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Grand – Guilty Pleasure – Recensione

22 Agosto 2026 4 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Qual è la cosa che per prima ti colpisce in questo nuovo disco dei Grand? Che comincia con un lento, ovviamente! Che io ricordi solo XXI dei Chicago cominciava con una ballata, tra l’altro stupenda (“Explain it to my heart”). Ed in effetti “Wild heart”, scelta anche come singolo, è una ottima presentazione di quello che i ragazzi propongono: un soft-AOR con buona componente di tastiere, voce non estesissima ma parecchio espressiva, romanticismo a bizzeffe, buon songwriting e capacità tecniche assolutamente all’altezza.

Detto dell’opener, sentitamente interpretata da Oloffson, possiamo goderci le atmosfere sbarazzine di di “Guilty pleasure” doppiata immediatamente dalle tentazioni pop di “Have a little faith in me”. Le venature un po’ più hard di “Coldhearted” non convincono più di tanto, quasi un corpo estraneo nell’economia del disco. Meglio la cinematografica “Party galore”. Articolata e sentimentale, “Still so beautiful” è uno dei picchi dell’album, anche grazie al refrain di facilissima assimilazione, di quelli che restano in testa senza il minimo sforzo. I pezzi più classici non sono il terreno favorito dei ragazzi. E infatti l’AOR di “I’m ready” piace ma non convince fino in fondo. Invece la melodrammaticità della semiballad “Undo” prende dal primo ascolto, così come la tastierina che apre “Amelie”, rubata pari pari da “Heartless” del buon Aldo Nova. E dopo l’americanissima “Beggin’” arriva la chiusura col botto: la ballad strappalacrime, nella musica e nel testo, “Love me or leave me” è, per chi vi scrive, il pezzo più bello. Ma, si sa, io ho un debole per i lenti melensi…

Concludendo, un lavoro ben suonato, ben interpretato e, tutto sommato, anche ben prodotto. A parte qualche leggero calo fisiologico, il livello è bello alto. Forse un po’ più soft dell’album di due anni fa, ma di certo una spanna sopra la media, capace di reggere anche ascolti ripetuti senza mai stancare davvero. Ascolto caldamente consigliato a tutti. In particolare agli inguaribili romantici come il sottoscritto.

Crashdiet – Art Of Chaos – Recensione

22 Agosto 2026 0 Commenti Francesco Donato

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Ninetone

Con venti onoratissimi anni di carriera sul groppone tornano, a quattro anni dal loro precedente lavoro, gli sleaze rockers svedesi Crashdïet, band sicuramente di punta nell’attuale panorama sleaze a livello mondiale.

La storia della band, diciamolo, non è delle più lisce e fluide. Contraddistinta da una partenza a razzo con quel vero e proprio manifesto di rinascita dello stile che è stato l’esordio “Rest in Sleaze” e bruscamente interrotta dalla morte per suicidio di Dave Lepard.

La collaborazione con il mitico Mick Mars, volato fino in Svezia a dare una mano ai ragazzi per la realizzazione del successivo “The Unattractive Revolution” fece crescere l’aura intorno alla band svedese, che in questo ventennio ha sempre sfornato lavori di ottima fattura, pur avendo cambiato nella sua storia ben cinque vocalist diversi su sette album.

A questa girandola di frontman non si sottrae nemmeno l’ultimo “Art Of Chaos” album che vede davanti al microfono l’ingresso di John Elliot, volto noto per la sua militanza negli ottimi Confess. Avvicendamenti anche al basso e alla batteria con gli ingressi di Chris Young a sostituire alle quattro corde Peter London, e Michael Sweet a prendere il posto di Eric Young dietro i tamburi.

Insomma, resta il solo Martin Sweet a tirare avanti la baracca come unico superstite della formazione che ha inciso il primo album, ma i risultati, a fronte di tutti gli ultimi avvicendamenti, danno ancora una volta ragione alla band svedese.

I Crashdïet sfornano un album piacevole giocando di mestiere e seguendo l’ottima vena compositiva che aveva già contraddistinto gli ottimi “Rust” del 2019 e “Automaton” del 2022.

