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26 Giugno 2025 0 Commenti Vittorio Mortara
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: CTM Music
I nomi coinvolti nel progetto Tiffany Kills possono, da soli, far pensare ad un supergruppo: Jaycee Cuijpers (Praying Mantis, Ayreon…), Christian Tolle (CTP) e Don Dieth (U.D.O.) sono degli scafati veterani della scena hard’n’heavy europea degli ultimi 20 anni e la loro esperienza è evidente in ogni solco di questo “World on fire”. Il rifferama e, più in generale, l’intero impianto chitarristico del disco denuncia una spiccata derivazione dai canoni del teutonic hard rock sound di fine secolo scorso. E anche la sezione ritmica, pur senza strafare, sostiene adeguatamente le canzoni. Quindi mi è piaciuto? Beh, insomma… Lo trovo innanzitutto poco variegato in termini di songwriting. Al terzo granitico riff comincio ad avere l’impressione che i pezzi si somiglino tutti un po’ troppo. Sensazione avvalorata anche dalla voce del buon Jaycee, roca ed old style, che stride leggermente anche quelle poche volte in cui atmosfere si fanno più rarefatte e melodiche. Ed a poco servono i cori della signora Mandi Sneijers per ingentilire quei colpi di gola che ricordano un po’ RJ Dio o il gigante Jorn. Alla fine dell’ascolto non mi rimane un pezzo particolare in testa. Diciamo che l’opener “I’ll come running”, gli inserti di piano della melodica ed aoerreggiante “Breathless”, la scarna “World on fire” e l’anthemica “Too young” si elevano un gradino al di sopra del livello generale, riuscendo a lasciare traccia.
Questo lavoro è la dimostrazione che, a volte, tecnica individuale ed esperienza, se non supportate da un livello adeguato di songwriting, non sono sufficienti a far staccare un album dalla media delle uscite. Peccato, perché qui c’era anche una buona produzione, curata da Tolle stesso… Peccato davvero, sarà per la prossima volta…
10 Giugno 2025 6 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
In uscita il quinto album dei britannici Inglorious dal titolo “V”: lietissima notizia prima dell’estate, che riporta alle nostre orecchie una band dal grandissimo carisma e dalle sonorità speciali.
Apriamo le danze con “Testify”, dal riff coinvolgente e dalla linea vocale tagliente, dalla pacca sonora intensa e corposa: da ascoltare e riascoltare. Passiamo a “Eat You Alive”, bella tosta e martellante, un hard rock ben fatto e dal gusto a metà tra il contemporaneo e il passato. “Devil Inside” mantiene questa dinamica poderosa, con toni più oscuri e micidiali, risultando nel complesso un buonissimo brano. Si torna su orizzonti più scanzonati con “Say What You Wanna Say”, pezzone orecchiabile dal ritornello cantabile, nel complesso appetibile per un pubblico vasto ed eterogeneo. Corale e titanica, arriva il momento di “Believe”, variegata, strumentalmente complessa, dalle molteplici sfaccettature e dai fraseggi ben costruiti: ottima prova. Non poteva mancare una bella intro basso/chitarra e basso/voce, in pieno stile anni ‘80: “Stand” piace e si fa piacere, con quel suo sapore un po’ agé, che non guasta mai, al contrario della successiva “In Your Eyes”, più attuale e pestata, ma globalmente non eccezionale. “Silent” ha una piacevolissima dinamica e una struttura interessante, ben cesellata e dove la voce incredibile di Nathan James trova note e colori impressionanti. Con “End Of The Road” torniamo su sentieri più hard rock, sempre mantenendo l’ottimo standard tenuto sinora. Concludiamo questo splendido album con la micidiale “Power Of Truth”, ultimo anello di una catena praticamente perfetta, ovvero un lavoro eseguito e mixato in maniera eccellente, potente e ben sviluppato in tutte le sue parti, da godere sino all’ultima nota.
10 Giugno 2025 1 Commento Alberto Rozza
genere: Melodic Metal
anno: 2025
etichetta: Scarlet Records
In uscita il quarto lavoro dei Moonlight Haze, band ormai solida e dal curriculum invidiabile, capitanata da Chiara Tricarico, che propongono un power metal dalle venature melodiche.
