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It’sALIE – Wild Games – Recensione

27 Febbraio 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

 Recensione di stampo tricolore con il ritorno degli It’sALIE capitanati dalla frontwoman Giorgia Colleluori. Il tavolo da gioco, rappresentato dall’artwork, è apparecchiato con l’energia rock and roll che aveva già contraddistinto la prima release targata 2020, ma qui il tiro sembra ancora più diretto, più maturo e consapevole, quasi a voler dichiarare fin dalle prime battute un’identità ormai ben definita.

Gli It’sALIE sono Giorgia e Camillo Colleluori, rispettivamente voce e batteria; insieme a loro, Leonardo Duranti e il navigato Mat Sinner al basso, presenza che aggiunge solidità e un tocco internazionale al progetto. Proprio Sinner cura la produzione di “Wild Games”, in uscita per Frontiers Records, mentre il mix è affidato a Magnus Karlsson, garanzia di potenza e pulizia sonora.

Giorgia Colleluori è l’anima pulsante della band: una scoperta di grande impatto, con una voce hard rock passionale, intensa e capace di muoversi con naturalezza tra grinta e melodia. Le prime tre canzoni scaldano le arterie con il sanguigno rock della sezione ritmica: dal primo singolo Waiting For The Rain alla bluesy Living In The City, passando per la dinamica One Way To Rock, che gioca su intrecci vocali e ritornelli immediati.

Il passo si fa più profondo con History Remains, che lavora sulle basse frequenze e convince per struttura e sviluppo melodico, mentre i “giochi pericolosi” evocati dal titolo dell’album prendono forma in Believers Of Leaders, dove spicca un assolo da annotare per gusto e costruzione.

Rebels attraversa territori più tenebrosi, con atmosfere intrise di whisky da saloon e un lavoro di basso e chitarra che crea un tappeto ruvido e suggestivo; la voce di Giorgia graffia nei versi, così come nella successiva Bring It On, più sostenuta e incalzante sul piano ritmico.

Gates Of Faith si apre con un effetto di chitarra evocativo e cresce nell’urlo (“Screaming, dreaming”) fino al messaggio identitario del ritornello (“Remember who you are”), uno dei momenti più emotivi del disco.

Le ultime tre tracce sono dannatamente incentrate su movenze ruvide e sabbathiane, con richiami evidenti all’oscurità di “Eternal Idol”, e tra queste Death Road è quella che salta maggiormente all’orecchio per impatto e personalità.

“Wild Games” è un album roccioso, settantiano nelle sue radici, ma capace di restare al passo con i tempi: un lavoro aperto a diverse influenze, coeso e ricco di sfumature, che conferma la crescita degli It’sALIE e li posiziona con decisione nella scena hard rock contemporanea. Qui non c’è solo energia: c’è identità, direzione e la voglia chiara di lasciare un segno.

Violet – Silhouettes – Recensione

27 Febbraio 2026 0 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Metalopolis Records

I giovani virgulti teutonici Violet tornano sul mercato con un EP di quattro pezzi inediti, tre live e 1 demo, interludio fra l’album del 24 e la prossima uscita full lenght. Dal punto di vista musicale, le quattro canzoni nuove sono in linea con lo stile ascoltato sull’ultimo disco: la fanno da padroni i cori e i passaggi tastierosi, con la voce di Jamie a disegnare linee vocali più simili ad Abba e Roxette che non a Heart e Vixen. Di melodia ce n’è sempre a bizzeffe, anche se, come già osservato su Mysteria, una buona parte della freschezza e dell’immediatezza del debutto sono andate perdute.

