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26 Marzo 2026 4 Commenti Paolo Paganini
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Torna la talentuosa singer britannica Chez Kane e lo fa dando alle stampe il suo terzo disco da studio che segue le orme sia dell’omonimo debutto datato 2021 che del successivo Powerzone del 2022. Il lotto di brani, di cui si compone l’album, nascono dalla collaborazione con Danny Rexton (Crazy Lixx) e si presenta come un concentrato di AOR/Hard Rock melodico di metà anni 80 caratterizzato da melodie ammiccanti di facile presa sapientemente confezionate in video sexy, coloratissimi e sbarazzini. Tornano gli scaldamuscoli, i costumi sgambati e i capelli cotonati in pieno glam rock style. Immaginatevi un incrocio (con le dovute proporzioni ovviamente) tra Pat Benatar e l’hard rock luccicante ed esagerato di Danger Danger, Motley Crue, Poison, rivisitati in chiave moderna. La trascinante title track è il perfetto esempio di coerenza con cui la ragazza intende seguire il proprio stile senza alcun compromesso. Un ritornello ficcante che vi si stamperà in testa già dal primo ascolto coadiuvato da una sezione ritmica precisa ed essenziale, un guitar working di grande impatto, una buona dose di sax per amalgamare il tutto e la ricetta per una perfetta hit hard rock da classifica è servita. Tutti i brani del cd potrebbero fungere da colonna sonora per film quali Top Gun, Rocky IV, Flashdance e via dicendo tale è la carica e l’energia positiva che trasmettono. Se avevate nostalgia delle atmosfere di Footlose, Personal Rock ‘N Roll farà al caso vostro. Night Of Passion e Strip Me Down non sfigurerebbero come sottofondo tra un volo rovesciato e un passaggio radente del buon Tommaso Crociera a bordo del suo fidato F-14. Atmosfere vicine ai Whitesnake di 1987 si trovano su Tonge Of Love, unico momento di relativa calma del cd. Love Tornado e Bad Girl non convincono fino in fondo mentre le successive Street Survivor e Too Dangerous tornano a rockeggiare sui livelli mostrati in apertura. Le doti vocali di Chez sono evidenti così come la determinazione con cui sta portando avanti il proprio ambizioso progetto musicale.
Unico appunto che mi sento di fare è la mancanza di qualche variazione, una bella ballad tipo Defender Of The Hert del debutto per equilibrare il tutto senza dover per forza dare la sensazione di spingere sempre a mille sull’acceleratore… ma questa è Chez Kane, prendere o lasciare.
23 Marzo 2026 1 Commento Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Perris Records
LaBlanc, Slama e Denander. Siamo sicuramente di fronte a quello che, un tempo, si sarebbe definito un supergruppo. E, badate bene, quanto a capacità tecniche, esperienza e maestria nell’esecuzione, i Blue Ambition lo sono senza ombra di dubbio. Però questo disco, come il precedente, ha un difetto: fatica a coinvolgere. Fatica ad emozionare. Fatica a lasciare traccia di sé, anche dopo svariati passaggi.
Quando lo ascolti l’impressione che dà è quella della classica radiolina accesa mentre fai le faccende di casa. Fa compagnia senza distrarti dalla tua occupazione principale. Non cattura mai del tutto l’attenzione su di sé. Magari qua e là un intro di tastiere prog ti fa raddrizzare le orecchie (Don’t Break A Heart That Starts To Beat, The Logic Of Your Heart). Qualche coro westcoastiano ti porta alla mente il sole della California (Love From A Stranger, One Way Ticket To Trouble, Burning Secrets). Qualche ficcante assolo di Slama riesce a fendere ogni tanto le nebbie ed illuminare la nostra strada metallara. Qualche volta ci sembra di sentire cantare il miglior George Michael (The Scarlet Touch, Front Page News). Ma tutto questo, pur non bastando a renderlo un ascolto imprescindibile, regala comunque qualche momento piacevole.