Inizio inconsueto con la title track “Beyond”, una leggerissima e veloce melodia voce e pianoforte, incredibilmente suadente e delicata. Cambia decisamente l’atmosfera con “Tame The Storm”, potente e graffiante, corale e aggressiva, un brano decisamente riuscito e gradevolissimo. “Crystallized” è un pezzo bello corposo e godibile, con una dinamica interessante, che carica durante la strofa ed esplode nel ritornello, orecchiabile e che resta subito in testa. Con “Chase The Light” restiamo sulla stessa linea stilistica, ovvero chitarre ben presenti, ritmiche martellanti, atmosfere ampie e una voce limpida, una sorta di marchio di fabbrica della band, così come la successiva “Would You Dare”, un po’ più oscura nel riff, ma globalmente molto vicina alle altre tracce dell’album. Il momento del lento arriva sempre: ecco “L’Eco Del Silenzio”, cantato in italiano, una perfetta e lieve armonia che rallenta meravigliosamente l’impeto heavy dei Moonlight Haze catapultandoci in un mondo magico. “D.N.A. (Do Not Apologize)” torna a martellare, riportando l’ascolto su un piano più metal e attestandosi come uno dei pezzi più divertenti del lavoro, al contrario di “Untold”, un po’ ripetitiva e scontata. Ritmicamente molto interessante e dalla coralità inusuale, arriva “Time To Go”, buonissima sorpresa in coda all’album. Chiudiamo la recensione con “Awakening”, sempre sulla stessa lunghezza d’onda delle altre tracce, che chiude anche l’ascolto dell’ultima uscita dei Moonlight Haze, che ci consegnano 10 pezzi interessanti, stilisticamente ben delineati, a tratti sorprendenti e a tratti poco originali, ma globalmente ben strutturati, ben eseguiti e che lasciano nell’ascoltatore un certo interesse per la loro esecuzione dal vivo.
31 Maggio 2025 0 Commenti Giulio Burato
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Novas Records
“Se non provengono dalla Svezia non li recensiamo”.
Parto da questo slogan, per recensire l’album dei Sum of All, band che ho ascoltato addentrandomi casualmente nel “tubo”.
Provenienti dalla nordica Vansbro i cinque esperti musicisti, in passato presenti in vari progetti, fondono questo nuovo trademark caratterizzato da un hard rock di vecchio stampo con la ricerca di qualche sfumatura moderna, un mix che mi riporta ai recenti Ray of Light e, in alcuni passaggi, ai Remedy. Parto dall’accostamento a questa ultima band per presentare l’opener “Sitting ducks” che pare imparentata da vicino al suono dei più giovani connazionali. Le canzoni che accendono la fiamma di “Time to leave” sono il primo singolo “Lost and Found” e la melodica “First to Hold You’” un mid tempo riempito di tastiere che lo rendono coinvolgente e ricco. Bello il lento e title-track posto a fine scaletta che assieme all’altra semi-ballad “My fears” ci regala un Börje Lindström con un’impostazione vocale pregevole e precisa.
Altri brani non hanno lo stesso effetto, una su tutte “Man or Machine” troppo cupa e senza particolari acuti.
Nel complesso, “Time to leave” è un album che si apprezza parzialmente, con canzoni che salgono alla ribalta, mentre le altre non passano il valico dell’originalità.
Come si diceva un tempo “rinviati a settembre”, anzi rettifico, “rinviati alla prossima uscita discografica”.
31 Maggio 2025 0 Commenti Francesco Donato
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Cleopatra Records
Diciamolo in anteprima, un disco dei L.A. Guns per chi ama la scena Sleazy è sempre, nel bene e nel male, un evento da prima pagina.
Perché qui signori, si tratta di una delle band che hanno dato un contributo bello grosso nel forgiare lo stile sleaze (o street metal se preferite chiamarlo così), un contributo che li ha sempre posti nell’Olimpo dei pionieri al pari di colossi come Guns n’ Roses e Skid Row, e di band meno fortunate dal punto di vista del successo come Faster Pussycat, Vain e Jetboy.
Se” Appetite For Destruction” dei cuginetti con le rose può essere definito il manifesto assoluto dello stile, l’esordio dei nostri nel 1988 si pone certamente come il degno antagonista ruvido e roccioso.
Ritrovarsi quindi a parlare di Tracii Guns e Phil Lewis a quasi quarant’anni dalla loro comparsa sulle scene non può essere quindi che un enorme piacere.
La prima novità in merito all’uscita di “Leopard Skin” è il cambio di etichetta.
