Creeper – Sanguivore – Recensione

Era solo un numero.

All’approssimarsi del suo primo ventennio di appassionata dedizione alla materia, sempre perorando la causa dell’underground, l’umile “scribacchino” si apprestava a mettere la parola fine alla sua opera di divulgazione del verbo rock/metal. Le cose erano profondamente cambiate rispetto a quando aveva incominciato, ed ormai scrivevano in tanti. Nessuno ci avrebbe badato, anche perché l’umile “scribacchino” non avrebbe fatto inutili proclami a riguardo. Aveva versato fiumi di parole, che da qualche parte sarebbero rimasti, e da giovane ragazzo era diventato uomo: di musica ne aveva sentita parecchia e a questo punto era difficile emozionarsi come un tempo. Un giorno però, quasi per caso, un disco capitò sotto al suo naso, riuscendo per un attimo a catturare la sua attenzione. Il nome del gruppo, il titolo dell’album e la copertina gli avrebbero dovuto far pensare che quel lavoro non sarebbe stato stilisticamente affine ai suoi gusti, eppure qualcosa lo spinse ad ascoltarlo. Terminato il primo passaggio nello stereo l’umile “scribacchino” era disorientato, e concluso il secondo non cambiò granché. Anche soltanto definire con precisione il genere musicale gli sembrò impresa ardua, stavolta. Proseguendo con gli ascolti alcune cose divennero più chiare, ma non del tutto.

Fu allora che all’umile “scribacchino” si accese una lampadina e capì che non era ancora arrivato il momento di dire basta. Decise di saperne di più su quella band, scoprendo che era inglese, che era partita qualche anno prima da una base goth-punk (Eternity In Your Arms, 2017) e che successivamente, rivelando anche un certo interesse verso i concept album, aveva abbracciato territori più horror e glam rock (Sex, Death & The Infinite Void, 2020). E horror e concept album erano due fattori, peraltro anche accentuati, proprio del disco che stringeva tra le mani e che narrava le gesta dei due giovani vampiri Mercy e Spook.

Al confuso umile “scribacchino” non restò altro da fare che mettersi alla ricerca di altre recensioni, per tentare di schiarirsi le idee. Ne lesse almeno due decine. Fra i nomi citati fra le righe dei pensieri di altri scribacchini, alcuni erano ricorrenti (Meat Loaf, The Sisters Of Mercy, Alice Cooper, Ghost, Depeche Mode, The Cult), altri meno (The Misfits, Nick Cave, Ozzy Osbourne, The Damned). Tutti, o quasi, gli parvero in qualche modo avere un senso nel disegno dei Creeper di Sanguivore. Un album che a suon di passaggi era cresciuto fino a conquistarlo. Dopo tutti questi anni aveva capito che l’appagamento raggiunto durante l’ascolto, possibilmente condito da una buona produzione e dei bei ritornelli, era la chiave per aprire le porte del suo cuore. E questo disco l’aveva fatto.

L’umile “scribacchino” si rese conto di non essersi soffermato sulla descrizione dei brani dell’album oggetto di recensione, ma mai come questa volta nella sua testa vi era la convinzione che più delle sue parole avrebbero parlato le canzoni stesse. I tempi erano cambiati e i dischi, di cui in passato si poteva solo leggere sulle pagine di una rivista prima di acquistarli, ormai si riuscivano ad ascoltare facilmente con un click.

A quel punto l’umile “scribacchino” sarebbe stato tentato di esagerare con il voto, ma sapeva bene che avrebbe dovuto ritornare lucido ed essere coerente con se stesso, e corretto con i lettori. Cento, del resto, aveva sempre pensato che fosse il voto da non dare mai, quello che se avesse assegnato ad un album avrebbe messo davvero la parola fine alla sua “carriera”. Sì, perché dopo un disco perfetto di quale altro lavoro sarebbe mai valsa la pena prendersi la briga di parlare? E così assegnò il voto che nella sua testa era quello giusto, ma che rimaneva pur sempre un’opinione.

