LOGIN UTENTE

Ricordami

Registrati a MelodicRock.it

Registrati gratuitamente a Melodicrock.it! Potrai commentare le news e le recensioni, metterti in contatto con gli altri utenti del sito e sfruttare tutte le potenzialità della tua area personale.

effettua il Login con il tuo utente e password oppure registrati al sito di Melodic Rock Italia!

Classici

Jimmy Barnes
Freight Train Heart

LEGGI LA RECENSIONE

Jimmy Barnes – Freight Train Heart – Gemma Sepolta

27 Maggio 2022 4 Commenti Yuri Picasso

genere: Aor
anno: 1987
etichetta: Liberation
ristampe: Liberation

Siamo nel 1984 in Australia.
I Cold Chisel sono una band nazionale di successo, nata una decina di anni prima, dedita a un pub rock diretto e senza troppi fronzoli la quale non sconfina in termini di successo oltre il paese natio e una parte del continente asiatico. U.S.A. ed Europa non sembrano interessate alla proposta e le classiche pressioni della casa discografica unite alle frizioni tra i membri della band portano all’inevitabile Split. Il cantante scozzese ma australiano di adozione Jimmy Barnes riparte da una carriera solista abbracciando in parte i gusti e le sonorità di quegli anni e dopo due buoni dischi, ‘Bodyswerve’ (1984) e ‘For The Working Class Man’ (1985) , prova l’all in seduto al tavolo dei big internazionali.

La Geffen, determinata a lanciarlo nel mercato americano, raduna una squadra sensazionale per agevolare il nostro a comporre ‘Freight Train Heart’; reclutati Jonathan Cain come principale coautore e dietro al mixer, Neal Schon, Randy Jackson, Huey Lewis, Joe Lynn Turner e ulteriori strumentisti fuoriclasse, con il contributo in fase di scrittura di Jim Vallance e Desmond Child, inspiegabilmente (o quasi) il disco si fermò alla posizione 104 della US Billboard Chart americana (In Australia rimase 5 settimane al primo posto, ma ciò non deve stupire, Jimmy li era ed è oggigiorno una superstar), da sempre scettica nei confronti dei prodotti stranieri derivanti da fuori confine.
Scritto ciò, ‘Freight Train Heart’ risulta ancor ora un lavoro completo, variopinto, che vede nel grintoso ma versatile timbro di Barnes e nella natura commerciale delle canzoni il perno intorno al quale disegnare tracce si di AOR di ottima fattura, ma al contempo contaminate da sfumature artistiche di varia origine.

L’opener “Driving Wheels”, dall’anima rock, ripercorre le medesime fortunate coordinate del singolo “Working Class Man” di 2 anni prima. La cover di Bob Dylan “Seven Days” gioca col boogie attorniata da un meraviglioso pianoforte rockabilly. “Too Much Ain’t Love Enough” trasuda atmosfere soffuse, regalandoci brividi rilassati e rilassanti; emozioni in musica. “Waiting For The Heartache”, scritta a 4 mani con il re mida Desmond Child, è notturna, sublime, dal refrain perfetto. Non a caso scelta tra i singoli con tanto di videoclip, in una veste differente da quella proposta nell’album, ospita alle backing Vocals Joe Lynn Turner. “Last Frontier”, Aor Hard Edge, infuocata da Neal Schon alle 6 corde, dedicata alla tribù dei natii australiani. “I’m Still on Your Side” ripropone le fortune di Journey e Foreigner impreziosite da virtuosismi Blues. A Concludere la commovente “Walk On”, super ballad in costante equilibrio tra rock e pop, che verrà riproposta oltre due decadi dopo dal suo coautore Joe Lynn Turner nel progetto Sunstorm.

A partire dal successivo ‘Two Fires’ (1990), che vedrà ancora Desmond Child al suo fianco, Barnes si allontanerà progressivamente dal genere qui proposto, continuando indistintamente ad ottenere riscontri positivi e successo nella “Sua” Australia.