Si ritorna a Cleopatra Records, etichetta con la quale la band losangelina aveva pubblicato “Hollywood Forever” nel 2012.
In mezzo, sette anni di Frontiers Records, periodo nel quale i L.A. Guns hanno pubblicato ben quattro album in studio, di fatto lo spazio temporale in cui la band ha sfornato più dischi di tutta la sua storia.
Se “The Missing Peace”, ovvero primo disco sotto Frontiers, era stato un album con i fiocchi, capace di ritagliarsi un ruolo di primo ordine all’interno dell’interna discografia della band, negli ultimi dischi si era respirata una certa aria di impazienza nel tirare fuori ad ogni costo il prodotto.
Ma andiamo subito al dunque. Dove si pone questo lavoro della band?
Sicuramente i nostri non deludono i fans, coerenti al loro modo di intendere il rock n’roll, con un’attitudine sempre in tiro, che fa sfoggio si sé in riffs che funzionano e cori azzeccati.
E’ il caso dell’opener “Taste It”, scelta come primo singolo non a caso. Un pezzo a cavallo tra i L.A. Guns di “Vicious Circle” e gli AC/DC dove Tracii e Phil ci fanno sentire subito a nostro agio.
Si prosegue con il successivo singolo “Lucky Mothefucker”, brano dove la voce di Lewis torna ai tempi dei primi due lavori, con un intercedere sporco e strafottente che sfocia in un refrain orecchiabile e radiofonico.
Un gran lavoro di slide guitar di Tracii caratterizza “The Grinder”, mentre “Hit and Run” si mette in luce per la sua andatura più lenta e portare in dote un ritornello tra i più riusciti dell’album.
“Don’t Gimme Away” possiede in toto il marchio di fabbrica della band, e sottolinea la buona intesa tra la voce di Phil e la coriacea vera creativa di Guns.
C’è spazio anche per la countryeggiante “Runaway Train” che vi farà rivivere atmosfere alla Rolling Stones.
“Follow The Money” affonda i piedi nello sleaze anni ’80 già dal riff iniziale, poi ci pensa la voce di Phil a fare il resto mantenendo il pezzo su un ottimo livello di presa.
“The Masquerade” è la ballad del disco, la ballad che ci si aspetta dalla band, argomento nel quale i L.A. Guns hanno sempre dimostrato di saperci fare, e anche in questo caso non sbagliano.
Chiude la tenda “If You Wanna”.
In conclusione, i ragazzi si divertono senza fronzoli, i tempi di tentare la carta del successo sono andati da un pezzo, ma la coerenza nel fare ciò che piace e che si aspetta da loro la gente è da premiare.
Un album che non fa gridare al miracolo e che probabilmente non entrerà nella mia top ten, ma onesto, autentico e nostalgico. E non è certamente poco di questi tempi.
22 Maggio 2025 4 Commenti Stefano Gottardi
genere: Pop Rock/Symphonic Rock
anno: 2025
etichetta: Big Machine Records
Ci sono dischi che sorprendono per il loro contenuto, altri per il contesto da cui emergono. Love Will Probably Kill Me Before Cigarettes And Wine, primo lavoro solista di Luke Spiller, sorprende per entrambi.
Conosciuto come frontman dei The Struts, tra i protagonisti della scena glam-revival dell’ultimo decennio, Spiller prende qui una direzione decisamente diversa: più intima, riflessiva, e in fondo anche più sincera. Abbandonati i ritmi incalzanti e l’estetica plateale del rock da arena, il cantante inglese si misura con un art pop elegante e venato di malinconia. Il risultato è un album coeso, ispirato, in cui l’aspetto visivo lascia spazio a quello emotivo. È un disco incentrato sul tema della vulnerabilità maschile, trattata con ironia, teatralità e, persino, pudore.
Il brano di apertura, “Devil In Me”, introduce subito un tono cinematografico, con un arrangiamento orchestrale che richiama certe colonne sonore degli anni ‘60. È una traccia che mette in chiaro le coordinate: questo non è un progetto parallelo, ma una vera e propria esplorazione artistica. La title track è forse la canzone più rappresentativa dell’intero lavoro: liriche sospese tra il dramma e il romanticismo, armonie ampie, ed una melodia da musical hollywoodiano riletta in chiave dark. Spiller canta con un approccio molto più narrativo rispetto al passato: non cerca la nota ad effetto, ma la frase giusta, l’intonazione che comunica esitazione, desiderio, perdita. Pezzi come “She’s Just Like California” o “Angel Like You” oscillano tra pop barocco e soul, con rimandi tanto a Burt Bacharach quanto a certi momenti più intimi di Elvis Costello. La produzione, ad opera di Jon Levine e Jason Falkner, accompagna il tutto con misura. Gli arrangiamenti sono sempre funzionali alla scrittura, mai invasivi, e contribuiscono a creare un’atmosfera avvolgente, quasi da film. Ogni canzone sembra il capitolo di una storia più grande, anche se non esplicitamente dichiarata.
