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Wildheart – Wild ‘n Three – Recensione

03 Luglio 2025 0 Commenti Lorenzo Pietra

genere: Hard Rock Melodico
anno: 2025
etichetta: Good Time Music

Cosa aspettarsi da un album con la copertina a la “Lynyrd Skynyrd” e un nome e look selvaggio come Wildheart? Semplice, Wild ‘n Three!
La band, semisconosciuta dalle nostre parti, ma con un buon seguito nel paese di origine, Belgio, pubblica il terzo lavoro studio intitolato proprio Wild ‘n Three. I cinque rockers pescano a mani basse dagli anni ’80 e ’90 a partire dai nomi, Farty alla voce (andate a leggervi la traduzione), Foxx e Juice alle chitarre , Stevie Dee al basso e Thunderberck alla batteria e propone, come la label Good Time Music descrive, un glam metal ispirato a leggende tra cui Motley Crue, Van Halen e Whitesnake. Personalmente vedo principalmente il gruppo di Vince Neil e soci con una spruzzata di Swedish Rock nei ritornelli esplosivi.

L’album è senza dubbio un insieme di energia pura, assoli melodici, ritornelli coinvolgenti e già l’opener Miss Treat Me Right con le chitarre ruggenti e il puro hard rock riesce a farci scatenare. Le seguenti Last Goodbye e Sands Of Time non sono da meno, melodiche, potenti, nel primo pezzo Farty dimostra la sua classe vocale, nel secondo il groove delle due chitarre è qualcosa di magico e coinvolgente. Si continua con Fire In The Hole e FC , altri due pezzi rock come non mai, dove il drumming stavolta è in primo piano a scandire il tempo ed entrambe le songs
sono cori da stadio. Si arriva al pezzo migliore dell’album, We Are The Ones. Basso pulsante iniziale, batteria che entra potente con le chitarre, Farty che attacca quasi parlando e le chitarre si intrecciano…wow!!! Ancora Hey Man! , Chameleon , altre canzoni che dimostrano la bravura di questo gruppo che riesce a tirare fuori il meglio da ogni traccia. La mia curiosità nell’aprire e cosa aspettarmi dalla traccia Festina Lente(!!?) finisce con una bella mid tempo, dove il ritornello vola su note alte ed il riff è veramente semplice ma dannatamente efficace. Si chiude con la chitarra acustica e la voce di The Gentle Tyrant, che ci accompagnano nel lungo intro da quasi due minuti per poi sentire l’esplosione delle chitarre elettriche e riportare il sound classico e l’assolo da manuale veramente fantastico!!!

IN CONCLUSIONE:
Un album e un gruppo da scoprire con il loro rock melodico, chitarre hard rock, grandi assoli e una voce coinvolgente. I Wildheart e questo Wild ‘n Three hanno fatto decisamente centro, un disco da riascoltare a ripetizione!

Nicklas Sonne – Electric Dreams – Recensione

27 Giugno 2025 2 Commenti Paolo Paganini

genere: MELODIC METAL
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Nicklas Sonne… chi era costui? Questa potrebbe essere una domanda lecita che verrebbe spontaneo porsi di fronte a questo disco ma leggendo la biografia di Sonne scopriamo che egli è tutt’altro che uno sconosciuto. Nicklas è infatti è un polistrumentista danese con alle spalle numerosi progetti metal e progressive tra i quali possiamo menzionare i Defecto e gli Aries Descendant (questi ultimi già usciti per Forntiers nel 2024 con l’album From The Ashes Of Deceit) ed importanti esperienze al fianco di Metallica e Dream Theater. Il suo primo album nel quale il nostro si cimenta in veste solista cantando e suonando tutti gli strumenti è una vera e propria sorpresa in senso positivo.