Non un capolavoro, quindi, questo Scarlet Touch. Peccato, perché la produzione non è affatto male e i nomi coinvolti hanno dato e potrebbero dare assai di più. E poi, se permettete, aggiungo un’ultima cosa riguardo ai Blue Ambition, ma anche ad altre band del nostro settore: basta con sti video generati dall’AI! Scritturate un amico cineamatore e fatevi riprendere mentre suonate dal vivo! Grazie
13 Marzo 2026 1 Commento Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Street Symphonies Records
Conosciamo l’hard rock duro e puro degli italianissimi Hot Rod, con il loro nuovissimo album “Harder Faster Glitter”, denso di reminiscenze anni ‘80 e dal gusto decisamente interessante e coinvolgente.
Partiamo fortissimo con la opening “Wild Wheels”, scatenata, travolgente, corale al punto giusto, che prepara l’orecchio dell’ascoltatore a quanto succederà a breve. “Wasted” centra in pieno il bersaglio, riportandoci indietro nel tempo e presentandosi come un pezzone tosto e tirato, dalla voce tagliente e dalla base ritmica martellante. Continuiamo sulla stessa lunghezza d’onda con “Little Dirty Blonde”, canonica per tematica e atmosfera, piacevole per gli amanti del genere, sia per la resa strumentale che per l’ottimo arrangiamento. Arriva il momento di aprire i nostri cuori: “Clandestine” mischia elementi veloci e rudi a passaggi dolci e suadenti, in un mix godibile e di effetto. Torniamo a saltare con “HeadbanGirl”, ritmicamente movimentata, dalla dinamica interessante e globalmente ben riuscita. Con “Shot Of Love” ci apriamo verso orizzonti spaziosi e solari, un brano che riempie di sensazioni positive, nonostante una struttura non particolarmente originale. Proseguiamo nella corsa con la frenetica “Turning Blue”, sempre sulla linea stilistica del resto dell’album, a ribadire le influenze e le caratteristiche principali dell’Hot Rod – pensiero. Un riff tagliente ci dà il benvenuto in “Don’t Wanna Be Like You”, coinvolgente e gradevole, così come la successiva “Jenny”, intensa e dinamica, che alterna parti soft a parti ben più sostenute. “Rock The House” ci fa scatenare e muovere la testa, classico pezzo per lasciarsi andare e dal sicuro effetto bomba durante i live. Chiusura affidata alla taglientissima “Bullet Speed”, che strizza l’occhio allo speed, altra prova della poliedricità della band, capace di attingere da più settori del rock per consegnarci, in conclusione, un lavoro ben eseguito, solido e ben prodotto, per gli amanti delle atmosfere della golden age dell’hard rock e non solo.
04 Marzo 2026 2 Commenti Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Luck Bob Records
Scusateci, ma tra uscite a mitraglia ed etichette che non ci mandano I promo, per forza di cose qualche recensione viene pubblicata (ingiustamente) postuma. È il caso di questo “Turn back the time”, nuova fatica dei misconosciuti Subway. Misconosciuti, ma dalla lunga carriera, iniziata addirittura nel 1990. Devo ammettere, in franchezza, di avere solo qualche reminiscenza del debutto per i numerosi inserti di sax che lo caratterizzavano. Poi ne ho totalmente perso le tracce. Vuoi per una distribuzione non proprio capillare dei successivi quattro lavori, vuoi perché, tutto sommato, quell’album non era esattamente all’altezza delle mirabolanti uscite dell’epoca. Fatto sta che mi sono trovato fra le mani un lavoro di una qualità che proprio non mi aspettavo. Partendo dal terzetto originario di sezione ritmica e chiatarra ed innestando i fratelli Stöckli alle tastiere e alla voce, i Subway ci buttano lì un platter di hard rock/Aor per nulla scontato né modaiolo, con cinque/sei pezzi di livello assoluto e, in generale, senza cali clamorosi di qualità.
