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Cassidy Paris – Bittersweet – Recensione

20 Novembre 2025 0 Commenti Francesco Donato

genere: Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Registrato e pubblicato sotto l’etichetta Frontiers Music Srl, il 21 novembre 2025 arriva “Bittersweet”, secondo album della rocker australiana Cassidy Paris. Sin dai primi ascolti appare chiaro come questo lavoro, rispetto al debutto “New Sensation” (2023), evidenzi una vena artistica più personale e definita, merito soprattutto delle soluzioni vocali che la giovane cantante mette in campo con crescente sicurezza.

L’album si compone di 13 tracce che spaziano dall’hard rock melodico al power-pop, senza dimenticare ballad più riflessive. La produzione coinvolge nomi come Paul Laine (Danger Danger) e Steve Brown, collaborazioni che confermano la volontà di coniugare tradizione AOR e sensibilità moderne. Proprio sul fronte vocale, Cassidy mostra un netto passo avanti: graffia con convinzione nei brani più energici e sa essere intensa e delicata nei momenti più intimi.

Il disco si apre con il primo singolo “Butterfly”, che pur restando nei canoni del genere riesce a risultare fresco e immediato, grazie a un ritornello di grande presa. Segue l’energico “Nothing Left To Lose”, costruito su strofe grintose e un refrain molto aperto. Con “Finish What We Started” e “Wannabe” il mood si sposta su sonorità più melodiche e radiofoniche: sono due dei pezzi più immediati, sostenuti comunque da riff rocciosi e ritmiche trascinanti. “Getting Better”, pubblicato come singolo, rappresenta alla perfezione la direzione intrapresa dall’artista.

La parte centrale del disco gioca maggiormente sulle dinamiche: “Gimme Your Love” ammorbidisce l’atmosfera e prepara il terreno alla ballad “Can’t Let Go”, dove Cassidy si esprime con dolcezza e armonia. “Undecided” torna a spingere, guidata da un riff potente e incisivo, mentre “Sucker For Your Love” strizza l’occhio al glam anni ’80 e invita ad alzare il volume.

Nel finale, “Brand New Day” e “Is Anybody Out There” risultano più riflessivi e meno immediati, richiedendo qualche ascolto in più per essere colti appieno. A chiudere l’album arriva “Stronger”, brano energico e ben costruito, caratterizzato da riff efficaci e da un ritornello d’impatto.

In conclusione, “Bittersweet” rappresenta un lavoro di crescita e un passo deciso verso una maturità artistica sempre più evidente. Un disco di transizione positiva, che conferma le potenzialità di Cassidy Paris e lascia ben sperare per una sua ulteriore futura evoluzione.

Stryper – The Greatest Gift Of All – Recensione

20 Novembre 2025 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Nuova uscita per i veterani del christian metal/rock Stryper, sempre capitanati da Michael Sweet, che propongono il solito mix di hard rock e testi a stampo cristiano, formula che li accompagna ormai da decenni e che continua a fare schierare pubblico e critica.

Partenza giubilare, con tanto di campane, con la title track “The Greatest Gift Of All”, di fatto una canzone natalizia, dalla buona struttura e dal ritornello orecchiabile, capace almeno di introdurre con coerenza il concept del disco. Successivamente troviamo “Go Tell It On The Mountain”, un brano corale, non particolarmente memorabile, che resta poco nella mente dell’ascoltatore. “Heaven Came (On Christmas Day)” non presenta grandi balzi di originalità e di vivacità, risultando un po’ piatta e poco stimolante, così come la seguente “Little Drummer Boy”, densa di fill di batteria, ma che di per sé risulta, tolto un breve solo di chitarra, molto insipida. Con “Still The Light” facciamo un balzo all’indietro nel tempo, con un bel riffone anni ’80 e una struttura capace di rapire chi ascolta: finalmente un sussulto di vera ispirazione.