“Set me free” è il pezzo un po’ più rockeggiante del lotto con un certo qual sentore di certi Triumph. “Dangerous you” è quello più scorrevole: tutto fluisce in una melodia pop con un bel refrain non complicato da sovrapposizioni corali e un finale pianistico intrigante. Di multi layer choruses, invece, è ricca “Somewhere somehow”, dove è possibile ascoltare un pregevole duetto fra Jamie ed il chitarrista Manuel Heller,il cui timbro soffiato ricorda vagamente Torstein Flakne. Ultimo brano inedito è “Calling for you” sulla quale aleggia lo spirito della mai troppo compianta Marie Fredrikkson. I tre pezzi live, registrati al teatro Scala della loro Ludwigsburg, danno un’idea dell’energia e della professionalità della band sul palco: niente affatto male per una gruppo di giovanissimi! Infine la versione demo di “Fall in love” è utile solo ad apprezzare nuovamente le affinità vocali di Heller con mr. Stage Dolls.

Al netto dell’opinione di chi vi scrive sull’utilità di una operazione strettamente commerciale quale può essere la pubblicazione di un EP, e limitandomi a giudicare i brani nuovi, direi che il livello compositivo ed esecutivo di questo Silhouettes è esattamente lo stesso del disco del 2024. Si è perso un po’ del fattore sorpresa dell’esordio ma i ragazzi restano una realtà più che valida nonché discretamente originale nel panorama contemporaneo. Attendo con ansia il futuro full lenght.

Michael Monroe – Outerstellar – Recensione

20 Febbraio 2026 1 Commento Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining

Ritorna con un nuovo disco solista il leggendario cantante degli Hanoi Rocks Michael Monroe, energico e riconoscibilissimo, un sempreverde dell’hard rock/slaze.

Sfrenata e travolgente, iniziamo subito col botto: “Rockin’ Horse” è una cannonata, ritmicamente coinvolgente, dal ritornello catchy e che resta inchiodato nella mente dell’ascoltatore. “Shinola” emana vibrazioni positive e scanzonate, con una struttura pregevole e corale: gioiellino. Arriva il turno di “Black Cadillac”, cadenzata e spietata, dalla linea vocale crudele e violenta. Con “When The Apocalypse Comes” ci alleggeriamo nelle ritmiche e nelle sonorità, per abbracciare atmosfere più soavi e delicate: il momento perfetto per tirare il fiato. Saliamo di giri con “Painless”, dalla trama oscura e misteriosa, circondata da una specie di alone di mistero, che la rende piacevole e godibile. “Newtro Bombs” è un pezzone tosto e punkeggiante, veloce, semplice, diretto, al contrario del successivo “Disconnected”, contemporaneo, quasi pop – rock, dalla struttura tradizionale e confortevole. Saltiamo nelle atmosfere sintetiche di “Precious”, effettata, un po’ vuota, forse l’unico cedimento all’interno di un lavoro ben eseguito. Ritorniamo su livelli accettabili con la nostalgica “Pushin’ Me Back”, profonda, azzeccata in ogni sfumatura, globalmente gradevole. “Glitter & Dust”, introdotta da un arpeggio di chitarra acustica, è un brano da strada, semplice, una ballata necessaria e dal sapore vintage: ci voleva. Veloce e canonica, “Rode To Ruin” passa veloce e senza grandi balzi di originalità, portandoci alla traccia conclusiva “One More Sunrise”, insolitamente lunga e orchestrata in modo particolare (addirittura con inserti di armonica), che mette la parola fine a un disco piacevole, divertente, autentico e genuino.

