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Blended Brew – Roll The Dice – Recensione

28 Marzo 2025 4 Commenti Paolo Paganini

genere: Rock/Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Mighty Music

Premessa doverosa: fino a poco tempo fa non conoscevo i Blended Brew, e proprio per questo mi sono avvicinato con grande curiosità al loro nuovo disco, un lavoro composto da nove tracce che, per un motivo o per un altro, non avevano trovato spazio nelle release precedenti. Sin dal primo ascolto, la band danese mi ha sorpreso in positivo, colpendo nel segno grazie alla straordinaria immediatezza delle loro canzoni e all’evidente talento dei musicisti coinvolti.

Ciò che emerge fin da subito è la varietà e la ricchezza delle composizioni, che spaziano con naturalezza tra diverse sfumature del rock, mantenendo sempre una grande coesione stilistica. Si parte con Roll The Dice, un brano che incarna alla perfezione l’essenza più pura e viscerale del rock & roll, mettendo immediatamente in luce le doti vocali di Jimmy Mansson, capace di dare grinta ed espressività al pezzo. Traveling Song si muove invece su territori blues/rock e richiama da vicino le sonorità degli U2 del periodo The Joshua Tree.  La successiva Burning Soul è una ballata avvolgente e intensa, con atmosfere evocative che sanno di strade polverose e tramonti infuocati. Con Corner Of Trust si torna a rockeggiare in grande stile, ancora una volta con richiami alla band di Bono, ma con un tocco personale che rende il tutto fresco e accattivante.

L’album continua a sorprendere con Weirdo, un pezzo che sembra uscito direttamente dal repertorio dei migliori Pearl Jam, mentre Crossing Craziness richiama l’energia diretta e sfacciata degli australiani Jet. Il disco si spinge poi verso sonorità più moderne con la dinamica e incisiva Intervene, per poi chiudersi con grande classe con King Confidence, un brano sensuale e avvolgente che strizza l’occhio alle migliori produzioni di Lenny Kravitz.

Nonostante i numerosi riferimenti stilistici che potrebbero far pensare a una mancanza di identità, i Blended Brew dimostrano di avere un sound ben definito e una personalità artistica solida. Il loro approccio musicale risulta sempre autentico e convincente, e la qualità dei brani presentati è davvero notevole. Con questo album, la band conferma di avere tutte le carte in regola per conquistare un pubblico ampio e trasversale, rappresentando una proposta originale e credibile nel panorama rock contemporaneo.

Alliance – Before Our Eyes – Recensione

28 Marzo 2025 0 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Degli Alliance di Robert Berry si erano un po’ perse le tracce dall’uscita dell’album “Fire and grace” del 2019. Oggi, dopo essersi accasati alla Frontiers, i nostri tornano sulle scene con un platter nuovo di zecca ed una formazione base che è sempre la stessa e che, quindi, garantisce esperienza e qualità tecniche al di sopra di ogni sospetto. E pure la proposta odierna degli americani non è molto diversa da quanto già ascoltato sui lavori precedenti: hard rock classico, che affonda le radici nel fertile terreno degli anni 70 e 80, qua e là annaffiato da melodie più catchy.

“Tell somebody” mostra subito il volto più easy listening della band, con un quattro quarti canonico ma piacevole. Più pomposetta “Nothin will make you change”, merlettata dalla chitarra di Phil. Il profumo dell’oceano e di creme solari delle affollate spiagge californiane pervade i solchi di “Too many people”, per chi scrive il pezzo più bello del disco. Gli accenni western di “Face of justice” e la poco incisiva “Good life” traghettano l’ascoltatore senza scossoni alla semi ballad dall’ispirazione vagamente springsteeniana “Joan of Arc”, pezzo di pregio assoluto per ispirazione ed esecuzione. Il mid tempo granitico “Can’t stop messin’” non incontra il mio gusto personale. Ed in realtà neppure “Right”, sferzata dal bassone prepotente di Robert, fa gridare al miracolo. “100 sad goodbyes” è la colonna sonora ideale per attraversare l’infuocato deserto dell’arizona in sella ad un’Harley Davidson guidando verso il tramonto. “Tonight” parte soffusa ma cresce ad ogni giro in spessore e ritmo, per poi cedere il passo alla conclusiva “A bone to chew on”, hard americano fino all’ultima nota.

