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09 Settembre 2025 1 Commento Alberto Rozza
genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy
Tornano i Barnabas Sky di Markus Pfeffer, con il loro terzo album, ricco di atmosfere melodiche e di ospiti dal grandissimo talento e spessore musicale.
Un ululato introduce “The Sign Of The Wolf”, intensa, suadente e dalla trama complessa, dove ogni strumento trova la sua giusta collocazione, senza eccedere o risultare stucchevole. Proseguiamo con “One By One”, più oscura e tagliente, emozionante, sempre di grandissimo livello, dove i fraseggi voce – chitarra la fanno da padrone. “Platform Of A Star” aumenta i battiti, dando all’ascoltatore una sensazione di solarità e ariosità, soprattutto nella parte del ritornello, assolutamente ben scritta e gradevole. Arriviamo alla title – track “Over The Horizon”, una perla singolarissima, ben strutturata, musicalmente sublime e dall’impatto interessante. Ci rilassiamo qualche minuto con il lento “The Only Way”, sempre piacevole e capace di scaldare i cuori. “Book Of Faces” ci riporta su livelli altissimi, con un riff poderoso e spietato, ben accompagnato dai synth, a creare una sinergia perfetta e un risultato accattivante e positivo. Molto anni ‘80, “Lone Wolf” stuzzica il palato degli aficionados del genere dell’età dell’oro del rock melodico, così come “Dreams”, dal mood più hard rock e cadenzato, ma sempre ben eseguita. “Fire Falls” è un buon pezzo, senza infamia e senza lode, in perfetto stile e che trova la sua giusta collocazione in questo album. Concludiamo l’ascolto di questo buonissimo lavoro con “Scirocco Sands”, che con i suoi 9 minuti ci congeda, lasciandoci, come succede sempre coi Barnabas Sky, un buonissimo ricordo e la sensazione che l’hard rock melodico si possa ancora fare a grandi livelli.
05 Settembre 2025 3 Commenti Giulio Burato
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Lions Pride
Nella “gara tra il giocatore e il banco”, non la spunta chi si avvicina al punteggio di 21 punti, ma vince, nel nostro caso, questa sorprendente band che arriva dalla lontana India: i Black Jack!
Sulle scene musicali dal 2015, negli anni, a forza di numerosi live, i Black Jack hanno affilato le armi, diventando una realtà consolidata e di interesse, tanto da essere messa sotto contratto da Lions Pride.
Caratterizzati da riff di chitarra fragorosi (Ben Silvers), una voce che svetta (Chenie Sintang), una sezione ritmica incalzante (Las Berine e Aaron Marak) e melodie potenti che accendono i sensi.
La scaletta si apre con “Badlands”, intro acustica-blues, che attinge e ha famigliarità con i Bon Jovi di “New Jersey” e i Cinderella di “Heartbreak station”, ma è un fuoco di paglia, in quanto tanta, “polverosa” tranquillità viene subito spazzata via dal sommo singolo “Believe”, una hit che ci evidenzia l’accuratezza della produzione e l’energia contagiosa che sprigionano i quattro ragazzi del sud Asia, regalandoci un mix che prende spunto da Halestorm e, in alcuni passaggi, dai leggendari Aerosmith.
Non meno apprezzabile la successiva “Chains of renegade” incatenata alla precedente da un altro bel bridge, strutturato ed efficace come il lavoro di Ben Silvers alla chitarra che continua imperterrito anche in “High school haze”, puro rock and roll di altre annate.
I riferimenti già fatti a Lizzy Hale sono maggiormente evidenti in “Venomous embrace” dove Chenie sfoggia una prestazione vocale che ricorda la più famosa collega americana. Sezione ritmica sempre sul pezzo.
“The answer” è una delicata carezza acustica tra Heart ed Evanescence; la risposta e l’ulteriore riprova che questa band sa comporre egregiamente canzoni.
“Echoes of thunder” rimbomba come un tuono e illumina come un lampo, un perfetto incrocio tra Lee Aaron e Lita Ford degli anni d’oro. Si chiude con il primo estratto “I will survive” e la conclusiva “Battles at the fore”, entrambe dotate di tastiere in apertura e una grande freschezza sonora nel loro incedere.
Da segnalare che sul tubo è presente anche “Walgmik”, altro pezzone uscito nel 2023, in cui c’è un altro vocalist, tale Sil Heavens.
