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Classici

Asia
Alpha

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Asia – Alpha – Classico

18 Marzo 2022 15 Commenti Samuele Mannini

genere: Aor
anno: 1983
etichetta:
ristampe:

C’è chi dice che questo disco sia magnifico……e chi mente sapendo di mentire.

Un po’ di storia. La fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 sono stati un periodo di svolta musicale; l’ondata progressive mostrava segni di stanchezza artistica e commerciale, ecco dunque la cura valida per ogni epoca, il supergruppo! Si prende il meglio di ciò che offre il periodo a livello musicale e lo si mette insieme, sperando così di raccogliere i consensi dei fans dei vari gruppi di appartenenza, a volte funziona, a volte un po’ meno. Il primo omonimo disco degli Asia funzionò alla grande, almeno a livello commerciale anche se, come spesso succede, i fan dei gruppi di appartenenza ebbero a mugugnare non poco.  Carl Palmer, Steve Howe, Geoff Downes e John Wetton rappresentavano infatti una sorta di gotha del prog, mentre Asia di prog aveva solo qualche accenno quà e là, puntando tutto sulla melodia di facile assimilazione e classe in quantità industriale. Inevitabilmente pezzi come Heat Of The Moment e Only Time Will Tell trascinarono il gruppo nelle classifiche, ma scavarono un solco con i fan di vecchia data. Figurarsi quando l’anno successivo uscì questo Alpha, che di prog aveva soltanto qualche sfumatura negli arrangiamenti (però… ahimè, quante volte un arrangiamento fatto a modo cambia il destino di una canzone non se lo ricorda mai nessuno), molti li dettero per bolliti e commerciali ignorando le incredibili melodie contenute in questo disco. Probabilmente il mio è un caso anomalo, Alpha è stato infatti il mio primo disco Aor (se Aor vogliamo definirlo, perché ci sarebbe da discutere, ma vabbè, semplifichiamo) ed ha marcato il mio imprinting sonoro. Evidentemente il mio approccio senza retropensieri e totalmente ingenuo mi ha aiutato ad apprezzare al massimo le canzoni contenute in Alpha, portandomi in seguito ad appassionarmi sia all’Aor, sia al progressive, adorando in particolar modo le commistioni tra questi due generi, come ho già avuto modo di scrivere in altre recensioni. Posso dire tranquillamente che Alpha è stato un titolo profetico per me, in senso letterale.

Insomma, ma cosa deve avere un disco per essere definito un grande disco? Non basta l’impatto di Don’t Cry, con il suo ritmo e la sua grande melodia? No? E non basta nemmeno la sublime e sognante The Smile  Has Left Your Eyes? No problem, perché segue subito la magnifica e quasi pomp Never In A Million Years. Che vi devo dire, qui ci sono solo potenziali hit a raffica, un disco così uscisse oggi dovremmo andare tutti in pellegrinaggio a Fatima…. e a piedi. My Own Time (I’ll Do What I Want), ci trasporta con le sue note delicate verso un’altra canzone leggendaria ovvero The Heat Goes On, sono più di trent’anni che quando l’ascolto sbrodolo senza ritegno. Eye To Eye, ha il gusto pop sviscerato con piglio rock, The Last To Know è un’altro lento dalle atmosfere impareggiabili. True Colors è forse la canzone che rimanda più alle origini prog adattate all’epoca dell’airplay radiofonico. Chiudono Midnight Sun e Open Your Eyes altri due gioielli crossover Aor/Prog.

Io non so da quanto tempo non lo riascoltate, ma questo disco non soffre per nulla lo scorrere del tempo ed anzi, come un buon vino, si fa apprezzare sempre di più negli anni ed io non posso assolutamente esimermi dal periodico rituale del riascolto. Se poi per caso non lo aveste mai sentito per intero dovete porre subito rimedio: poltrona, vinile o cd posizionato nel lettore e via col sogno, a cominciare dalla copertina.

Silent Rage
Don't Touch Me There

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Silent Rage – Don’t Touch Me There – Classico

12 Marzo 2022 16 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard rock
anno: 1989
etichetta: Z Records (2001) / Rock Candy (2021)
ristampe: Z Records (2001) / Rock Candy (2021)

Ecco un altro di quei gruppi con cui Gene Simmons tentò di accreditarsi come producer discografico con la sua etichetta omonima, in maniera simile a quanto fatto con i Giuffria, ricostruiti ad hoc per farli diventare gli House Of Lords.

Il lavoro precedente dei Silent Rage intitolato Shattered Hearts, era infatti un buon disco di hard rock abbastanza ruffiano e melodico, con all’interno canzoni potenzialmente di ottima qualità, grazie alla partecipazione di Paul Sabu sia in fase di songwriting sia alla produzione. Il disco che era però uscito su una etichetta (Chamaleon) alquanto underground , soffrì proprio nella produzione di una evidente scarsità di mezzi, con il risultato che i suoni erano cupi e smorti, lontani quindi anni luce dagli standard dell’epoca. L’immagine della band era oltretutto anonima e orientata ad un look quasi glam che stava già mostrando i segni del tempo.