Una formula rodata di riffs taglienti e ammiccanti melodie vocali che si inseguono e si intrecciano, trova campo fertile anche in questo ultimo lavoro, con il primo singolo “Satizfaction” vero e proprio ponte di continuità. Un pezzo che si inchioda in testa e fornisce all’ascoltatore la prima bella dose di adrenalina.

Si prosegue con l’appeal 100% punkglam di “Sick Enough for Me”, pezzo divertente e scanzonato. Si torna su terreni più consoni alla band svedese, con l’intercedere melodico e trascinante di “Chaos Magnetic” e con l’ottima “Can of Worms” che ripesca e richiama strutture risalenti ai primi due album.

“Loveblind” fa tirare il fiato all’album, sviluppandosi fino alla strofa come una vera e propria super powerballad per poi sgonfiarsi lentamente nello sviluppo del ritornello.

La seconda parte del disco ci porge la veloce e melodica “Get Out” e pezzi molto validi come “Quitter” e “Killing It Now”. Chiudono il disco l’ottima “Silent Place”, aperta da un riff che lascia spazio ad una melodica azzeccata quanto d’impatto. Pezzo a mio parere tra i più riusciti del lavoro, vero e proprio anello di congiunzione con un certo passato, e la finale “Edge of a Knife”.

Al tirar delle somme e degli avvicendamenti, “Art Of Chaos” conferma l’ottimo momento del combo svedese, e regala ai fans un paio di pezzi di sicuro impatto live. A mio parere un piccolo passo indietro rispetto ad “Automaton” e soprattutto a “Rust” ma certamente un album che nel suo stile quest’anno dice la sua a gran voce.

Lockhart – City Pulse – Recensione

07 Agosto 2026 27 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: High Roller Records

Con considerevole ritardo, siamo qui a raccontarvi di “City Pulse”, album di debutto del terzetto canadese Lockhart, uscito su High Roller Records nel mese di giugno. I ragazzi ci propongono un AOR di stampo strettamente ottantiano, decisamente keyboard oriented, sul quale la fanno da padrone i cori pomposi e stratificati, relegando spesso la chitarra ad un ruolo di secondo piano.

La title track posta in apertura ricorda non poco i tedeschi Violet del secondo album, così vicina al synth pop degli anni d’oro. Con “Can’t shake” si alza un poco il ritmo, ma senza esagerare, proponendo una sorta di REO Speedwagon annegati nei synth. Il singolo “The Dose That made you poison” strizza l’occhio al terzo disco dei Boston, partendo ballad-like per poi accelerare dal bridge e portarci all’ennesimo magniloquente refrain. Tutto sommato non malaccio. Così come potrebbe essere apprezzabile l’AOR classico “Together as none”, non fosse che anche qui i cori sono decisamente troppi. Su “Under fire” viene a galla con chiarezza uno dei più grossi limiti della band canadese: il problema della voce di Devon Kerr non è tanto l’estensione limitata quanto la mancanza di espressività interpretativa che rende le linee melodiche spesso e volentieri monotone. Ed ecco che, già alla sesta canzone “Just can’t wait”, il disco non ha più un gran che da dire e la cover di Mr. Michael Bolton, “You wouldn’t know love”, pur essendo uno dei picchi dell’album, perde del tutto l’esplosività commerciale dell’originale scritta con Diane Warren. E neppure la conclusiva “No chance in heaven”, introdotta dal breve strumentale “Before the fall” contribuisce a risollevare le sorti del trio…

Dunque, riassumendo: “City Pulse” si piazza in un filone che potrebbe essere quello dei già citati Violet piuttosto che degli svedesi Grand, che stanno per pubblicare un nuovo lavoro. Purtroppo non hanno né la freschezza dei primi né la varietà compositiva dei secondi. Il continuo succedersi e sovrapporsi di grosse parti corali, unitamente alla scarsa incisività della voce solista, fanno sì che il tutto suoni decisamente stucchevole. Aggiungo, per finire, che la produzione ed il mixaggio, soprattutto della sezione ritmica, sono piuttosto sottotono. Ascolto consigliato solo agli irriducibili del keys-oriented-AOR…

