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Ginevra – Beyond Tomorrow – Recensione

26 Marzo 2025 1 Commento Paolo Paganini

genere: Hard Rock/Melodic Metal
anno: 2025
etichetta: Frontiers

L’iperproduttiva scena hard rock scandinava ci propone questa volta il secondo capitolo dei Ginevra band nata dal cantante Kristian Fyhr (Seventh Crystal) il quale alcuni anni fa sottopose al presidente di Frontiers Stefano Perugino un pezzo intitolato My Rock N’ Roll per eventuali future produzioni. Da lì l’intuizione del Pres di costruire una vera e propria band che sviluppasse le sonorità contenute in quel singolo. Vennero quindi arruolati il chitarrista Magnus Karlsson (The Ferrymen, Primal Fear), il bassista Jimmy Jay (H.E.A.T.) e il batterista Magnus Ulfstedt (ex-Eclipse, Nordic Union). Il resto è storia recente; nel 2022 esce We Belong The Star accolto molto positivamente dalla critica e a distanza di tre anni ecco arrivare il seguito Beyond Tomorrow. Trattasi di un album molto compatto, costruito su una granitica base di chitarre quasi power metal ma infarcito di un’abbondante dose di tastiere e melodia. Un perfetto connubio tra l’attuale scena nordeuropea rappresentata da H.E.A.T, Crowne, Seventh Crystal e l’hard rock dei Pretty Maids del periodo Jump The Gun. La carica la suona fin da subito Moonlight col suo tiro micidiale che esplode in un ritornello di facile presa. Atmosfere epiche per Lighting Roses mentre la splendida True North introdotta da un suggestivo solo di pianoforte deflagra in uno stellare refrain tutto cori. Let Freedom Ring passa senza lasciare il segno mentre di tutt’altra pasta è fatta Echoes Of The Loney uno dei brani migliori dell’album. Beat The Devil e Samurai sono Melodic Metal allo stato puro mentre la successiva Arms Of Oblivion aperta da una chitarra alla Pull Me Under (Dream Theater) rappresenta il vero e proprio vertice del cd e incarna appieno l’anima, l’essenza e le intenzioni dei Ginevra. Wild Ones e Higher mi ricordano molto Attention dei summenzionati Pretty Maids mentre la conclusiva Enemy Of Your Destiny suggella nel migliore dei modi un album di ottima fattura destinato ad una platea veramente ampia di appassionati. Dice Fyhr a tal proposito: “L’intero album affronta una causa più alta senza essere biblico o politico. Siamo tutti destinati a portare il meglio di ciò che abbiamo nelle situazioni e nella vita quotidiana.

Abbiamo circa ottant’anni per lasciare il nostro segno su questa Terra, quindi è meglio fare in modo che abbia valore. Missione compiuta, ragazzi!

Heart Line – Falling Heaven – Recensione

25 Marzo 2025 0 Commenti Yuri Picasso

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Con “Falling Heaven”, i francesi Heart Line giungono al loro terzo album, proponendo un mix sonoro che si colloca tra synth scandinavi e hard rock americano. Il disco riesce a catturare alcune delle migliori influenze del genere, pur mancando di spunti davvero memorabili.

Il richiamo alla scuola scandinava è evidente in brani come “Love Song” e “Liar,” che evocano il sound di band come Glory e Madison. Tuttavia, il lavoro non si ferma qui: tracce più decise come “Everytime You Smile” attingono dalla tradizione americana dei Danger Danger, mentre pezzi come “I Don’t Want To Live Without You” esplorano un lato più melodico, ricordando i Wild Rose. “Fire in the Sky” si distingue per un tocco aggressivo e influenze teutoniche in stile Shakra, mentre “Broken Heart” evoca gli White Lion.

Nonostante una produzione moderna e curata, a mio avviso il punto più debole del progetto rimane la voce, che non appare completamente amalgamata con le composizioni. Sebbene l’album presenti una varietà di idee interessanti, manca di quei momenti di brillantezza che avrebbero potuto elevare ulteriormente la proposta della band guidata dal chitarrista Yvan Guillevic.