Va altresì segnalato qualche piccolo inciampo. In alcuni passaggi, come in “Magic At Midnight In Mel’s Diner”, la narrazione si fa così densa di dettagli che rischia di perdere immediatezza, e l’ambizione orchestrale può apparire un po’ eccessiva, quasi a scapito della spontaneità che invece rende i The Struts irresistibili.
IN CONCLUSIONE
Love Will Probably Kill Me Before Cigarettes And Wine è un disco maturo, pensato e coerente. Luke Spiller stupisce per la serietà con cui affronta questa nuova veste, e soprattutto per la qualità del songwriting. Non si tratta di un capriccio solista, ma di un passo vero e proprio verso un’identità più ampia e sfaccettata. Un album che non alza la voce, ma che riesce a farsi sentire. Elegante, nostalgico e assolutamente personale.
20 Maggio 2025 1 Commento Lorenzo Pietra
genere: Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers Records
Ecco arrivare il quarto lavoro solista di Don Felder, storica chitarra degli Eagles che penso non abbia bisogno di tante presentazioni…. The Vault (Fifty Years Of Music) è il titolo del disco e arriva a distanza di sei anni da Rock N Roll America e contiene tutti le demo rivisitate, risuonate ma scritte nel corso della carriera da Don Felder dal 1974 al 2023. Il viaggio che questo album ci regala è infatti qualcosa di speciale, sentire le canzoni a così tanta “distanza” l’una dall’altra è un’emozione veramente unica e riesce a mischiare ballad e rock a stelle e strisce.
Ma la vera chicca dell’album è data dalla lunga lista di Big della musica che hanno collaborato con Don Felder. Preparatevi per una serie di infinita tra cui Steve Lukather, Joseph Williams, Greg Phillinganes, David Paich, Brian Tichy, Timothy Drury, Greg Bissonette e tanti altri che elencherò nella tracklist. Come dicevo le canzoni ci fanno viaggiare nel tempo da Move On, del 1974 a I Like The Thing You Do datata 2023, dando vita a un nuovo sound dove si alternano ballad molto intime a schegge rock.
Tracce come l’appena citata Move On che ha il sapore anni ’70 ma rivisitata in chiave più moderna risulta con più mordente. Free At Last la ritengo la canzone più significativa e che riassume il mood dell’album, sempre con un sound cupo, basso in evidenza, voce bassa e sussurrata con un ritornello però fresco ed un testo importante. Hollywood Victim è un mid tempo Aor fino al midollo dove il testo parla dei sogni infranti e del lato meno famoso di Hollywood. Si accelera con l’ottantiana Last At All allegra, veloce, un west coast con tinte rock e un ritornello che si fissa in testa. Altre canzoni da ricordare sono I Like The Things You Do, il ritornello da un senso di dejavu, ma rimane un pezzo rock divertente con un bell’assolo. Si continua con il synth e il basso effettato di All Girls Love To Dance, un pop dove ogni strumento è elettronico e ci riporta in pieni anni 80. La ballad Together Forever è un buon pezzo che non grida al miracolo, dove la batteria accompagna il basso e la chitarra effettata sembra parlare. Heavy Metal è la riedizione del brano originale del 1981 e si conferma uno dei pezzi più hard rock, di certo lontano dal metal di quegli anni. Let Me Down Easy è la seconda ballad, al microfono troviamo Nina Winter che riesce a dare un ulteriore tocco di dolcezza al brano, bello e molto Aor soprattutto nell’esplosione del ritornello. Si chiude con la strumentale Blu Skies, chitarra acustica, archi, violini e cori finali per due minuti di ottima fattura.
IN CONCLUSIONE:
Un buon album che vi offrirà un’ora di musica di qualità, un classic rock rivisitato in chiave moderna, con un autentico sound americano.