Siccome il buon vecchio Gene non è un bischero e nel marketing sa il fatto suo, ha proposto una ricetta molto simile a quella usata con gli House Of Lords e cioè canzoni  hard rock con suoni scintillanti e patinati, look della band attualizzato e reso più macho, con una copertina che ai tempi fece ingolosire diverse donzelle e…. last but not least una produzione top budget firmata nuovamente da Paul Sabu.

Il sound di questo Don’t Touch Me There, va a collocarsi vicino ai riferimenti migliori del class metal dell’epoca, quali: Dokken, Hurricane SteelHeart e compagnia bella. La voce di Jesse Damon è un incrocio quasi ideale tra il Coverdale versione 1987 e il Paul Sabu degli Only Child e risulta perfettamente calata sia nell’epoca, sia nel contesto musicale. Runnin’ On Love è il perfetto esempio di questo connubio musicale e sfreccia in bilico tra la melodia trascinante e suoni taglienti. La seguente I Wanna Feel It Again, parte molto Whitesnake per sfociare in un ritornello Kiss style, mentre Tonight You’re Mine è suadente ed ammiccante come solo le canzoni di quell’epoca sapevano essere. Rebel With A Cause, è l’anthem da cantare a squarciagola già uscito sul primo disco, se avete la possibilità di ascoltare entrambe le versioni, risulta evidente cosa vuol dire poter usufruire di mezzi economici superiori. Touch Me, Tear Up The Night e Shake me Up ripercorrono nelle tematiche sex oriented e nel sound le orme delle serpente bianco in maniera più che evidente. La title track si orienta su uno stile melodico alla Foreigner, ma rivestito di elettricità. Can’t Get Her Out Of My Head è invece una cover degli Electric Light Orchestra riproposta in versione più hard. All Night Long è un mid tempo dove la penna di Bruce Kulick si sente ed indirizza il brano in chiave Kiss. Chiude il disco I’m On Fire, hard rock pestato e lineare come si faceva una volta, pochi fronzoli e tanta energia.

Insomma un disco tutto d’un pezzo per un gruppo che è arrivato alle soglie del successo senza però varcarlo definitivamente. Grazie alle due recenti ristampe, sono sicuro che non vi saranno difficoltà nel reperirlo qualora a suo tempo vi fosse sfuggito.

 

Randy Jackson's China Rain
Bed Of Nails

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Randy Jackson’s China Rain – Bed Of Nails – Gemma Sepolta

18 Febbraio 2022 16 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock / Aor
anno: 1991 - 1993
etichetta:
ristampe:

Storia di un disco che doveva uscire per una major, fu cancellato ed uscì due anni dopo per una etichetta italiana specializzata in pop e disco dance. I misteri del music biz delle major americane di quegli anni sono avvolti dalle nebbie del mito e della leggenda e trascendono la logica umana. Quale sia il senso di spendere vagonate di soldi in songwriters, studi di registrazione e promozione per cancellare l’uscita di un disco alla sua vigilia resta infatti un mistero.

Essendo stato assiduo lettore dei vari magazine dell’epoca, ricordo qualche articolo che parlò di questa uscita tentando di ricostruire il fatto. Vi riporterò allora quella che è la ‘leggenda’ più plausibile. Il disco era fatto e finito, era stato anche già girato un video, la copertina ed i promo in cassetta (che cosa romantica il promo in cassetta), erano già stati fatti circolare alla stampa specializzata, ricordo che su Metal Shock c’era trepidante attesa. Ecco che allora, qualche capoccione alla Atlantic, decise di posporre l’uscita a tempo indefinito per lasciare spazio ad altri dischi quali, Mane Attraction e Slave to the Grind, che erano in rampa di lancio così da non ingolfarne le vendite. Dato poi il carattere mutevole del mercato e di chi a quei tempi gestiva queste cose, alla fine il disco finì nel dimenticatoio. Cosa abbia spinto la nostrana Dig it ad acquisirne i diritti, stipulando poi accordi con altre etichette per la distribuzione in Nord america e in Giappone, è forse un mistero ancor più grande. Il core business dell’ etichetta era infatti rivolta a ben altri lidi e forse, si voleva tentare di esplorare altri mercati, chissà… Ad ogni modo bisogna solo ringraziare, perché altrimenti questo piccolo gioiello non avrebbe mai visto la luce.

Il personaggio su cui ruota il gruppo è ovviamente Randy Jackson, protagonista con gli Zebra, band hard rock sempre in bilico tra culto e notorietà. Coadiuvato in sede di songwriting da Mark Slaughter, Dave Sabo e soprattutto dal magico duo Jack Ponti e Vic Pepe, il buon Randy da alla luce un disco di Hard Rock molto accattivante e vicino a sonorità radio friendly che, nel recente passato, furoreggiava nelle classifiche. Il Ponti sound è un trademark per gli amanti del genere e mediato dalla sensibilità più sofisticata di Jackson, da vita ad un disco orecchiabile e ruffiano, ma sicuramente non scontato.