Su Eletric Dream il ragazzo si sbizzarrisce proponendo una serie di dodici tracce estremamente varie mescolando brani di diverso genere. A farla da padrone, come del resto era lecito aspettarsi, è il classico hard rock/heavy metal ma a stupire sono le inaspettate incursioni nel pop da classifica e nell’hard rock americano. Si parte alla grande con la pomposa Fireline che grazie ad un imponente muro sonoro di chitarre e tastiere ci travolge regalandoci un hard rock di matrice nord europea di grande impatto. Route 65 fin dal titolo si rifà al polveroso hard rock statunitense riconducibile agli ZZ Top. Sulla stessa falsariga si muove la granitica Shadows In Betweens mentre con A Women’s World e Limitless ci spostiamo su un metal melodico alla H.E.A.T. che arriva dritto all’ascoltatore grazie ad un ritornello facilmente memorizzabile fin dal primo ascolto. Epic Song è la prima sorpresa dell’album. Una traccia di country pop da classifica a metà strada tra Kid Rock e Wake Me Up di Avicii (?!?!). Con Electric Dream e Living Loud ritorniamo su territori più consoni alla nostra linea editoriale mentre Baron Of Mischief sembra estrapolata dalla discografia dei Nickelback. Helldivers Anthem è speed metal allo stato puro a cui a cui si contrappone la splendida power ballad Alway With Us ideale colonna sonora di un film di genere epico.

In chiusura segnalo la strumentale Overload che permette a Nicklas di sfoggiare tutta la sua abilità alla sei corde dimostrandosi un valido chitarrista oltre che un ottimo cantante. Un album molto interessante che darà modo di conoscere questo talentuoso musicista ed interprete ad una platea ancor più ampia di appassionati.

Circus Of Rock – Hellfire – Recensione

26 Giugno 2025 4 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Lions Pride Music

In uscita il terzo album dei Circus Of Rock, superband capitanata dal veterano Mirka “Leka” Rantanen, musicista dalla carriera ultra trentennale e dalle infinite collaborazioni.

“The Great Evil” è un inizio incredibile: potenza ritmica, riff azzeccato e un arrangiamento di grande impatto per rompere il ghiaccio nella maniera migliore. Seconda traccia riservata alla title track “Hellfire”, energica e ben strutturata, dai fraseggi interessanti e virtuosi al punto giusto. “On The Lips Of Fate” si apre all’ascoltatore con la sua trama tagliente e la parte vocale molto intensa e penetrante: complessivamente una buonissima traccia, con quella chiusura di ritornello (“And fallin’”) incredibilmente catchy. Passiamo alla successiva “Broken Pieces”, molto più oscura e introspettiva, dal ritornello intensissimo, un pezzo molto godibile anche a livello strumentale. “Heat Of The Moment” è una power ballad dalla dinamica ben costruita, con un buonissimo arrangiamento e dalla resa ottimale: non banale come spesso accade. Grande scoperta con “Die Another Day” (che fortunatamente nulla ha che spartire con l’orrendo brano di Madonna), pezzone potentissimo, lanciatissimo e dalle sezioni strumentali ruggenti, piacevolissimo all’ascolto e al riascolto. Ci rilassiamo un attimo con “Lead Tears”, brano di transizione che però riesce comunque a trasmetterci spunti interessanti, soprattutto a livello musicale. “Back For Good” è una traccia canonica, dal gusto vintage, sempre piacevole, adatta un po’ a tutti i tipi di ascoltatore, così come “Kill The Lights”, molto teutonica come hard rock, che ci ricorda qualcosa degli Scorpions, quindi decisamente positiva. Colpo di coda inaspettato con la travolgente “All Or Nothing”, conturbante, ben costruita, capace di coinvolgere e di imprimersi nella mente senza troppi fronzoli. Ultimi sussulti con “Tough Pill To Swallow”, altra cavalcata inarrestabile, che ci consegna un lavoro eseguito, ideato e prodotto in modo ineccepibile, con slanci di tecnica e composizione non indifferenti, complessivamente piacevole da ascoltare e dagli spunti non banali.

Tiffany Kills – World On Fire – Recensione

26 Giugno 2025 0 Commenti Vittorio Mortara

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: CTM Music

 