“Before our eyes” non è un disco di facile ed immediata interpretazione. A prescindere dalle doti tecniche di chi lo suona, si barcamena un po’ troppo fra alti e bassi. Fra pezzi ispirati ed altri meno riusciti. Se la band fosse agli esordi, si direbbe che non abbia ancora una direzione precisa da seguire. Ad ogni modo, globalmente, è un album che vale la pena di ascoltare e riascoltare, prestando attenzione ai particolari. Non è una esplosione di fuchi d’artificio visto dal lungomare, ma piuttosto un tramonto fra le vette che gioca con le luci e le ombre, da osservare seduti su uno sbalzo roccioso, sorseggiando genepy.

W.E.T. – Apex – Recensione

27 Marzo 2025 8 Commenti Giulio Burato

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

La linea sottile che distingue un progetto musicale con uno simile, a volte, resiste agli anni e alle uscite discografiche. Questa distinzione per i W.e.t. e gli Eclipse è sempre stata attiva, seppure Erik Mårtensson e Magnus Henriksson siano le fondamenta di entrambe le band, in cui la differenziazione maggiore è sempre stata la presenza di Jeff Scott Solo alla voce principale dei W.e.t. Con il presente “Apex” tale linea, a livello musicale, si è assottigliata.

Dopo l’ottimo “Retrasmission” uscito nel 2021, ecco il nuovo “Apex”, un album che contiene derivazioni inevitabilmente più marcate rispetto al passato, riferite agli Eclipse, sparse un po’ qua e un po là nella tracklist.

I primi due singoli lanciati, “Believer” e “Where Are The Heroes Now”, non sono paragonabili alla bellezza del singolo “Got To Be About Love” presente nel precedente album; tra i due preferisco il secondo grazie ad un ritornello che viaggia lineare e ad un buon lavoro a livello compositivo. Con l’uscita del terzo singolo siamo già ad un discorso diverso; la canzona piglia, e come se prende; ha sicuramente nel suo DNA tanto della band di Erik e Magnus ma il ritornello ti manda al tappeto come un pugno di Conor McGregor.
Le canzoni che poi mi hanno gratificato sono la catchy “Pleasure – Pain” con un ritornello arioso, il lento “Love conquers all” dove Jeff Scotto Soto sfoggia un’ottima interpretazione. Altre buone partiture sono presenti in “Pay dirt” che ha una struttura non canonica e in “What are we fighting for” che si novamente apprezzare per la combo vocale, una sorta di “Got to be about love” targata 2025.
“Stay alive” contiene invece una intro e un assolo di chitarra tipici degli Eclipse; alla fine sa molto di già sentito. Altri territori musicali già esplorati si sentono nella conclusiva “Day by day” che incide solo in parte e in “Nowhere to run” che sembra avere, a livello di soluzione chitarristica, una parentela con “Freedom finder” degli Ammunition (Erik Mårtensson).

Di “Apex” apprezzo l’art-work e alcuni episodi che ci ricordano come questi artisti sappiano fare musica; peccato per alcuni passaggi che mancano di originalità. Nel complesso non so dire quanto siamo vicini o distanti “all’Apice” musicale degli W.e.t.; ai fans lascio misurare la giusta distanza.

Ginevra – Beyond Tomorrow – Recensione

26 Marzo 2025 1 Commento Paolo Paganini

genere: Hard Rock/Melodic Metal
anno: 2025
etichetta: Frontiers

L’iperproduttiva scena hard rock scandinava ci propone questa volta il secondo capitolo dei Ginevra band nata dal cantante Kristian Fyhr (Seventh Crystal) il quale alcuni anni fa sottopose al presidente di Frontiers Stefano Perugino un pezzo intitolato My Rock N’ Roll per eventuali future produzioni. Da lì l’intuizione del Pres di costruire una vera e propria band che sviluppasse le sonorità contenute in quel singolo. Vennero quindi arruolati il chitarrista Magnus Karlsson (The Ferrymen, Primal Fear), il bassista Jimmy Jay (H.E.A.T.) e il batterista Magnus Ulfstedt (ex-Eclipse, Nordic Union). Il resto è storia recente; nel 2022 esce We Belong The Star accolto molto positivamente dalla critica e a distanza di tre anni ecco arrivare il seguito Beyond Tomorrow. Trattasi di un album molto compatto, costruito su una granitica base di chitarre quasi power metal ma infarcito di un’abbondante dose di tastiere e melodia. Un perfetto connubio tra l’attuale scena nordeuropea rappresentata da H.E.A.T, Crowne, Seventh Crystal e l’hard rock dei Pretty Maids del periodo Jump The Gun. La carica la suona fin da subito Moonlight col suo tiro micidiale che esplode in un ritornello di facile presa. Atmosfere epiche per Lighting Roses mentre la splendida True North introdotta da un suggestivo solo di pianoforte deflagra in uno stellare refrain tutto cori. Let Freedom Ring passa senza lasciare il segno mentre di tutt’altra pasta è fatta Echoes Of The Loney uno dei brani migliori dell’album. Beat The Devil e Samurai sono Melodic Metal allo stato puro mentre la successiva Arms Of Oblivion aperta da una chitarra alla Pull Me Under (Dream Theater) rappresenta il vero e proprio vertice del cd e incarna appieno l’anima, l’essenza e le intenzioni dei Ginevra. Wild Ones e Higher mi ricordano molto Attention dei summenzionati Pretty Maids mentre la conclusiva Enemy Of Your Destiny suggella nel migliore dei modi un album di ottima fattura destinato ad una platea veramente ampia di appassionati. Dice Fyhr a tal proposito: “L’intero album affronta una causa più alta senza essere biblico o politico. Siamo tutti destinati a portare il meglio di ciò che abbiamo nelle situazioni e nella vita quotidiana.