Falling Heaven è un lavoro che potrebbe risultare intrigante per i totalitaristi del genere, grazie alla sua mescolanza di influenze e alla qualità complessiva della produzione anche se probabilmente non riuscirà a lasciare un segno duraturo.

Wheels of Fire – All In – recensione

20 Marzo 2025 4 Commenti Denis Abello

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Art of Melody Music / Burning Minds

Tornano i Wheels of Fire, uno dei pilastri del melodic rock made in Italy e lo fanno con un album che è l’ennesimo passo in avanti nella loro carriera e che va a incastrarsi in una storia artistica che prende sempre più valore album dopo album.
I Wheels Of Fire sono una band italiana nata nel 2006 grazie al cantante Davide “Dave Rox” Barbieri a cui da subito si sono uniti il chitarrista Stefano Zeni ed il batterista Fabrizio Uccellini. Il loro sound degli esordi era un mix di hard rock melodico e AOR dal taglio classico, ispirato a band come Bon Jovi, Journey, Bad English, Hardline e che marcava “temporalmente” il loro stile tra il 1988 ed il 1990. Con il passare degli anni la band ha affinato il suo sound incorporando elementi più moderni, pubblicando album sempre più curati sotto tutti i punti di vista, songwriting, produzione ed esecuzione.
Dopo “Hollywood Rocks” (2010), “Up For Anything” (2012) e “Begin Again” (2019), il nuovo album “All In” (2025) li vede maturare ulteriormente e chiudere la formazione con Simon Dredo al basso.

Il disco si apre con “Fool’s Paradise”, una traccia potente che richiama grazie ai suoi riff precisi e ad un ritornello accattivante (trademark della band) ai Danger Danger anche se lo stile vocale rimanda nell’intro ai migliori Bon Jovi (e non a caso il buon Dave Barbieri milita anche in un tributo proprio alla famosa band del New Jersey). “Under Your Spell” ha l’eleganza dei Tyketto, con tastiere ariose e nuovamente un ritornello che va dritto a segno. “End Of Time” non è facile da inquadrare, ma potremmo dire che è un brano dal tratto moderno e che piazza un crescendo notevole che si conclude con il solito ottimo ritornello. Da notare il gioco di tastiere che introduce il solo di chitarra. “Resonate” si muove in territori power ballad che richiama alla mente certi passaggi in bilico tra Survivor e Bad English, mentre “99 Lies” è un pezzo diretto e “cattivo”, in pieno stile vocale dal sapore Hardline degli ultimi anni.
“Neverland” si fa sognante su un ritmo sostenuto e trascinante. “EmpTV” piazza un hard rock melodico dal sound moderno che sembra fare il verso ai Winger più attuali. “9.29” è un brano moderno che richiama l’alternative rock, qua e la sprazzi ’80s sound, vedi il ritornello… la cosa funziona! “Invisible” è raffinato e malinconico, ricorda i Work Of Art più intimisti per eleganza e impatto emotivo. “Walking On The Wire” è immediato, diretto e accattivante mentre “Heaven Is Sold Out” ha una carica hard rock che rimanda ad una sorta di Dokken con l’abito da festa (quindi più tranquilli ed edulcorati).
Si chiude con “Staring Out The Window” che piazza un altro momento emozionante e nettamente riflessivo.

Che dire quindi di questo ritorno dei Wheels Of Fire! Vario e ben bilanciato, con una produzione pulita che esalta ogni strumento e una scrittura che dimostra la maturità artistica della band, l’album semplicemente funziona alla grande! Le influenze sono chiare ma per fortuna mai eccessivamente ricalcate ed il tratto moderno che la band ha saputo cucire su una base nettamente ’80 lavora egregiamente e, sul proseguio di Begin Again, serve a dar forza ad uno stile chiaro e ben definito che veste la band in maniera sartoriale.
In definitiva i Wheels Of Fire riescono a far proprie le sonorità del passato e a renderle attuali senza mai cadere nello scontato. Bel colpo e ascolto sicuramente consigliato.