I nomi coinvolti nel progetto Tiffany Kills possono, da soli, far pensare ad un supergruppo: Jaycee Cuijpers (Praying Mantis, Ayreon…), Christian Tolle (CTP) e Don Dieth (U.D.O.) sono degli scafati veterani della scena hard’n’heavy europea degli ultimi 20 anni e la loro esperienza è evidente in ogni solco di questo “World on fire”. Il rifferama e, più in generale, l’intero impianto chitarristico del disco denuncia una spiccata derivazione dai canoni del teutonic hard rock sound di fine secolo scorso. E anche la sezione ritmica, pur senza strafare, sostiene adeguatamente le canzoni. Quindi mi è piaciuto? Beh, insomma… Lo trovo innanzitutto poco variegato in termini di songwriting. Al terzo granitico riff comincio ad avere l’impressione che i pezzi si somiglino tutti un po’ troppo. Sensazione avvalorata anche dalla voce del buon Jaycee, roca ed old style, che stride leggermente anche quelle poche volte in cui atmosfere si fanno più rarefatte e melodiche. Ed a poco servono i cori della signora Mandi Sneijers per ingentilire quei colpi di gola che ricordano un po’ RJ Dio o il gigante Jorn. Alla fine dell’ascolto non mi rimane un pezzo particolare in testa. Diciamo che l’opener “I’ll come running”, gli inserti di piano della melodica ed aoerreggiante “Breathless”, la scarna “World on fire” e l’anthemica “Too young” si elevano un gradino al di sopra del livello generale, riuscendo a lasciare traccia.

Questo lavoro è la dimostrazione che, a volte, tecnica individuale ed esperienza, se non supportate da un livello adeguato di songwriting, non sono sufficienti a far staccare un album dalla media delle uscite. Peccato, perché qui c’era anche una buona produzione, curata da Tolle stesso… Peccato davvero, sarà per la prossima volta…

Inglorious – V – Recensione

10 Giugno 2025 6 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

In uscita il quinto album dei britannici Inglorious dal titolo “V”: lietissima notizia prima dell’estate, che riporta alle nostre orecchie una band dal grandissimo carisma e dalle sonorità speciali.

Apriamo le danze con “Testify”, dal riff coinvolgente e dalla linea vocale tagliente, dalla pacca sonora intensa e corposa: da ascoltare e riascoltare. Passiamo a “Eat You Alive”, bella tosta e martellante, un hard rock ben fatto e dal gusto a metà tra il contemporaneo e il passato. “Devil Inside” mantiene questa dinamica poderosa, con toni più oscuri e micidiali, risultando nel complesso un buonissimo brano. Si torna su orizzonti più scanzonati con “Say What You Wanna Say”, pezzone orecchiabile dal ritornello cantabile, nel complesso appetibile per un pubblico vasto ed eterogeneo. Corale e titanica, arriva il momento di “Believe”, variegata, strumentalmente complessa, dalle molteplici sfaccettature e dai fraseggi ben costruiti: ottima prova. Non poteva mancare una bella intro basso/chitarra e basso/voce, in pieno stile anni ‘80: “Stand” piace e si fa piacere, con quel suo sapore un po’ agé, che non guasta mai, al contrario della successiva “In Your Eyes”, più attuale e pestata, ma globalmente non eccezionale. “Silent” ha una piacevolissima dinamica e una struttura interessante, ben cesellata e dove la voce incredibile di Nathan James trova note e colori impressionanti. Con “End Of The Road” torniamo su sentieri più hard rock, sempre mantenendo l’ottimo standard tenuto sinora. Concludiamo questo splendido album con la micidiale “Power Of Truth”, ultimo anello di una catena praticamente perfetta, ovvero un lavoro eseguito e mixato in maniera eccellente, potente e ben sviluppato in tutte le sue parti, da godere sino all’ultima nota.

Moonlioght Haze – Beyond – Recensione

10 Giugno 2025 1 Commento Alberto Rozza

genere: Melodic Metal
anno: 2025
etichetta: Scarlet Records

In uscita il quarto lavoro dei Moonlight Haze, band ormai solida e dal curriculum invidiabile, capitanata da Chiara Tricarico, che propongono un power metal dalle venature melodiche.