Abbiamo circa ottant’anni per lasciare il nostro segno su questa Terra, quindi è meglio fare in modo che abbia valore. Missione compiuta, ragazzi!

Heart Line – Falling Heaven – Recensione

25 Marzo 2025 0 Commenti Yuri Picasso

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Con “Falling Heaven”, i francesi Heart Line giungono al loro terzo album, proponendo un mix sonoro che si colloca tra synth scandinavi e hard rock americano. Il disco riesce a catturare alcune delle migliori influenze del genere, pur mancando di spunti davvero memorabili.

Il richiamo alla scuola scandinava è evidente in brani come “Love Song” e “Liar,” che evocano il sound di band come Glory e Madison. Tuttavia, il lavoro non si ferma qui: tracce più decise come “Everytime You Smile” attingono dalla tradizione americana dei Danger Danger, mentre pezzi come “I Don’t Want To Live Without You” esplorano un lato più melodico, ricordando i Wild Rose. “Fire in the Sky” si distingue per un tocco aggressivo e influenze teutoniche in stile Shakra, mentre “Broken Heart” evoca gli White Lion.

Nonostante una produzione moderna e curata, a mio avviso il punto più debole del progetto rimane la voce, che non appare completamente amalgamata con le composizioni. Sebbene l’album presenti una varietà di idee interessanti, manca di quei momenti di brillantezza che avrebbero potuto elevare ulteriormente la proposta della band guidata dal chitarrista Yvan Guillevic.

Falling Heaven è un lavoro che potrebbe risultare intrigante per i totalitaristi del genere, grazie alla sua mescolanza di influenze e alla qualità complessiva della produzione anche se probabilmente non riuscirà a lasciare un segno duraturo.

Wheels of Fire – All In – recensione

20 Marzo 2025 4 Commenti Denis Abello

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Art of Melody Music / Burning Minds

Tornano i Wheels of Fire, uno dei pilastri del melodic rock made in Italy e lo fanno con un album che è l’ennesimo passo in avanti nella loro carriera e che va a incastrarsi in una storia artistica che prende sempre più valore album dopo album.
I Wheels Of Fire sono una band italiana nata nel 2006 grazie al cantante Davide “Dave Rox” Barbieri a cui da subito si sono uniti il chitarrista Stefano Zeni ed il batterista Fabrizio Uccellini. Il loro sound degli esordi era un mix di hard rock melodico e AOR dal taglio classico, ispirato a band come Bon Jovi, Journey, Bad English, Hardline e che marcava “temporalmente” il loro stile tra il 1988 ed il 1990. Con il passare degli anni la band ha affinato il suo sound incorporando elementi più moderni, pubblicando album sempre più curati sotto tutti i punti di vista, songwriting, produzione ed esecuzione.
Dopo “Hollywood Rocks” (2010), “Up For Anything” (2012) e “Begin Again” (2019), il nuovo album “All In” (2025) li vede maturare ulteriormente e chiudere la formazione con Simon Dredo al basso.