Lalu – A Mythmaker’s Demise – Recensione

02 Agosto 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: Prog. Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Quando nel 2022 scoprii i Lalu con Paint The Sky lo misi senza esitazione nella mia top ten dell’anno, poi l’anno successivo The Fish Who Wanted To Be King mi lasciò ammirato ma con una certa fatica, un disco più cerebrale che chiedeva ascolti ripetuti per essere davvero assorbito. Con A Mythmaker’s Demise, uscito per il ventennale del progetto, Vivien Lalu compie una scelta che potremmo definire quasi sentimentale: chiude il cerchio tornando alle voci delle origini. Esce quindi Damian Wilson, che tanto bene aveva figurato negli ultimi due lavori, e torna Martin LeMar, la voce del debutto Oniric Metal del 2005. Alla batteria arriva Simon Phillips, già presente come ospite proprio in Paint The Sky, mentre Joop Wolters resta l’unico punto fermo dell’ultima trilogia, stavolta anche al basso.

Il concept, dichiarato fin dal titolo, riguarda l’affievolirsi dell’immaginazione umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, tema che chi segue questo sito sa quanto mi stia a cuore. Ma a differenza del dadaismo un po’ ostico di Fish, qui il discorso si dipana in maniera più diretta ed emotiva, quasi un’elegia in più movimenti. Si apre con Tears Of The Muse, ingresso magniloquente dove le tastiere di Lalu costruiscono subito un’atmosfera cinematografica. I Am The One, personalissimo ritratto della doppia vita di ogni musicista non professionista, sposta il discorso dal generale al particolare con grande efficacia. Prince With The Swift Warning, ispirato a Watership Down, porta con sé temi di esilio e ricerca di un rifugio sicuro, mentre Fhloston Paradise (il resort de Il Quinto Elemento, per chi non lo ricordasse) rappresenta il momento più diretto e ruvido del lotto, con una vocalità di LeMar che in certi punti richiama esplicitamente Bruce Dickinson. Il vero climax arriva però con Cordal Weaves, la cui coda, “We create…”, ribalta il lutto iniziale in affermazione, prima che Midnight Ink chiuda tutto con una ballata malinconica e, in fondo, consolatoria.

Musicalmente il disco recupera quella immediatezza melodica che avevo premiato in Paint The Sky, ma con una sostanza sonora che, a un ascolto più attento, si rivela diseguale, e proprio in questo sta parte del suo fascino. In alcuni passaggi ci si avvicina davvero al prog metal, ma è una questione di timbrica e di produzione più che di struttura delle canzoni, che restano nel solco melodico tipico di Lalu. In altri momenti, al contrario, tornano atmosfere più leggere e ariose, quasi a voler alternare consapevolmente i due registri lungo tutto l’album.

Un fattore che a mio parere pesa parecchio in questo equilibrio è il cambio in cabina di regia vocale. Damian Wilson aveva una versatilità che su Paint The Sky e Fish contribuiva ad alleggerire anche i passaggi più densi, portando sempre una vena melodica capace di ammorbidire il materiale. Martin LeMar mi sembra invece una voce più monocorde, meno duttile, ma probabilmente più adatta proprio ai tratti più metal delle composizioni, dove la sua timbrica meno versatile finisce per assecondare bene la ruvidezza produttiva di cui parlavo. È un cambio che quindi non va letto come un peggioramento, ma come una scelta coerente con la direzione più grezza e meno orchestrale intrapresa per questo disco. Poi, che io personalmente preferisca il timbro vocale e la capacità interpretativa di Wilson, è un’altra storia…

Se Paint The Sky mi aveva conquistato per la sua ricchezza di ospiti e la sua immediatezza, e Fish mi aveva messo alla prova con la sua complessità, A Mythmaker’s Demise trova un equilibrio quasi ideale tra i due, aggiungendo però una ruvidezza sonora che i due predecessori non avevano. Un disco che, vent’anni dopo Oniric Metal, dimostra come Vivien Lalu sappia ancora reinventarsi senza tradire se stesso.