Marty And The Bad Punch – Marty And The Bad Punch – Recensione

14 Marzo 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Enghardt Media / Bad Punch Records / Metalpolis

Il chitarrista tedesco Marty Punch, forte di una carriera decennale e noto per il suo hard rock autentico e appassionato, rilascia il suo terzo album. Guardando i musicisti che hanno collaborato al disco, come si potrebbe non essere quantomeno incuriositi?

Partiamo tosti con “The Time Is Now”, potente apertura, dalla ritmica martellante e dalle sfumature gradevolissime: ottimo biglietto da visita. Un elegante giro di basso ci apre le porte di “Keep Pushin´ On”, molto ben strutturata e dal groove trasportante. “Dream In The Dark” ci porta su atmosfere più oscure e misteriose, proponendo una dinamica varia e accattivante. Arriviamo al momento del lento suadente e contemplativo: “Have Faith” presenta tutte le caratteristiche consuete del genere, mettendo in luce un’altra faccia dello stile di Marty Punch. Arriviamo ad “Heart Attack”, dalla componente strumentale molto interessante ed articolata, dai fraseggi melodici e ben intarsiati tra di loro. Proseguiamo nel viaggio incontrando “Deadwood”, dall’inconfondibile intro di flauto di Pan, un brano molto intenso e dall’ascolto decisamente piacevole. “In Deep Water” è un pezzo strano, cadenzato, “chitarristico”, dal sapore nostalgico e americano, che presto si spegne e ci porta a “Don’t Bother Me”, ben più scatenato e puramente hard rock. Scendiamo coi battiti con “The Little Things”, intensa e calda, da godere lentamente in cuffia, una piccola gemma di gusto e tecnica. Iniziamo la carrellata delle bonus track (ben 2): “Streets Of Belfast” ha qualcosa di molto irish nella stesura strumentale e vocale, riportandoci alla memoria qualcosa di molto anni ‘80 (coi dovuti paragoni, “Over The Hills And Far Away” del buon Gary Moore”), mentre la successiva “Better Be Strong” non presenta grandi spunti di riflessione. Concludiamo così un buonissimo lavoro, ispirato e ben suonato, dai momenti intensi e passionali, un buonissimo ascolto per gli amanti dell’hard rock melodico.

Streetlight – Night Vision – Recensione

14 Marzo 2025 5 Commenti Giulio Burato

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Un ricordo mi è tornato a galla vedendo l’artwork di questo “Night vision”, secondo estratto in studio dei promettenti svedesi Streetlight. Quando ero piccolo guardavo spesso il cartone animato Mazinga Z con i suoi “raggi fotonici” che qui hanno illuminato la visione notturna dell’album che esce tramite Frontiers il 14 marzo.
La band è la medesima presente nel buon debutto discografico del 2023 intitolato “Ignition”.

Il primo singolo rilasciato “Sleep Walk” è datato dicembre 2024 ed è una carica frenetica di AOR sincopato con sfumature che ricordano i Mr. Mister e i Cutting Crew e ci riporta agli adorati anni ‘80 con una brillantezza sonora invidiabile. L’unica pecca è che il breve intro risulti praticamente uguale a quello in “Standing On The Edge Of A Broken Dream” dei Groundbraker di Steve Overland.
Il secondo singolo è una prelibatezza gourmet; “Captured In The Night” infarcito di vibrazioni ottantiane e con quel ritornello che si stampa in testa a ripetizione.
Il terzo singolo è un capolavoro assoluto, un mix di Toto e Journey riportati al 2025, per una semi ballad dal testo malinconico e costruita con perizia e sagacia strumentale tanto da avere un outro molto elaborato che porta la canzone a superare i cinque minuti. Per distacco la mia canzone preferita.
A proposito dei sopra menzionati Toto, con “Leanna” abbiamo la perfetta canzone che omaggia Steve Lukather e soci. Freschezza compositiva ammirabile.
Il filo conduttore dell’album è retto alle fondamenta dalla briosità dell’iniziale “Long-Distance Runner” che accosto ai recenti lavori dei The Night Flight Orchestra, dal piglio leppardiano della chitarra presente in “Late Night Hollywood” e dalla suggestiva “Fly with eagles” che ci porta, in maniera sognante, a volare grazie al leggiadro ritornello e ci fa vedere dall’alto un’impostazione che riporta ai recenti Nitrate mixati con i Journey.
I giri del motore innalzano i giri con “Straight to Video”, con venature quasi rock and roll. Altro lento, meno ricercato del precedente, ma introspettivo e di spessore, “Where Did Love Go” posto a fine scaletta, dove appare anche la strutturata e sagacemente orchestrata “End game”, la canzone più lunga dell’album, con un titolo che è il perfetto slogan per la chiusura di questo “Night Vision”.
Gli Streetlght si dimostrano una delle più interessanti, giovani band AOR in circolazione e questo album ne è l’esempio tangibile.