L’opener You’re Only Lonely Today e la successiva Bang On The Wall si muovono in territori zeppeliniani con feeling ed energia. Mentre il marchio di Ponti si sente nella struttura di Psychedelic Sex Reaction (che sarà successivamente riproposta anche dai Babylon AD) e nella produzione della ballad Last Forever, suadente ed acchiappante. Light Of My Love è energica e potente, mentre Bed Of Nails è anthemica e piena dei cori che fecero la fortuna del sound Baton Rouge. Non c’è da stupirsi che Before It’s Too Late sia più elettrica e tirata in quanto la penna di Mark Slaughter si fa sentire anche nella struttura dei cori. I Loved You Lied è la ballatona da accendino al vento e in quegli anni erano maestri nello sfornarne a raffica. Valerine offre ancora la ricetta pontiana per il successo: chitarre taglienti, giri iper melodici e ritornelli catchy allo stato puro. Love Calls è ritmata e robusta, ma si scioglie malinconica nel ritornello e nell’assolo di chitarra, veramente una canzone sofisticata e raffinata.

Insomma, se proprio vogliamo trovare un difettuccio, potrebbe essere che l’alternanza delle varie penne dia una sensazione poco omogenea al disco; però di canzoni così al giorno d’oggi se ne scrivono poche e visto i soldi che hanno speso per mettere su il progetto, sarebbe delittuoso non mettersi alla ricerca di questa chicca venuta alla luce quasi per caso. Buona caccia.

Strangeways
Native Sons

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Strangeways – Native Sons – Classico

14 Gennaio 2022 4 Commenti Yuri Picasso

genere: Aor
anno: 1987
etichetta: 2011 Rock Candy
ristampe: 2011 Rock Candy

Perfetto connubio di ispirazione, capacità compositive, padronanza tecnica, condite da una produzione di livello come il genere richiede(va) (rebbe). Questa è la sintesi perfetta del secondo parto degli scozzesi Strangeways, il primo con il talentuoso vocalist americano Terry Brock, chiamato a sostituire Tony Liddle. Lungo l’airplay arriva probo l’istinto della band di scrivere materiale d’impatto, emotivo, puro, raffinato. Pensare che il primo di gennaio questo disco ha compiuto 35 anni, l’impatto viscerale in grado di suscitare rimane inalterato tanto la musica di qualità rimane eterna.

Due parole sui pezzi…
“Face to Face” e “Only a Fool” sono notturne, romantiche ma lontane dal melenso da classifica. Colpisce dritto al cuore l’impasto sonoro ultra definito, merito dell’ottimo lavoro dietro al mixer di John Punter (Slade, Nazareth) svolto ai famosi Powerplay Studios nella provincia di Zurigo. Il groove basso-batteria creato dalla coppia Drummond/Stewart in “Stand Up And Shout” o ancora in
“Empty Streets”, mostra i muscoli morbidi della band con un sound di chitarra leggermente retrò a ricordare il Neal Schon dei primi 80’s. Per “Goodnight L.a.” venne tratto un video a lungo irreperibile sul tubo. Parte col basso che martella sullo stesso giro, accarezzato da synth lievi, per poi aprire al bridge con Brock sugli scudi mostrante tutte le sue abilità nell’estensione vocale intervallato nel chorus da Ian Stewart alla solista con note pronte a squarciare luce nel buio. “Never Going To Lose it” alterna strofe delicate ad un ritornello incisivo, l’esatto opposto di “Where do We go From Here”, entrambe capaci di dispensare sequenze di emozioni e ricordi a flusso continuo.

La sfortuna generale degli Strangeways è stata quella di essere a torto considerata una band molto o troppo vicina ai Journey. Alcuni perimetri artistici possono coesistere , come il timbro di Brock, a tratti una sorta di Steve Perry ipervitaminizzato; o in alcune scelte compositive, ma al medesimo tempo è inverosimile non essere in grado di riconoscere al combo scozzese-americano la propria definita identità artistica che raramente verrà riprodotta con fedeltà da altri moniker. La band due anni dopo pubblicherà “Walk In The Fire”, e, nonostante suonerà come una conferma delle capacità esplosive e fuori dal comune della band , non riuscirà ad entrare in classifica, a causa della solita serie di eventi sfavorevoli. Eccessivamente ai confini del timing temporale perfetto, scarsa pubblicità, e insolite ed ingiustificabili recensioni internazionali che lo definivano un disco di serie B creato da una band di serie A. Dopo poco Terry Brock proverà ad entrare nei Deep Purple, mancando, e gli Strangeways continueranno a pubblicare dischi intimisti lungo i 90’s con Ian Stewart dietro il microfono, ripresi per lo stile da quelli pubblicati dopo la reunion del 2010. Lascio a voi la diatriba su quale dei due sia migliore. Personalmente li metto alla pari e su una ipotetica scala da 1 a 100, entrambe si prendono 95. Il dualismo va a favore di quale dei due ha regalato all’ascoltatore maggiori emozioni introspettive…

Alcuni manifesti musicali, seppur vicini alla perfezione, rimangono per pochi e non entrano in quella che potrebbe e dovrebbe essere cultura popolare. Rimangono, come “Native Sons” insegna, storie di Musica Vera.