Devo ammettere che l’hammond (che io odio) di “Breaking these chains” non mi ha invogliato da subito a proseguire l’ascolto… Tuttavia, come è noto, la perseveranza paga. E già dal bel ritornello le sorti del disco si risollevano. E continuano a migliorare sulle note della hardeggiante “When it’s gone”, assimilabile allo stile degli Alliance di mr. Robert Berry. Ma è da “In the shadows” che si prende decisamente quota: pop rock d’atmosfera, scritto con meastria e cantato alla perfezione dall’ottimo Peach Stöckli. E ancora le linee vocali fanno di “Bitter sweet melody” una gran bella canzone di hard melodico senza tempo. L’intro con voce femminile di “Turn back the time” innesca brividi emozionali alla base del cranio che non accennano a diminuire lungo il corso dell’intero brano, forse il migliore del lotto. Pure molto gradevole risulta il classicone di AOR “Unbreakable” semplice, pulito, efficace. E quanto è bello il coro del manifesto di intenti “I won’t change”? A questo punto, cari i miei arcigni metallari, tirate fuori i fazzoletti perché il lento “They taught me love” è di quelli che emozionano sul serio. E la lacrimuccia, si sa, ci scappa. Poi passate all’ennesima AOR track “Calling for you”, perfetto melange di chitarra tastiere e cori, ma senza metter via il kleenex! Perché la conclusiva “Hear you cry” è un’altra ballad. È vero che non è strappalacrime come la prima, ma segna il congedo da questo ottimo lavoro. Ed è un vero peccato…
Beh, ragazzi: per chi vi scrive questo è un discone. Punto. Belle canzoni, bravi musicisti e discreta (auto) produzione. Non aggiungo altro.
27 Febbraio 2026 2 Commenti Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Tornano i Joel Hoekstra’s 13, super band capitanata dal chitarrista degli Whitesnake, con un lavoro che mette subito in chiaro le intenzioni: hard rock di razza, curato nei dettagli, capace di alternare potenza e melodia con grande naturalezza.
Partiamo con l’ascolto e veniamo accolti da “You Can Give”, corposa e dalla struttura interessante, farcita da ottimi e immancabili fraseggi chitarristici che marchiano il territorio fin da subito. “The Fall” è un pezzo tagliente e spietato, ritmicamente sostenuto, dove la sezione ritmica spinge con decisione e lascia spazio a una linea vocale incisiva e memorabile. Puramente melodico, troviamo “Lifeline”, suadente e corale, costruito su un ritornello arioso che resta impresso già dal primo passaggio e dona respiro alla scaletta.
Con “Will You Remember Me” ci lanciamo a capofitto nell’universo ballad: dolce, calda e dal sapore vintage, con un gusto che richiama la grande tradizione melodica degli anni d’oro, ma senza risultare derivativa. “Misunderstood” riporta il disco su binari più heavy, con un riff deciso e una trama vocale aggressiva e potente, mentre la successiva “Start To Fight” prosegue sulla stessa scia con un’attitudine tosta e granitica, fatta di groove serrato e chitarre graffianti.
Perla inaspettata, arriva “All I’d Do”: drammatica e monumentale, costruita su una progressione che cresce fino a un ritornello arioso e godibile, uno di quei momenti che invitano immediatamente al riascolto. “Free To Be” si muove sulla stessa onda, ma con un taglio più dinamico e una grande maestria esecutiva, dove ogni elemento trova il proprio spazio senza mai appesantire il risultato finale.
Un arpeggio di chitarra, arricchito da un breve ma efficace assolo, introduce “The End Of Me”, brano dinamico e interessante, dalle tinte più oscure e tenebrose, che aggiunge ulteriore varietà all’insieme e prepara il terreno alla conclusiva “Quite The Ride”, ariosa e solare, perfetta per chiudere il cerchio con una sensazione positiva e appagante.
Nel complesso, ci troviamo davanti a un lavoro ben eseguito, maturo e piacevole all’ascolto nella sua globalità: un disco che conferma la qualità del progetto, la solidità dei musicisti coinvolti e la capacità di Joel Hoekstra di tenere insieme tecnica, feeling e songwriting in modo convincente e personale.