O forse, più che un’opinione, solo un numero.

IN CONCLUSIONE

Prodotto da Tom Dalgety (Ghost, Royal Blood, The Cult, Killing Joke), e dedicato alla memoria di Jim Steinman, il CD è in confezione digipack con booklet completo di tutti i testi.

Jared James Nichols – Jared James Nichols – Recensione

Una cascata di riccioli biondi che ricadono su quasi due metri d’uomo e un amore viscerale per il blues: Jared James Nichols nasce a fine anni Ottanta nel Wisconsin e cresce ascoltando Stevie Ray Vaughan, Albert KingMuddy WatersHowlin’ Wolf. Nel 2010, dopo essersi trasferito a Los Angeles in seguito alla vittoria del “Gibson Les Paul Tribute Contest”, comincia a strizzare l’occhiolino al rock. Abbandonati gli studi di chitarra al Berklee College of Music, decide di smettere di usare il plettro, prediligendo le dita e sviluppando uno stile personale.

Forma un power trio con il bassista Erik Sandin e col batterista Dennis Holm e pubblica due dischi, Old Glory & The Wild Revival (2014) e Black Magic (2017) che gli permettono di andare in tour con artisti del calibro di Blue Öyster Cult, UFO, Saxon, Fozzy e Living Colour, e di dividere il palco con alcuni dei suoi idoli come Joe Bonamassa, Slash, Steve Vai, Leslie West, Peter Frampton, Billy Gibbons e Zakk Wylde.

Nel frattempo collabora con Epiphone alla realizzazione di due chitarre signature.

Dopo la pandemia del 2020, che lo costringe a interrompere il tour europeo, Nichols riprende l’attività live non appena possibile, ma durante una serata si infortuna sollevando una “road case” (i classici contenitori protettivi di strumentazione musicale). L’inevitabile operazione gli lascia in eredità una placca e 16 viti nel braccio destro, oltre alla necessità di riguadagnare l’uso dello stesso e la sua manualità con la chitarra. Cosa che fortunatamente gli riesce e che poi sfocia nella terza ed autointitolata fatica discografica, la prima per Black Hill Records.

Prodotto da Eddie Spear (Zach Bryan, Slash, Rival Sons), e con l’apporto del nuovo bassista Clark Singleton, il platter segue le orme dei suoi predecessori ed offre un hard rock a tinte blues d’impatto, semplice nell’approccio ma tecnicamente pregevole. Registrando in studio in presa diretta (ad eccezione delle voci), con poche sovraincisioni, Nichols ha cercato di dare all’album un sound che ricordasse il più possibile le atmosfere di un concerto, macinando riff su riff ed aggiungendo le sue caratteristiche vocals energiche e taglienti. Sin dalla quadrata opener “My Delusion”, che puzza tanto di vecchi Aerosmith quanto di Mountain e Led Zeppelin, si capisce che fra questi solchi ci sarà da divertirsi. L’hard rock boogie di “Easy Come, Easy Go” spiana la strada a “Down The Drain”, pezzaccio à la Soundgarden per cui è stato girato anche un (bel) video. “Hard Wired”, altro singolo, mostra i muscoli e ancora una volta non nasconde una chiara ispirazione 90s. Le successive “Bad Roots” e “Skin ‘n Bone”, anch’esse già singoli, spingono un po’ il piede sull’acceleratore mentre la voce di Nichols graffia su melodie accattivanti e convincenti. Giunti al giro di boa più che soddisfatti, le aspettative diventano alte per la seconda metà del disco. Qui non vengono disattese grazie ad altri sei brani di buonissima fattura, fra cui spiccano in modo particolare “Shadow Dancer”, canzone che potrebbe esser stata scippata dal songbook degli Audioslave, e la sabbathiana “Hallelujah”, condita da uno degli assoli più infuocati delll’intero album.

IN CONCLUSIONE

Senza stravolgere la sua proposta, ma infilando nel suo classico rock blues qualche elemento più vicino al grunge (movimento che non ha mai negato di apprezzare), Jared James Nichols confeziona un platter esaltante, che passaggio dopo passaggio lascia viva nell’ascoltatore la convinzione di trovarsi di fronte al suo miglior lavoro fin qui realizzato.