Joe Pasquale
Prey

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Joe Pasquale – Prey – Gemma Sepolta

04 Gennaio 2022 11 Commenti Samuele Mannini

genere: Pop rock/Aor
anno: 1991
etichetta:
ristampe:

Mollaccioni di tutto il mondo unitevi!
Disco veramente eccellente questo qui , certo molti Defender duri e puri staranno già sguainando la spada oppure fuggendo urlando di fronte a tanta melodia popeggiante.  Anche io nel 1991 quando, stimolato da una recensione entusiasta, lo comprai,  a stento riuscì a raccogliere la mascella di fronte alle note quasi disco dance della prima canzone, risultato? CD nella custodia e polvere a coprirlo per un paio d’anni. Poi il tempo passa, crescendo e venendo esposto a massicce dosi di melodia decisi di riesumare il disco e dare un’altra chance al buon Joe… beh quella volta in effetti non mi parve poi così male ed  anzi, andando avanti con gli ascolti viene fuori che questo disco è dannatamente sexy e che… più lo mandi giù e più ti tira su…

Il nome potrebbe trarre in inganno sulle origini. In realtà la nazionalità di origine è francese, ma con un cognome così gli avi di Joe sono sicuramente italici. In fondo, non penso sia poi un caso che certe influenze latine si vadano a fondere nella sua musica, che però è assolutamente riconducibile al pop/rock aor di marca statunitense. Vogliamo definirlo hi tech Aor? Ok, tanto più o meno le coordinate sonore son quelle e la definizione esatta è questione di lana caprina. Quello che realmente è importante è che pezzi come: Believin’ , Paint It Blue , Faith Of An Age e On My Own, sono vere e proprie perle melodiche, interpretate con voce suadente a ammiccante, veri e propri potenziali Hit! Anvedi Pasquale che paraculo che è!  Se poi uno va a spulciare il libretto, si capisce benissimo il perché questo disco sia assolutamente irresistibile. Il gotha dell’AoR ha partecipato a Prey. Intanto nelle composizioni c’è la penna di Bruce Gaitsch e se non sapete chi è, peste vi colga. In qualche pezzo compare pure di Diane Warren, senza contare che lo stesso Joe è un autore di categoria superiore. Andate poi a scorrere la lista dei musicisti partecipanti e vi troverete davanti all’olimpo.

Insomma un disco che si colloca nella migliore tradizione soft AoR, ben prodotto ben suonato, ruffiano, ma allo stesso introspettivo. Da tenere in sottofondo, se fate una cenetta intima e romantica e volete fare il fine intenditore, ma anche per fare “l’americano” col finestrino aperto e il vento che scompiglia i capelli.
Insomma….mollaccione si….ma con Nesquik.

Per la reperibilità vi consiglio discogs o ebay in quanto pur essendo una uscita major, non mi risulta essere stato ristampato e quindi il mercato dell’usato è la via più facile per entrare in possesso di questo gioiellino dei tempi che furono.

 

Giant
Time To Burn

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Giant – Time To Burn – Classico

03 Dicembre 2021 13 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1992
etichetta:
ristampe:

Manca poco all’uscita del nuovo disco dei Giant, mi è quindi venuta spontanea una riflessione sull’importanza di questa band per gli amanti delle sonorità hard rock. Pur avendo dato alla luce pochi dischi nell’arco di più di trent’anni di carriera, un disco dei Giant non deve mancare tra quelli da portare sulla proverbiale isola deserta. Si, ma quale? Beh non Promise Land che dei Giant ha poco piú del nome ed un paio di canzoni. III artisticamente invece è molto valido, ma il richiamo dell’epoca d’oro è per me irresistibile, quindi il dilemma si restringe al debut Last Of The Runaways del 1989 ed il secondo Time To Burn del 1992. Data la titanica difficoltà nello scegliere tra i due, che obiettivamente sono dei masterpiece, ho sottoposto l’arduo quesito ai partecipanti del gruppo Facebook di Rock Of Ages. Dopo una serrata lotta all’ultimo voto l’ha spuntata Time To Burn, che mi accingo dunque a mettere nello zaino, destinazione isola di Cast Away.