Transatlantic Radio – Midnight Transmission – Recensione

20 Febbraio 2026 1 Commento Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Ahhhh! Finalmente un disco di vero, puro ed incontaminato AOR di stampo americano! Penso che fosse dai tempi del secondo fantastico album dei Tour De Force che non mi capitava di ascoltarne uno così! Un melange di riff hard rock, scintillanti keys e ritornelli ammiccanti. Questa multinazionale di cinque ragazzi con sede a L.A. sa sicuramente il fatto suo quando si tratta di suonare. E per gran parte dell’album dimostra anche di saper scrivere belle canzoni. Peccato che qua e là il livello cali un poco, altrimenti saremmo di fronte ad un serio candidato alle top ten del 2026…
Infatti come si fa a non emozionarsi già dalle prime note di “That’s what you got (for falling in love)? Riff cromato, tastiere d’atmosfera ed il classico crescendo strofa-bridge-coro-assolo che ci porta all’epoca che fu con tutte le conseguenze emozionali che ne derivano. Mentre i brividi ci corrono ancora lungo la schiena, “City of angels” ci ricorda qual’era il nostro sogno da diciottenni: stare in sella ad una Harley con biondona al seguito su e giù per il Sunset boulevard. Mattias Osbäck è un cantante dotato e, soprattutto, perfetto per il genere proposto. Ascoltatelo prima graffiare su “Wide awake” e poi accarezzarvi i timpani sulla splendida semiballad “Fever dream” e ditemi che non ho ragione. “The good times” è un manifesto di quanto detto sopra: un revival di quei “good times” a noi tanto cari… Tempi in cui il compianto Jack Ponti componeva pezzi che parecchio assomigliavano a “First to be the last”. E ancora: gli Atlantic del primo disco fanno capolino su “All for you”, azzeccata nelle atmosfere soft e nel coro facile facile. Un po’ sotto tono, “Against all odds” ricicla per l’ennesima volta nella storia riffone killer di “Love cries” degli Stage Dolls per poi cedere il passo alla conclusiva “Born to raise”, altro classico pezzo di AOR a stelle e strisce introdotto da un delicato pianoforte.

Insomma, bel lavoro per Osbäck e soci. Veramente. Un paio di pezzi sono un poco sottotono e manca una vera e propria ballad, ma ciò non toglie che siamo di fronte ad un album che ha tutti i crismi per piacere. Compresa una produzione all’altezza. Certo, non vi è traccia di originalità qui. Ma, in fondo, ci importa veramente? La musica si ascolta perché provoca emozioni. E i ragazzi lo fanno. Garantito!

Rozario – Northern Crusaders – Recensione

20 Febbraio 2026 0 Commenti Luca Gatti

genere: Heavy/ Melodic Metal
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy

Ciao amici di MelodicRock.it si parte forte con l’anno nuovo, volgiamo subito lo sguardo a nord e ritroviamo all’orizzonte una recente conoscenza nel panorama Melodic Metal, direttamente dalla Norvegia tra vichinghi, salmone e Welfare ad alti livelli ci imbattiamo nuovamente nei ‘cattivi’ Rozario con il loro secondo album Northern Crusaders che è una chiara dichiarazione di intenti: non lasciatevi ingannare dal nome della band per chi non fosse ancora incappato tra le loro grinfie, nessuna spogliarellista brasiliana, solo puro e duro heavy metal a bollino doc per gli affezionati di Odino e dell’epica norrena.
Per l’appunto la prima traccia ‘Fire And Ice’ (tu guarda) che esce della forgia è la tempra di un modern metal compresso ed incalzante pienamente in linea con la concorrenza delle giovani band che sgomitano qui su Melody Rock, ispirazioni alternative ed una punta di power però senza ossessionare l’ascoltatore, canzone decisamente in continuità con il primo godibilissimo album d’esordio del 2023 ‘To The Gods We Swear’, ritornelli mastodontici in pieno stile AOR che non domandano certo il permesso di farsi piacere.

E’ Con la seconda traccia ‘We Are One’ che la band rompe il ghiaccio (gli indugi…) e trascina la composizione verso un metal intriso di epic e nordiche leggende senza abbandonarsi a troppo facili cliché di genere che hanno sinceramente rotto la spada magica, batteria muscolosa a carro armato in pieno stile Manowar tutta bisunta di riverbero ed autocelebrazione, ritornelli che galoppano con quanto di meglio questo Epic ha da offrire, un po’ Sabaton ed un po’ Five Finger quindi si, “l’effetto pettine” del vento che esce dalle casse è assicurato, Holter Studio si legge dai comunicati stampa coadiuvati in produzione da niente poco di meno che “the amazing” Trond Holter (ricordate Dracula – Swing of Death con Jorn?), beh ringraziate anche lui nel caso vi sconfinferino (piacciano).