Bolan – Gargoyle Of The Garden State – Recensione

02 Agosto 2026 0 Commenti Stefano Gottardi

genere: Hard Rock N' Roll/Punk Rock
anno: 2026
etichetta: earMusic

L’artwork dell’opera prima di Rachel Bolan, Gargoyle Of The Garden State, lo immortala seduto su una poltrona rossa, circondato da oggetti vintage, libri, lampade e dettagli che richiamano un’estetica stradaiola e un po’ decadente. Il mood è teatrale e vagamente oscuro, e sembra offrire uno sguardo diretto sul suo mondo creativo. E anche a 62 anni, l’immancabile catenella al naso è un marchio di fabbrica che mette subito a proprio agio i fan degli Skid Row, gruppo di cui è uno dei fondatori.

I crediti dell’album vantano una lista di ospiti – che Rachel tiene a precisare essere tutti suoi amici – davvero invidiabile: oltre ai bandmate Dave “Snake” Sabo, Scotti Hill e Rob Hammersmith, sono della partita anche Corey Taylor (Slipknot), Nuno Bettencourt (Extreme), Danko Jones, Steve Conte (Michael Monroe, New York Dolls, Company Of Wolves) e Damon Johnson (Thin Lizzy, Lynyrd Skynyrd, Black Star Riders, Brother Cane). Per la prima volta su un full‑length, Bolan si occupa di quasi tutte le voci, suona ogni linea di basso e buona parte delle chitarre, confermandosi il protagonista assoluto del progetto.

A livello musicale, il disco percorre territori prettamente rock and roll, con massicce dosi di punk rock, qualche spruzzata di alternative e un tocco di blues sporco e minimale. I testi parlano d’amore, di vita vissuta e sono molto personali e talvolta incazzati. Il mood è quello da club fumoso dello Strip dei tempi d’oro: attitudine da marciapiede, sudore a fiumi e nessun fronzolo. Tra i riferimenti più evidenti ci sono Hanoi Rocks, Backyard Babies, Social Distortion e Ramones, mentre degli Skid Row si ode qualche eco del periodo Solinger. Tutto senza mai suonare come un semplice collage di influenze.

Canzoni come la selvaggia “Anything But You”, la travolgente “At War With Myself” (in coppia con Danko Jones), la più intima “Memory”, l’ultra-catchy “Big Stick” (cantata da Corey Taylor) e la rivisitazione di “Rock And Roll Star” degli Oasis toccano alcuni dei momenti più alti. Qualche passaggio magari convince un po’ meno, ma non intacca il quadro generale che resta di pregevole caratura.

IN CONCLUSIONE

Gargoyle Of The Garden State ci mostra Rachel Bolan per quello che è sempre stato: un rocker di strada istintivo e sincero, capace di trasformare il proprio retaggio musicale in un linguaggio personale e ruvido. Un album che vive di immediatezza e carattere più che di pulizia e produzioni patinate.

Il CD in nostro possesso è un digipack con un booklet di dodici pagine che include tutti i testi: un’edizione fisica che non può mancare sugli scaffali di collezionisti e fan di lunga data degli Skid Row.

Gunshine – Grand Rising – Recensione

01 Agosto 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Eonian Records

Uscito il 24 luglio tramite Eonian Records, Grand Rising è la seconda uscita discografica degli americani Gunshine. Il nuovo album conferma l’ambizione dei Gunshine di andare oltre i confini dell’hard rock tradizionale; contiene tredici brani per oltre 50 minuti di musica che mescola hard rock, funk e melodie pop senza perdere la propria matrice rock, dando vita a un lavoro dinamico e ricco di sfumature.

Prodotto da Chris Collier, un nome non a caso viste le sue collaborazioni con band di calibro come Whitesnake e Korn, Grand Rising ha un suono di forte impatto, o più semplicemente “in-your-face”; l’intero lavoro infatti suona “vero”, viscerale e pensato per la dimensione dal vivo.

La title track richiama alla memoria i FireHouse, con un lavoro di chitarra che sembra andare a braccetto con quello di Bill Leverty in Category 5.