Qualitativamente rispetto all’esordio non ci sono differenze, onestamente sono due dischi top, possiamo forse parlare solo di un sottile diverso orientamento sonoro, ma son dettagli. Col cambio di songwriting, si è andati verso un leggero indurimento dei suoni e una maggiore attitudine al rock più anthemico e , passatemi il termine, roboante. Il grande pregio dei Giant è che all’interno della scena Hard & Heavy sono stati visti di buon occhio anche da chi duro e puro in quegli anni si rivolgeva a sonorità più estreme. Più volte ho visto Thrasher incalliti e Defenders duri e puri battere il piedino e canticchiare Thunder And Lightning, in virtù di una chitarra tagliente, una ritmica serrata e suoni assolutamente favolosi anche per l’epoca. Sette minuti abbondanti di un southern/blues che cresce elettrico, vibrante e sofferto caratterizzano Chained, la canzone che mi ha fatto innamorare di questo disco.  L’anthem di Lay It On The Line ci delizia con la sua potente atmosfera arena rock e ci introduce al singolo Stay e qui due paroline in più bisogna spenderle; potrebbe essere un trattato di come si scrive una canzone rock, ritornello vincente, atmosfera in chiaroscuro e riff di chitarra frizzanti ed ispirati, 10 e lode. Lost In Paradise è un esempio di power ballad da manuale, malinconica e triste, ma soprattutto “cazzuta”, ascoltate il solo di chitarra centrale, passionale e romantico, ma assolutamente non mieloso ne stucchevole. I 30 secondi di Smoulder, in puro Cinderella style, ci introducono la title track, un hard rock roccioso tirato a 200 all’ora, ho sentito definire i Giant Aor……ma non scherziamo per favore. L’amore per la melodia si vede in I’ll Be There (When It’s Over), una canzone che in questo disco forse non spicca, ma che altre band nemmeno si sognano. Save Me Tonight è un mid tempo che poggia su un giro di basso scoppiettante e con un ritornello vincente ed armonioso. Ancora il lato melodico della forza in Whitout You e se vi somiglia vagamente a Brian Adams…… andate a vedere chi l’ha scritta e tutto sarà più chiaro. Now Until Forever è la ballad vera e propria e non ce n’è per nessuno, qui l’accendino lo accendete anche se siete da soli in salotto con lo stereo a palla. Si chiude con l’hard blueseggiante di Get Used To It ed è una ennesima dimostrazione di classe pura.

Quante volte io abbia ascoltato questo disco in loop non saprei proprio dire, probabilmente un centinaio e non sono mai sazio. Questo è quello che distingue un classico da un buon disco, non solo la perfezione sonora e le canzoni, ma il feeling e quel quid che solo pochi hanno. Poi parliamoci chiaro la produzione di Terry Thomas è a livelli eccelsi e paragonare questi dischi alle odierne uscite è veramente impietoso, ma come detto, c’è di più , c’è un mondo dentro questo disco, chi si professa amante dell’hard rock, lo deve e sottolineo DEVE, assolutamente conoscere.

Def Leppard
Pyromania

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Def Leppard – Pyromania – Classico

01 Dicembre 2021 10 Commenti Giorgio Barbieri

genere: Hard Rock
anno: 1983
etichetta:
ristampe:

Provocazione: non riuscirete mai a quantificare quanto ho odiato questo disco e il singolo “Photograph” e allora perchè, direte voi, adesso addirittura lo recensisci? Semplice, perché dopo la pubblicazione della montagna di zucchero chiamata “Hysteria”, questo “Pyromania” mi sembrò un album di death metal!

E’ innegabile che la band fosse in stato di grazia, che molta della musica e degli arrangiamenti fossero ancora farina del loro sacco, ma quando un Re Mida come Robert John “Mutt” Lange (ricordiamo il suo lavoro oltre che con i Leppard, anche su “Back in black” degli Ac/Dc e “4” dei Foreigner, nonchè con Shania Twain, Bryan Adams, The Cars, Michael Bolton, Nickelback), si mette al lavoro su un album, lo deve giocoforza adattare a quella che è la sua idea di suono, deve poter metter mano e voce su come le canzoni devono progredire e su come la band deve eseguirle, fino a diventare il sesto uomo della band e così “Pyromania”, divenne il primo, grande successo dei Leppard, che, ad un’orecchio attento, non era sfuggito ci provassero già dal primo album con “Hello America”, quindi in maniera più palese con i singoli di “High’n’dry”, ma fu con “Photograph”, “Foolin'”, “Rock of ages”, “Rock rock (til you drop)” e “Too late for love”, che i cinque ragazzi di Sheffield fecero saltare il banco. Questo spostamento più accentuato verso sonorità sempre più melodiche, fece sì che la band potesse raggiungere picchi di popolarità inusitati degli States, arrivando a suonare tre volte al Forum di Los Angeles e addirittura davanti a quasi 60000 persone per la data di San Diego, arrivando ad un totale di 112 date, mai più eguagliato durante l’anno solare neanche nel 1988 a supporto di “Hysteria”, mentre in patria la loro fama stentava a decollare, dato che in terra d’Albione l’amore per la nwobhm era ancora vivo e vegeto, ma sarebbe stata solo una questione di tempo e quando il pubblico inglese e più in generale europeo, me compreso, si rese conto della potenzialità dell’album che tutto sommato era il giusto compendio tra la ruvidezza della prima fase e l’edulcorazione che i Leppard volevano a tutti i costi, anche nel vecchio continente “Pyromania” iniziò a funzionare, vendendo circa sei milioni di copie nel solo anno della sua pubblicazione.