Traccia 3 ‘Down Low’ spiccano evidenti le contaminazioni Avenged Sevenfold, il giovane neoassunto chitarrista Taran Lister eccelle per virtuosismo e tocco in un genere che mal tollera gli insicuri, una vera e propria iniezione di testosterone nella sezione strumentale che fa spalle larghe ad una produzione complessa ed articolata. Suona bene? Si. Perché? Perché stupisce anche dalle casse marce del mio Dobló.

Traccia 4 ‘Free Forever’ è il discreto esempio di come una buona canzone hard rock debba suonare, chitarre elettriche che ricordano perché le alte frequenze siano il loro regno a compensare un basso-batteria che sono un tuono dentro un fiordo, nel sandwich sonoro martella i medi la voce del talentuoso Rosario David (no non lo so se sia un lontano parente del nostro Muniz) con il giusto repertorio di controcori ed armonizzazioni, la ciccia vocale soddisfa a pieno i requisiti di questo melodic metal che non se le fa certo mandare a dire da altre band concorrenziali, il bite nelle parti alte ricorda un po’ Twisted Sister e più in generale ricorda un cantante che sa il proprio mestiere.

Traccia 5 ‘Crusader’ è una degli ordigni a orologeria dell’album, tripudio anni 80 da stadio senza però perdere il focus sul fatto di essere parenti con dei vichinghi incazzati, come detto qui il sound ala Hammerfall – modern Manowar è strabordante, temi di chitarra solista del baby chitarrista Lister passato dal biberon alla Mesa Boogie, é il videoclip che in altre ere (ciao Mtv) si sarebbe meritato mezza giornata di riprese su una scogliera, da ascoltare.

Traccia 6 ‘Coming Home’ mantiene alta la qualità e l’epica, riff accattivante ala Linch su cui è cucita l’intera canzone, potente, memorabile, un’altra traccia azzeccata, un po’ più piratesca nel mood ma sempre e comunque gente incazzata con barbe e capelli lunghi pronta a scorrerie per i mari delle onde radiofoniche.

Consapevole che una disamina traccia per traccia romperebbe un pò le spade magiche ma la produzione delle composizioni resta alta, siamo sempre all’arrembaggio (traccia 7 ‘Die Like Warrior’… traccia 10 ‘The Warning’ traccia 11 Haunted By The Past ).
Traccia 12 ‘Betrayed’ insieme a tutto il succulento già descritto trova spazio quasi per gioco un po’ di intenzione hard rock ala Whitesnake, grazie.
Segnalo ad ultimo traccia 9 ‘Sleepless’ ballata rabbiosa di scuola Nightwish che mantiene l’impronta aggressiva della band senza sgonfiarsi in facili sentimentalismi di chitarre troppo mosce; torbida, tormentata, anche un vichingo ogni tanto prova a piangere. Anche se ovviamente non ci riesce.
In conclusione, Rozario mi ha convinto con buon margine, da buoni norvegesi gli si perdona pienamente la stropicciata etichetta di vichingo con la chitarra elettrica, sono il giusto retaggio, il moderno che porta avanti la stirpe, la nobile tradizione dell’epic metal che sempre più con piacere contagia il melodic e l’Aor dei suoi stilemi ma non dei suoi stereotipi.

Temple Balls – Temple Balls – Recensione

13 Febbraio 2026 2 Commenti Vittorio Mortara

genere: Melodic Metal
anno: 2026
etichetta: Frontiers

 

Prendete i Judas Priest di Painkiller, stemperate con una cucchiaiata dei primi Motley e sfumate con un bicchierino di Firehouse. Cosa ottenete? Ma i Temple Balls, ovviamente! Orfani del compianto axeman Niko Vuorela, prematuramente scomparso l’ottobre scorso, i compaesani di Babbo Natale lanciano sul mercato la loro quinta fatica autointitolata. Un platter che non sposta di una virgola il tiro stabilito dai quattro precedenti lavori.

