Il testo è semplice ma efficace, e il ritornello entra in testa subito, perfetto da urlare sotto un palco. La successiva Punk Boy, che vede la partecipazione dello stesso Westerlund alla chitarra, cambia marcia e sfodera un sound più sporco e diretto, quasi punk. Racconta la storia di un ragazzo ribelle, un outsider che non si riconosce nelle regole e nei codici del mondo che lo circonda.
Il cuore più melodico e coinvolgente dell’album arriva con Wildfire, una sorta di power ballad che cresce con intensità, raccontando l’amore e la passione come fuoco indomabile, capace di distruggere e purificare allo stesso tempo. Le chitarre sono piene e avvolgenti, i cori aprono orizzonti da grande arena rock. These Chains, invece, riporta il disco su territori più classici, con un mid-tempo in stile Bon Jovi: il tema delle “catene” mentali e psicologiche è ben reso da un arrangiamento solido, anche se meno originale rispetto ad altri momenti.
Con Electric High i Laguna spingono di nuovo sull’acceleratore, in un brano velocissimo e adrenalinico che esalta la dimensione live. È un pezzo diretto, forse meno profondo nei contenuti e che manca un po’ il bersaglio. Al contrario, My Syndrome è più introspettivo e cupo: racconta il rapporto conflittuale con una parte di sé che fa male ma dalla quale non si riesce a separarsi. Ottima la combinazione tra tastiere e chitarre, in un sound che richiama da vicino i One Desire.
Bring Me To Life continua su questa scia emotiva, parlando di risveglio e rinascita, non tanto in senso spirituale quanto fisico, viscerale. È un brano coinvolgente, ben costruito, con una bella alternanza tra strofa e ritornello. A chiudere l’album ci pensa Sinner Of Tomorrow, che lascia l’ascoltatore con una sensazione sospesa: parla del prezzo da pagare per restare sé stessi, di ciò che siamo disposti a perdere per non scendere a compromessi. Una chiusura amara, ma coerente e intensa.
Nel complesso, The Ghost of Katrina è un debutto decisamente riuscito. I Laguna mostrano idee chiare, grande energia e una buona padronanza dei codici dell’hard rock melodico. Le influenze scandinave (Eclipse, H.E.A.T., One Desire) si sentono, ma sono ben rielaborate all’interno di un’identità che appare già forte e promettente. I brani migliori sono quelli dove melodia e impatto si fondono con maggior equilibrio, come Ghost Behind The Mask, Wildfire e My Syndrome. Qualche piccolo passo falso come in Elctric Drive ma la direzione intrapresa dalla band è quella giusta mettendo a segno un esordio solido e vibrante, che lascia ben sperare per il futuro. I Laguna sono pronti a dire la loro sulla scena internazionale in cui potrebbero davvero brillare.
11 Luglio 2025 4 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Questo è un disco che sinceramente non mi aspettavo, rappresentando un’operazione musicale che si distingue dalle solite strategie di mercato. Non siamo di fronte alla solita superband costruita ad hoc per promuovere gli artisti di un’etichetta, ma a un progetto già consolidato. La formazione, facilmente identificabile dal nome, è una cover band ufficiale dei Foreigner, e vanta un’ampia esperienza dal vivo, con concerti ininterrotti dal 2019 ad oggi. Un’altra piacevole sorpresa è la presenza di artisti di grande calibro: il cantante giramondo Chandler Mogel, il batterista Scott Duboys (già membro dei Warrior Soul), e, udite, udite, il bassista Scott Metaxas, che molti lettori di queste pagine ricorderanno come una delle menti dei leggendari Prophet.
Fa riflettere il fatto che artisti di questo calibro, per continuare a fare musica, debbano percorrere gli Stati Uniti come cover band (per giunta di un gruppo ancora in attività), anziché vivere della propria arte. Questo evidenzia quanto il grande pubblico sia ormai legato ai grandi nomi del passato, troppo restio a scoprire nuove proposte musicali. Un comportamento che trova complicità nelle grandi etichette discografiche, poco inclini a promuovere nuovi talenti in questo genere. In questo scenario, un plauso va alla Frontiers, che ha permesso la pubblicazione di queste canzoni.