Il lento “Silent Night” (sì, proprio la canzone natalizia), lascia l’ascoltatore un po’ basito, nonostante la buona performance, perché il concept (si veda la copertina) natalizio è concepibile, ma magari non in queste vesti. Cambiamo registro con “On This Holy Night”, più strutturata e intrigante, dalla coralità azzeccata e soprattutto dalla ritmica riuscitissima, uno dei pochi episodi realmente convincenti del disco. “Joy The World” è una ballatona cover senza pretese, che passa velocemente, che non lascia granché, così come la successiva “Reason For The Season”, banalotta e francamente soporifera. Con “Winter Wonderland” chiudiamo un ascolto un po’ monotono e pesante, malgrado sia ben prodotto e soprattutto ben suonato, e anche se ovviamente si tratta di un disco a tema, lascia un po’ di stucco per la ripetitività delle tematiche e degli stilemi musicali, risultando complessivamente poco stimolante e privo di quel guizzo che ci si potrebbe aspettare da una band con questa storia.

Pearls & Flames – Spread Your Wings – Recensione

19 Novembre 2025 0 Commenti Luca Gatti

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Pride & Joy

Mi preparo all’ascolto e già la & commerciale nel nome mi acciglia un attimo, la copertina, che pare proprio sputata fuori da un IA non aiuta: Pearls & Flames, una sorta di G’n’R vegani su monopattini elettrici?
Ma gli svedesi sono sulla scena da diversi anni e, comunque, la presenza di Tommy Denander è quantomeno rassicurante. Schiacciamo quindi ‘play’ e non fermiamoci alla copertina.
Primo pezzo ‘Spread your wings’omonimo all’album e la batteria cicciona già stuzzica con un bel tiro, tastiera che strizza l’occhio al più adulto Van Halen senza più il nastro isolante sulla chitarra, diamogli una chance.
Power Chords e tappeto di synt, ci vuole poco in fondo per farci stare bene, gli anni ‘80 ci sono e sono quelli che ci piacciono, snocciolo una canzone dopo l’altra come un bel pacchetto di sigarette quando si alza il gomito, è un tripudio di classic rock morbido e suadente: qui si rischia di ballare da scemi in salotto se ci si lascia andare, gli arrangiamenti sono gustosi e tutto si incastra nel groove come il più pettinato dei Phil Collins.
Anni ’80 qualcuno ha detto chitarra elettrica? Eccola lì a bucare il mix con il giusto space eco che serve, ricorda tanto il primo Gary Moore con strato e mullet ma poi quando è il tappeto di tastiere a far dondolare la testa é tutto un lavoro di palm muting dietro le quinte…offritegli una birra!
Plauso alla voce tra un Tempest ed uno Ian, concretezza e melodia con un accenno baffo di Bobby Kimball, i Toto sono sempre nell’aria e la freschezza è assicurata; ringraziamo anche l’instancabile stuolo di cloni coristi che hanno confezionato in studio ritornelli super radiofonici, bravi tutti.
Più li ascolto e più mi convincono, all’orecchio sono tutti lì, li sento scalpitare i più cotonati che ormai abbiamo levato dal muro e resta ancora l’ingombrante sagoma del loro poster ma senza eccessi, è musica studiata ed elegante.
Dinamica ed armonia nel mixer dove nessuno strumento sgomita contro l’altro sono le ricette vincenti di un progetto solido e ben prodotto, superflua una digressione traccia per traccia perché l’album è nel suo complesso convincente ed organico, un tributo di maturità strumentale ed amore per la bella musica (quella anni 80…) ascoltatelo!

Jimmy Barnes – Defiant – Recensione

11 Novembre 2025 4 Commenti Iacopo Mezzano

genere: Melodic Rock / Rock / Country Rock
anno: 2025
etichetta: Mushroom Music

Gli ultimi anni sono stati decisamente difficili per il cantante britannico naturalizzato australiano Jimmy Barnes, dentro-fuori gli ospedali per – nell’ordine – una infezione, due operazioni all’anca, una polmonite batterica, e infine addirittura una operazione a cuore aperto. Considerati gli ormai prossimi settant’anni di età, il declino della sua carriera sembrava alle porte, e il suo microfono ormai inevitabilmente appeso al chiodo.