“Flashback Dynamite” fa partire il disco con il giusto mix degli ingredienti, ed il funky metal di “Lethal force” prosegue legato a doppio maglio alla band di Reach For The Sky. Poi, alla terza, arriva la top track: “Tokyo love” spacca di brutto con la strofa rubata a Painkiller e l’esplosione di un ritornello che vi ritroverete a canticchiare più spesso di quanto immaginiate. Il singolo “There will be blood” è il risultato della ‘scandinavizzazione’ di Shout at the devil, tamarrizzata da dissonanti tastiere. “We are the night” è un anthem dalle atmosfere americane che ci sorprende con il suo assolo centrale… di sax!!! Poi il ritmo accelera nello speed-metal scarno ed essenziale “Hellbound” e subito dopo “Soul survivor” cerca di fare la piaciona ma senza riuscirci appieno. E ugualmente inoffensiva risulta “The path within”. Meglio va con “Stronger than fire” con linee melodiche più articolate e la giusta dose di commercialità. Bel pezzo.
“Chasing the madness” scivola via senza graffiare e la conclusiva “Living in a nightmare” è soltanto un filo più incisiva grazie al refrain orecchiabile.

Cosa si può concludere, quindi su questo “Temple Balls”? Per il sottoscritto si piazza una buona spanna sotto il dirompente Pyromide del 2021, così come lo era stato “Avalanche” del 2023. Quell’album è inarrivabile per la sua qualità compositiva su tutti i pezzi e le dosi massicce di adrenalina che è in grado di mettere in circolo. Restano in piedi, altresì, i punti di forza del gruppo: Arde Teronen è una belva assetata di sangue, la doppia chitarra crea un sound dall’impatto terrificante e la sezione ritmica è puntuale come un orologio. Quindi assolutamente da promuovere ed ascoltare. Ma so che i ragazzi possono fare meglio!

Austen Starr – I Am The Enemy – Recensione

13 Febbraio 2026 1 Commento Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Di sicuro fascino ed interesse l’opera prima di Austen Starr, americana di Boston; sbuca nel roster di Frontiers senza un vero e proprio background noto (come può essere stato per Cassidy Paris) e si presenta con un look che va a braccetto con la proposta musicale e con una resa fonica ne complessa, ne particolarmente innovativa, ma di certificato piacere. Un desiderio artistico unito a una sensualità dark che ben sposano le 11 di tracce di ‘I Am The Enemy’.

“Remain Unseen”, la prima traccia, determina le coordinate, posizionandosi a metà strada tra un gothic mainstream (Evanescence) e una formula Rock potente e ben prodotta, merito del lavoro di scrittura di Joel Hoekstra. La natura di Austen dilaga nelle foto promozionali cosi come nel video di “Medusa”, secondo singolo. Video bello, molto bello, e pezzo trascinante. Se la title track si posiziona su coordinate meno impegnative e un poco abusate, più attinenti al NewRock che spopolava 20/25 anni fa oltre oceano, “Read Your Mind” è un’ottima semi ballad guidata dall’acustica e interpretata come una veterana dalla Singer. Introspettiva e profonda, arrangiata mirabilmente.
Odore di Within Temptation (quelli di ‘The Unforgiving’) nell’aggressiva ma contenuta “Get Out Alive”.
Profumo che risentiremo nella penultima “The Light”, pop delicato e raffinato.
L’accoppiata “Effigy”+”Running Out Of Time” risulta penalizzata da un arrangiamento eccessivamente moderno e confusionario marcato da linee vocali convenzionali e ripetitive.
Con “All Alone” si cavalca un sentiero maggiormente 80’s nella ricerca dell’hook vincente e di un cantato meno aggressivo.