Il CD in nostro possesso è un digipack a 2 ante, purtroppo privo di booklet coi testi.

Donna Cannone – Donna Cannone – recensione

Il progetto Donna Cannone ruota attorno alla chitarrista italiana, ma da anni trapiantata in Svezia, Giorgia Carteri, che ha dato vita a questa sorta di super-gruppo assieme al suo amico cantante/bassista Luca D’Andria, a cui si sono poi aggiunti la sua ex compagna di band nelle Thundermother Tilda Nilke Nordlund alla batteria, e il suo fidanzato Bjorn “Speed” Strid (Soilwork, The Night Flight Orchestra, At The Movies) alla chitarra solista.

Dopo aver scritto qualche pezzo e trovato un contratto con la Despotz Records, etichetta con base a Stoccolma in passato già label proprio delle Thundermother, il gruppo ha esordito ufficialmente il 25 Settembre 2020 con la pubblicazione del video dell’opener “Cross The Line”. Un brano che da solo svelava già quelli che poi sarebbero stati i punti cardine dei successivi singoli e video “Nothing To Do“ e “Is It True” (in cui è apparsa come ospite una rediviva Mia Karlsson delle Crucified Barbara) e del debut album: hard rock di stampo scandinavo condito da riff energici, drumming sostenuto, cori zuccherosi e melodia a fiumi, con una spruzzatina di glam rock a corredo. La voce graffiante di D’Andria, un altro italiano trasferitosi in Svezia ormai parecchi anni fa, è talmente particolare da riportare subito alla memoria i suoi Cowboy Prostitutes, sleazy rock ‘n’ roll band autrice di tre bei lavori nel quinquennio 2004/2009, periodo in cui utilizzava il nome d’arte Luca Isabelle. Ma a parte questo, un pregio dei Donna Cannone è una certa personalità nel songwriting, che rende la proposta interessante e, a tratti, persin “originale”. Nei mesi scorsi, dopo aver assimilato i tre singoli, la domanda sorgeva spontanea: il resto dell’album sarà all’altezza? La risposta è indubbiamente sì! Forte anche di una tracklist che si è con intelligenza fermata a dieci tracce, un numero che non scontenta mai l’acquirente e che facilita il compito di evitare di inserire dei filler, il platter scorre che è una meraviglia dall’inizio alla fine, confermando la propria bontà ascolto dopo ascolto grazie a canzoni come la sleazy e taglientie “Look Around You”, uno dei pezzi più vicini allo stile dei Cowboy Prostitutes del lotto; la rocciosa “Pushed”, che rimanda al periodo d’oro del revival sleaze/glam post “Rest In Sleaze” e la più rotonde e atmosferiche “Lost City’s Long Lost Friend” e “The North”. Insomma, se il tipo di rock and roll presentato coi singoli apripista è di vostro gradimento, il disco vi piacerà (quasi) sicuramente.

La versione in nostro possesso è un digipack con doppia tasca contenente CD e booklet di 16 pagine completo di foto, crediti e tutti i testi.

IN CONCLUSIONE

Sapientemente mixato da Chris Laney (At The Movies, Gathering Of Kings, Zan Clan, Animal, Pretty Maids) e masterizzato da Dan Swanö (Bloodbath, Katatonia, Edge of Sanity, Nightingale), a conti fatti l’esordio dei Donna Cannone è davvero una… cannonata!