“XXI” è un disco con il botto, dei fuochi d’artificio indiani che illumineranno i padiglioni auricolari di chi ascolterà questo album fresco e carico di sano hard rock.
05 Settembre 2025 6 Commenti Giulio Burato
genere: Rock
anno: 2025
etichetta: Bad Records
Di fronte all’icona del rock canadese Bryan Adams, a prescindere, bisogna solo dire “chapeau”.
Fatta questa dovuta premessa, mi sono dedicato a ripetuti ascolti del suo sedicesimo album in carriera, uscito il 29 agosto sotto la propria etichetta discografica Bad Records.
“Roll With the Punches“è un album onesto, schietto e piacevole, dove troviamo un Bryan Adams intimista che scrive praticamente in ogni singola canzone, e che, se ancora ce ne fosse bisogno, ci fa vedere il suo innato talento nel proporre musica. Lo trovo un album delicato nelle parole e nel suo incedere, con canzoni che ti toccano e ti lasciano il segno come la conclusiva “Will We Ever Be Friends Again” (video girato in uno splendido scenario islandese).
All’uscita del singolo e title-track sono sobbalzato metaforicamente dalla sedia. Ho sentito la pelle muoversi come il vibrare delle corde della chitarra di Keith Scott, riportandomi idealmente a quell’immenso album intitolato “Waking Up the Neighbours” del 1991. Una canzone diretta, senza fronzoli, carica e piacevole, scritta con il produttore Mutt Lange.
Seguono poi due brani che catturano la mia attenzione: “Make Up Your Mind” e “A Little More Understanding”, in pieno stile Rolling Stones e anni ‘80.
La presenza della bellissima Elizabeth Hurley nel video “Never Ever Let You Go” rende ancora più piacevole la terza traccia, una sognante pop-rock song.
Il testo semplice ma efficace di “Life is beautiful” è una leggera dichiarazione d’amore alla vita.
Armonica e chitarra acustica accompagnano il malinconico lento “Love Is Stronger Than Hate” da cui prendo una frase che dedico a mio padre “And follow in the footsteps, what your father thought was right”.
Ancora un ottimo utilizzo dell’armonica a bocca nella bluesy “How’s That Workin’ For Ya?”; un altro lento è “Two Arms To Hold You” con quel ritornello da cantare uniti mano nella mano in una spiaggia estiva. Il suo testo è di un uomo sincero che ama e sa amare; lo esemplifico con una frase “But I’m a man you can count on, that’s me”.
La soluzione chitarristica presente in “Be The Reason” mi riporta ai The Cramberries e il testo è un’altra spinta alla positività e il suo messaggio intrinseco è edificante.
“Roll With the Punches” parte rock e poi diventa un crogiuolo di ballate e canzoni leggere dove appare un Bryan Adams maturo e immerso nella vita di tutti noi, di tutti i suoi innumerevoli fans. Da ascoltare con profonda e ammirevole cura.
05 Settembre 2025 1 Commento Vittorio Mortara
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Partendo dal presupposto che chi legge queste pagine conosca perfettamente il personaggio in questione, non mio dilungherò qui ad elencare tutte le produzioni e cooperazioni dello stesso negli ultimi 40 anni, altrimenti questa recensione risulterebbe più lunga di un romanzo di Stephen King. Qui vi racconterò solo e soltanto questa nuovissima opera di Glenn Hughes sotto egida Frontiers.
Qui il bassista/cantante inglese viene coadiuvato dalla band che lo ha accompagnato dal vivo negli ultimi due anni. Intesa rodata che traspare subito in “Voice in my head”, ruvido ma orecchiabile hard rock con l’inconfondibile voce di Glenn che sembra ancora quella di 40 anni fa. L’heavy-blues di “My alibi” non è il genere preferito di chi vi scrive: un po’ troppo pesante e senza troppe concessioni alla melodia. Melodia che, invece, non manca a “Chosen”, title track a tratti psichedelica ma decisamente catchy nel ritornello. “Heal” si presenta con un ritmo da battilastra che spiana la strada ad un crescendo vocale dove Glenn rispolvera tutto il suo repertorio di urli e urletti profumati di primi anni ottanta. La metalmeccanica sezione ritmica non si concede pause e riparte su “In the golden”, fortunatamente addolcita dagli arpeggi che accompagnano la strofa e, soprattutto, dal sofferto refrain. Vi ricordate che Hughes ha collaborato anche con Toni Iommi, vero? Sarà per quello che “The lost parade” ha quell’incedere così sabbathiano? Probabile! In fondo i due non hanno recentemente messo lo zampino insieme su “Rocket” di Robbie Williams (!!!)? “Hot damn thing” torna all’hard blues tipico dell’ex Deep Purple, ben suonata e cantata, ma molto canonica. Esattamente come la martellante “Black cat moan”. Al penultimo pezzo arriva la ballata. “Come and go” è un lento che si pone in equilibrio fra il passato remoto ed il passato prossimo. Tra le tentazioni psichedeliche degli anni 70 e il pop degli anni 90. Il pezzo più bello, inaspettatamente, arriva in coda: “Into the fade” è frizzante, sorniona nelle melodie e, nel complesso, trascinante e commerciale.