Invece, come una fenice dalle ceneri, Barnes è risorto con forza, pazienza e tenacia da ogni suo acciacco, e nel giugno 2025 è persino tornato sulle scene con un nuovo album a titolo Defiant, uscito ben quattro anni dopo il suo ultimo platter di inediti Flesh and Blood (2021).
continua

Andy and the Rockets – Casino – Recensione

10 Novembre 2025 2 Commenti Denis Abello

genere: Melodic Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Dalapop

Quarto album nella carriera degli Andy and the Rockets ma ammetto che sinceramente non conoscevo questi “ragazzotti” Svedesi. Complice anche in questa quarta opera la presenza di un nome di peso come quello di Erik Martensson (Eclipse, Nordic Union) in cabina di regia ed ecco che allora la curiosità diventa tanta.
Dalle note al seguito della release sembra che questo album sia una sorta di svolta per la band in cui si è cercato di “cogliere l’attimo” senza per forza puntare sul perfezionismo assoluto e diciamo che facendo scorrere le dodici tracce che compongono questo lavoro sicuramente la spinta “live” che trasmette quest’opera è forte.

Altra nota subito chiara per chi conosce i lavori a firma Martensson è proprio quel sound figlio degli Eclipse che qua e la traspare con prepotenza, soprattutto nei cori tipici della band di Martensson, facendo perdere forse un po’ di orginilità al lotto di brani proposti anche se la voce di Andreas Forslund riesce ad essere più ruvida e meno cristallina e quindi a caratterizzare questo lavoro a firma Andy and the Rockets.
Passando a dare uno sguardo ai brani ci troviamo di fronte a un buon numero di pezzi dal tratto diretto e spavaldo e che puntano sull’effetto radiofonico come la doppietta introduttiva I’m Alive / Your Touch Is Too Much mentre ci si sposta su territori più moderni con la successiva I’ll Die If You’re Done.
Con The Devil And The Indian Scout si torna a spingere sul ritmo radiofonico mente nettamente “Eclipse” è la successiva Cyanide.
Si continua a puntare su ritornelli dal facile appeal con la triplettra successiva Wild Ones, Creatures Of The Dark e Dirty Love. Seven Years Of Bleeding è uno dei brani più interessanti con diversi cambi di tempo ed un ritornello assolutamente riuscito. Un bel colpo che risalta tra gli altri brani.
Ride or Die ripercorre strade già sentite in questo lavoro e il lento In From The Cold si porta a casa il suo senza troppo osare. Anche la chiusura su Heartbreak City non aggiunge nulla a quanto già sentito ma comunque si porta a casa il risultato.

Un album interessante questo degli Andy and the Rockets che forse avrebbe potuto osare anche di più ma che forse ha preferito puntare su brani più semplici e orecchiabili che sicuramente sfonderanno in sede live. Menzione a parte per l’ottimo Seven Years Of Bleeding che non a caso risulta uno dei brani più “complessi” del lotto proposto.
Se comunque siete alla ricerca di un lavoro “easy listening” e avete un debole per la band madre di Erik Martensson e delle sonorità tipiche del produttore Svedese allora qui ci andrete a nozze!

Creeper – Sanguivore II: Mistress Of Death – Recensione

08 Novembre 2025 9 Commenti Stefano Gottardi

genere: Rock
anno: 2025
etichetta: Spinefarm

Dopo due anni ci troviamo ancora immersi nel mondo tetro e irresistibilmente teatrale dei britannici Creeper. Sanguivore era stato un’esplosione di rock ’n’ roll vampiresco, un album che aveva ridefinito il loro sound spostandolo verso un hard rock oscuro ed esagerato. Sanguivore II: Mistress Of Death ripropone la formula in modo estremo, trasformando questo sequel in un vero slasher musicale, con richiami a Meat Loaf, The Sisters Of Mercy, Alice Cooper e un heavy metal d’annata in versione horror. Non c’è dubbio: qui è tutto più grande, più sanguinoso, più cinematografico. E sì, è uscito proprio il 31 ottobre, nella notte insonne e carica di eccessi di Halloween.