La band dichiara sin da subito la propria missione: far rivivere il sound degli anni d’oro del genere, con un omaggio evidente ai Foreigner. Tuttavia, non si limita a riproporre formule già sentite, né a seguire pedissequamente un riferimento sonoro. Costruisce invece una propria identità, capace di evocare quell’epoca senza scadere nel mero revival, riuscendo a suonare, al tempo stesso, fedele e sorprendentemente attuale. Il mood dei Foreigner è ovviamente percepibile, ma le sonorità riflettono le diverse fasi della loro carriera, contribuendo a diluire e rendere più sfaccettato l’effetto derivativo.
In un periodo in cui mi sento sempre meno coinvolto emotivamente da un genere ormai saturo di uscite, talvolta tecnicamente dignitose ma raramente capaci di emozionarmi, questo disco è un raggio di sole: dimostra che, con un po’ di pazienza, qualcosa di davvero valido si può ancora trovare. Peccato, però, che l’industria privilegi ancora la quantità alla qualità, annacquando tutto con un flusso continuo di pubblicazioni che, a conti fatti, hanno ben poco senso dal punto di vista artistico, rischiando inoltre di sovraccaricare il pubblico dei pochi fedelissimi rimasti.
Veniamo però al disco, che saprà sicuramente intrattenervi durante questa torrida estate: l’opener “Prison of Illusion”, ritmato e catchy, ci cala subito nel mood giusto, e il suo solo di sax ci catapulta nei mid-eighties, preparandoci all’ascolto del primo singolo, ovvero la scanzonata e ficcante “No Fool for Love”. Già dagli arrangiamenti si intuisce che abbiamo a che fare con musicisti che conoscono il mestiere alla perfezione. “The Man You Make Me” è il primo lento del disco e ci mostra un Mogel sugli scudi, mentre la successiva “I Know the Way” potrebbe tranquillamente essere un outtake del debutto dei Tyketto, anche perché, in fin dei conti, il registro vocale del buon Chandler non è poi così distante da quello di Danny Vaughn. Eccoci dunque arrivare a “Youphoria”, esempio lampante di come, quando c’è buon gusto, si possa tirare fuori una canzone strafiga anche partendo da un giro tutto sommato basilare: un elogio alla semplicità unita alla classe. “Look Out for Me” è un altro lento ricco di pathos, seguito dalla strumentale Transient Times, chiaro omaggio all’album Double Vision, che, se la memoria non mi inganna, è l’unico strumentale rilasciato su disco dai Foreigner.
Siamo alla canzone numero otto e ancora non si notano cali di tensione di sorta, e anche “Silence Is Louder” intrattiene egregiamente, ed anche qui vorrei far notare la finezza degli arrangiamenti e gli innesti delle voci femminili, così tanto per gradire. La successiva “Church of the Open Mind” è probabilmente più canonica nella sua struttura, ma il ritornello catchy la eleva dalla mediocrità, mentre “Once Before” è un tripudio di sax, atmosfere soul, controcanti femminili ed un tocco a la Joe Pasquale. Mancano ancora tre canzoni alla fine, ma se non siete già in estasi allora ci penserà “A Stranger’s Face” a farvi gongolare immaginandovi ad un concerto con l’accendino al vento. “This Day and Age” e “Love Could Rule” chiudono il disco, la prima con un rock blues di categoria, la seconda con un tocco più easy, ma sempre quella sapienza negli arrangiamenti di caratura superiore.
In sostanza, non prendete il voto come un voto di circostanza: questo è un voto molto reale, un voto che sarebbe stato tale e quale anche nel 1987, non so se ho reso l’idea…
06 Luglio 2025 3 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Heavy Metal / Heavy Rock / Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Music
Dopo la prematura scomparsa del cantante Kimmo Blom, avvenuta nell’agosto del 2022, per i finlandesi Leverage deve essere stato certamente difficile ritrovarsi, e poi riunirsi come band.
Blom, che era a sua volta un subentrante nel gruppo (il cantante originale Pekka Heino uscì dalla band dopo i primi tre album), era un vocalist di ampia fama in patria, di buon background (su tutti gli Heartplay e gli Urban Tale), ma soprattutto era un enorme talento canoro che, dopo un buon avvio con Determinus (2019), si era perfettamente integrato nella formazione, dando vita con i suoi nuovi compagni a un piccolo gioiellino discografico come Above the Beyond (2021). Insomma, parliamo di una figura difficile da sostituire, non solo in line-up ma anche nel cuore dei fans e degli appassionati.
continua