La grinta non mancava certo al platter, già dall’opener “Rock! Rock! Til you drop” che sa molto di Ac/Dc, sia per la voce di Joe Elliot, che per gli assoli e i riff, si capiva che i Def Leppard non avevano certo mollato gli ormeggi come successe poi con “Hysteria”, ma che il loro incedere voleva essere energico e melodico al tempo stesso, forse anche grazie agli ultimi colpi di coda di Pete Willis, che in preda a i fumi dell’alcool, venne licenziato durante le registrazioni e sostituito con l’ex Girl Phil Collen. Di “Photograph” è quasi inutile parlare col suo riff riconoscibile a centinaia di chilometri di distanza e con la prestazione di Joe Elliot ancora di prim’ordine, prima di finire nel mediocre già in alcune parti del fortunatissimo successore e nonostante alcuni problemi alle corde vocali proprio durante le sessioni di registrazione; anche dei brani successivi è quasi inutile discutere, data la grandissima notorietà acquisita, ma è giusto citare i pezzi che più restano nell’ombra dei colossali singoli e così anche “Stagefright”, col suo incedere incalzante urla la sua presenza, prima di lasciare il posto alla commovente semi ballad “Too late for love”, degno seguito di “Bringin’on the heartbreak”, che però, permettetemi, nelle sue atmosfere e i suoi passaggi di chitarra, non certo nell’incedere, ricorda un altro grande pezzo storico della nwobhm, ossia “Remember tomorrow” che non penso ci sia bisogno di dirvi chi la suoni…altro pezzo elaborato e non certo scontato è “Die hard the hunter”, che se non fosse per i suoi cori polifonici a-la Queen e il sintetizzatore, sarebbe l’ennesimo tributo alle nebbie britanniche e con un testo sulle conseguenze della guerra in Vietnam, soprattutto sulla psiche dei veterani, a mio parere l’highlight dell’album, il giusto compendio tra melodia e vigore con assoli da brividi! La seconda facciata, per chi ha il vinile, si apre con due singoloni come “Foolin'” e “Rock of ages”, il primo aperto dal classico arpeggione che da il là ad un pezzo di sicura presa, che vive di stop e ripartenze, il secondo, aperto dal campanaccio che sa tanto di States, come in effetti è tutto il pezzo che è una vera e propria dichiarazione d’intenti, con “Comin’ under fire” si ritorna su territori più hard, anche se il brano rimane un pò nel limbo, non decollando e restando piuttosto anonimo rispetto al livello alto delle rimanenti canzoni, i Leppard si riprendono subito con “Action! Not words”, brano ancora vicino all’energia degli Ac/Dc, a parte la slide guitar finale, la canzone, sia come testo (si parla di girare un video con belle ragazze di contorno), sia come andamento, si svolge in un tosto hard-rock’n’roll, quindi la chiusura affidata a “Billy’s got a gun” che ci riporta in territori hard’n’heavy nonostante i classici cori inseriti nel bridge e di nuovo si riaffacciano le brume della nwobhm, soprattutto per quanto riguarda il testo che parla di un certo Billy, della sua pistola e di cosa lo spinge a fare la suddetta arma, una sorta di storia di strada ripresa molti anni dopo dagli Skid Row in “18 and life”, mentre musicalmente il brano si dipana in un ottimo hard ai limiti del metal come lo era inteso a quei tempi, curiosa la chiusura affidata ad un campionamento futuristico, che fa quasi da apripista alle atmosfere patinate del pluripremiato successore.

Non potevo limitarmi ad un mero commento per un disco del genere, mi è bastato lasciare i freni e le parole sono uscite da sole. Quando un album come questo ha accompagnato una parte della nostra gioventù, non si può fare a meno di rilasciare le emozioni fino al limite della nostalgia, con la consapevolezza di aver vissuto quel periodo, guardando sempre avanti, ma non dimenticandosi mai delle nostre radici che crescono anche da qui!

Tyketto
Don't Come Easy

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Tyketto ‎– Don’t Come Easy – Classico

17 Novembre 2021 8 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1991
etichetta: Rock Candy (2016)
ristampe: Rock Candy (2016)

La Geffen, negli anni d’oro, ha avuto in mano veramente il gotha dell’ hard rock più o meno melodico, naturalmente prima di virare a 180° e cominciare a spingere verso lidi musicali diversi, abbandonando uno ad uno i gruppi che dall’ 86 in avanti, avevano dato lustro e valanghe di soldi all’etichetta. Bisogna però ammettere che come casa discografica ha sempre fatto le cose in grande; così fu anche per i Tyketto, mettendo a disposizione un produttore del calibro di Richie Zito e visto che il gruppo ne era sprovvisto, anche un fine arrangiatore e sublime tastierista quale Alan Pasqua, non certo soluzioni al risparmio per una band al debutto. Infatti, ai tempi dell’ uscita di questo Don’t Come Easy, dei Tyketto non si era minimamente sentito parlare. L’unico membro con un minimo di notorietà e curriculum era infatti il dotatissimo singer  Danny Vaughn proveniente dagli Waysted. Di Brooke St James (chitarra), Jimi Kennedy (basso) e Michael Clayton (batteria) io almeno, non avevo mai sentito parlare. Anche in tempi pre internet la stampa specializzata non mancava di certo, ma la notizia di questo gruppo, arrivò improvvisa ed estremamente gradita. Non ricordo chi curò la recensione su Flash e Metal Shock , ma io andai di corsa a procurarmi il vinile che, ancora oggi, dopo un milione di passaggi mi procura immense soddisfazioni sonore.