La narrazione – come spiega Will Gould, mastermind del progetto nei panni del vampiro rockstar William Von Ghould – ci catapulta negli anni ’80, in piena era di hair metal e panico satanico. Immaginate una band di vampiri in tour per gli Stati Uniti, che lascia dietro di sé una scia di cadaveri e groupie dissanguate, inseguita da una misteriosa Mistress of Death: una sorta di boia gotica che aggiunge un tocco di burlesque macabro e sensuale.

L’intro parlata “A Shadow Stirs”, narrata nientemeno che da Patricia Morrison (ex The Sisters Of Mercy e The Damned), è un monito da brividi: “Rock music is a horny vampire, and tonight, it is feasting upon you”. È il trailer di una vecchia VHS impolverata: synth anni ’80, cori spettrali, un’atmosfera che ti penetra nelle ossa come nebbia cimiteriale. Da lì, il disco non molla l’acceleratore: è un carro armato di riff energici e cori anthemici che ti fanno venir voglia di saltare dal divano con un mantello nero sulle spalle come fossi Dracula.

La title track “Mistress Of Death” è un’esplosione di hard & heavy: armonie di chitarra epiche, ritmo galoppante, ritornello che si pianta in testa come un paletto nel cuore. È l’apripista perfetto: sconcio, seducente, con testi zeppi di allusioni che mescolano alla perfezione orrore e lussuria. “Blood Magick (It’s A Ritual)” spinge sul pedale dello sleaze metal, con voci corali e un groove che richiama i Guns N’ Roses degli esordi in salsa dark. “Headstones” è un tormentone puro, con quel mix di punk goticheggiante e hard rock che i Creeper padroneggiano alla grande. Non mancano momenti di respiro, come la bluesy “Razor Wire”, dove la tastierista Hannah Greenwood dietro al microfono ruba la scena nei panni della Mistress con un numero che bilancia sensualità e grottesco – e un sax che spunta dal nulla, evocando un cabaret infernale. L’album non è solo un’orgia di eccessi: ci sono deviazioni inventive che tengono alta la tensione. “Prey For The Night” sperimenta con il sax e un tocco jazzy che sa di Rocky Horror Picture Show, mentre “The Crimson Bride” riporta in carreggiata il post-punk/goth rock che aveva reso grande il primo Sanguivore: divertente, dinamico, senza divagazioni operistiche. “Daydreaming In The Dark” aggiunge atmosfera con un tocco stregato che richiama il loro passato, ma sempre con quel dinamismo anni ’80 che non annoia mai. A chiudere tocca a “Pavor Nocturnus”, finale epico con orchestrazioni maestose e un solo di chitarra da brividi, che lascia la porta aperta al terzo capitolo della trilogia.

Prodotto da Tom Dalgety (già con Pixies e Ghost), il suono è pulito ma aggressivo, con un equilibrio perfetto tra teatralità e grezza energia rock. Niente filler: dodici tracce di adrenalina pura che scorrono senza intoppi. Non è un disco per tutti: se non digerite il camp esagerato o i riferimenti agli slasher, potrebbe rischiare di sembrarvi troppo sopra le righe. Ma per chi ama il gothic rock che non ha paura di sporcarsi le mani con hard rock e punk, Sanguivore II è un trionfo: un sequel che non reinventa la ruota, ma la fa rotolare più veloce, più rumorosa e più divertente che mai. I Creeper non stanno solo continuando una storia: la stanno evolvendo, spingendo i confini del loro stile camaleontico verso un futuro che profuma di vinile viola e notti eterne. Se Eternity, In Your Arms era punk Alkaline Trio-style e Sex, Death & The Infinite Void un’odissea americana spettrale, qui siamo al culmine del loro horror punk: un album che celebra gli eccessi, ridefinisce il rock con un ghigno e ti lascia con la voglia di un bis immediato.

IN CONCLUSIONE

Nonostante il CD sia in digipack – che chi scrive non ama particolarmente – e i testi nel booklet siano scritti così piccoli da essere quasi illeggibili, l’acquisto resta obbligatorio per i fan e una chicca per chi cerca un rock che morde sul serio.