Nelson
After The Rain

LEGGI LA RECENSIONE

Nelson – After The Rain – Classico

19 Aprile 2022 12 Commenti Samuele Mannini

genere: Melodic Rock/Aor
anno: 1990
etichetta:
ristampe:

Il 1990 è stato forse l’ultimo anno di gloria (a livello commerciale) dell’hard rock in tutte le sue derivazioni; tutto sembrava meraviglioso ed i gruppi lanciavano dischi di successo a raffica, mentre orde di nuovi nomi venivano spinti in pompa magna verso la gloria….. chi avrebbe mai potuto lontanamente pensare che in un paio d’anni tutto sarebbe imploso? Io no di certo, infatti all’epoca accolsi questo debut dei gemelli Nelson in maniera alquanto sospettosa. Poco o nulla infatti si conosceva sul background di questi biondoni vichingo/americani, spuntati così, all’improvviso e finiti subito in heavy rotation sia su Videomusic sia su Hard!, vi ricordate questo esperimento giornalistico/televisivo made in fininvest, tutto votato al lato commerciale dell’Hard Rock? ( Mio Dio , siamo stati veramente ad un passo dal diventare un genere ‘mainstream’ e…..quasi quasi lo rimpiango). Da buon intenditore, che a quei tempi, poteva permettersi di avere la puzza sotto al naso, data la mole e qualità delle uscite, mi avvicinai a questo lp come un buon talebano di maniera, ovvero scettico e sospettoso. Invece obiettivamente parlando è innegabile che il disco sia degno di stare in mezzo ai più fulgidi esempi dell’hard melodico dell’epoca. continua

Jim Jidhed
Full Circle

LEGGI LA RECENSIONE

Jim Jidhed – Full Circle – Gemma Sepolta

15 Aprile 2022 13 Commenti Yuri Picasso

genere: Aor
anno: 2003
etichetta:
ristampe:

Qualunque reale estimatore di Musica, assapora ogni fase di acquisto di un disco. L’ordine, l’attesa, l’averlo tra le mani, studiarne la copertina, aprirlo e finalmente lasciarsi andare alle sensazioni pure tratte durante l’ascolto. È una sensazione che ho provato più volte nella mia vita, come chiunque stia leggendo queste righe; qualche anno fa la collezione fisica del sottoscritto contava più di 1400 pezzi, fino a che mi sono arreso e mi sono dato all’ascolto della musica in digitale, scelta dovuta anche alla carenza di spazio fisico rimastomi.

Perché dico ciò ? Perché, se da una parte il collezionista non ha difficoltà a trovare lavori superflui, artisticamente insufficienti, dall’altra talvolta dovrebbe pensare a puntare meno sulla quantità e più sulla qualità, andando magari a spendere qualche euro in più per un lavoro difficilmente reperibile e in attesa di ristampa. Non è stato semplice per anni trovare una copia di ‘Full Circle’, non lo è tutt’ora, tra le poche nuove rimaste in commercio (quotate oltre i 100,00 €) e usate per le quali devi capitare col timing giusto (al momento in cui scrivo si trovano buone seconde mani a 25/30 €).

Dopo aver abbandonato gli Alien a fine anni 80 e un buon esordio solista datato 1990, Jim Jidhed decise di provare la strada del cantato in lingua madre (‘Snart Kommer Natten’, traducibile come ‘La Notte Sta Arrivando’ – 1991). E poi…il silenzio. Fino a che la sfortunata etichetta svedese Atenzia Records (101 South, Mark Spiro, Diving For Pearls), nata nel 2001 e defunta nel 2005, chiese Jim di mettere a disposizione il suo talento artistico circondandolo di musicisti di prim’ordine (Marcel Jacob, Tommy Denander, Bruce Gaitsch e molti altri) per dare vita a questa gemma sepolta dell’AOR. Siamo nel 2003 e Jim non ne veniva da un periodo personale liscio, era in corso un riavvicinamento con la moglie a cui molte canzoni presenti in scaletta sono dedicate. Coordinate artistiche similari a quelle tipiche dei Journey, con qualche puntata in territorio Giant e Bad English. Il tutto per sfruttare al massimo il suo timbro similare a tratti a quello di Steve Perry e a tutti i suoi successori, Kevin Chalfant, Steve Augeri etc…. continua

Tall Stories
Tall Stories

LEGGI LA RECENSIONE

Tall Stories – Tall Stories – Gemma Sepolta

08 Aprile 2022 2 Commenti Samuele Mannini

genere: Aor
anno: 1991
etichetta:
ristampe:

Tall Stories, ovvero come sarebbe potuto essere l’hard rock melodico negli anni 90, ma purtroppo non fu….