Thundermother – Dirty & Divine – Recensione

14 Marzo 2025 1 Commento Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Afm

Dopo due anni burrascosi, ritornano con una line-up quasi totalmente modificata, le Thundermother. Quanto logica sia la scelta di proseguire con lo stesso monicker non sta a noi giudicarlo, discorso che vale anche per altre band (vedi non ultima i Bonfire), ma sta a noi capire se c è un filo logico che lega il passato al presente.
In tale ottica mi sono addentrato in questo “Dirty & divine” con un titolo che ha un retrogusto simbolico.
La formula della female-band non cambia e ripercorre con le stesse scie stradali, quanto già ascoltato in passato, ossia un rock roll di chiara matrice Ac/Dc, Krokus e Airbourne ma con qualche spolverata di melodia in più.
La prima traccia di “D&D” è “So Close” che presenta subito sia la voce potente di Linnea Vikström Egg sia un deciso riff; canzone scolastica e diretta per il genere che trova la maggiore efficacia in uscita dal secondo ritornello al minuto 2:09 con un cambio di coro.
Energia e ruffianeria in “Can’t Put Out The Fire” con la chitarra che sprigiona la giusta carica; si prosegue nello stesso format con l’azzeccato ritornello di “Speaking Of The Devil”. Se in “Feeling alright” troviamo quella spolverata di melodia menzionata poco fa, rendendo la canzone molto radio-friendly, con “Take The Power” riparte la carica dinamitarda e le pelli sono percosse in maniera vertiginosa da Joan Massing.
“I Left My License In The Future”, primo singolo rilasciato nel 2023, ha il pregio di combinare un rock and roll di vecchio stampo abbinato a dei apprezzabili tocchi di modernità e con la neo rientrata Majsan Lindberg sugli scudi.
All’entrata della settima traccia “Dead or Alive” credevo di essere finito dentro ad un album dei D.A.D. con quel tocco di chitarra caro alla band danese, trade-mark della mitica “Sleeping my day away”, e che qui trova ampio spazio; il ritornello è efficace. Altro passaggio ruffiano è sicuramente presente in “Can You Feel It”; bello l’assolo sfoderato da Filippa Nässil.
Si chiude con la coinvolgente “Bright eyes”, una canzone che alla distanza è tra le migliori, per freschezza e coralità mentre “American Adrenaline” ha carica da vendere ma difetta di originalità.
In sintesi, ho pensato che il voto che rappresentasse perfettamente il disco sia 77, un numero che simboleggia il connubio tra un buon disco e ‘le gambe delle donne’ nella smorfia napoletana… che dite, calza?