Hell In The Club – Joker In The Pack – Recensione

08 Novembre 2025 7 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Un nuovo format, una nuova veste per il ritorno degli italiani Hell in the Club che “salutano” il fondatore e frontman dei primi cinque album Dave, e danno il benvenuto alla cantante svedese Tezzi Persson (Infinite & Divine, Venus 5), offrendo una svolta netta a livello vocale, un po’ come hanno fatto nel recente passato i più celebri Linkin’ Park.
Un cambio dunque radicale che sicuramente è fonte di discussione per chi segue la band dagli esordi.
In effetti, questo passaggio mi ha personalmente spiazzato; per assorbire il colpo, mi sono interfacciato con una mia amica, cantante che mi ha aiutato nell’ascolto e nella stesura della recensione nella sua parte strumentale e di proposta dei testi.
Passo dunque la palla, o meglio, la penna a Lisa B.:

“Un viaggio nelle profondità dell’anima, tra suoni duri e stridenti, che trasmettono il senso di inquietudine ed angoscia, senza mai perdere quell’armonia quasi celeste che viaggia leggera sulle corde vocali e ci costringe a guardare l’abisso per ritrovare la luce.
Attacchi duri, senza indugi, con leggero growl, un debito d’aria della gola che rende ogni parola una sfida.
Le chitarre non suonano, lacerano! sono un vortice sonoro di follia e paura, che annulla ogni speranza. L’unione con le percussioni ed i giri di basso si contorcono nel dolore puro per poi tornare alla superficie.
“Dirty Love…Hey Mr. Loki!” un dialogo con il signore degli inganni; è un ponte gettato tra le fiamme, tra l’ombra e la speranza. Un viaggio rischioso, dove l’ascoltatore si perde tra le tenebre, accompagnato dalla voce e spinto dalla musica per guadagnarsi la risalita.
La band dispiega finalmente le sue ali, con un chorus talmente maestoso e liberatorio da far sembrare la discesa solo un brutto ricordo, la disperazione si trasforma in determinazione di ferro…il trionfo è la luce.
Un album che non promette solo un viaggio, ma lo mantiene con una coerenza brutale e sublime, dimostrando che rock & metal possono essere il veicolo per la più grande delle esplorazioni interiori.
Chi cerca evasione…
Chi cerca un’esperienza viscerale che sporca le mani di fango e le purifica col fuoco.
Trova in questo album la sua vittoria!”

A me nuovamente la penna.

Dopo la disamina musicale e dei testi, vado alla tracklist di “Joker in the pack” e segnalo alcune canzoni che sono, in buona parte, il filo conduttore col passato della band.
Il secondo singolo “Magnetars” ha la vigoria degli Alter Bridge nei riff e il magnetismo melodico degli Halestorm.
Il terzo singolo “Robert the doll” ha la “stoffa” della canzone che avrebbe sorriso al compianto Ozzy.
Il lento “The Ocean” ha quel sapore agro dolce che affascina.
Concludo con “The devil won’t forget” che fa capire già agli albori dell’album cosa ci attende a livello melodico e di scrittura in questo nuovo capitolo targato HITC.

Ringrazio Lisa B. per il contributo a questa recensione.

Backlash – Time To Impact – Recensione

07 Novembre 2025 5 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 2025
etichetta: Burning Mind/Art Of Melody Music

Certo, presentarsi con il nome Backlash è una scelta quantomeno coraggiosa per chi si appresta a pubblicare un debut album. Inutile dire che la prima cosa che salta alla mente è il secondo e immenso disco dei Bad English, e il paragone potrebbe intimidire, ma i nostri non sono certo pischelli di primo pelo, bensì un gruppo di musicisti italiani che conoscono bene la materia e la rispettano, che non si limitano a copiarla, ma la interpretano e la vivono con passione assoluta.