La Voce di Austen Starr è versatile (molto) e ben si sposa alla resa artistica.
Presenza scenica, look e alcune canzoni sono presenti ed encomiabili; non è poco o scontato per un’artista emergente avere un’identità accurata ed accattivante, vista la giovane età.
Peccato per una seconda parte a conti fatti inferiore in termini di songwriting alla prima, dove qualità, arrangiamenti e songwriting vanno a nozze con l’attitudine della cantante Bostoniana. Promossa!

Mayhem Mavericks – Mayhem Mavericks – Recensione

11 Febbraio 2026 4 Commenti Paolo Paganini

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Street Symphonies Records

I bresciani Mayhem Mavericks nascono dalle ceneri degli Alchemy (autori di due album Never Too Late del 2016 e Dyadic del 2019) scioltisi per sopraggiunte divergenze artistiche. Il cantante Marcello Spera ed il chitarrista Andrew Trablesi non si sono però persi d’animo e una volta assoldato il batterista Andrea Oliverio hanno fondato questa nuova band messa sotto contratto dalla lungimirante Street Symphonies Records.

Grazie all’apporto di un nutrito numero di bassisti tra cui citiamo Angelo Sasso (StreetLore, Airbound) e Stefania Sarre (Soul Seller, Shining Line) il trio made in Italy propone un hard rock melodico estremamente ispirato che attinge a piene mani dalla migliore tradizione del genere, senza mai suonare derivativo ma anzi mostrando una chiara identità. Le undici tracce registrate si attestano su un livello davvero notevole che non sfigura minimamente al confronto con le uscite internazionali degli ultimi anni, mantenendo costante tensione e qualità lungo tutta la durata del platter.

Tutti i brani trasudano passione e classe compositiva infarcite da un’abbondante dose di energia e da linee melodiche immediatamente memorizzabili. Dietro le pelli Oliverio picchia come un fabbro dando vita a ritmi incalzanti così come Treblesi macina riffoni di chitarra in pieno stile hard rock anni ’90, alternando potenza e gusto nei fraseggi solisti. Un Marcello Spera sempre maledettamente sugli scudi è sorretto da cori stellari che esaltano sia i brani più tirati come Divide, I Can Feel The Heartache, Road With No End che le spettacolari ballad With Me e More To Ask, impreziosite da aperture melodiche di grande respiro.

Personalmente eleggo come pezzo del cd Best Of Me che racchiude in sé tutti i principali tratti caratteristici del sound del combo italiano. Un album prodotto magistralmente, capace di attirare l’attenzione di addetti ai lavori e non, grazie ad un equilibrio convincente tra grinta, melodia e cura dei dettagli. Un debutto estremamente promettente sicuro preludio di una brillante carriera ancora tutta da percorrere.

 

Pavic – Live To Thrive – Recensione

06 Febbraio 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Indipendente

Dopo ben undici anni da “Is war the answer?”, un album che attingeva a piene mani da band come Nickelback e Daughtry, ritornano gli italiani Pavic, capitanati dall’italo serbo, chitarrista, Marko Pavic coadiuvato alla voce da Joe Calabro, potente ed incisivo, Aleks Ferrara alle parti di basso e tastiere e infine Valerio Manca dietro alle pelli. A completare il quadro, le ospitate del tastierista Mistheria (Dickinson, Artlantica, Vivaldi Metal Project) e del bassista Enrico Sandri, presente in ben cinque tracce.
Il titolo del nuovo album è “Live to Thrive”, un condensato di hard rock che si intreccia col metal di chiara derivazione moderna, che ci rimanda a Alter Bridge e a tutto quel filone di band che sono nate ad inizio del nuovo millennio.
Ad aprire la deflagrante potenza dell’album è “Save You From Yourself”, primo singolo, che spinge al massimo i giri del motore Pavic. Il basso battente di “Never Sleep Again” mette in evidenza la voce aggressiva di Joe Calabro, perfettamente settato e centrato all’interno della proposta.
Altre canzoni da annotare sono la title track, con un potente passaggio growl al microfono ed un assolo metal sinfonico che ci rimanda al Malmsteen più duro, e la cupa “Rise” con soluzioni di chitarra potenti ed efficaci, perlustrative di generi musicali più estremi, ammorbiditi da una spruzzata di melodia presente nel bridge/ritornello.
A proposito di melodia, ecco “Till the end”, un tritato di Hoobastank, Tremonti e Linkin Park, e la power ballad “One Of These Days”, un pezzo riuscitissimo, per melodie e atmosfere che abbraccia i Nickelback di annata.