Inizio inconsueto con la title track “Beyond”, una leggerissima e veloce melodia voce e pianoforte, incredibilmente suadente e delicata. Cambia decisamente l’atmosfera con “Tame The Storm”, potente e graffiante, corale e aggressiva, un brano decisamente riuscito e gradevolissimo. “Crystallized” è un pezzo bello corposo e godibile, con una dinamica interessante, che carica durante la strofa ed esplode nel ritornello, orecchiabile e che resta subito in testa. Con “Chase The Light” restiamo sulla stessa linea stilistica, ovvero chitarre ben presenti, ritmiche martellanti, atmosfere ampie e una voce limpida, una sorta di marchio di fabbrica della band, così come la successiva “Would You Dare”, un po’ più oscura nel riff, ma globalmente molto vicina alle altre tracce dell’album. Il momento del lento arriva sempre: ecco “L’Eco Del Silenzio”, cantato in italiano, una perfetta e lieve armonia che rallenta meravigliosamente l’impeto heavy dei Moonlight Haze catapultandoci in un mondo magico. “D.N.A. (Do Not Apologize)” torna a martellare, riportando l’ascolto su un piano più metal e attestandosi come uno dei pezzi più divertenti del lavoro, al contrario di “Untold”, un po’ ripetitiva e scontata. Ritmicamente molto interessante e dalla coralità inusuale, arriva “Time To Go”, buonissima sorpresa in coda all’album. Chiudiamo la recensione con “Awakening”, sempre sulla stessa lunghezza d’onda delle altre tracce, che chiude anche l’ascolto dell’ultima uscita dei Moonlight Haze, che ci consegnano 10 pezzi interessanti, stilisticamente ben delineati, a tratti sorprendenti e a tratti poco originali, ma globalmente ben strutturati, ben eseguiti e che lasciano nell’ascoltatore un certo interesse per la loro esecuzione dal vivo.

Sum Of All – Time To Leave – Recensione Breve

31 Maggio 2025 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Novas Records

“Se non provengono dalla Svezia non li recensiamo”.
Parto da questo slogan, per recensire l’album dei Sum of All, band che ho ascoltato addentrandomi casualmente nel “tubo”.
Provenienti dalla nordica Vansbro i cinque esperti musicisti, in passato presenti in vari progetti, fondono questo nuovo trademark caratterizzato da un hard rock di vecchio stampo con la ricerca di qualche sfumatura moderna, un mix che mi riporta ai recenti Ray of Light e, in alcuni passaggi, ai Remedy. Parto dall’accostamento a questa ultima band per presentare l’opener “Sitting ducks” che pare imparentata da vicino al suono dei più giovani connazionali. Le canzoni che accendono la fiamma di “Time to leave” sono il primo singolo “Lost and Found” e la melodica “First to Hold You’” un mid tempo riempito di tastiere che lo rendono coinvolgente e ricco. Bello il lento e title-track posto a fine scaletta che assieme all’altra semi-ballad “My fears” ci regala un Börje Lindström con un’impostazione vocale pregevole e precisa.
Altri brani non hanno lo stesso effetto, una su tutte “Man or Machine” troppo cupa e senza particolari acuti.
Nel complesso, “Time to leave” è un album che si apprezza parzialmente, con canzoni che salgono alla ribalta, mentre le altre non passano il valico dell’originalità.
Come si diceva un tempo “rinviati a settembre”, anzi rettifico, “rinviati alla prossima uscita discografica”.