I Backlash nascono infatti dall’incontro tra Massimo Ordine e Andrea Frighi, due musicisti italiani di lungo corso che hanno deciso di unire esperienze e sensibilità per dare forma a un progetto che fosse sì figlio del passato, ma capace di parlare al presente. Ordine, già voce dei Perfect View, possiede quel tipo di timbro che nel melodic rock fa la differenza: pulito, controllato, ma con un’anima calda e personale, capace di dare vita a melodie che restano. Frighi, chitarrista e mente compositiva della band, si occupa anche delle tastiere e degli arrangiamenti, costruendo un suono solido e dinamico, dove ogni nota serve la canzone e nulla viene lasciato al caso. Le sue influenze, da Neal Schon a Dann Huff, emergono con eleganza, senza mai scivolare nel mero esercizio di stile. La formazione si completa con Angelo Franchini al basso, entrato stabilmente nel 2023, che conferisce al gruppo una base ritmica rocciosa ma musicale. Alle sessioni hanno preso parte anche Mirco Zuffa (batteria, hammond e tastiere), oltre ai chitarristi Massimiliano Mosci e Luigi Bellanova, tutti musicisti che hanno dato un contributo importante alla definizione del sound, arricchendolo di sfumature e profondità. Se a ciò aggiungiamo la produzione impeccabile di Roberto Priori (Danger Zone, Wheels Of Fire, Raintimes), il gioco è fatto.

Come ebbi a dire a suo tempo nel mio articolo sulla scena melodic rock italiana (qui il link all’articolo), nel nostro Paese non manca certo il talento, e questo disco ne è l’ennesima e lampante dimostrazione. In un lotto di dodici canzoni, almeno sei o sette sono di livello internazionale, e se fossero state incise da un gruppo americano o scandinavo la stampa specializzata griderebbe al miracolo. Ma questa non è la sede per fare polemiche: qui si tratta di analizzare un disco che ogni amante dell’hard rock melodico e dell’AOR dovrebbe fare suo, a prescindere.

Si parte a bomba con l’opener Aimless Games, che ci propone la band come una sorta di Work Of Art vitaminizzati, con chitarra tagliente, tastiere avvolgenti, ritmica quadrata e serrata, cori e contro cori da manuale, ma che volete di più dalla vita? Altra canzone di livello assoluto è No Shelter From The Blues, che non a caso è stata scelta come singolo: qui le atmosfere si spostano verso i Journey di Trial By Fire, il tocco chitarristico alla Schon si sposa con un manto tastieristico di derivazione Toto e un ritornello potente che resta impresso, e quando dico che sono gli arrangiamenti a trasformare una buona canzone in una grande canzone, qui troverete le prove tangibili della mia affermazione. Lost And Found è un Hard Rock rovente, che si regge sul duello tra chitarra e tastiere in salsa Giant; anche l’ormai votato al Jazz Alan Pasqua sarebbe lieto di ascoltarlo, senza contare che potrebbe far impallidire i Giant attuali. Mirrorsplay, altro singolo, è un eccellente esempio di crossover tra AOR e Westcoast, cantato con grande delicatezza e passione e capace di raggiungere un climax emotivo senza mai perdere finezza, grazie anche a un assolo lungo e arioso, che rilassa l’ascoltatore e spezza il ritmo del disco, donando varietà all’ascolto. Looking For A Stranger è un eccellente esempio di Canuck Rock, con una presa immediata e melodie ariose che catturano subito l’ascoltatore, mentre la seguente Doing Time è un caldo ed appassionato blues che mi ricorda To The Cross degli Unruly Child, regalandomi un’altra goduria emotiva. Chiuderò la mia analisi dei brani con Cold Case Of Rock ‘n’ Roll, un vero e proprio omaggio al rock melodico che fonde tutti gli stilemi tipici del genere in un’apoteosi emotiva, guidata dalla carismatica presenza di Lee Small alla voce.

Spero proprio di avervi convinti a dare un ascolto approfondito a questo disco, perché tutti gli amanti della nostra musica preferita troveranno i propri appigli emotivi e sensoriali per goderselo appieno; questi ragazzi hanno assimilato questa musica come raramente mi è capitato di sentire, l’hanno fatta propria e ce la restituiscono con gioia, quindi… preparate la grana.