Night Flight Orchestra – Give Us The Moon – Recensione

10 Marzo 2025 3 Commenti Francesco Donato

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Napalm Records

Tornano a distanza di quattro anni dalla loro ultima fatica discografica i Night Flight Orchestra, dando alla luce nei primi del 2025 questo “Give us the Moon”, album che di fatto rappresenta la loro settima fatica discografica.
Quattro anni non di certo leggeri per la band svedese, pesantemente influenzati dalla morte di David Andersson, mente e chitarrista del progetto, venuto a mancare tragicamente all’età di 47 anni nel Settembre del 2022.
Non nego di aver pensato che dopo i due ottimi capitoli Aeromantic e Aeromantic II, i nostri, colpiti da un così grave colpo, avessero ipotizzato l’idea di mollare la presa.
A smentirmi fortunatamente ci pensa questo “Give us The Moon”, album che non solo consolida il percorso di crescita della band, ma si pone a mio giudizio come uno dei più riusciti dischi della band.
La pubblicazione è al solito affidata alla Napalm Records, dodici brani che si faranno amare senza particolare fatica da chi ha apprezzato finora i sette album della band.
Formula che non cambia: Ritmiche trascinanti e coinvolgenti, melodie appiccicose e spensierate, brani che non necessitano di chissà quanti ascolti per restare impressi in mente.
Anticipata dall’intro “Final Cut”, apre il disco la bella “Stratus”, pezzo di puro AOR tirato e costruito attorno ad un gran lavoro di tastiere.
Tastiere che, è bene dirlo, anche questo lavoro si affacciano come importanti protagoniste, disegnando melodie accattivanti e un corredo di suoni non di certo moderno ma sicuramente ricco di fascino retrò.
E’ il caso della successiva “Shooting Velvet”, il classico pezzo alla NFO che ci aspettiamo di trovare in ogni album della band!
Melodia a go-go con un ritornello che si farà ricordare e canticchiare già al primo ascolto.
E’ il turno della trascinante “Like the Beating Of A Heart” brano nel quale la band svedese gioca ad autoriciclarsi con successo, utilizzando tutti i cliché che hanno mosso ad oggi le loro migliori produzioni.
Altre ottime prove sono le successive “Melbourne, May I?” e “Miraculous”, pezzi che manifestano con maggiore intensità l’anima anni ’80 del progetto. Miraculous” in particolare, porta in dote arrangiamenti sopraffini e intrecci strumentali davvero piacevoli.
E’ il turno di “Paloma”, primo singolo con il quale avevamo già felicemente testato le effettive potenzialità del disco.
Gran pezzo che conserva sotto pelle la dolce nota malinconica che accompagna da sempre alcuni pezzi del NFO alla “Lovers in the Rain”.
Con “Cosmic Tide” si fa un salto temporale ancora più intenso fino ad arrivare ai seventies, mentre con “Give us the Moon” e “A Paris Point Of View” gli scandinavi si avvicinano a quelle sonorità duraniane che molti di noi hanno amato negli ’80, tanto da riuscire ad immaginare John Taylor che suona il basso sul secondo brano come se fosse appena entrato in studio a registrare “Rio”.
Con “Runaways” si esplorano territori americaneggianti soprattutto nelle ritmiche.
Giunge quindi il turno di “Way to Spend the Night”, uno dei pezzi che alza ulteriormente l’asticella e che probabilmente, in caso di incertezza o dubbi, farà spostare i vostri soldini verso il vostro discaro di fiducia.
Ritmiche intense, melodia immediata e si scende in pista.Abbassa la saracinesca “Stewardess, Empress, Hot Mess (and the Captain of Pain)”, una sorta di piacevole suite di quasi 8 minuti.

Un ritorno pesante quello dei Night Flight Orchestra, un disco che per quanto mi riguarda rappresenta una vera dimostrazione di forza, compattezza e classe.

D’Or – Antiheroes – Recensione

07 Marzo 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Metalapolis Records

Secondo album per gli elvetici D’Or, band che propone un hard rock possente in stile ‘80, ispirato dai grandi del genere, con venature heavy.

Si parte in modo particolarmente pesante con “Shapeshifter”, dalla ritmica tagliente, molto ben strutturata, dai fraseggi corposi e interessanti. “The Howling” si mantiene sugli stessi livelli, con un’ottima dinamica interna, che riescono a renderla piacevole e coinvolgente. Sulle note di una intro di basso ben cadenzata, in pieno stile ‘80, arriviamo a “Scandal”, che presenta le medesime caratteristiche delle precedenti tracce, ovvero potenza strumentale e una timbrica vocale ben connotata, tagliente e “cattiva”. “Her Name Was Alice” è il terzo singolo estratto dall’album (uscito il 7 febbraio oltretutto): intenso, oscuro e malinconico, ci mostra un altro lato della compagine svizzera, capace sia di pestare, sia di esplorare orizzonti più introspettivi. Arriviamo quindi alla title track “Antihero”, ritmicamente trasportante, cadenzata, dal sapore oscuro e micidiale, un ottimo connubio di potenza e gusto. “Veleno – Bittersweet” ha un ritornello molto orecchiabile, soprattutto per noi italiofoni, e globalmente si presenta come un brano interessantissimo, dalla parte solista articolata e dalla coralità coinvolgente. Calano i toni con “Cold Drink In Hell”, più intensa e misteriosa nelle vibrazioni, dall’intenzione cupa, ma comunque godibile, al contrario della successiva “Float”, effettata, scanzonata e cadenzata, ma non particolarmente originale. “Kiss My Ass” ha nella linea vocale e in alcuni passaggi strumentali un sapore nostalgico e già sentito, che sfortunatamente non lascia un gran ricordo dietro di sé. Con “Nice To Eat You” andiamo proprio a pescare dall’universo eighties in tutto e per tutto: per gli amanti del periodo, un must. Concludiamo questo viaggio con “Disarming Elegence”, perfettamente in linea con un album interessante, ben eseguito, con una identità chiara: promettente.