Small Jackets – Just Like This! – Recensione

Uscito nel Dicembre del 2021, il quinto lavoro degli Small Jackets segue di ben otto anni il suo predecessore. Edito congiuntamente dalle due etichette che da tempo collaborano con il quartetto (l’italiana Go Down Records, che si è occupata del vinile, e la svedese Transubstans Records, che ha invece curato il CD), l’album è stato registrato al Deposito Zero Studios di Forlì e masterizzato a La Maestà di Tredozio (FC) da Giovanni Versari, un fonico che ha legato il suo nome, fra gli altri, a quello dei Muse del pluri-premiato Drones. Forte di una formazione ormai consolidata, il combo tricolore mette in pista nove brani di infuocato rock and roll di stampo scandinavo (The Hellacopters, Backyard Babies), infarcito con maestria di soluzioni più classicamente hard rock e blueseggianti (il fantasma dei primi Aerosmith aleggia su buona parte delle composizioni). Breve (circa 32 minuti) ma intenso, il disco si lascia ascoltare con piacere grazie a suoni pregevoli e ad una prestazione eccellente da parte dei musicisti. Just Like This! ha anche il pregio di non contenere filler, sebbene il rnr “funkeggiante” di “Getting Higher”, quello scuotichiappe di “Breakin’ The Line” e quello più anthemico di “Get Out Of My Way” sembrino avere una marcia in più. Una caratteristica che forse è sempre un po’ mancata ai lavori degli Small Jackets è stata la capacità di trasportare sul supporto ottico almeno una parte di quella strabordante carica live che da sempre li contraddistingue sul palco. Stavolta non è così: a patto di concedere a questo album qualche più che necessario giro sul piatto del giradischi (o se preferite nel lettore CD), per assimilarlo al meglio in quanto non proprio immediatissimo, si verrà catapultati on-stage, nel bel mezzo di un loro incendiario concerto!

IN CONCLUSIONE

Senza dubbio la produzione più indovinata del nuovo corso, che vede il bassista Mark Oak occuparsi anche delle parti vocali, e molto probabilmente una delle migliori, se non la migliore in assoluto della discografia di questo gruppo. La versione in nostro possesso è quella in CD: si tratta di un digipack a 2 ante con tray trasparente ma nessuna tasca o taglio per il libretto; il booklet, infatti, è assente, ed è un po’ un peccato non poter leggere i testi.

Sami Yaffa – The Innermost Journey To Your Outermost Mind – recensione

Racchiuso in un jewel case d’ordinanza, e con un booklet composto da 12 pagine contenenti foto e testi, sulla nostra scrivania c’è oggi il CD di Sami Yaffa The Innermost Journey To Your Outermost Mind. Al secolo Sami Lauri Takamäki, dopo una vita al servizio di artisti come Michael Monroe, New York Dolls, Johnny Thunders, Joan Jett, Jetboy, Pelle Miljoona Oy, Jesse Malin, Jerusalem Slim, Demolition 23, Fallen Angels e soprattutto Hanoi Rocks, alla ‘veneranda’ età di 58 anni pubblica il suo primo album solista. Accompagnato da una band di amici formata dal batterista Janne Haavisto, e dai chitarristi Rich Jones (The Black Halos, Michael Monroe, Ginger Wildheart), Christian Martucci (Stone Sour), Rane Raitsikka (Smack) e Timo Kaltio (The Cherry Bombz, Cheap And Nasty), il funambolico bassista finlandese mette la sua faccia da rocker navigato in copertina. Quasi un sigillo di garanzia su un disco che, com’era lecito aspettarsi, offre undici canzoni in cui le influenze di Yaffa (The Clash, Rolling Stones) vengono sapientemente miscelate al rock‘n’roll di stampo sleaze, da sempre pezzo forte della casa. Già al lavoro in passato per New York Dolls e Michael Monroe, la penna di Sami è calda e allenata, e pur infilando nel calderone punk rock, funk e persino reggae, firma un platter variegato, ma legato da un filo conduttore che permette a tutta l’opera di mantenere costante una certa coerenza di fondo. Richiamando alla mente qua e là qualche pezzo della storia dell’autore (“Fortunate One”, anche grazie al sax di Michael Monroe non può che far pensare agli Hanoi Rocks, mentre “Germinator” ha dei rimandi ai Demolition 23), così come qualche sua palese influenza (nei solchi di “Armageddon Together” si sentono echi di The Stooges, in quelli di “Down At St. Joe’s” di Rolling Stones e in quelli di “Rotten Roots” di The Clash), il disco si lascia apprezzare per tutti i suoi 43:06 minuti di durata. L’apice viene però raggiunto con “The Last Time”, un convincente rock and roll che potrebbe essere benissimo stato scippato dal songbook dei Backyard Babies, scelto diversi mesi fa per presentare il progetto con un videoclip dedicato.