38 Special – Milestone – Recensione

01 Novembre 2025 1 Commento Iacopo Mezzano

genere: Hard Rock / Southern Rock / Melodic Rock
anno: 2025
etichetta: 38 Special Records

I leggendari southern rockers statunitensi 38 Special sono tornati a sorpresa sulle scene il 19 settembre 2025 per celebrare il 50° anniversario della loro fondazione proponendo ai fans Milestone, il loro primo nuovo lavoro in studio in oltre 20 anni.

Con 36 minuti di nuova musica, composta e realizzata con il contributo di ospiti e autori come Pat Monahan (Train), Randy Bachman (Bachman Turner Overdrive, The Guess Who) e Jim Peterik (Survivor, Sammy Hagar, Lynyrd Skynyrd, Cheap Trick), Don Barnes e soci ci propongono un disco che in qualche modo rimanda ancora alla tradizione southern rock del gruppo, ma che si avvale di un sound ben più moderno e melodico delle precedenti edizioni, a tratti persino sfumato di country, e di una grinta spiccatamente hard rock che offre tutta una nuova esperienza musicale all’ascoltatore.
continua

Leah Martin Brown – Love & Other Crimes – Recensione

28 Ottobre 2025 1 Commento Paolo Paganini

genere: Pop Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers

Alcuni dischi ti piacciono talmente tanto che recensirli è un piacere e diventano così tante le cose da dire che finisci per incartarti da solo sommerso da una marea di parole. Poi ci sono dischi orribili ed anche in questo caso non si devono fare molti sforzi per stroncarli. I dischi più impegnativi sono quelli che non ti fanno né caldo né freddo per i quali si perdono ore nel tentativo di trovare il giusto compromesso per non sminuirli né esaltarli. Esiste poi una quarta categoria cioè quella dei dischi scomodi, per certi versi fuori luogo. In quest’ultima mi sento di inserire il debut-album targato Frontiers dell’artista di origine australiana, trapiantata a Los Angeles, Leah Martin-Brown. Il genere proposto infatti è un pop rock da classifica che poco o nulla ha a che vedere con quanto prodotto dall’etichetta partenopea in tutta la propria storia. Il progetto di allargare i propri orizzonti discografici è piuttosto coraggioso e rende onore alla label nostrana ma, ovviamente, la espone anche ad un altissimo rischio di critiche dai culturi del sound più ‘ortodosso’.

Affidata alle mani esperte di mostri sacri del rock quali il trio Denander-Lange-Nilsson questo lavoro deve confrontarsi sin da subito con un pubblico affezionato che rimarrà quantomeno spiazzato. In quest’album sono presenti numerosi rimandi allo stile che ha fatto di Mutt Lange una leggenda. Ascoltando la ruffiana R U Chiken non vi sfuggiranno i cori e le chitarre alla Pour Some Sugar On Me, o ancora le melodie pop di Shania Twain su Clooney o le atmosfere pop-elettro-rock dei Romeo’s Daughter su Levitate (uno dei brani più interessanti del lotto). Boys è veramente troppo infarcita di sonorità catchy per risultare credibile. Rainbow pur essendo un brano gradevole è nel complesso troppo leggera mentre con Hysterical Love la costruzione dei brani inizia e diventare monotona. Ci troviamo infatti perennemente di fronte a cori ed effetti elettronici sempre uguali che copiano fino alla nausea i cliché che a suo tempo fecero la fortuna (con tutt’altro spessore ovviamente) di Def Leppard, Bryan Adams, Nickelback e compagnia cantante. Le chitarre poi sono davvero leggere e l’effetto “boombastic” della batteria viene mortificato da volumi troppo bassi. La sensazione è quella del “vorrei ma non posso” è l’effetto finale risulta particolarmente “plasticoso” e costruito a tavolino. Per il bene di Leah sarebbe stato meglio puntare su qualcosa di più originale, che facesse emergere la sua personalità e la sua attitudine. La ragazza è giovane, ambiziosa e dotata di una bella voce. Se supportata nella maniera corretta avrà modo di spiccare il volo e realizzare i propri sogni.