Sarà perché venivano da New York, sarà che oramai il top era già stato raggiunto alla fine degli anni 80, ma quando usci questo disco io ebbi subito una impressione di freschezza ed originalità. Intendiamoci, non è certo un disco di avanguardia che pretende di inventare nulla, c’è però la voglia di non intraprendere un sentiero musicale troppo inquadrato in specifici cliché oramai abusati, quali ad esempio l’anthem furioso e la ballad ‘strappamutanda’ a tutti i costi . Certo sono presenti riferimenti agli Zeppelin ed anche ai Journey (soprattutto nella impostazione vocale di Augeri), ma non sono mai forzati, anzi i vari accenni a sonorità anche distanti tra loro, una produzione ottima, ma essenziale e minimal nei suoni ( moda che si stava affermando anche in altri generi), uniti ad un uso parsimonioso delle tastiere, contribuiscono a forgiare un sound pressoché unico nel panorama di quegli anni.

Prendiamo Wild On The Run per esempio, ascoltate come entra la voce di Augeri dopo l’intro urbano e il giro di chitarra minimal. Un ingresso alla Plant fatto con sfacciata naturalezza, ma senza la forzatura di chi vuole dimostrare a tutti i costi qualcosa e senza ostentare (chi ha detto Greta Van Fleet ? :-)) , Il tutto in uno svolgimento della canzone naturale e vario. Rilassata e melodiosa con accenni funkegianti, valorizzata dai preziosi e mai invadenti inserti di chitarra di Jack Morer è la successiva Chains Of Love. Crawling Back è l’esempio di come assomigliare agli Zeppelin, senza assomigliare agli Zeppelin, ovvero inserire in una atmosfera seventies suoni attuali e moderni ( almeno per l’epoca) con una appassionata interpretazione. Ritmata bluesy e rocciosa è Sister Of Mercy, ovvero feeling allo stato puro. Stay With Me è forse più canonica nella sua struttura e guarda forse più ai Giant, senza però mai cadere nella esplicita citazione. Somewhere She Waits è una boccata di aria fresca, un lento che non è una ballad, ma trastulla con la  sua rilassatezza e le atmosfere Journey. World Inside You arroventa l’atmosfera col suo svolgimento funky e sexy. Restless One è un altro lento dalle atmosfere blues e southern, un po’ Tangier?….si ma solo un po’. Intro tribale ed incedere ‘sculettante’, caratterizzano Never Enough. Close Your Eyes chiude il disco col botto, graffiante ed ammiccante.

Insomma la scena melodica non era, forse, così morta come sembrava e questo disco potrebbe essere la prova che era possibile essere minimali e creativi pur non sfociando nella depressione. Con i se e con i ma non si fa la storia e le grandi major discografiche preferirono cavalcare l’ onda che gia stava montando, piuttosto che coltivare molteplici alternative e tutto finì (almeno per i Tall Stories) con questo disco; il successivo Skyscraper uscito nel 2009 pur essendo un disco gradevole non è infatti assolutamente accostabile a questo.

Tall Stories in inglese significa frottola o storiella, quindi non raccontatemi che non lo avete perché non ci credo. Questo è uno degli obbligatori assoluti del genere e bisogna averlo.

 

Asia
Alpha

LEGGI LA RECENSIONE

Asia – Alpha – Classico

18 Marzo 2022 15 Commenti Samuele Mannini

genere: Aor
anno: 1983
etichetta:
ristampe:

C’è chi dice che questo disco sia magnifico……e chi mente sapendo di mentire.