Avatarium – Between You, God, The Devil And The Dead – Recensione

07 Marzo 2025 2 Commenti Giorgio Barbieri

genere: Doom hard rock
anno: 2025
etichetta: AFM Records

Avevamo già sviscerato gli Avatarium al momento dell’uscita di “Death, where is your sting?” (QUI la Recensione) a fine 2022, ora dopo una gestazione di diciotto e a distanza di ventisette mesi, ecco arrivare “Between you, God, the devil and the dead” e già dalla copertina si intuisce un riavvicinamento al doom che aveva caratterizzato le prime uscite degli svedesi, quando ancora avevano in line up il mastermind dei Candlemass, Leif Edling, ma non abbiate paura voi che sguazzate nel dolce, zuccheroso hard melodico, qui c’è classe, ispirazione, pathos e senso della melodia a profusione e la cosa è possibile grazie alla sempre più salda coesione fra i coniugi Jennie-Ann Smith e Marcus Jidell, copia sia nella vita, che nella band, di cui scrivono praticamente tutto, i testi sono opera della bella cantante, che ancora una volta esplora l’animo umano con metafore e sentimenti profondi con un trasporto che in poche hanno, mentre le musiche sono appannaggio del chitarrista (e non solo) che ricama ancora di più, se fosse possibile, rispetto all’album precedente, frutto di una composizione elaborata attuata al pianoforte e riportata poi sui diversi strumenti, arrangiando poi il tutto con maestria e dovizia di particolari.

Siamo quindi di fronte ad un “Death, where is your sting?” seconda puntata? In parte, diciamo che la base è quella, con la ricercatezza dei particolari, l’attenzione per i dettagli e la non convenzionalità a farla da padrone, ma rispetto al mostruosamente affascinante predecessore, c’è quel fisiologico istinto sulfureo, che da un alone di tenebra il quale solo in parte dirada, a cominciare dall’incalzante mid tempo di “Long black waves” dove, attenzione, assistiamo alla prima delle otto prove fantastiche alla voce per Jennie-Ann, una che è come il vino buono e migliora di anno in anno, la sua interpretazione sia qui che in tutte le altre sette tracce del disco è il valore aggiunto, ditemi voi se c’è in questo momento, se escludiamo la dea Anneke Van Giersbergen, una frontwoman così ispirata, e che si lascia trasportare in tal modo, capace di emozionare e far “vivere” le proprie canzoni, anche nella successiva e quasi radio friendly “I see you better in the dark” la bionda svedese riesce a trasportare un mood quasi scanzonato, in barba al titolo così minaccioso. La cosa prosegue con la doppietta delle meraviglie “My hair is on fire (But I’ll take your hand)” e “Lovers give a kingdom yo each other”, qualcosa che a parole è difficile spiegare, il pathos raggiunto da queste due tracce è enorme, le atmosfere cupe, ma sognanti, che danno sempre una speranza, sono qualcosa che solo gli Avatarium in questo momento riescono a sublimare e poco conta se la successiva “Being with the dead” parte con un riffone a-la Candlemass, Jennie e soci riescono a trasformarla in apertura melodica settantiana con naturalezza.