Bene, fin qui il vostro scribacchino ha cercato di fare una disamina il più possibile imparziale ed oggettiva. Ma soggettivamente mi è piaciuto questo “Chosen”? Beh, non proprio. E ve ne spiego il motivo. Anzi, i motivi. Innanzitutto nella maggior parte dei pezzi ci sono questi riff con batteria, basso e chitarra che picchiano un po’ troppo all’unisono e rendono, a mio avviso, le canzoni più pesanti e simili le une alle altre. In secondo luogo, sempre a parere di chi scrive, manca una dose consistente di melodie facilmente assimilabili che renderebbe forse tutto un po’ più variegato. Infine, e non me ne vogliano i fan del nostro eroe, la sua voce, pur restando una delle più caratteristiche in campo hard’n’heavy, nel corso di un intero album, soprattutto quando indulge negli acuti, tende a stancare l’ascoltatore. Secondo il modesto parere di chi vi parla, disco consigliato solo ai fans. Se volete sentire un Glenn Hughes più melodico andate a prendere i due album degli HTP o, perché no, “Seventh star” dei Black Sabbath feat. Toni Iommi.
30 Agosto 2025 19 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Melodic Rock, AOR, Blues Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Music
Una band che funziona dal vivo, è una band che funziona su disco. Un’equazione semplice, e provata, che offre immediate garanzie appena ci si avvicina all’ascolto del nuovo disco degli FM, dal titolo Brotherhood, in uscita il 5 settembre come quindicesimo tassello della loro pluridecennale carriera.
Nel loro ultimo concerto italiano al Live Club di Trezzo sull’Adda i britannici avevano infatti infiammato il palco con una prestazione di alto rilievo e di grandi emozioni. Lo stesso livello esecutivo lo possiamo immediatamente ascoltare in questo nuovo album, figlio di quel rodato rock melodico a tinte blues che è diventato il vero marchio di fabbrica del gruppo, specialmente dalla reunion in poi. Prodotto dal gruppo stesso, con la registrazione curata dal batterista Pete Jupp, il mix affidato a Jeff Knowler, e il mastering a Jim Griffiths dei Principal Audio, questo platter immerge l’ascoltatore in un sound caldo e cristallino, moderno nella sua nitidezza ma con un gusto classico nel suo groove, che lo rende ancora una volta perfetto per una registrazione come questa, a metà tra blues e melodia.
continua
30 Agosto 2025 0 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Westcoast AOR
anno: 2025
etichetta: 9166423 Records DK
Era il 2017 quando le nostre pagine trattarono per la prima volta di un’uscita discografica di Claude Weisberg, raccontandovi con una recensione (che trovate qui) la pubblicazione del suo primo full-length a titolo Newest Things.
Il 29 agosto 2025, a più di otto anni di distanza da allora, il cantautore genovese ritorna sul mercato con il suo secondo album, More, prodotto dallo stesso Weisberg con la collaborazione di Andrea Di Puccio, Herman Furin e Alberto Marafioti.
continua
29 Agosto 2025 4 Commenti Giulio Burato
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Alla terza uscita discografica, posso considerare i Crowne come il giusto mix tra gli Art Nation e i Nitrate, una centrifuga di epica potenza metal e di melodie ammalianti, in cui l’unico comune denominatore è Alexander Strandell alla voce. Proprio Alex, uno dei cantanti più talentuosi in circolazione, è diventato molto inflazionato negli ultimi anni; presente infatti in diversi progetti, e, recentemente, anche dietro al microfono dei nostri ottimi Lionville.
La super band dei Crowne si completa con Love Magnusson (Dynazty) alla chitarra, Jona Tee (H.e.a.t) alle tastiere e alla sezione ritmica composta da John Leven (Europe) e Christian Lundqvist.