Ben sei i singoli rilasciati (quasi un record), dalla glam song Goth Girl alla sfacciataggine di Shark Lounge, manifestata ed esemplificata dalla presenza dell’irriverente Michael Starr degli Steel Panther. In mezzo la bellissima Valentine, una power ballad che non sentivo da anni per cura compositiva e linee melodiche.

Tra i momenti più riusciti spicca Capt’n Save a Hoe, che unisce groove funk, influenze hip hop e rock radiofonico in modo sorprendentemente naturale. Il giro di chitarra è simile in Finite, seppure la canzone viaggi su percorsi più hard rock oriented, mentre le atmosfere diventano polverose, da scenario far west, in I Know You Love Me, una combinazione acustica tra i Mr. Big e i Tangier.

Altre canzoni che escono dal coro sono l’altro lento elettrico Man Down, con la voce di Jordan Benson che graffia le giuste corde della melodia, e l’istrionica Table Dancing, che parte con un coro iper melodico per poi cambiare pelle più volte nel corso degli oltre otto minuti di durata; in tal senso, basti sentire i cambi di stile presenti al minuto 2:11 e al minuto 4:33. Se era un esperimento, è riuscito a stupire.

Grand Rising è un’iniezione di adrenalina pura, ad alto voltaggio, che poi sfuma in territori musicali diversificati.

Ilsy – Ilsy – Recensione

31 Luglio 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Lions Pride Music

Ci sono dischi che impiegano trent’anni per avere una forma compiuta e passioni che scavano dentro a lungo prima di venire alla luce. È il caso degli ILSY, il nuovo progetto ideato da Wolfgang Terne, voce originale e polistrumentista degli Sheela. Correva l’anno 1995 quando Terne decise di abbandonare la sua creatura originale: la band voleva orientare la propria identità verso sonorità progressive ispirate ai Dream Theater, mentre Wolfgang guardava con più interesse a un ritorno alle radici dell’Hard Rock britannico e del Blues. Oggi, a trent’anni di distanza e dopo la ristampa di Burned Down curata da Lions Pride Music, Terne unisce le forze con l’etichetta per incidere il disco che avrebbe probabilmente voluto pubblicare tre decenni fa.

Curato con attenzione, l’omonimo debutto degli ILSY si presenta come un lavoro maturo e radicato negli anni ’70 e ’80. Terne si circonda di una sezione ritmica solida e della chitarra di Nico Schliemann (già presente nel Martin Miller Project), per un totale di dodici tracce (inclusa la bonus track Where Will We Go From Here) che guardano apertamente a nomi come Bad Company, Thunder, Whitesnake, Cinderella e persino ai più bluesy Riverdogs.

L’apertura è affidata a Never Gonna Come Back, un pezzo guidato da un groove di basso scuro che richiama alcune atmosfere americane dei primi anni ’90 alla Tangier. Con la successiva Tomorrow l’album trova forse il suo momento più riuscito: un tempo medio scorrevole, sorretto da una prestazione vocale che richiama a più riprese l’intensità e il calore interpretativo di Paul Rodgers. Sulla stessa linea si inserisce Eyes Of A Stranger, che bilancia la struttura da power ballad con riff chitarristici efficaci.

Le trame dell’album virano verso il blues più intimo in When Love Leaves The Town, con un cambio di tempo centrale ben riuscito, e nella più grintosa Fight Fire With Fire, dove l’estensione vocale di Terne si dimostra estremamente versatile. Nella seconda metà del disco il lavoro si stabilizza su ritmiche prevalentemente cadenzate e mid-tempo, come in Save My Soul e Wild Waters: una scelta che regala episodi ben strutturati e ricchi di dettagli organo/chitarra, ma che rischia di rendere l’ascolto d’insieme un po’ omogeneo per chi cercava qualche momento di maggiore velocità.

A chiudere il percorso è Sea Of Life, una conclusione dai toni riflessivi che riafferma l’anima Blues Rock del progetto. Senza cercare effetti a sorpresa, il brano lascia spazio all’interpretazione di Terne e suggella con coerenza un album che ha sempre preferito puntare sull’atmosfera e sulla solidità della scrittura piuttosto che sull’impatto immediato.