L.A. GUNS – Leopard Skin – Recensione

31 Maggio 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Cleopatra Records

Diciamolo in anteprima, un disco dei L.A. Guns per chi ama la scena Sleazy è sempre, nel bene e nel male, un evento da prima pagina.
Perché qui signori, si tratta di una delle band che hanno dato un contributo bello grosso nel forgiare lo stile sleaze (o street metal se preferite chiamarlo così), un contributo che li ha sempre posti nell’Olimpo dei pionieri al pari di colossi come Guns n’ Roses e Skid Row, e di band meno fortunate dal punto di vista del successo come Faster Pussycat, Vain e Jetboy.
Se” Appetite For Destruction” dei cuginetti con le rose può essere definito il manifesto assoluto dello stile, l’esordio dei nostri nel 1988 si pone certamente come il degno antagonista ruvido e roccioso.
Ritrovarsi quindi a parlare di Tracii Guns e Phil Lewis a quasi quarant’anni dalla loro comparsa sulle scene non può essere quindi che un enorme piacere.
La prima novità in merito all’uscita di “Leopard Skin” è il cambio di etichetta.
Si ritorna a Cleopatra Records, etichetta con la quale la band losangelina aveva pubblicato “Hollywood Forever” nel 2012.
In mezzo, sette anni di Frontiers Records, periodo nel quale i L.A. Guns hanno pubblicato ben quattro album in studio, di fatto lo spazio temporale in cui la band ha sfornato più dischi di tutta la sua storia.
Se “The Missing Peace”, ovvero primo disco sotto Frontiers, era stato un album con i fiocchi, capace di ritagliarsi un ruolo di primo ordine all’interno dell’interna discografia della band, negli ultimi dischi si era respirata una certa aria di impazienza nel tirare fuori ad ogni costo il prodotto.
Ma andiamo subito al dunque. Dove si pone questo lavoro della band?
Sicuramente i nostri non deludono i fans, coerenti al loro modo di intendere il rock n’roll, con un’attitudine sempre in tiro, che fa sfoggio si sé in riffs che funzionano e cori azzeccati.
E’ il caso dell’opener “Taste It”, scelta come primo singolo non a caso. Un pezzo a cavallo tra i L.A. Guns di “Vicious Circle” e gli AC/DC dove Tracii e Phil ci fanno sentire subito a nostro agio.
Si prosegue con il successivo singolo “Lucky Mothefucker”, brano dove la voce di Lewis torna ai tempi dei primi due lavori, con un intercedere sporco e strafottente che sfocia in un refrain orecchiabile e radiofonico.
Un gran lavoro di slide guitar di Tracii caratterizza “The Grinder”, mentre “Hit and Run” si mette in luce per la sua andatura più lenta e portare in dote un ritornello tra i più riusciti dell’album.
“Don’t Gimme Away” possiede in toto il marchio di fabbrica della band, e sottolinea la buona intesa tra la voce di Phil e la coriacea vera creativa di Guns.
C’è spazio anche per la countryeggiante “Runaway Train” che vi farà rivivere atmosfere alla Rolling Stones.
“Follow The Money” affonda i piedi nello sleaze anni ’80 già dal riff iniziale, poi ci pensa la voce di Phil a fare il resto mantenendo il pezzo su un ottimo livello di presa.
“The Masquerade” è la ballad del disco, la ballad che ci si aspetta dalla band, argomento nel quale i L.A. Guns hanno sempre dimostrato di saperci fare, e anche in questo caso non sbagliano.
Chiude la tenda “If You Wanna”.
In conclusione, i ragazzi si divertono senza fronzoli, i tempi di tentare la carta del successo sono andati da un pezzo, ma la coerenza nel fare ciò che piace e che si aspetta da loro la gente è da premiare.
Un album che non fa gridare al miracolo e che probabilmente non entrerà nella mia top ten, ma onesto, autentico e nostalgico. E non è certamente poco di questi tempi.

 

Luke Spiller – Love Will Probably Kill Me Before Cigarettes And Wine – Recensione

22 Maggio 2025 4 Commenti Stefano Gottardi

genere: Pop Rock/Symphonic Rock
anno: 2025
etichetta: Big Machine Records

Ci sono dischi che sorprendono per il loro contenuto, altri per il contesto da cui emergono. Love Will Probably Kill Me Before Cigarettes And Wine, primo lavoro solista di Luke Spiller, sorprende per entrambi.

Conosciuto come frontman dei The Struts, tra i protagonisti della scena glam-revival dell’ultimo decennio, Spiller prende qui una direzione decisamente diversa: più intima, riflessiva, e in fondo anche più sincera. Abbandonati i ritmi incalzanti e l’estetica plateale del rock da arena, il cantante inglese si misura con un art pop elegante e venato di malinconia. Il risultato è un album coeso, ispirato, in cui l’aspetto visivo lascia spazio a quello emotivo. È un disco incentrato sul tema della vulnerabilità maschile, trattata con ironia, teatralità e, persino, pudore.

Il brano di apertura, “Devil In Me”, introduce subito un tono cinematografico, con un arrangiamento orchestrale che richiama certe colonne sonore degli anni ‘60. È una traccia che mette in chiaro le coordinate: questo non è un progetto parallelo, ma una vera e propria esplorazione artistica. La title track è forse la canzone più rappresentativa dell’intero lavoro: liriche sospese tra il dramma e il romanticismo, armonie ampie, ed una melodia da musical hollywoodiano riletta in chiave dark. Spiller canta con un approccio molto più narrativo rispetto al passato: non cerca la nota ad effetto, ma la frase giusta, l’intonazione che comunica esitazione, desiderio, perdita. Pezzi come “She’s Just Like California” o “Angel Like You” oscillano tra pop barocco e soul, con rimandi tanto a Burt Bacharach quanto a certi momenti più intimi di Elvis Costello. La produzione, ad opera di Jon Levine e Jason Falkner, accompagna il tutto con misura. Gli arrangiamenti sono sempre funzionali alla scrittura, mai invasivi, e contribuiscono a creare un’atmosfera avvolgente, quasi da film. Ogni canzone sembra il capitolo di una storia più grande, anche se non esplicitamente dichiarata.