Un po’ di storia. La fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 sono stati un periodo di svolta musicale; l’ondata progressive mostrava segni di stanchezza artistica e commerciale, ecco dunque la cura valida per ogni epoca, il supergruppo! Si prende il meglio di ciò che offre il periodo a livello musicale e lo si mette insieme, sperando così di raccogliere i consensi dei fans dei vari gruppi di appartenenza, a volte funziona, a volte un po’ meno. Il primo omonimo disco degli Asia funzionò alla grande, almeno a livello commerciale anche se, come spesso succede, i fan dei gruppi di appartenenza ebbero a mugugnare non poco.  Carl Palmer, Steve Howe, Geoff Downes e John Wetton rappresentavano infatti una sorta di gotha del prog, mentre Asia di prog aveva solo qualche accenno quà e là, puntando tutto sulla melodia di facile assimilazione e classe in quantità industriale. Inevitabilmente pezzi come Heat Of The Moment e Only Time Will Tell trascinarono il gruppo nelle classifiche, ma scavarono un solco con i fan di vecchia data. Figurarsi quando l’anno successivo uscì questo Alpha, che di prog aveva soltanto qualche sfumatura negli arrangiamenti (però… ahimè, quante volte un arrangiamento fatto a modo cambia il destino di una canzone non se lo ricorda mai nessuno), molti li dettero per bolliti e commerciali ignorando le incredibili melodie contenute in questo disco. Probabilmente il mio è un caso anomalo, Alpha è stato infatti il mio primo disco Aor (se Aor vogliamo definirlo, perché ci sarebbe da discutere, ma vabbè, semplifichiamo) ed ha marcato il mio imprinting sonoro. Evidentemente il mio approccio senza retropensieri e totalmente ingenuo mi ha aiutato ad apprezzare al massimo le canzoni contenute in Alpha, portandomi in seguito ad appassionarmi sia all’Aor, sia al progressive, adorando in particolar modo le commistioni tra questi due generi, come ho già avuto modo di scrivere in altre recensioni. Posso dire tranquillamente che Alpha è stato un titolo profetico per me, in senso letterale.

Insomma, ma cosa deve avere un disco per essere definito un grande disco? Non basta l’impatto di Don’t Cry, con il suo ritmo e la sua grande melodia? No? E non basta nemmeno la sublime e sognante The Smile  Has Left Your Eyes? No problem, perché segue subito la magnifica e quasi pomp Never In A Million Years. Che vi devo dire, qui ci sono solo potenziali hit a raffica, un disco così uscisse oggi dovremmo andare tutti in pellegrinaggio a Fatima…. e a piedi. My Own Time (I’ll Do What I Want), ci trasporta con le sue note delicate verso un’altra canzone leggendaria ovvero The Heat Goes On, sono più di trent’anni che quando l’ascolto sbrodolo senza ritegno. Eye To Eye, ha il gusto pop sviscerato con piglio rock, The Last To Know è un’altro lento dalle atmosfere impareggiabili. True Colors è forse la canzone che rimanda più alle origini prog adattate all’epoca dell’airplay radiofonico. Chiudono Midnight Sun e Open Your Eyes altri due gioielli crossover Aor/Prog.

Io non so da quanto tempo non lo riascoltate, ma questo disco non soffre per nulla lo scorrere del tempo ed anzi, come un buon vino, si fa apprezzare sempre di più negli anni ed io non posso assolutamente esimermi dal periodico rituale del riascolto. Se poi per caso non lo aveste mai sentito per intero dovete porre subito rimedio: poltrona, vinile o cd posizionato nel lettore e via col sogno, a cominciare dalla copertina.

Silent Rage
Don't Touch Me There

LEGGI LA RECENSIONE

Silent Rage – Don’t Touch Me There – Classico

12 Marzo 2022 16 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard rock
anno: 1989
etichetta: Z Records (2001) / Rock Candy (2021)
ristampe: Z Records (2001) / Rock Candy (2021)

Ecco un altro di quei gruppi con cui Gene Simmons tentò di accreditarsi come producer discografico con la sua etichetta omonima, in maniera simile a quanto fatto con i Giuffria, ricostruiti ad hoc per farli diventare gli House Of Lords.

Il lavoro precedente dei Silent Rage intitolato Shattered Hearts, era infatti un buon disco di hard rock abbastanza ruffiano e melodico, con all’interno canzoni potenzialmente di ottima qualità, grazie alla partecipazione di Paul Sabu sia in fase di songwriting sia alla produzione. Il disco che era però uscito su una etichetta (Chamaleon) alquanto underground , soffrì proprio nella produzione di una evidente scarsità di mezzi, con il risultato che i suoni erano cupi e smorti, lontani quindi anni luce dagli standard dell’epoca. L’immagine della band era oltretutto anonima e orientata ad un look quasi glam che stava già mostrando i segni del tempo.

Siccome il buon vecchio Gene non è un bischero e nel marketing sa il fatto suo, ha proposto una ricetta molto simile a quella usata con gli House Of Lords e cioè canzoni  hard rock con suoni scintillanti e patinati, look della band attualizzato e reso più macho, con una copertina che ai tempi fece ingolosire diverse donzelle e…. last but not least una produzione top budget firmata nuovamente da Paul Sabu.