In definitiva, ILSY non è un album pensato per rincorrere le tendenze moderne, né per restare confinato nei canoni più patinati del Melodic Rock/AOR. Non c’è nulla di inventato in questo lavoro, ma il filone a cui attinge è ultimamente poco sfruttato, e questo rende l’ascolto piacevole e mai eccessivamente scontato. È un disco di Hard/Blues Rock solido e ben suonato, che riporta l’ascoltatore verso l’epoca d’oro del genere. Per chi ama sonorità calde e assoli curati, l’esordio di Terne e compagni è un ascolto consigliato per questa estate 2026.

Sinner – Boom Bang Goodbye – Recensione

30 Luglio 2026 1 Commento Denis Abello

genere: Hard Rock / Melodic Rock
anno: 2026
etichetta: Reigning Phoenix Music

L’uscita di Boom Bang Goodbye rappresenta molto più del semplice ritorno dei Sinner. Per Mat Sinner questo disco ha inevitabilmente un significato particolare, non solo perché arriva dopo anni complicati segnati da seri problemi di salute, ma anche perché è stato annunciato come l’ultimo album nella storia della band. Se davvero sarà così, allora non si poteva immaginare un modo migliore per chiudere una carriera iniziata oltre quarant’anni fa e che ha contribuito a scrivere una pagina importante dell’hard rock teutonico.

… e la prima sorpresa arriva già dopo pochi minuti d’ascolto. Pur mantenendo intatto il DNA dei Sinner, Boom Bang Goodbye appare probabilmente come l’album più orientato al melodic rock che la band abbia pubblicato negli ultimi decenni, e ammetto che la cosa mi aggrada. L’aggressività dell’hard rock teutonico che ha caratterizzato molti lavori del passato lascia infatti maggiore spazio a melodie ricercate, ritornelli ampi e arrangiamenti più raffinati. Non significa che siano scomparsi i riff granitici o la consueta solidità ritmica, ma il baricentro si è spostato con decisione verso un approccio più melodico, rendendo il disco accessibile anche a chi frequenta abitualmente il mondo dell’AOR e del melodic rock.

Il viaggio prende il via con “Dreams Can Come True”, affidata alla voce di Renan Zonta, che apre il disco nel migliore dei modi. È una partenza sorprendentemente melodica, quasi a voler dichiarare immediatamente le intenzioni dell’album. Il ritornello conquista fin dal primo ascolto e la prestazione del cantante brasiliano trasmette energia e positività.

L’atmosfera cambia leggermente con “Wait”, dove Michael Bormann porta in dote tutta la propria esperienza nel melodic rock. La sua interpretazione è elegante e misurata e conferma Bormann come una delle più belle voci del panorama Melodic Rock, perfetta per una canzone che cresce poco alla volta fino a esplodere in un refrain di grande impatto.

Con “Leave It All Behind” entra in scena Ronnie Romero e l’album raggiunge uno dei suoi apici. La sua voce rende il brano intenso e coinvolgente e non stupisce che il pezzo sia stato scelto come uno dei singoli. “All Night Long”, sempre con Romero alla voce è probabilmente il momento più spensierato dell’intero album. Qui Romero si diverte e trascina l’ascoltatore in un autentico inno all’amicizia, alla musica e alle notti passate sotto un palco, uno di quei pezzi che sembrano nati per essere cantati da un pubblico intero.

L’energia sale con “Are You Ready”, impreziosita dalla presenza di Björn “Speed” Strid, che porta una vena più moderna e aggressiva pur restando perfettamente inserito nel contesto melodico del disco. Poco dopo arriva “Born To Run”, gran bel pezzo, grazie soprattutto all’interpretazione di Erik Mårtensson, capace come pochi di trasformare un grande ritornello in qualcosa che rimane in testa per giorni.

Il lato più duro dei Sinner emerge con “Hellbreaker”, ancora affidata a Ronnie Romero, che qui torna a graffiare con tutta la sua consueta personalità. È il brano che più si avvicina all’hard rock classico della band, pur mantenendo quella vena melodica che caratterizza l’intero lavoro.