Tanto per cominciare, Danny è uno che con quella voce farebbe faville anche se cantasse le istruzioni di un frullatore, ma sinceramente anche a livello strumentale siamo di fronte ad una prova di caratura superiore persino alla già alta media dell’ epoca. Infatti, quando parte il giro di Forever Young, è subito amore. Mi ritengo fortunato ad aver vissuto a pieno quei 5/6 anni magici, dove questo genere ha avuto il massimo splendore artistico e commerciale che sembrava destinato a durare in eterno e che in molti, anche inconsciamente, abbiamo dato quasi per scontato, piangendo lacrime amare appena un annetto dopo l’uscita di questo disco. Wings e Burning Down Inside  per esempio mi rimandano immediatamente alla spensieratezza di quegli anni, sempre in giro con lo walkman di ordinanza sparato a manetta. Seasons e la delicata ballad Standing Alone, ricordano le prime passioni amorose giovanili con i loro struggimenti che parevano cosi importanti, ahhh…. beata giovinezza. Rock And Roll di alta scuola da gustare appieno in: Lay Your Body Down, Walk On Fire, Nothing But Love e Strip Me Down ci davano la ferma consapevolezza di saperla più lunga degli altri in fatto di musica. Che dire infine della conclusiva Sail Away? Mi faceva letteralmente viaggiare immerso in quelle sonorità, a bordo della mia immaginaria decappottabile sulle assolate higway americane.

Difficile da parte mia affrontare il discorso meramente artistico, quando sono così travolto dalle emozioni e dai ricordi. Mi rendo conto infatti, che per chi non ha vissuto in diretta questa musica sia difficile capire queste mie introspezioni, ma insomma, che devo dire, per i canoni del genere il disco è semplicemente perfetto, quindi disquisire del lato tecnico mi sembra oltremodo superfluo. Ditemi piuttosto se ascoltandolo non vi sale un sottile brivido lungo la spina dorsale e vi si stampa in faccia un obliquo sorrisetto; ecco, proprio quel sorrisetto è la perfetta sintesi di questo disco, anzi di una intera epopea musicale qui perfettamente racchiusa.

Riverdogs
Bone

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Riverdogs – Bone – Gemma Sepolta

11 Novembre 2021 0 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1993
etichetta:
ristampe:

Vi piace l’hard blues made in USA? Perfetto, allora i Riverdogs sono quello che fa per voi.
Il gruppo ruota intorno alla figura di Rob Lamothe , ma deve la sua seppur minima notorietà a Vivian Campbell che è presente sul debut e sui successivi World Gone Mad e California, ma non qui. Forse la differenza di questo Bone stà proprio in questo, sonorità leggermente differenti che però nel bene o nel male lo distinguono dagli altri.
Per cercare di dare una dimensione sonora di riferimento è un po’ come mischiare gli Zeppelin più blues gli Whitesnake pre 1987 e aggiungere uno tocco del Jeff Healey più hard, con una spruzzata delle atmosfere dei primi Tangier. La voce di Lamothe è calda e sensuale strizza l’occhio al Coverdale dei bei tempi, ma senza gli eccessi di estensione del buon David, che le atmosfere leggermente cupe e polverose di questo disco renderebbero abbastanza fuori luogo.
Probabilmente mi attirerò gli strali di qualcuno parlando di Bone anziché del debut, da molti considerato un cult. Lungi da me fare un paragone meramente artistico sulle diverse virtù dei due lavori, ma proprio per le sue arie maggiormente intimiste e soul, preferisco questo Bone, naturalmente son dettagli dettati dal gusto personale, quello che è certo è che tutti i dischi del gruppo sono su livelli ottimi. Nonostante sia il 1993 il gruppo non sposta la barra delle sue sonorità e resta fedele, sia pur con sfumature diverse, all’ hard blues d’atmosfera, senza cercare ammiccamenti sonori al genere mainstream del momento.
Il CD si apre con l’elettrica The Man Is me che ci mostra chiaramente il registro sul quale il lavoro si snoderà. Si prosegue con, tra le altre, la melodica e sexy Shadow Of You, dove la voce di Lamothe va a cercare il confronto vocale col Coverdale più ammiccante. Brave Enough è un lento, blues fino al midollo, che si apre col piano e mischia un tocco di Tangier. Revolution Man mostra invece il lato più…”black”, con un incedere tribale e travolgente, proseguendo troviamo Devil, con inconfondibili rimandi all’anima e alla tradizione zeppeliniana. Infine per chiudere in bellezza, Love Is Not A Crime con i suoi caldi accenni soul. Discorso a se per Pennsylvania, dolce suadente e nostalgica, finalmente edita in versione studio, dopo essere apparsa nel live acustico On Air, che andrebbe anch’esso recuperato, data la sua splendida fattura.
Curiosi? Se riuscite a reperirlo, io una ascoltata gliela darei…

Blue Murder
Blue Murder

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Blue Murder – Blue Murder – Classico

02 Novembre 2021 6 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1989
etichetta: Rock Candy 2013
ristampe: Rock Candy 2013