18 Maggio 2025 2 Commenti Denis Abello
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Art of Melody Music / Burning Minds Music Group
Non voglio dare adito a dubbi… Amo questa Band, e li amo perchè negli anni hanno sempre dimostrato di meritarsi il mio Amore. Dal primo album partorito nell’ormai lontano 2011 nel segno del più nostalgico melodic rock fino a quel cambio drastico che li sposterà verso un sound nettamente più moderno e originale che regalerà quella perla a titolo Matter of Faith del 2016 consegnandoci così i nuovi e meno derivativi Soul Seller e consegnandoci inoltre una delle più belle sorprese degli ultimi anni, la voce di Eric Concas.
Un lungo salto in avanti, spezzato solo dall’uscita del brano Diamonds Rain nel 2021 (che potete trovare nella compilation We Still Rock… the World), ci fa balzare dal 2016 al 2025 e a questo Fight Against Time e le mie orecchie ammetto fremono per ascoltarlo.
Così metto delicatamente questo ultimo lavoro della band Torinese nel lettore e parto con l’ascolto e quando la musica finisce mi ritrovo con solo una certezza in testa… “Ecco, questo è il modo giusto di far rivivere il melodic hard rock oggi”.
A vantaggio dei lettori e per chi non conosce i Soul Seller è giusto però fare un passo indietro.
Nati a fine anni ’90 a Torino per volere dei fratelli Mike e Dave Zublena, i Soul Seller affondano da subito le radici nel rock melodico e nell’AOR più puro, con uno stile che guarda prepotentemente agli anni d’oro del genere e che da alla band un’identità solida in puro stile ’80s con l’album Back to Life (2011). 2016, la band spezza con il passato e nel frattempo lo scettro di frontman viene ceduto dal bravo Michael Carrata all’altrettanto bravo Eric Concas con il quale la band darà alle stampe un album maturo, dal taglio più moderno e orginale a titolo Matter of Faith (2016). Poi, una lunga pausa. Nove anni di silenzio discografico quasi assoluto, durante i quali però i membri hanno portato avanti esperienze personali e professionali differenti… tanto che ad un certo punto c’è stato da chiedersi se i Soul Seller sarebbero mai ritornati.
La risposta è arrivata ora, nel 2025, dove la band si ripresenta con una formazione compatta e affiatata che vede Eric Concas alla voce, Dale Sanders e Dave Zublena alle chitarre, Alessandro “Wallino” Rimoldi alle tastiere, Stefania Sarre al basso e Italo Graziana alla batteria.
Con questa formazione da vita ad un disco che è molto più di un ritorno: è una dichiarazione d’identità!
One Wasted Paradise, la traccia di apertura, fa scattare una partenza col botto: riff incisivo, tastiere luminose e un ritornello che ti si pianta in testa. È un perfetto brano d’apertura, energico e immediato, in cui si respira l’aria del miglior hard rock melodico, ma con un suono pulito e attuale. Da ascoltare a volume alto: è un inno rock che funziona sia in cuffia che probabilmente su un palco.
The Sound of The Last Survivor è uno dei brani più “cinematografici” del disco. Il titolo è evocativo, e la musica è all’altezza: una fusione riuscita tra epica e melodia, con una costruzione che cresce poco a poco fino a un ritornello maestoso. L’arrangiamento è ricco, stratificato, ma mai eccessivo. Sembra una colonna sonora di resilienza, come se raccontasse la storia di chi ha superato tutto e ora guarda avanti. Uno dei picchi emotivi dell’album.
La title track Fight Against Time è un inno di determinazione. Ha ritmo, grinta, un groove solido e una melodia accattivante. Qui i Soul Seller ci ricordano che il tempo è il nostro avversario più grande, ma anche il motore che ci spinge a vivere con più forza. Notevole il solo di chitarra e sempre splendido ed efficace il cantato di Eric Concas!
Autumn Call è un brano introspettivo, dolce e malinconico. Le chitarre leggere, il canto misurato; tutto evoca il passaggio del tempo, l’autunno dell’anima. È una semi ballata che colpisce per sincerità e delicatezza.
City of Dragons è uno dei brani più moderni dell’album. Sonorità urbane e leggere venature elettroniche si fondono con il rock melodico classico in un mix convincente. Il risultato è affascinante: potente ma raffinato, ideale per chi ama il melodic rock contaminato da elementi contemporanei.