Il clima cambia nuovamente con “Turn The Page”, dove la voce inconfondibile di Michael Sadler regala eleganza e raffinatezza a una composizione che parte intensa e malinconica per trasformarsi in un trascinante inno. Poco dopo Michael Bormann torna protagonista in “Road To Remember”, canzone assolutamente coinvolgente, costruita su una melodia capace di emozionare senza mai cadere nel prevedibile.

Le atmosfere si fanno decisamente più oscure in “Under The Moonlight”, interpretata da Sascha Krebs, che dona al pezzo un taglio quasi teatrale, mentre la chiusura viene affidata a Magnus Karlsson con “Power”. Oltre al consueto straordinario lavoro alla chitarra, Karlsson offre anche una convincente prestazione vocale, chiudendo il disco con un brano potente, epico, al limite del metal, ma perfettamente in linea con il significato celebrativo dell’intero progetto.

Se davvero Boom Bang Goodbye sarà l’ultimo capitolo della storia dei Sinner, allora Mat Sinner può guardare indietro con orgoglio. Non è un disco costruito sulla nostalgia, ma una celebrazione sincera di oltre quarant’anni di musica, amicizie e passione. La scelta di coinvolgere tanti grandi vocalist avrebbe potuto trasformarsi in un semplice esercizio celebrativo me invece al contrario, ogni ospite contribuisce a rafforzare l’identità dell’album, senza mai oscurare quella della band. Il risultato è probabilmente uno dei lavori più melodici mai pubblicati dai Sinner, ma anche uno dei più sentiti. Se questo sarà davvero l’addio della formazione tedesca, è un addio che lascia il sorriso e la consapevolezza di aver assistito alla degna conclusione di una gran bella carriera.

Zan/Cody – Beautiful ‘N Damned – Recensione

24 Luglio 2026 3 Commenti Yuri Picasso

genere: Sleaze
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Reunion Artistica dal sapore nostalgico quella che ri-coniuga Zinny Zan e Harry Cody, rispettivamente voce e chitarra sul primo disco degli Sleaze rockers svedesi Shotgun Messiah. Posso garantirvi che all’interno di ‘Beautiful ‘N Damned’ non troverete tentativi di reinventare un qualcosa che non può essere reinventato e non sentirete outtakes scadenti scartati oltre 30 anni fa; piuttosto assisterete al tentativo, riuscito, di riprendere l’attitudine stradaiola e glam propria del dna del duo, e renderla piacevolmente praticabile nel 2026.

Per apprezzare un disco come questo bisogna accantonare l’istinto di misurarlo con il passato; mettetevi nella condizione di ascoltarlo con un orecchio capace di riconoscere il linguaggio senza tempo di un certo hard rock: immediato, gia sentito si, ma instancabilmente gradevole. Melodie che non hanno bisogno di rincorrere mode e prestazione strumentali che evidenziano il senso dei buoni propositi.

La voce di Zan conserva quel timbro graffiante e immediatamente riconoscibile che ha sempre rappresentato il marchio di fabbrica della band (Mark 1), mentre Harry Cody costruisce l’album con riff incisivi e assoli efficaci, e lo riscopriamo come strumentista dannatamente capace e sottostimato negli anni (eppure su ‘Second Coming’ fu maestoso).

Le componenti rappresentative rimangono energia e melodia. L’apertura affidata a “Sever” mette subito in chiaro le intenzioni della band, ombreggiata da un’atmosfera oscura e dal forte impatto sonoro. “I Am The Shit” richiama un’attitudine provocatoria e contagiosa, mentre “Ride Or Die” si candida come uno degli episodi più riusciti dell’album grazie a un ritornello solido. Non va trascurata “Suffer City”, ballad che concede a Zan spazio per una vena più intima e meno graffiante, avvicinandosi per atmosfera ad alcune prove soliste dell’artista, mentre “Bad Bad Man” apre una parentesi quasi americana, tra polvere e blues, che arricchisce la varietà complessiva del lavoro.

Altri momenti di rilievo, l’adrenalinica “Damn”, ottantiana per vocazione, “Let’s Be Heroes”, raffinata, la più sorprendente; la title track “Beautiful ‘N Damned”, che unisce groove tensione emotiva e le impasta con un muro sonoro estremamente compatto. La chiusura con “Tear It All Down” riporta infine il disco verso territori marcatamente sleaze, lasciando l’ascoltatore con la sensazione di aver assistito a un ennesimo ritorno, meglio riuscito di altri.