Il sound di questo Don’t Touch Me There, va a collocarsi vicino ai riferimenti migliori del class metal dell’epoca, quali: Dokken, Hurricane SteelHeart e compagnia bella. La voce di Jesse Damon è un incrocio quasi ideale tra il Coverdale versione 1987 e il Paul Sabu degli Only Child e risulta perfettamente calata sia nell’epoca, sia nel contesto musicale. Runnin’ On Love è il perfetto esempio di questo connubio musicale e sfreccia in bilico tra la melodia trascinante e suoni taglienti. La seguente I Wanna Feel It Again, parte molto Whitesnake per sfociare in un ritornello Kiss style, mentre Tonight You’re Mine è suadente ed ammiccante come solo le canzoni di quell’epoca sapevano essere. Rebel With A Cause, è l’anthem da cantare a squarciagola già uscito sul primo disco, se avete la possibilità di ascoltare entrambe le versioni, risulta evidente cosa vuol dire poter usufruire di mezzi economici superiori. Touch Me, Tear Up The Night e Shake me Up ripercorrono nelle tematiche sex oriented e nel sound le orme delle serpente bianco in maniera più che evidente. La title track si orienta su uno stile melodico alla Foreigner, ma rivestito di elettricità. Can’t Get Her Out Of My Head è invece una cover degli Electric Light Orchestra riproposta in versione più hard. All Night Long è un mid tempo dove la penna di Bruce Kulick si sente ed indirizza il brano in chiave Kiss. Chiude il disco I’m On Fire, hard rock pestato e lineare come si faceva una volta, pochi fronzoli e tanta energia.

Insomma un disco tutto d’un pezzo per un gruppo che è arrivato alle soglie del successo senza però varcarlo definitivamente. Grazie alle due recenti ristampe, sono sicuro che non vi saranno difficoltà nel reperirlo qualora a suo tempo vi fosse sfuggito.

 

Randy Jackson's China Rain
Bed Of Nails

LEGGI LA RECENSIONE

Randy Jackson’s China Rain – Bed Of Nails – Gemma Sepolta

18 Febbraio 2022 16 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock / Aor
anno: 1991 - 1993
etichetta:
ristampe:

Storia di un disco che doveva uscire per una major, fu cancellato ed uscì due anni dopo per una etichetta italiana specializzata in pop e disco dance. I misteri del music biz delle major americane di quegli anni sono avvolti dalle nebbie del mito e della leggenda e trascendono la logica umana. Quale sia il senso di spendere vagonate di soldi in songwriters, studi di registrazione e promozione per cancellare l’uscita di un disco alla sua vigilia resta infatti un mistero.

Essendo stato assiduo lettore dei vari magazine dell’epoca, ricordo qualche articolo che parlò di questa uscita tentando di ricostruire il fatto. Vi riporterò allora quella che è la ‘leggenda’ più plausibile. Il disco era fatto e finito, era stato anche già girato un video, la copertina ed i promo in cassetta (che cosa romantica il promo in cassetta), erano già stati fatti circolare alla stampa specializzata, ricordo che su Metal Shock c’era trepidante attesa. Ecco che allora, qualche capoccione alla Atlantic, decise di posporre l’uscita a tempo indefinito per lasciare spazio ad altri dischi quali, Mane Attraction e Slave to the Grind, che erano in rampa di lancio così da non ingolfarne le vendite. Dato poi il carattere mutevole del mercato e di chi a quei tempi gestiva queste cose, alla fine il disco finì nel dimenticatoio. Cosa abbia spinto la nostrana Dig it ad acquisirne i diritti, stipulando poi accordi con altre etichette per la distribuzione in Nord america e in Giappone, è forse un mistero ancor più grande. Il core business dell’ etichetta era infatti rivolta a ben altri lidi e forse, si voleva tentare di esplorare altri mercati, chissà… Ad ogni modo bisogna solo ringraziare, perché altrimenti questo piccolo gioiello non avrebbe mai visto la luce.