Se mischiare un acido con una base può generare effetti spettacolari, è anche vero che di solito è un effetto di breve durata. Così fu anche per la collaborazione tra John Sykes e David Coverdale che generò un caposaldo dell’hard rock quale 1987 ( recensione QUI ), ma non durò nemmeno fino all’uscita del disco nei negozi, tant’è che gli Whitesnake andarono in tour con una formazione totalmente stravolta rispetto all’ellepì. Sia quel che sia, le cronache gossip dell’epoca sproloquiarono non poco sulle vicissitudini tra Sykes e Coverdale alimentando le voci sui dispetti reciproci tra i due, con le varie prese di posizione per l’uno o per l’altro. Quello che però pare certo, è che entrambi fossero delle discrete “teste di ferro”, con grande feeling artistico, ma zero compatibiltà caratteriale.

La storia ha però dimostrato che Sykes è sicuramente un raffinato compositore e ne darà ampia prova su questo Blue Murder. Fatta la sua gavetta in patria con i Tygers Of Pan Tang, poi con i Thin Lizzy ed infine con gli Whitesnake, riuscirà a condensare queste esperienze, arricchite con la sua classe, sfornando un album granitico, che a mio modesto parere va considerato una pietra angolare di questo genere. In questo progetto viene accompagnato dal virtuoso delle quattro corde Tony Franklin (proveniente dall’esperienza col duo Page/Rodgers nei The Firm), e dall’uomo il cui cognome è sinonimo di drumming, ovvero Carmine Appice. Dopo aver provinato diversi vocalist, tra i quali Ray Gillen (futuro Badlands), la scelta di far ricoprire allo stesso Sykes anche il ruolo di vocalist ci ha fatto apprezzare anche un notevole talento canoro davvero sorprendente.

Il risultato sono le nove storie che compongono l’album, storie noir, quasi oscure a volte struggenti in bilico tra rabbia e malinconia.

Storie dicevo che vanno ad esplorare diversi filoni narrativi. Il filone notturno e della rivolta, con la potente Riot che ci narra della fuga di un uomo accusato di un crimine che fugge attraverso una città in tumulto immersa nella notte  per salvare la sua vita . Un rullo di tamburi ci introduce Blue Murder, sempre atmosfera notturna, ai limiti dell’heavy metal, qui si dà la caccia ad un vero criminale che, ferito, lotta per la sua vita. Anche in Billy c’è la notte ed una fuga del protagonista, accompagnata da un cesello di chitarra e basso di caratura superiore, fino a giungere al tragico epilogo, ovvero la morte.

Il secondo filone è quello storico . Valley of the Kings, orientaleggiante anche nella musica, narra della costruzione del monumento funerario del faraone, che costerà enormi sacrifici al suo popolo,  la trasposizione anche musicale è perfetta sia per resa che per atmosfera. Altra storia orientaleggiante sia per musica che per trama è Ptolemy, dove si respira un aria mediorientale e che ci racconta la disavventura di un cacciatore di tesori….storie allegre in questo disco?… Nemmeno l’ombra.

Il terzo filone narrativo è quello dei sentimenti e parte con Sex Child, lyrics whitesnakiane su struttura zeppeliniana, praticamente il top della cultura hard rock di matrice british. Jelly Roll, parte acustica, quasi country, ma le atmosfere cambiano progressivamente seguendo la storia di un amore finito a cui il protagonista non si rassegna e di conseguenza la musica diventa più languida, trasformando la spensieratezza iniziale in un triste epilogo…… Geniale. La mega ballad di rito è Out Of Love ed è la naturale alter ego di Is This Love degli Whitesnake, nei quasi settr minuti di lunghezza si rappresenta infatti il lato triste dell’amore; inutile negare le somiglianze musicali tra le due, perché la penna di Sykes è ben presente su entrambe e quindi mi sembra cosa più che naturale. Ultima song del lotto è Black Hearted Woman, inutile tradurre il titolo è una storia che non finisce bene nemmeno in questo caso, mentre le atmosfere sono dichiaratamente quelle di Children Of The Night….beh ovvio visto che la mano è la stessa.

Insomma, qui si parla di un disco che non è semplicemente una rivalsa contro la cacciata di Sykes dagli Whitesnake, ma un completamento ed un passo avanti nella carriera di un virtuoso della chitarra , un’ottimo compositore nonché singer molto dotato. Il disco naturalmente, visti gli interpreti, è suonato divinamente e pur non essendo tra le migliori produzioni di Bob Rock la resa è comunque alta ed assolutamente imparagonabile ai miseri standard odierni. Unica pecca, una copertina in stile piratesco, veramente fuorviante rispetto alla musica proposta, oltre che di una pacchianeria inspiegabile. Inspiegabile anche il fatto che la Geffen smise ad un tratto di promuovere l’album alla soglia del disco d’oro, relegando i Blue Murder ad un ruolo di secondo piano nel rooster dell’etichetta e compromettendo in gran parte l’uscita del secondo disco che fu infatti un flop, causando la fine prematura del progetto. Uno dei tanti crimini artistici delle major dell’epoca.