IN CONCLUSIONE

La voce calda e maleducata di Yaffa marchia a fuoco un debut album incendiario, un vorticoso saliscendi di emozioni, con quell’attitudine che solo certi residuati bellici della scena hard 80iana riescono ancora a sbatterti in faccia, con la sfrontatezza tipica di chi ha perso il conto di quanto whisky ha bevuto la sera prima, ma che da sempre è abituato a dare del tu all’hangover del giorno dopo.

Il chitarrista Timo Kaltio è purtroppo improvvisamente venuto a mancare lo scorso due Settembre, ventiquattr’ore prima dell’uscita di questo disco.

House Of Lords – House Of Lords – Classico

Se studiassimo l’epopea musicale rock come un libro di storia, gli House Of Lords sarebbero sicuramente un capitolo da approfondire con la massima attenzione, perché rappresentano la sublimazione del percorso artistico di un grande tastierista e la perfetta fusione tra la maestosità del pomp rock keyboard oriented e l’hard rock scintillante di matrice più marcatamente chitarristica che spopolava negli Usa di fine anni 80.

La genesi del gruppo  arriva come evoluzione dei Giuffria che con l’album omonimo del 1984 e il successivo Silk + Steel nel 1986 stavano traghettando il pomp rock di marca Angel nei tempi moderni, la scintilla definitiva fu fornita da Gene Simmons che  aveva appena fondato la sua personale etichetta discografica e cercava un gruppo a cui fare da pigmalione per lanciarlo in orbita verso il successo. Prima mossa il cambio del moniker, House Of Lords infatti garantiva una magniloquenza ed una presa senza dubbio superiore e Simmons ha sempre avuto l’occhio lungo sul marketing, inoltre furono messi a disposizione della band una serie di songwriter di qualità e venne trovato un equilibrio tra la ridondanza tastieristica di Giuffria e l’impeto da guitar hero del finora sotto utilizzato Lenny Cordola. La sezione ritmica venne affidata a Chuck Wright che già aveva collaborato con Giuffria, mentre alle pelli venne arruolato Ken Mary, una vera e propria garanzia di tecnica e performance. Ultimo colpo di teatro di Gene la rimozione per chissà quali motivi (gli annali hard & heavy di quei tempi erano più ricchi di gossip di novella 3000) di David Glen Eisely a favore dell’ emergente James Christian, tra l’altro dotato di timbrica estremamente simile al predecessore, ma con una attitudine più al gorgheggio di matrice Plant/Coverdale. Affidata la produzione ad Andy Johns i Giuffria 3.0 erano a questo punto pronti sulla rampa di lancio.

Ammirato il logo regale incastonato in pregiato marmo scuro della copertina ed appoggiato il disco (nel mio caso specifico) sul piatto, ecco che parte la magia di Pleasure Palace, intro pomp old school ed hard rock rovente arricchito da cori da urlo. Si prosegue con l’hard rock melodico di I Wanna Be Loved, catchy e anthemica per arrivare ad uno degli episodi più alti del disco ovvero Edge Of Your Life, sofferta e  melodica, ma dotata di una classe quasi altezzosa. Ricordate il duetto voce chitarra di Made In Japan dei Deep Purple? Ecco solo dei ‘pazzi’  potevano pensare di mettere una cosa del genere in un disco e naturalmente gli House Of Lords lo hanno fatto in Lookin’ For Strange, pezzo che sembra una jam session di geni. Chiude il primo lotto la splendida ballad Love Don’t Lie, scritta e già edita da Stan Bush e se non vi si stringe il cuoricino qui, potrei ricorrere ad una metafora di Buffoniana memoria. Slip Of The Tongue è il classico arena rock scintillante, mentre Hearts Of The World è epica e affilata. Più ancorata alle radici pomp è Under Blue Skies, con importanti strutture tastieristiche ed un ritornello da urlare a squarciagola coi pugni levati al cielo. Gli ultimi due colpi in canna del disco sono Call My Name, hard rock melodico perfetto per le esibizioni live e la ballad Jelous Heart di pregevole fattura, se per caso conservate dei dubbi sull’eccelso buon gusto di questi musicisti, ascoltate l’arpeggio iniziale di Cordola e godetevi lo spettacolo.