27 Febbraio 2026 1 Commento Yuri Picasso
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Rimasi entusiasta nel 2020 quando uscì l’esordio dei Black Swan, super band composta da nomi illustri del panorama Hard & Heavy del passato e del presente che univa le esperienze artistiche pregresse riuscendo ad impartire a quell’etere una nuova dimensione, più moderna, dannatamente melodica ed ispirata. Dopo la virata metallica di ‘Generation Mind’ del 2022, eccoci alla terza opera edificata negli Studi di Jeff Pilson a Los Angeles.
L’impressione a livello sonoro è quella di volersi collocare a metà strada tra le tentazioni 80’s del debutto e quelle in maggior misura moderne del successore, rimanendo maggiormente conforme a quest’ultima.
La carta d’identità di Robin McAuley dichiara 1953, eppure dalle prime note di “When The Cold Wind Blows” non si direbbe…eternamente pronto e ponderato dietro al microfono.
“Death Of Me” inala positività, grinta, in un pezzo dall’hook vincente che riporta alla mente i fasti del McAuley Schenker Group. La garanzia Reb Beach sforna riff killer secchi e taglienti nel pezzo “Different Kind Of Woman”, supportato da una sezione ritmica di livello superiore come nell’altrettanto incisive “If I Was King”, dove Reb mostra il talento assoluto come ascia solista, e nella sbarazzina “Shakedown” dove la ritmica Classy Metal tra i Dokken e i Mr Big la fa da padrona. Merito del sodalizio Pilson/Starr.
Non si tira il freno, ne con “The Fire and The Flame”, debitrice degli ultimi Winger, ne con il miglior pezzo del lotto, “I’m Ready”, hard rock easy listening trascinante ed immediato nel suo incidere.
Sul finale prevale la scelta e quindi il conseguente eccesso di regolarità sonora, pur rimanendo al cospetto di brani che non scendono mai al di sotto della sufficienza.
I ritmi monocromatici sincopati e compatti di “Battered and Bruised” e la conclusiva “What The Future Holds” confermano Reb Beach come totem chitarristico dando letteralmente fuoco alla sua 6 corde, un vero protagonista; al di là della riuscita dei pezzi, come si fa a non amarlo artisticamente?
I Difetti opinabili riscontrati dal vostro recensore sono la mancanza di un lento e una produzione metallica estremamente omogenea; alle mie orecchie, lasciandomi in discussione, sarebbe stata più “romantica” una scelta verso lidi sonori più caldi con tastiere e hammond sparsi, come nel debut. Ad ogni modo, i Black Swan si confermano una delle superband, messe insieme nei lustri, meglio riuscite.
27 Febbraio 2026 0 Commenti Giulio Burato
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Recensione di stampo tricolore con il ritorno degli It’sALIE capitanati dalla frontwoman Giorgia Colleluori. Il tavolo da gioco, rappresentato dall’artwork, è apparecchiato con l’energia rock and roll che aveva già contraddistinto la prima release targata 2020, ma qui il tiro sembra ancora più diretto, più maturo e consapevole, quasi a voler dichiarare fin dalle prime battute un’identità ormai ben definita.
Gli It’sALIE sono Giorgia e Camillo Colleluori, rispettivamente voce e batteria; insieme a loro, Leonardo Duranti e il navigato Mat Sinner al basso, presenza che aggiunge solidità e un tocco internazionale al progetto. Proprio Sinner cura la produzione di “Wild Games”, in uscita per Frontiers Records, mentre il mix è affidato a Magnus Karlsson, garanzia di potenza e pulizia sonora.
Giorgia Colleluori è l’anima pulsante della band: una scoperta di grande impatto, con una voce hard rock passionale, intensa e capace di muoversi con naturalezza tra grinta e melodia. Le prime tre canzoni scaldano le arterie con il sanguigno rock della sezione ritmica: dal primo singolo Waiting For The Rain alla bluesy Living In The City, passando per la dinamica One Way To Rock, che gioca su intrecci vocali e ritornelli immediati.
Il passo si fa più profondo con History Remains, che lavora sulle basse frequenze e convince per struttura e sviluppo melodico, mentre i “giochi pericolosi” evocati dal titolo dell’album prendono forma in Believers Of Leaders, dove spicca un assolo da annotare per gusto e costruzione.