Va altresì segnalato qualche piccolo inciampo. In alcuni passaggi, come in “Magic At Midnight In Mel’s Diner”, la narrazione si fa così densa di dettagli che rischia di perdere immediatezza, e l’ambizione orchestrale può apparire un po’ eccessiva, quasi a scapito della spontaneità che invece rende i The Struts irresistibili.

IN CONCLUSIONE

Love Will Probably Kill Me Before Cigarettes And Wine è un disco maturo, pensato e coerente. Luke Spiller stupisce per la serietà con cui affronta questa nuova veste, e soprattutto per la qualità del songwriting. Non si tratta di un capriccio solista, ma di un passo vero e proprio verso un’identità più ampia e sfaccettata. Un album che non alza la voce, ma che riesce a farsi sentire. Elegante, nostalgico e assolutamente personale.

Don Felder – The Vault (Fifty Years Of Music) – Recensione

20 Maggio 2025 1 Commento Lorenzo Pietra

genere: Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Records

Ecco arrivare il quarto lavoro solista di Don Felder, storica chitarra degli Eagles che penso non abbia bisogno di tante presentazioni…. The Vault (Fifty Years Of Music) è il titolo del disco e arriva a distanza di sei anni da Rock N Roll America e contiene tutti le demo rivisitate, risuonate ma scritte nel corso della carriera da Don Felder dal 1974 al 2023. Il viaggio che questo album ci regala è infatti qualcosa di speciale, sentire le canzoni a così tanta “distanza” l’una dall’altra è un’emozione veramente unica e riesce a mischiare ballad e rock a stelle e strisce.
Ma la vera chicca dell’album è data dalla lunga lista di Big della musica che hanno collaborato con Don Felder. Preparatevi per una serie di infinita tra cui Steve Lukather, Joseph Williams, Greg Phillinganes, David Paich, Brian Tichy, Timothy Drury, Greg Bissonette e tanti altri che elencherò nella tracklist. Come dicevo le canzoni ci fanno viaggiare nel tempo da Move On, del 1974 a I Like The Thing You Do datata 2023, dando vita a un nuovo sound dove si alternano ballad molto intime a schegge rock.

Tracce come l’appena citata Move On che ha il sapore anni ’70 ma rivisitata in chiave più moderna risulta con più mordente. Free At Last la ritengo la canzone più significativa e che riassume il mood dell’album, sempre con un sound cupo, basso in evidenza, voce bassa e sussurrata con un ritornello però fresco ed un testo importante. Hollywood Victim è un mid tempo Aor fino al midollo dove il testo parla dei sogni infranti e del lato meno famoso di Hollywood. Si accelera con l’ottantiana Last At All allegra, veloce, un west coast con tinte rock e un ritornello che si fissa in testa. Altre canzoni da ricordare sono I Like The Things You Do, il ritornello da un senso di dejavu, ma rimane un pezzo rock divertente con un bell’assolo. Si continua con il synth e il basso effettato di All Girls Love To Dance, un pop dove ogni strumento è elettronico e ci riporta in pieni anni 80. La ballad Together Forever è un buon pezzo che non grida al miracolo, dove la batteria accompagna il basso e la chitarra effettata sembra parlare. Heavy Metal è la riedizione del brano originale del 1981 e si conferma uno dei pezzi più hard rock, di certo lontano dal metal di quegli anni. Let Me Down Easy è la seconda ballad, al microfono troviamo Nina Winter che riesce a dare un ulteriore tocco di dolcezza al brano, bello e molto Aor soprattutto nell’esplosione del ritornello. Si chiude con la strumentale Blu Skies, chitarra acustica, archi, violini e cori finali per due minuti di ottima fattura.

IN CONCLUSIONE:
Un buon album che vi offrirà un’ora di musica di qualità, un classic rock rivisitato in chiave moderna, con un autentico sound americano.