Il disco si apre con “Fool’s Paradise”, una traccia potente che richiama grazie ai suoi riff precisi e ad un ritornello accattivante (trademark della band) ai Danger Danger anche se lo stile vocale rimanda nell’intro ai migliori Bon Jovi (e non a caso il buon Dave Barbieri milita anche in un tributo proprio alla famosa band del New Jersey). “Under Your Spell” ha l’eleganza dei Tyketto, con tastiere ariose e nuovamente un ritornello che va dritto a segno. “End Of Time” non è facile da inquadrare, ma potremmo dire che è un brano dal tratto moderno e che piazza un crescendo notevole che si conclude con il solito ottimo ritornello. Da notare il gioco di tastiere che introduce il solo di chitarra. “Resonate” si muove in territori power ballad che richiama alla mente certi passaggi in bilico tra Survivor e Bad English, mentre “99 Lies” è un pezzo diretto e “cattivo”, in pieno stile vocale dal sapore Hardline degli ultimi anni.
“Neverland” si fa sognante su un ritmo sostenuto e trascinante. “EmpTV” piazza un hard rock melodico dal sound moderno che sembra fare il verso ai Winger più attuali. “9.29” è un brano moderno che richiama l’alternative rock, qua e la sprazzi ’80s sound, vedi il ritornello… la cosa funziona! “Invisible” è raffinato e malinconico, ricorda i Work Of Art più intimisti per eleganza e impatto emotivo. “Walking On The Wire” è immediato, diretto e accattivante mentre “Heaven Is Sold Out” ha una carica hard rock che rimanda ad una sorta di Dokken con l’abito da festa (quindi più tranquilli ed edulcorati).
Si chiude con “Staring Out The Window” che piazza un altro momento emozionante e nettamente riflessivo.

Che dire quindi di questo ritorno dei Wheels Of Fire! Vario e ben bilanciato, con una produzione pulita che esalta ogni strumento e una scrittura che dimostra la maturità artistica della band, l’album semplicemente funziona alla grande! Le influenze sono chiare ma per fortuna mai eccessivamente ricalcate ed il tratto moderno che la band ha saputo cucire su una base nettamente ’80 lavora egregiamente e, sul proseguio di Begin Again, serve a dar forza ad uno stile chiaro e ben definito che veste la band in maniera sartoriale.
In definitiva i Wheels Of Fire riescono a far proprie le sonorità del passato e a renderle attuali senza mai cadere nello scontato. Bel colpo e ascolto sicuramente consigliato.

Marty And The Bad Punch – Marty And The Bad Punch – Recensione

14 Marzo 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Enghardt Media / Bad Punch Records / Metalpolis

Il chitarrista tedesco Marty Punch, forte di una carriera decennale e noto per il suo hard rock autentico e appassionato, rilascia il suo terzo album. Guardando i musicisti che hanno collaborato al disco, come si potrebbe non essere quantomeno incuriositi?

Partiamo tosti con “The Time Is Now”, potente apertura, dalla ritmica martellante e dalle sfumature gradevolissime: ottimo biglietto da visita. Un elegante giro di basso ci apre le porte di “Keep Pushin´ On”, molto ben strutturata e dal groove trasportante. “Dream In The Dark” ci porta su atmosfere più oscure e misteriose, proponendo una dinamica varia e accattivante. Arriviamo al momento del lento suadente e contemplativo: “Have Faith” presenta tutte le caratteristiche consuete del genere, mettendo in luce un’altra faccia dello stile di Marty Punch. Arriviamo ad “Heart Attack”, dalla componente strumentale molto interessante ed articolata, dai fraseggi melodici e ben intarsiati tra di loro. Proseguiamo nel viaggio incontrando “Deadwood”, dall’inconfondibile intro di flauto di Pan, un brano molto intenso e dall’ascolto decisamente piacevole. “In Deep Water” è un pezzo strano, cadenzato, “chitarristico”, dal sapore nostalgico e americano, che presto si spegne e ci porta a “Don’t Bother Me”, ben più scatenato e puramente hard rock. Scendiamo coi battiti con “The Little Things”, intensa e calda, da godere lentamente in cuffia, una piccola gemma di gusto e tecnica. Iniziamo la carrellata delle bonus track (ben 2): “Streets Of Belfast” ha qualcosa di molto irish nella stesura strumentale e vocale, riportandoci alla memoria qualcosa di molto anni ‘80 (coi dovuti paragoni, “Over The Hills And Far Away” del buon Gary Moore”), mentre la successiva “Better Be Strong” non presenta grandi spunti di riflessione. Concludiamo così un buonissimo lavoro, ispirato e ben suonato, dai momenti intensi e passionali, un buonissimo ascolto per gli amanti dell’hard rock melodico.