Il disco pur se scarsamente supportato dall’attività live, ebbe un discreto successo e fu seguito da un’altro pezzo da novanta come Sahara e successivamente da Demons Down che formano un trittico eccezionale che ben poche band possono vantare. Il percorso successivo all’uscita di Giuffria dalla band continua fino ai giorni nostri con alti e bassi, ma mi sento di poter dire che le vette dei primi tre album restano a distanze siderali.

In estrema sintesi un caposaldo del rock da possedere assolutamente.

Hank Von Hell – Dead

Dopo otto anni di silenzio, o quasi, a seguito della sua fuoriuscita dai Turbonegro, Hank Von Hell è tornato nel 2018 con Egomania, un lavoro solista che ha riscosso grande successo di pubblico e critica. Un po’ a sorpresa, dopo soli due anni l’eccentrico singer norvegese mette sul mercato un nuovo full-length, Dead. Un titolo che lascia poco spazio all’immaginazione e che abbraccia territori più tetri sin dalla copertina, più scura e tenebrosa di quella del precedente platter, giocata invece sui toni di bianco che caratterizzavano anche il look di Hank. “Ho scritto questo disco ed il suo concept probabilmente dieci o quindici anni fa”, dice. “La mia vita non è sempre stata splendente e solare, quindi questo è il mio modo di raccontarla. L’idea per il nuovo album è nata l’anno scorso in un momento creativo e frenetico, in cui ho cercato di trasportare in musica ogni singolo periodo buio della mia esistenza”. Il booklet del CD è cupo come quello del suo predecessore, ma stavolta completo di tutti i testi. Una rapida occhiata ai crediti mette in evidenza la presenza di alcuni ospiti come Cone McCaslin e Dave Baksh dei Sum 41 su “Radio Shadow”, Guernica Mancini delle Thundermother su “Crown” e l’attore Frankie Loyal come voce narrante, ma soprattutto il cambio di quasi tutta la backing band, con il solo bassista Jean Genus rimasto a bordo. Considerato che Egomania era stato scritto a quattro mani da Hank e dall’ex chitarrista Cat Casino (Vain, Deathstars, Gemini Five) e prodotto da A.W. Nine, non stupisce troppo il fatto che Dead suoni un po’ meno glam rock e un po’ più Ghost grazie al tocco del produttore Tom Dalgety che, oltre ad aver collaborato con Rammstein, Royal Blood, Pixies, Killing Joke e Opeth, può in qualche modo vantarsi di aver forgiato assieme a Tobias Forge il più recente sound del gruppo svedese. Il vero pregio di Dead è probabilmente quello di riuscire a ripercorrere le orme di Egomania, dando in pasto ai fan l’album che si aspettavano, inserendo nuovi elementi e curando maggiormente alcuni aspetti (cori, arrangiamenti di tastiera e chitarra), risultando più heavy e catchy allo stesso tempo. Fra i pezzi migliori vanno segnalati “Blackened Eyes” e “Disco”, che richiamano inevitabilmente i Ghost, “Velvet Hell” e “Forever Animal”, che ricalcano i fasti dei Turbonegro di fine Novanta/inizio Duemila, e la title track e “13 In 1” che lasciano trasparire l’influenza di Alice Cooper. Il gradimento cresce con il proseguo degli ascolti, ma se si è apprezzato il precedente lavoro ci si sentirà a proprio agio anche qui fin dalle prime battute.