Il personaggio su cui ruota il gruppo è ovviamente Randy Jackson, protagonista con gli Zebra, band hard rock sempre in bilico tra culto e notorietà. Coadiuvato in sede di songwriting da Mark Slaughter, Dave Sabo e soprattutto dal magico duo Jack Ponti e Vic Pepe, il buon Randy da alla luce un disco di Hard Rock molto accattivante e vicino a sonorità radio friendly che, nel recente passato, furoreggiava nelle classifiche. Il Ponti sound è un trademark per gli amanti del genere e mediato dalla sensibilità più sofisticata di Jackson, da vita ad un disco orecchiabile e ruffiano, ma sicuramente non scontato.

L’opener You’re Only Lonely Today e la successiva Bang On The Wall si muovono in territori zeppeliniani con feeling ed energia. Mentre il marchio di Ponti si sente nella struttura di Psychedelic Sex Reaction (che sarà successivamente riproposta anche dai Babylon AD) e nella produzione della ballad Last Forever, suadente ed acchiappante. Light Of My Love è energica e potente, mentre Bed Of Nails è anthemica e piena dei cori che fecero la fortuna del sound Baton Rouge. Non c’è da stupirsi che Before It’s Too Late sia più elettrica e tirata in quanto la penna di Mark Slaughter si fa sentire anche nella struttura dei cori. I Loved You Lied è la ballatona da accendino al vento e in quegli anni erano maestri nello sfornarne a raffica. Valerine offre ancora la ricetta pontiana per il successo: chitarre taglienti, giri iper melodici e ritornelli catchy allo stato puro. Love Calls è ritmata e robusta, ma si scioglie malinconica nel ritornello e nell’assolo di chitarra, veramente una canzone sofisticata e raffinata.

Insomma, se proprio vogliamo trovare un difettuccio, potrebbe essere che l’alternanza delle varie penne dia una sensazione poco omogenea al disco; però di canzoni così al giorno d’oggi se ne scrivono poche e visto i soldi che hanno speso per mettere su il progetto, sarebbe delittuoso non mettersi alla ricerca di questa chicca venuta alla luce quasi per caso. Buona caccia.

Strangeways
Native Sons

LEGGI LA RECENSIONE

Strangeways – Native Sons – Classico

14 Gennaio 2022 4 Commenti Yuri Picasso

genere: Aor
anno: 1987
etichetta: 2011 Rock Candy
ristampe: 2011 Rock Candy

Perfetto connubio di ispirazione, capacità compositive, padronanza tecnica, condite da una produzione di livello come il genere richiede(va) (rebbe). Questa è la sintesi perfetta del secondo parto degli scozzesi Strangeways, il primo con il talentuoso vocalist americano Terry Brock, chiamato a sostituire Tony Liddle. Lungo l’airplay arriva probo l’istinto della band di scrivere materiale d’impatto, emotivo, puro, raffinato. Pensare che il primo di gennaio questo disco ha compiuto 35 anni, l’impatto viscerale in grado di suscitare rimane inalterato tanto la musica di qualità rimane eterna.

Due parole sui pezzi…
“Face to Face” e “Only a Fool” sono notturne, romantiche ma lontane dal melenso da classifica. Colpisce dritto al cuore l’impasto sonoro ultra definito, merito dell’ottimo lavoro dietro al mixer di John Punter (Slade, Nazareth) svolto ai famosi Powerplay Studios nella provincia di Zurigo. Il groove basso-batteria creato dalla coppia Drummond/Stewart in “Stand Up And Shout” o ancora in
“Empty Streets”, mostra i muscoli morbidi della band con un sound di chitarra leggermente retrò a ricordare il Neal Schon dei primi 80’s. Per “Goodnight L.a.” venne tratto un video a lungo irreperibile sul tubo. Parte col basso che martella sullo stesso giro, accarezzato da synth lievi, per poi aprire al bridge con Brock sugli scudi mostrante tutte le sue abilità nell’estensione vocale intervallato nel chorus da Ian Stewart alla solista con note pronte a squarciare luce nel buio. “Never Going To Lose it” alterna strofe delicate ad un ritornello incisivo, l’esatto opposto di “Where do We go From Here”, entrambe capaci di dispensare sequenze di emozioni e ricordi a flusso continuo.