Streetlight – Night Vision – Recensione

14 Marzo 2025 4 Commenti Giulio Burato

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Un ricordo mi è tornato a galla vedendo l’artwork di questo “Night vision”, secondo estratto in studio dei promettenti svedesi Streetlight. Quando ero piccolo guardavo spesso il cartone animato Mazinga Z con i suoi “raggi fotonici” che qui hanno illuminato la visione notturna dell’album che esce tramite Frontiers il 14 marzo.
La band è la medesima presente nel buon debutto discografico del 2023 intitolato “Ignition”.

Il primo singolo rilasciato “Sleep Walk” è datato dicembre 2024 ed è una carica frenetica di AOR sincopato con sfumature che ricordano i Mr. Mister e i Cutting Crew e ci riporta agli adorati anni ‘80 con una brillantezza sonora invidiabile. L’unica pecca è che il breve intro risulti praticamente uguale a quello in “Standing On The Edge Of A Broken Dream” dei Groundbraker di Steve Overland.
Il secondo singolo è una prelibatezza gourmet; “Captured In The Night” infarcito di vibrazioni ottantiane e con quel ritornello che si stampa in testa a ripetizione.
Il terzo singolo è un capolavoro assoluto, un mix di Toto e Journey riportati al 2025, per una semi ballad dal testo malinconico e costruita con perizia e sagacia strumentale tanto da avere un outro molto elaborato che porta la canzone a superare i cinque minuti. Per distacco la mia canzone preferita.
A proposito dei sopra menzionati Toto, con “Leanna” abbiamo la perfetta canzone che omaggia Steve Lukather e soci. Freschezza compositiva ammirabile.
Il filo conduttore dell’album è retto alle fondamenta dalla briosità dell’iniziale “Long-Distance Runner” che accosto ai recenti lavori dei The Night Flight Orchestra, dal piglio leppardiano della chitarra presente in “Late Night Hollywood” e dalla suggestiva “Fly with eagles” che ci porta, in maniera sognante, a volare grazie al leggiadro ritornello e ci fa vedere dall’alto un’impostazione che riporta ai recenti Nitrate mixati con i Journey.
I giri del motore innalzano i giri con “Straight to Video”, con venature quasi rock and roll. Altro lento, meno ricercato del precedente, ma introspettivo e di spessore, “Where Did Love Go” posto a fine scaletta, dove appare anche la strutturata e sagacemente orchestrata “End game”, la canzone più lunga dell’album, con un titolo che è il perfetto slogan per la chiusura di questo “Night Vision”.
Gli Streetlght si dimostrano una delle più interessanti, giovani band AOR in circolazione e questo album ne è l’esempio tangibile.

Thundermother – Dirty & Divine – Recensione

14 Marzo 2025 1 Commento Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Afm

Dopo due anni burrascosi, ritornano con una line-up quasi totalmente modificata, le Thundermother. Quanto logica sia la scelta di proseguire con lo stesso monicker non sta a noi giudicarlo, discorso che vale anche per altre band (vedi non ultima i Bonfire), ma sta a noi capire se c è un filo logico che lega il passato al presente.
In tale ottica mi sono addentrato in questo “Dirty & divine” con un titolo che ha un retrogusto simbolico.
La formula della female-band non cambia e ripercorre con le stesse scie stradali, quanto già ascoltato in passato, ossia un rock roll di chiara matrice Ac/Dc, Krokus e Airbourne ma con qualche spolverata di melodia in più.
La prima traccia di “D&D” è “So Close” che presenta subito sia la voce potente di Linnea Vikström Egg sia un deciso riff; canzone scolastica e diretta per il genere che trova la maggiore efficacia in uscita dal secondo ritornello al minuto 2:09 con un cambio di coro.
Energia e ruffianeria in “Can’t Put Out The Fire” con la chitarra che sprigiona la giusta carica; si prosegue nello stesso format con l’azzeccato ritornello di “Speaking Of The Devil”. Se in “Feeling alright” troviamo quella spolverata di melodia menzionata poco fa, rendendo la canzone molto radio-friendly, con “Take The Power” riparte la carica dinamitarda e le pelli sono percosse in maniera vertiginosa da Joan Massing.
“I Left My License In The Future”, primo singolo rilasciato nel 2023, ha il pregio di combinare un rock and roll di vecchio stampo abbinato a dei apprezzabili tocchi di modernità e con la neo rientrata Majsan Lindberg sugli scudi.
All’entrata della settima traccia “Dead or Alive” credevo di essere finito dentro ad un album dei D.A.D. con quel tocco di chitarra caro alla band danese, trade-mark della mitica “Sleeping my day away”, e che qui trova ampio spazio; il ritornello è efficace. Altro passaggio ruffiano è sicuramente presente in “Can You Feel It”; bello l’assolo sfoderato da Filippa Nässil.
Si chiude con la coinvolgente “Bright eyes”, una canzone che alla distanza è tra le migliori, per freschezza e coralità mentre “American Adrenaline” ha carica da vendere ma difetta di originalità.
In sintesi, ho pensato che il voto che rappresentasse perfettamente il disco sia 77, un numero che simboleggia il connubio tra un buon disco e ‘le gambe delle donne’ nella smorfia napoletana… che dite, calza?