Degna di nota anche la sezione ritmica della line up, che sostiene l’intero lavoro con solidità e mestiere, offrendo alla scrittura di Zan e Cody una base compatta e mai invadente, sempre funzionale al groove del disco.

Non un capolavoro, ma straordinariamente onesto. Autentico come la natura dei musicisti coinvolti.

11 Theory – All In Our Minds – Recensione

21 Luglio 2026 0 Commenti Stefano Gottardi

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: WLA Productions

Gli 11 Theory sono un progetto internazionale fondato da Serguei Fedotov e da Cris Hodges. Con base in Finlandia, Fedotov è un vero late bloomer: ha iniziato a suonare la chitarra elettrica a 50 anni, trasferendo nel songwriting la disciplina e la precisione della sua professione medica. Hodges, americano, è invece la voce dei Grey Daze, la storica band grunge/alternative rock che vedeva tra i suoi membri Chester Bennington prima dell’avventura nei Linkin Park. La formazione è completata dal secondo axeman Ilia “Lu” Smirnov, virtuoso con background jazz ma anima rock; dal bassista Sergey “Glam Dickens” Dik, che porta nel groove la potenza fisica del suo passato da atleta e le sue influenze hard & heavy; e dal batterista Sergey Rubtsov, che detta il battito cardiaco del gruppo con una accuratezza e una forza che sembrano una tempesta sull’asfalto.

La copertina del disco d’esordio All In Our Minds cattura subito l’attenzione: una figura umana sospesa sopra una strada notturna, tra auto in corsa e fogli che vorticano nell’aria, immersa in un contrasto di luci blu e arancioni. Un’immagine dinamica e quasi cinematografica, perfetta per rappresentare il caos, l’energia e la tensione emotiva che attraversano l’album.

La tracklist è composta da undici brani per quarantadue minuti scarsi di hard rock moderno, ma figlio della tradizione: non c’è spazio per esperimenti inutili, né per rincorse ai trend del momento, solo riff, sudore e tantissima sostanza. La produzione è pulita e potente, attuale ma senza risultare plastica, e mette in risalto un equilibrio che molti cercano e pochi trovano: chitarre pesanti e aggressive da una parte, melodie e ritornelli che entrano in testa dall’altra. Musica al passo coi tempi, ma con il cuore saldamente piantato negli 80s.

“The Other Side” apre le danze in modo esplosivo, uno di quei pezzi che ti fanno alzare il volume senza pensarci. “Believing It Too” profuma di glam metal degli anni d’oro. “Shovels & Pitchforks”, primo singolo, è una bordata ironica contro i critici da tastiera, con chitarre graffianti e tanta attitudine. “Midnight Prayer” è un mid-tempo che cresce piano e poi ti prende alla gola, mentre la bonus track “You Are” è una chicca acustica che mette in luce una voce autentica e mai sopra le righe. Il livello resta alto anche negli episodi non menzionati, tutti costruiti con la stessa cura e dedizione.

La sezione ritmica è una macchina da guerra: solida, precisa, sempre al servizio della canzone. Le chitarre spingono, i cori funzionano, e Hodges canta con gusto, senza strafare ma mettendo sul piatto della bilancia una timbrica interessante. I temi sono quelli del rock più genuino: lotte interiori, resilienza, credere in sé stessi anche quando il mondo ti rema contro. Roba sincera, diretta, priva di fronzoli.

All In Our Minds non reinventa la ruota, ma la fa girare alla grande. È un debutto maturo, suonato con convinzione e passione.

IN CONCLUSIONE

In mezzo a una marea di uscite spinte a tutta forza dalla stampa specializzata, questo platter avanza dalle retrovie con una promozione minima. È un peccato, perché lavori di questa qualità rischiano di passare sotto il radar e di non raggiungere il pubblico che meriterebbero. Per gli amanti del CD, il jewel case con tray nero in nostro possesso contiene un booklet di dodici pagine completo di tutti i testi.