La sfortuna generale degli Strangeways è stata quella di essere a torto considerata una band molto o troppo vicina ai Journey. Alcuni perimetri artistici possono coesistere , come il timbro di Brock, a tratti una sorta di Steve Perry ipervitaminizzato; o in alcune scelte compositive, ma al medesimo tempo è inverosimile non essere in grado di riconoscere al combo scozzese-americano la propria definita identità artistica che raramente verrà riprodotta con fedeltà da altri moniker. La band due anni dopo pubblicherà “Walk In The Fire”, e, nonostante suonerà come una conferma delle capacità esplosive e fuori dal comune della band , non riuscirà ad entrare in classifica, a causa della solita serie di eventi sfavorevoli. Eccessivamente ai confini del timing temporale perfetto, scarsa pubblicità, e insolite ed ingiustificabili recensioni internazionali che lo definivano un disco di serie B creato da una band di serie A. Dopo poco Terry Brock proverà ad entrare nei Deep Purple, mancando, e gli Strangeways continueranno a pubblicare dischi intimisti lungo i 90’s con Ian Stewart dietro il microfono, ripresi per lo stile da quelli pubblicati dopo la reunion del 2010. Lascio a voi la diatriba su quale dei due sia migliore. Personalmente li metto alla pari e su una ipotetica scala da 1 a 100, entrambe si prendono 95. Il dualismo va a favore di quale dei due ha regalato all’ascoltatore maggiori emozioni introspettive…

Alcuni manifesti musicali, seppur vicini alla perfezione, rimangono per pochi e non entrano in quella che potrebbe e dovrebbe essere cultura popolare. Rimangono, come “Native Sons” insegna, storie di Musica Vera.

Joe Pasquale
Prey

LEGGI LA RECENSIONE

Joe Pasquale – Prey – Gemma Sepolta

04 Gennaio 2022 11 Commenti Samuele Mannini

genere: Pop rock/Aor
anno: 1991
etichetta:
ristampe:

Mollaccioni di tutto il mondo unitevi!
Disco veramente eccellente questo qui , certo molti Defender duri e puri staranno già sguainando la spada oppure fuggendo urlando di fronte a tanta melodia popeggiante.  Anche io nel 1991 quando, stimolato da una recensione entusiasta, lo comprai,  a stento riuscì a raccogliere la mascella di fronte alle note quasi disco dance della prima canzone, risultato? CD nella custodia e polvere a coprirlo per un paio d’anni. Poi il tempo passa, crescendo e venendo esposto a massicce dosi di melodia decisi di riesumare il disco e dare un’altra chance al buon Joe… beh quella volta in effetti non mi parve poi così male ed  anzi, andando avanti con gli ascolti viene fuori che questo disco è dannatamente sexy e che… più lo mandi giù e più ti tira su…

Il nome potrebbe trarre in inganno sulle origini. In realtà la nazionalità di origine è francese, ma con un cognome così gli avi di Joe sono sicuramente italici. In fondo, non penso sia poi un caso che certe influenze latine si vadano a fondere nella sua musica, che però è assolutamente riconducibile al pop/rock aor di marca statunitense. Vogliamo definirlo hi tech Aor? Ok, tanto più o meno le coordinate sonore son quelle e la definizione esatta è questione di lana caprina. Quello che realmente è importante è che pezzi come: Believin’ , Paint It Blue , Faith Of An Age e On My Own, sono vere e proprie perle melodiche, interpretate con voce suadente a ammiccante, veri e propri potenziali Hit! Anvedi Pasquale che paraculo che è!  Se poi uno va a spulciare il libretto, si capisce benissimo il perché questo disco sia assolutamente irresistibile. Il gotha dell’AoR ha partecipato a Prey. Intanto nelle composizioni c’è la penna di Bruce Gaitsch e se non sapete chi è, peste vi colga. In qualche pezzo compare pure di Diane Warren, senza contare che lo stesso Joe è un autore di categoria superiore. Andate poi a scorrere la lista dei musicisti partecipanti e vi troverete davanti all’olimpo.

Insomma un disco che si colloca nella migliore tradizione soft AoR, ben prodotto ben suonato, ruffiano, ma allo stesso introspettivo. Da tenere in sottofondo, se fate una cenetta intima e romantica e volete fare il fine intenditore, ma anche per fare “l’americano” col finestrino aperto e il vento che scompiglia i capelli.
Insomma….mollaccione si….ma con Nesquik.

Per la reperibilità vi consiglio discogs o ebay in quanto pur essendo una uscita major, non mi risulta essere stato ristampato e quindi il mercato dell’usato è la via più facile per entrare in possesso di questo gioiellino dei tempi che furono.