Night Flight Orchestra – Give Us The Moon – Recensione

10 Marzo 2025 3 Commenti Francesco Donato

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Napalm Records

Tornano a distanza di quattro anni dalla loro ultima fatica discografica i Night Flight Orchestra, dando alla luce nei primi del 2025 questo “Give us the Moon”, album che di fatto rappresenta la loro settima fatica discografica.
Quattro anni non di certo leggeri per la band svedese, pesantemente influenzati dalla morte di David Andersson, mente e chitarrista del progetto, venuto a mancare tragicamente all’età di 47 anni nel Settembre del 2022.
Non nego di aver pensato che dopo i due ottimi capitoli Aeromantic e Aeromantic II, i nostri, colpiti da un così grave colpo, avessero ipotizzato l’idea di mollare la presa.
A smentirmi fortunatamente ci pensa questo “Give us The Moon”, album che non solo consolida il percorso di crescita della band, ma si pone a mio giudizio come uno dei più riusciti dischi della band.
La pubblicazione è al solito affidata alla Napalm Records, dodici brani che si faranno amare senza particolare fatica da chi ha apprezzato finora i sette album della band.
Formula che non cambia: Ritmiche trascinanti e coinvolgenti, melodie appiccicose e spensierate, brani che non necessitano di chissà quanti ascolti per restare impressi in mente.
Anticipata dall’intro “Final Cut”, apre il disco la bella “Stratus”, pezzo di puro AOR tirato e costruito attorno ad un gran lavoro di tastiere.
Tastiere che, è bene dirlo, anche questo lavoro si affacciano come importanti protagoniste, disegnando melodie accattivanti e un corredo di suoni non di certo moderno ma sicuramente ricco di fascino retrò.
E’ il caso della successiva “Shooting Velvet”, il classico pezzo alla NFO che ci aspettiamo di trovare in ogni album della band!
Melodia a go-go con un ritornello che si farà ricordare e canticchiare già al primo ascolto.
E’ il turno della trascinante “Like the Beating Of A Heart” brano nel quale la band svedese gioca ad autoriciclarsi con successo, utilizzando tutti i cliché che hanno mosso ad oggi le loro migliori produzioni.
Altre ottime prove sono le successive “Melbourne, May I?” e “Miraculous”, pezzi che manifestano con maggiore intensità l’anima anni ’80 del progetto. Miraculous” in particolare, porta in dote arrangiamenti sopraffini e intrecci strumentali davvero piacevoli.
E’ il turno di “Paloma”, primo singolo con il quale avevamo già felicemente testato le effettive potenzialità del disco.
Gran pezzo che conserva sotto pelle la dolce nota malinconica che accompagna da sempre alcuni pezzi del NFO alla “Lovers in the Rain”.
Con “Cosmic Tide” si fa un salto temporale ancora più intenso fino ad arrivare ai seventies, mentre con “Give us the Moon” e “A Paris Point Of View” gli scandinavi si avvicinano a quelle sonorità duraniane che molti di noi hanno amato negli ’80, tanto da riuscire ad immaginare John Taylor che suona il basso sul secondo brano come se fosse appena entrato in studio a registrare “Rio”.
Con “Runaways” si esplorano territori americaneggianti soprattutto nelle ritmiche.
Giunge quindi il turno di “Way to Spend the Night”, uno dei pezzi che alza ulteriormente l’asticella e che probabilmente, in caso di incertezza o dubbi, farà spostare i vostri soldini verso il vostro discaro di fiducia.
Ritmiche intense, melodia immediata e si scende in pista.Abbassa la saracinesca “Stewardess, Empress, Hot Mess (and the Captain of Pain)”, una sorta di piacevole suite di quasi 8 minuti.

Un ritorno pesante quello dei Night Flight Orchestra, un disco che per quanto mi riguarda rappresenta una vera dimostrazione di forza, compattezza e classe.