I Can’t Stand This Heartbeat Anymore è una intensa fucilata al cuore, dal taglio più tradizionale ma con arrangiamenti curati e un pathos che cresce fino a esplodere nel ritornello. Si sente l’influenza delle grandi band anni ’80, ma con una sensibilità nettamente più moderna.
Angel Of Desire è frizzante, funky, quasi scanzonata. Un cambio di tono che arriva al momento giusto: groove irresistibile, cori catchy e una sezione ritmica che ti fa muovere la testa. È quel brano che mette il sorriso anche nella giornata più grigia.
Fallen Kingdom è pura sensibilità epica, drammatica e potente. Le tastiere sinfoniche, le chitarre solenni e il testo evocativo costruiscono un’atmosfera malinconica ed intima raccontando con la voce unica di Eric Concas la fine di un’illusione. Tra i brani più cinematografici e stratificati del disco.
Silent War è uno dei pezzi più maturi e complessi del lotto proposto. Il brano alterna momenti di tensione e distensione con grande equilibrio. Linee vocali intense, chitarre taglienti e un crescendo emozionante. Feel Alive Again, riff diretti, batteria pulsante e un messaggio positivo che arriva forte e chiaro nel suo perfetto ritornello melodico.
Falling Stars è ua semi ballata elegante e malinconica, che parla di sogni sfumati e desideri perduti. Voce e melodia si fondono in modo impeccabile. C’è un gusto melodico raffinato che richiama l’AOR più sentimentale ma senza mai scadere nel già sentito.
Alice è un brano inaspettato, e per questo affascinante. Teatrale e con un intreccio sonoro molto suggestivo.
The Black Raven ha un taglio quasi progressive, merito anche dell’uso sapiente dell’hammond. Dark e intenso è la chiusura perfetta per un album che ha saputo spaziare tra forza e introspezione.
Fight Against Time è un disco che guarda indietro con rispetto, ma cammina deciso verso il presente. È pensato per chi ha amato il rock melodico degli anni d’oro, ma non si accontenta di copie sbiadite. Per chi vuole sentire il cuore degli anni ’80, ma con un sound che suoni bene anche oggi.
In sintesi, per chi è crescito tra Cd, vecchi vinili e che ora non disdegna file MP3 sparsi qua e la sicuramente si ritroverà in questo disco. Perché ci ricorda da dove veniamo, ma ci fa anche capire che certe emozioni, se trattate con sincerità e gusto, sanno ancora evolversi.
Se vi piace il rock che sa emozionare e sorprendere, Fight Against Time merita assolutamente il vostro tempo.
15 Maggio 2025 48 Commenti Samuele Mannini
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Possono esserci diversi modi per approcciarsi a un disco del genere, ed uno di questi potrebbe essere quello di adottare un atteggiamento democristiano, ovvero limitarsi ai discorsi di circostanza, lodare la storia e il blasone del gruppo, rievocare i bei tempi andati ed evidenziare i tentativi (più o meno riusciti) di emulare un sound che, ai suoi tempi, ci faceva letteralmente impazzire di gioia; ecco, vi do una notizia: non sono mai stato molto democristiano, e quindi mi appresto a scrivere questa recensione in tutt’altro modo — come, del resto, avevo già fatto con il precedente Shifting Time (QUI la recensione) — ma con la consapevolezza che allora non avevo, di non poter essere più deluso, e questo probabilmente mi renderà ancora più cinico, cosa di cui mi scuso in anticipo con chi considera questo un bel disco, anche perché, alla fine, la mia resta pur sempre un’opinione personale che, nel migliore dei casi, potrà servire come spunto di riflessione e, nel peggiore, potrà essere ignorata senza troppi problemi.
Quali sono dunque i problemi che affliggono questo disco e mi hanno portato a dare un voto del genere? Beh mettetevi comodi perché l’elenco non è proprio breve.
Il primo punto che salta all’orecchio è che questo sembra più un disco dei Perfect Plan che uno dei Giant, e spiego subito perché. È evidente che la performance vocale di Hilli caratterizzi il disco, come accadeva con Dan Huff nei primi lavori dei Giant, ma c’è una differenza enorme nel modo di interpretare le canzoni. La tendenza del vocalist svedese a urlare a squarciagola (e pare pure stia cercando di trattenersi) snatura molto lo spirito dei Giant originali.
Secondo punto: non trovo coerente il songwriting tra le tracce scritte da Huff e quelle in cui non è più protagonista. Si tratta di due stili di scrittura abbastanza differenti, che possono piacere o meno, ma che si percepiscono chiaramente come non completamente amalgamabili.