 

Giant
Time To Burn

LEGGI LA RECENSIONE

Giant – Time To Burn – Classico

03 Dicembre 2021 13 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1992
etichetta:
ristampe:

Manca poco all’uscita del nuovo disco dei Giant, mi è quindi venuta spontanea una riflessione sull’importanza di questa band per gli amanti delle sonorità hard rock. Pur avendo dato alla luce pochi dischi nell’arco di più di trent’anni di carriera, un disco dei Giant non deve mancare tra quelli da portare sulla proverbiale isola deserta. Si, ma quale? Beh non Promise Land che dei Giant ha poco piú del nome ed un paio di canzoni. III artisticamente invece è molto valido, ma il richiamo dell’epoca d’oro è per me irresistibile, quindi il dilemma si restringe al debut Last Of The Runaways del 1989 ed il secondo Time To Burn del 1992. Data la titanica difficoltà nello scegliere tra i due, che obiettivamente sono dei masterpiece, ho sottoposto l’arduo quesito ai partecipanti del gruppo Facebook di Rock Of Ages. Dopo una serrata lotta all’ultimo voto l’ha spuntata Time To Burn, che mi accingo dunque a mettere nello zaino, destinazione isola di Cast Away.

Qualitativamente rispetto all’esordio non ci sono differenze, onestamente sono due dischi top, possiamo forse parlare solo di un sottile diverso orientamento sonoro, ma son dettagli. Col cambio di songwriting, si è andati verso un leggero indurimento dei suoni e una maggiore attitudine al rock più anthemico e , passatemi il termine, roboante. Il grande pregio dei Giant è che all’interno della scena Hard & Heavy sono stati visti di buon occhio anche da chi duro e puro in quegli anni si rivolgeva a sonorità più estreme. Più volte ho visto Thrasher incalliti e Defenders duri e puri battere il piedino e canticchiare Thunder And Lightning, in virtù di una chitarra tagliente, una ritmica serrata e suoni assolutamente favolosi anche per l’epoca. Sette minuti abbondanti di un southern/blues che cresce elettrico, vibrante e sofferto caratterizzano Chained, la canzone che mi ha fatto innamorare di questo disco.  L’anthem di Lay It On The Line ci delizia con la sua potente atmosfera arena rock e ci introduce al singolo Stay e qui due paroline in più bisogna spenderle; potrebbe essere un trattato di come si scrive una canzone rock, ritornello vincente, atmosfera in chiaroscuro e riff di chitarra frizzanti ed ispirati, 10 e lode. Lost In Paradise è un esempio di power ballad da manuale, malinconica e triste, ma soprattutto “cazzuta”, ascoltate il solo di chitarra centrale, passionale e romantico, ma assolutamente non mieloso ne stucchevole. I 30 secondi di Smoulder, in puro Cinderella style, ci introducono la title track, un hard rock roccioso tirato a 200 all’ora, ho sentito definire i Giant Aor……ma non scherziamo per favore. L’amore per la melodia si vede in I’ll Be There (When It’s Over), una canzone che in questo disco forse non spicca, ma che altre band nemmeno si sognano. Save Me Tonight è un mid tempo che poggia su un giro di basso scoppiettante e con un ritornello vincente ed armonioso. Ancora il lato melodico della forza in Whitout You e se vi somiglia vagamente a Brian Adams…… andate a vedere chi l’ha scritta e tutto sarà più chiaro. Now Until Forever è la ballad vera e propria e non ce n’è per nessuno, qui l’accendino lo accendete anche se siete da soli in salotto con lo stereo a palla. Si chiude con l’hard blueseggiante di Get Used To It ed è una ennesima dimostrazione di classe pura.

Quante volte io abbia ascoltato questo disco in loop non saprei proprio dire, probabilmente un centinaio e non sono mai sazio. Questo è quello che distingue un classico da un buon disco, non solo la perfezione sonora e le canzoni, ma il feeling e quel quid che solo pochi hanno. Poi parliamoci chiaro la produzione di Terry Thomas è a livelli eccelsi e paragonare questi dischi alle odierne uscite è veramente impietoso, ma come detto, c’è di più , c’è un mondo dentro questo disco, chi si professa amante dell’hard rock, lo deve e sottolineo DEVE, assolutamente conoscere.