Entrando nel “paese delle meraviglie” con la zuccherosa title-track, apri-pista molto soft e oggetto estraneo rispetto all’incedere della restante parte dell’album. Tolta la marcia ridotta iniziale, il viaggio in “Wonderland” procede spedito e bello carico di energia con canzoni che vanno subito in circolo; giusto per citarne alcune, segnalo “Waiting for you”, “Eye of the oracle” e “Warlords of the north”, quest’ultima arricchita dal lavoro dell’iconico Biff Byford dei Saxon.
Le tappe più melodiche del “meraviglioso” itinerario arrivano con la bella, seppur molto convenzionale, power-ballad “Goodbye” e con la spensieratezza dell’ultima traccia “The fall”.
In conclusione, l’album scorre che è un piacere, confermando la caratura della band e dei suoi singoli interpreti; l’unico dubbio che aleggia è il fatto che lo stacanovismo vocale di Alex, alla lunga, non possa diventare un boomerang per i fans delle varie, per non dire troppe, band in cui canta.
28 Agosto 2025 9 Commenti Redazione MelodicRock.it
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Il progetto Sweet Freedom nasce durante la pandemia come idea solista del tastierista svedese Jörgen Schelander, nome noto nella scena rock scandinava. Quello che all’inizio sembrava un esperimento personale è cresciuto rapidamente fino a diventare una vera band: il debutto, registrato in modo artigianale ma con tanta passione, ha ottenuto un’attenzione insperata, arrivando perfino a conquistare la copertina della Sweden Rock Magazine.
Con il nuovo album ‘Blind Leading The Blind’, i Sweet Freedom fanno un passo importante. Oggi la formazione è stabile e soprattutto può contare sulla voce di Matti Alfonzetti (Skintrade, Jagged Edge), uno dei cantanti più riconoscibili del rock svedese. La sua presenza dà forza e identità al gruppo, trasformando i Sweet Freedom da progetto personale a band vera e propria.
Il disco propone dieci brani per 53 minuti di musica e si muove con sicurezza nell’hard rock classico di chiaro stampo anni Settanta, ispirato a Led Zeppelin, Deep Purple e Rainbow. Non è però un semplice tuffo nel passato: qua e là spuntano momenti con assonanze vicine al progressive rock, che danno colore e varietà. Proprio questa combinazione rende il suono dei Sweet Freedom personale e mai scontato.
La voce di Alfonzetti è l’arma in più: si sposa alla perfezione con il sound della band e mette in risalto pezzi come ‘Infinity’, che apre l’album con grande energia; ‘Tears Of The Sun’, ballata intensa e intrisa di Hammond; e ‘Live From The Heart’, che parte in acustico per crescere fino a un finale rock potente. Anche le altre tracce si mantengono solide e convincenti, senza dare l’impressione di essere semplici riempitivi.
Importante anche la scelta della registrazione in presa diretta ai Tilt Recording Studios di Strömstad: i musicisti hanno suonato insieme, catturando la spontaneità e il feeling del momento. Un approccio che si sente nell’ascolto, valorizzato dal mix e mastering di Stefan Boman (Opeth, Alice Cooper, Def Leppard), capace di dare al suono chiarezza e forza senza snaturarlo.
Il risultato è un album che resta fedele alle radici ma che sa guardare avanti con intelligenza. ‘Blind Leading The Blind’ non cerca di reinventare il Classic Rock, ma lo ripropone con convinzione e con una produzione attuale. È un disco che conquista subito, ma che regala anche nuovi dettagli ad ogni riascolto.
In un panorama spesso piatto e ripetitivo, i Sweet Freedom emergono come una band vera, capace di ridare vita a un linguaggio musicale storico senza sembrare sterili copie del passato e con ‘Blind Leading The Blind’ firmano un lavoro solido e ispirato, che mostra chiaramente il potenziale di un progetto nato quasi per caso, ma che meriterebbe davvero di continuare nel suo percorso.
Mannini Samuele e Paganini Paolo
24 Agosto 2025 0 Commenti Denis Abello
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Music Srl
Diretti dalla Spagna arrivano freschi freschi gli Strangers. Che poi tanto freschi non lo sono visto che la band spagnola messa in piedi da Miguel Martín (chitarra) e Abel Ramos (batteria) nasce nel 2012 e ha già all’attivo ben tre album, Emotions (2013), Survival (2015) e Brand New Start (2019).