Terzo punto: ormai le canzoni riciclate dalle session dei precedenti dischi e scritte da Huff cominciano ad essere davvero tante, e se erano state scartate, un motivo ci sarà stato; in sostanza, anche rispetto al disco precedente, la qualità delle canzoni è decisamente inferiore, e la cosa mi è saltata subito all’orecchio, beh, almeno al mio; se per altri non sarà così, tanto meglio per loro.
Questo è il quadro che vi traccio dopo aver ascoltato il disco sei volte, e ascoltandolo anche adesso mentre scrivo queste righe le impressioni restano sempre le stesse, quindi è un disco orribile? No, assolutamente no, qualche canzone che si salva c’è, ma in numero ancora inferiore rispetto al già non eccelso predecessore, e francamente, da certi nomi, io mi aspetto di più.
Per quanto riguarda le canzoni, che volete che vi dica… l’opener ‘It’s Not Right’ non è una brutta canzone, se fosse in un disco dei Perfect Plan sarebbe sicuramente più nel suo contesto naturale. ‘Night to Remember’ gira su un ritornello banalotto e scontato, e si salva solo grazie a un buon guitar solo. In ‘Beggars Can’t Be Choosers’ si va sull’autocitazione pesante, senza peraltro nemmeno avvicinarsi a ‘Time to Burn’, che chiaramente ha fatto da ispirazione. ‘Time to Call It Love’ invece mi piace, perché ha il sapore di Mark Spiro, anche se con il resto del disco francamente c’entra poco, ma intanto mettiamola in saccoccia. In ‘Holdin’ On for Dear Life’ si ode un sentore dei Giant, ma la differenza interpretativa tra i due vocalist è, per usare un eufemismo, EVIDENTE. ‘Paradise Found’ è una ballad gradevole, ma impallidisce di fronte alle gemme del passato a nome Giant… e basta dai, con l’analisi delle canzoni credo di avervi già tediato abbastanza, anche se mi sono limitato a segnalare quelle che, a mio giudizio, sono le “migliori”.
In conclusione, per me questo disco rappresenta cinquanta minuti trascorsi tra noia e rimpianto, e ahimè ha esacerbato i difetti del precedente diminuendone pure i pregi, ma siccome ognuno di noi si porta dietro i propri bias cognitivi, voi ascoltatelo, poi traetene le vostre conclusioni.
15 Maggio 2025 0 Commenti Alberto Rozza
genere: Rock/Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
In uscita l’album di debutto dei The Speaker Wars, band fondata e capitanata dall’ex batterista di Tom Petty And The Heartbreakers Stan Lynch, che dopo anni di militanza con il grandissimo artista statunitense e qualche produzione, si cimenta in questa nuova avventura.
Partiamo subito con il primo singolo estratto dal disco, ovvero “You Make Every Lie Come True”, dalle sonorità molto vicine a quelle di Tom Petty, sia come struttura del brano che come sound vero e proprio: complessivamente, un salto nel passato. Passiamo alla successiva “It Ain’t Easy”, più malinconica, godibilissima, un passo avanti a livello di piacevolezza. “Taste Of Heaven” presenta richiami e riferimenti a tutto l’universo rock, risultando gradevole e tutto sommato soddisfacente. Continuiamo sullo stesso genere e sonorità delle canzoni precedenti con l’accorata “Never Ready To Go”, corale, musicalmente precisa e dal ritornello orecchiabile. Il suono del pianoforte ci introduce nella lenta e calda “The Forgiveness Tree”, un lentone tradizionale, per gli amanti del genere e non solo. Proseguiamo con “When The Moon Cries Wolves”, blueseggiante, bella tosta e “rude”, che esce un po’ dal mood generale dell’album: una ventata di freschezza. Trader’s South si presenta come un buon brano folk rock, purtroppo non molto originale, proprio come la successiva Leave Him, che risulta piuttosto blanda e sinceramente un po’ soporifera. Proseguendo sulla stessa onda slow, troviamo Sit With My Soul, intensa, ricca di significato e profondamente southern nell’atmosfera e nell’intenzione. Infine, I Wish You Peace chiude l’album con un messaggio chiaro e importante, un tema attuale che fa da congedo a un disco dalle sonorità leggere ma con un’essenza impegnata. Nel complesso, non molto originale nella sua struttura, ma comunque godibile.