Rebels attraversa territori più tenebrosi, con atmosfere intrise di whisky da saloon e un lavoro di basso e chitarra che crea un tappeto ruvido e suggestivo; la voce di Giorgia graffia nei versi, così come nella successiva Bring It On, più sostenuta e incalzante sul piano ritmico.
Gates Of Faith si apre con un effetto di chitarra evocativo e cresce nell’urlo (“Screaming, dreaming”) fino al messaggio identitario del ritornello (“Remember who you are”), uno dei momenti più emotivi del disco.
Le ultime tre tracce sono dannatamente incentrate su movenze ruvide e sabbathiane, con richiami evidenti all’oscurità di “Eternal Idol”, e tra queste Death Road è quella che salta maggiormente all’orecchio per impatto e personalità.
“Wild Games” è un album roccioso, settantiano nelle sue radici, ma capace di restare al passo con i tempi: un lavoro aperto a diverse influenze, coeso e ricco di sfumature, che conferma la crescita degli It’sALIE e li posiziona con decisione nella scena hard rock contemporanea. Qui non c’è solo energia: c’è identità, direzione e la voglia chiara di lasciare un segno.
27 Febbraio 2026 0 Commenti Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Metalopolis Records
I giovani virgulti teutonici Violet tornano sul mercato con un EP di quattro pezzi inediti, tre live e 1 demo, interludio fra l’album del 24 e la prossima uscita full lenght. Dal punto di vista musicale, le quattro canzoni nuove sono in linea con lo stile ascoltato sull’ultimo disco: la fanno da padroni i cori e i passaggi tastierosi, con la voce di Jamie a disegnare linee vocali più simili ad Abba e Roxette che non a Heart e Vixen. Di melodia ce n’è sempre a bizzeffe, anche se, come già osservato su Mysteria, una buona parte della freschezza e dell’immediatezza del debutto sono andate perdute.
“Set me free” è il pezzo un po’ più rockeggiante del lotto con un certo qual sentore di certi Triumph. “Dangerous you” è quello più scorrevole: tutto fluisce in una melodia pop con un bel refrain non complicato da sovrapposizioni corali e un finale pianistico intrigante. Di multi layer choruses, invece, è ricca “Somewhere somehow”, dove è possibile ascoltare un pregevole duetto fra Jamie ed il chitarrista Manuel Heller,il cui timbro soffiato ricorda vagamente Torstein Flakne. Ultimo brano inedito è “Calling for you” sulla quale aleggia lo spirito della mai troppo compianta Marie Fredrikkson. I tre pezzi live, registrati al teatro Scala della loro Ludwigsburg, danno un’idea dell’energia e della professionalità della band sul palco: niente affatto male per una gruppo di giovanissimi! Infine la versione demo di “Fall in love” è utile solo ad apprezzare nuovamente le affinità vocali di Heller con mr. Stage Dolls.
Al netto dell’opinione di chi vi scrive sull’utilità di una operazione strettamente commerciale quale può essere la pubblicazione di un EP, e limitandomi a giudicare i brani nuovi, direi che il livello compositivo ed esecutivo di questo Silhouettes è esattamente lo stesso del disco del 2024. Si è perso un po’ del fattore sorpresa dell’esordio ma i ragazzi restano una realtà più che valida nonché discretamente originale nel panorama contemporaneo. Attendo con ansia il futuro full lenght.
20 Febbraio 2026 1 Commento Alberto Rozza
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining
Ritorna con un nuovo disco solista il leggendario cantante degli Hanoi Rocks Michael Monroe, energico e riconoscibilissimo, un sempreverde dell’hard rock/slaze.