“Live to Thrive” è un album solido e potente, dove i brani viaggiano a braccetto, lasciando raramente la propria massiccia comfort zone.
Welcome back Pavic.

Steve Emm – Private Affairs – Recensione

03 Febbraio 2026 2 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Steelheart Records

Puntuale come un Casio CA-53W torna il biondo Steve Emm, pronto a farci risalire a bordo della sua DeLorean musicale. La destinazione resta la metà degli anni Ottanta, ma se non cambia l’epoca, cambia il luogo: archiviate le highway californiane e la Florida assolata e vacanziera, questa volta il sole lascia spazio alle luci al neon e alle ombre lunghe di una New York crepuscolare e quasi notturna. Di conseguenza cambiano anche il sound ed il mood.

Private Affair è un disco che, pur muovendosi nel solco dei classici del genere, sceglie una strada più obliqua e personale. Le tinte si fanno decisamente noir, il sound più “nervoso” e contratto, meno “caciarone” rispetto al passato, con arrangiamenti che sembrano ragionare prima di colpire. C’è più introspezione, più riflessione, più atmosfera. Immaginate i gialli hard-boiled di Mickey Spillane proiettati trent’anni avanti: lo scenario è quello giusto per un protagonista solitario, impermeabile alla Derrick, giornale sotto braccio e sigaretta accesa, che attraversa la metropoli mentre la colonna sonora di Steve Emm scandisce, passo dopo passo, le sue avventure notturne.

Il nostro eroe è come se fosse sia regista che protagonista di questa pellicola sonora: a volte osserviamo la città dall’alto, come inquadrata da un elicottero, altre dal basso, attraverso gli occhi del protagonista, che magicamente diventano i nostri.

Ed ecco dunque ‘Big Little Secret’ che, con le sue note di sax, disegna il panorama notturno e dà il via all’indagine. ‘What Am I Supposed To Do’ vibra tra le luci al neon, ritmata e serrata, mentre le note di piano di ‘Bad Lovers Made You a Fighter’ ci guidano da un locale fumoso nella notte gelida, in cerca di quel qualcosa che ci vibra dentro senza sapere nemmeno dove ci porterà…

C’è apertura e speranza in ‘Loveline‘, c’è ricerca, c’è una guida da seguire. Poi la prospettiva cambia: dall’alto vediamo la vita che scorre e le auto che sfrecciano come ‘Shadows On The Boulevard’. È un momento di riflessione sulle nostre esistenze, perché alla fine siamo tutti ‘Man On The Run’, costretti a seguirne il ritmo.

Questo “film” non è però affatto monocorde, come del resto non lo è la vita, perché in ogni storia c’è antagonismo. ‘You Make My Life A Living Hell’ ci contrasta e ci agita come un inseguimento notturno a tutta velocità, luci che si riflettono sull’asfalto e battito che sale. ‘Rock Solid’ racconta allora, tra alti e bassi, come restare in corsa e tenere il controllo fino all’inevitabile ‘Endgame’, carico di suspense e pathos, come una pellicola in bianco e nero che, una volta finita, non vediamo l’ora di rimettere dall’inizio per coglierne ogni minimo dettaglio.

Correte dunque a vedere questo film sonoro. Mettete il CD in macchina, magari di notte, con un po’ di pioviggine sul parabrezza, alzate il volume e percorrete le strade di una New York di un tempo, guidati dall’ispettore Emm. Vi aiuterà a risolvere uno dei casi più importanti della vostra vita: quello alla ricerca delle emozioni perdute.