Questo nuovo lavor segna però un’importante novità visto che alla voce fa la sua entrata la brava Celia Barloz che in realtà aveva già collaborato con la band in veste di corista mentre qui prende le redini della band!
Rispetto al passato cambia leggeremente lo stile della band che propone un sound sempre dedito di base al melodic rock ma con un taglio più diretto e affilato oltre ad un adattamento fisiologico alla ventata di novità portato dalla voce di Celia Barros. A livello di band le qualità ci sono ed oltre alla brava Barloz alla voce merita sicuramente di essere menzionata la sezione ritmica della band con un Abel Ramos alla batteria che fa veramente un bel lavoro sull’album coadiuvato dal basso di César Chacón. Valida anche l’esecuzione portata in scena da Miguel Martín alla chitarra.
La band negli anni passati è riuscita a ritagliarsi un nome sulla scena Spagnola e Brasiliana e con questo Boundless punta a sdoganarsi a livello internazionale. Quello che propone è in realtà un melodic hard rock classico e che segue i clichè del genere senza troppo osare e alla fine a livello di brani risulta un “easy listening” che però manca forse del guizzo geniale che vedendo la qualità della band ci si potrebbe a questo punto aspettare.
Sicuramente alcuni brani meritano una menzione come Enemy,la bella ballata Goodbye in cui la voce di Celia fa veramente la differenza, o ancora belle le scelte stilistiche della più rocciosa Still the One, ma come dicevo prima all’orecchio “allenato” al melodic rock / hard rock potrebbe mancare un po’ di, chiamiamolo, “spirito d’iniziativa”. La band invece gioca quasi sempre su stili classici e sicuri legati, che comunque diciamolo, non è per forza un difetto e sono sempre portati in scena con qualità dalla band.
Chiudiamo quindi col dire che forse si poteva osare un po’ di più per far risaltare questo album nella marea di uscite attuali dedite al più classico del melodic rock / hard rock. Va detto però che la voce di Celia è un bel punto a favore e l’esecuzione sempre di alto livello da parte della band aggiungono un altro buon motivo per dare un ascolto a questo Boundless.
22 Agosto 2025 0 Commenti Francesco Donato
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Mighty Music
Quarto lavoro in studio per i NightHawk, band che per chi non ricordasse, è nata durante il periodo del COVID per mano del bassista Robert Majd (Metalite, Captain Black Beard, Fans Of The Dark).
Progetto che ha consentito a Majd di suonare la chitarra è sperimentare nuove soluzioni musicali.
Questo “Six Three O” arriva ad un anno di distanza dal buon album “Vampire Blues” ed è stato registrato ai Rockfield Studios in Galles, per intenderci lo stesso studio utilizzato da gruppi come Queen e Oasis.
La prima cosa che spicca all’ascolto è la durata volutamente breve di tutti i brani.
Tutto compreso tra i 2:25 di “Losing My Mind” e i 3:42 di “Man On The Silver Mountain”.
L’album è sicuramente destinato agli amanti del più classico Hard Rock, con ottimi brani che pur non facendo gridare al miracolo rendono l’ascolto fluido e omogeneo.
Si parte con l’enenrgica “Hard Rock Warrior” pezzo dove la chitarra di Majd fa da padrona, ricamando e dando il tiro ad uno dei brani più piacevoli del lavoro.
Si prosegue con “Wrong Side Of Desire” e “Home Tonight”, ottime prove evocative che richiamano alla mente band come Styx, Kansas e Rainbow.
“Angel Of Mine” possiede il classico tiro hard rock governato da melodia e tastiere incisive.
Ottima anche la successiva “Can’t Say Goodbye” con tastiere ai confini del prog e la rockeggiante “I Am The Night”.
Difficile trovare un filler, tutte le carte sono al posto giusto, giocando in appena 33 minuti.
Arriva il turno di “Turn To You” pezzo di gran qualità, anch’esso sospeso su aree prog.
Altra grande conferma è “Too Good To You” pezzo dall’ottimo refrain e probabilmente il pezzo più tirato del disco.
L’album si chiude con la reinterpretazione superba di “Man On The Silver Mountain” dei Rainbow. Scelta che dice tutto sulla direzione intrapresa dalla band in merito a questo album.
In sintesi, un ottimo album celebrativo che chi ama determinate sonorità classiche ascolterà con estremo piacere.
Un disco compatto, essenziale ed ispirato, che potrebbe essere un ottimo candidato per le top ten di fine anno.