Sfrenata e travolgente, iniziamo subito col botto: “Rockin’ Horse” è una cannonata, ritmicamente coinvolgente, dal ritornello catchy e che resta inchiodato nella mente dell’ascoltatore. “Shinola” emana vibrazioni positive e scanzonate, con una struttura pregevole e corale: gioiellino. Arriva il turno di “Black Cadillac”, cadenzata e spietata, dalla linea vocale crudele e violenta. Con “When The Apocalypse Comes” ci alleggeriamo nelle ritmiche e nelle sonorità, per abbracciare atmosfere più soavi e delicate: il momento perfetto per tirare il fiato. Saliamo di giri con “Painless”, dalla trama oscura e misteriosa, circondata da una specie di alone di mistero, che la rende piacevole e godibile. “Newtro Bombs” è un pezzone tosto e punkeggiante, veloce, semplice, diretto, al contrario del successivo “Disconnected”, contemporaneo, quasi pop – rock, dalla struttura tradizionale e confortevole. Saltiamo nelle atmosfere sintetiche di “Precious”, effettata, un po’ vuota, forse l’unico cedimento all’interno di un lavoro ben eseguito. Ritorniamo su livelli accettabili con la nostalgica “Pushin’ Me Back”, profonda, azzeccata in ogni sfumatura, globalmente gradevole. “Glitter & Dust”, introdotta da un arpeggio di chitarra acustica, è un brano da strada, semplice, una ballata necessaria e dal sapore vintage: ci voleva. Veloce e canonica, “Rode To Ruin” passa veloce e senza grandi balzi di originalità, portandoci alla traccia conclusiva “One More Sunrise”, insolitamente lunga e orchestrata in modo particolare (addirittura con inserti di armonica), che mette la parola fine a un disco piacevole, divertente, autentico e genuino.
20 Febbraio 2026 1 Commento Vittorio Mortara
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Ahhhh! Finalmente un disco di vero, puro ed incontaminato AOR di stampo americano! Penso che fosse dai tempi del secondo fantastico album dei Tour De Force che non mi capitava di ascoltarne uno così! Un melange di riff hard rock, scintillanti keys e ritornelli ammiccanti. Questa multinazionale di cinque ragazzi con sede a L.A. sa sicuramente il fatto suo quando si tratta di suonare. E per gran parte dell’album dimostra anche di saper scrivere belle canzoni. Peccato che qua e là il livello cali un poco, altrimenti saremmo di fronte ad un serio candidato alle top ten del 2026…
Infatti come si fa a non emozionarsi già dalle prime note di “That’s what you got (for falling in love)? Riff cromato, tastiere d’atmosfera ed il classico crescendo strofa-bridge-coro-assolo che ci porta all’epoca che fu con tutte le conseguenze emozionali che ne derivano. Mentre i brividi ci corrono ancora lungo la schiena, “City of angels” ci ricorda qual’era il nostro sogno da diciottenni: stare in sella ad una Harley con biondona al seguito su e giù per il Sunset boulevard. Mattias Osbäck è un cantante dotato e, soprattutto, perfetto per il genere proposto. Ascoltatelo prima graffiare su “Wide awake” e poi accarezzarvi i timpani sulla splendida semiballad “Fever dream” e ditemi che non ho ragione. “The good times” è un manifesto di quanto detto sopra: un revival di quei “good times” a noi tanto cari… Tempi in cui il compianto Jack Ponti componeva pezzi che parecchio assomigliavano a “First to be the last”. E ancora: gli Atlantic del primo disco fanno capolino su “All for you”, azzeccata nelle atmosfere soft e nel coro facile facile. Un po’ sotto tono, “Against all odds” ricicla per l’ennesima volta nella storia riffone killer di “Love cries” degli Stage Dolls per poi cedere il passo alla conclusiva “Born to raise”, altro classico pezzo di AOR a stelle e strisce introdotto da un delicato pianoforte.
Insomma, bel lavoro per Osbäck e soci. Veramente. Un paio di pezzi sono un poco sottotono e manca una vera e propria ballad, ma ciò non toglie che siamo di fronte ad un album che ha tutti i crismi per piacere. Compresa una produzione all’altezza. Certo, non vi è traccia di originalità qui. Ma, in fondo, ci importa veramente? La musica si ascolta perché provoca emozioni. E i ragazzi lo fanno. Garantito!