Tutto rose e fiori quindi? No, “Until forever and again” è costituita della stessa pasta, ma un po’ ridondante, come se Marcus e consorte non riuscissero a venire a capo di un ginepraio nel quale si sono infilati e lo strumentale “Notes from the underground” non aggiunge nulla al contesto, ma da il là al buon Marcus al suo solismo di gusto, seppur Malmsteeniano, ma sono dettagli, la chiusura è affidata alla title track, qualcosa di magnificamente emozionante, una ballad pianistica solo in parte squarciata dalla chitarra e tanto per cambiare, interpretata sontuosamente da Jennie, che ci trasporta in turbine di sensazioni intense, sublimate da un finale magniloquente!

C’è poco altro da aggiungere, se non che qui siamo di fronte ad una band superiore, capace di combinare melodia e robustezza senza essere scontata e zuccherosa, e quando un’entità del genere lascia l’ascoltatore senza parole, mentre (brutto vizio il nostro) cerchiamo di accostarla a qualcosa già sentito o già proposto anche in altri ambiti, beh, ci sarebbe solo da fare una cosa, supportarla in ogni modo, per far sì che la musica che amiamo non muoia o perlomeno non cada in quell’oblio nella quale, purtroppo, sembra destinata, gli Avatarium ci danno l’ennesimo mezzo per scongiurare questo triste destino, sta a noi cogliere l’occasione.

Robin McAuley – Soulbound – Recensione

01 Marzo 2025 1 Commento Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Un’artista del calibro di Robin McAuley non necessita dal sottoscritto alcun tipo di presentazione. Un cantante ed un interprete sopra la media, ben oltre il minimo comune denominatore.

Rispetto ai precedenti due dischi solisti editi sempre da Frontiers (complessivamente siamo al quarto) cambia la produzione (ora in mano ad Aldo Lonobile) e la backing band (confermato il solo Andrea Seveso alle chitarre), tutta italiana.
Un muro sonoro più Clean e un’attitudine leggermente poco più heavy, ancor meno keyboard oriented, ma pur sempre melodica nel processo di songwriting sono i markers di distanza rispetto ai lavori precedenti.
Mentre il timbro del nostro irlandese sembra non voler invecchiare col passare degli anni.
Se chiudiamo gli occhi ci sembra di risentire la medesima ugola che illuminava i lavori targati McAuley Schenker Group, usciti oramai 35 anni fa e oltre…

I momenti più ispirati sono quelli in cui si ripropone il trademark Rock più ottantiano; volenti o nolenti riconducibile al passato più illustre del cantante (classe 1953!!): brani come “Let It Go”, “Reason” o ancora “Paradise” eludono la volontà dell’ascoltare di sentire qualcosa di inatteso o innovativo, riproponendo schemi e riff non di prima cottura ma favorevoli agli intenti fluidi e sedotti dal buon gusto.
Piacevoli e definite le Black Swaniane “Wonders of the World” e “Bloody Bruised And Beautiful”, connubio riuscito tra presente e passato, melodicamente compatte. Quando si punta all’aggressività (‘The Best of Me’) si rimane potenti ma inevitabilmente inflazionati.
Tra i brani più memorizzabili per appeal, cito ‘Crazy’, per i suoi piacevoli cambi di ritmo e per la ricerca di una melodia suggestiva, e “One Good Reason”, pungente, dotata di un ritornello a la Scorpions, calibrato e vincente. Percorso similare nella costruzione di “Born To Die” con quel basso pulsante ed espressivo.

Il difetto di un disco come ‘Soulbound’ rimane nel suo eccesso di coesione; privo di veri ed incisivi highlights e di una o due canzoni in grado di elevare l’intero lavoro e di direzionare la bussola artistica anche altrove; estremamente compatto come un insieme di nuvole che si muovono assieme e non riescono a distaccarsi l’una dalle altre, esente altresì da evidenti cadute di stile e quindi di brani da skippare.
Il risultato finale rimane ad ogni modo più raffinato che anonimo, per via dall’indiscutibile attrattiva di Robin di tenere l’ascoltatore saldato alle casse d’ascolto per mano di un’ugola davvero comparabile a uno di quei vini da degustazione pura.