IN CONCLUSIONE

In poco meno di quaranta minuti Hank Von Hell fa convivere pop, rock, metal, punk, glam ed un pizzico di disco in un calderone di atmosfere oscure e malinconiche, ma sempre dannatamente orecchiabili. Dead eguaglia e forse supera leggermente il livello qualitativo del già buon Egomania, ad oggi il must di un artista maturo e consapevole delle proprie capacità.

Backyard Babies – Sliver & Gold – recensione

Trent’anni di storia e otto full-length album per i Backyard Babies, fieri portabandiera di un rock’n’roll di stampo scandinavo che ormai pochi artisti sanno ancora fare come si deve. Tornati in pista dopo un periodo di stop con Four By Four (2015), i quattro rocker di Nässjö si ripresentano sempre con la storica line-up e con un lavoro nuovo di zecca intitolato Sliver & Gold. Licenziato dalla major Century Media, il CD è contenuto in un digipack con tasca interna e booklet di dodici pagine, completo di tutti i testi (anche se un po’ di difficile lettura a causa dell’impostazione grafica utilizzata). Dopo la buona prova in studio offerta ormai quattro anni fa, il quartetto era atteso al varco dalla sua schiera di affezionati estimatori a cui è stato dato in pasto il primo singolo “Shovin’ Rocks” già nel Giugno del 2018: il pezzo era uno scanzonato rnr che poco o nulla aggiungeva a quanto fino a quel momento detto dal combo svedese, eppure proprio nella sua semplicità sembrava avere la sua arma vincente. Insomma, un biglietto da visita niente male ed una precisa dichiarazione di intenti in attesa della pubblicazione del disco. Ora che Sliver & Gold è finalmente fuori, si può affermare con una certa sicurezza che i Backyard Babies sono ancora là dove li avevamo lasciati l’ultima volta. La tracklist, composta da dieci pezzi inediti elettrici e cinque storici rivisitati in chiave acustica, si divide fra brani dall’inconfondibile piglio rock and roll (“Good Morning Midnight”, “Simple Being Sold”, “Bad Seeds”, “Sliver & Gold” e “A Day Late In My Dollar Shorts”) ed altri che sembrano risentire dell’influenza più pop e ricercata del Borg solista (“Yes To All No”, “44 Undead” e “Laugh Now Cry Later”), senza comunque mai scadere nel banale. Convincente a livello di sound (prodotto da Chips Kiesbye dei Sator e masterizzato da Joe La Porta agli Sterling Sound di New York) e di contenuti, questo nuovo capitolo della saga dei rocker svedesi è un ulteriore, prezioso, tassello nella loro discografia, di certo non ricca ma mai deludente.

IN CONCLUSIONE

Se posto a confronto dei vecchi album è decisamente più rotondo nei suoni e maturo nella forma, e qualche fan della prima ora potrebbe non apprezzare, ma oggi i Backyard Babies sono questi e Sliver & Gold è un disco di qualità.

L.A. Guns – The Devil You Know – recensione

Fra eccessi di ogni tipo, infiniti cambi di musicisti, estemporanei scioglimenti e sdoppiamenti di formazione vari, il 2019 segna l’anno in cui vede la luce il dodicesimo studio album della gloriosa band americana fondata dal chitarrista Tracii Guns nel lontano 1983. Dopo essersi esibiti separatamente per diverso tempo in due distinti gruppi che rispondevano allo stesso nome, Tracii e il cantante Phil Lewis si sono infine rappacificati, dando alle stampe il disco della reunion The Missing Peace nel 2017. Accolto forse con un po’ di scetticismo dalla critica e dai fan più accaniti, il lavoro del combo di Los Angeles ha sorpreso tutti, mantenendo per certi versi intatta l’atmosfera sudata e polverosa degli anni d’oro, pur uscendo sul mercato in un momento storico totalmente differente. Allo stesso tempo la band ha saputo convincere anche dal vivo, dopo qualche anno in cui le due diverse line-up riconducibili al “leggendario monicker” avevano arrancato in più di un’occasione. È ovvio che con queste premesse l’attesa da parte dei fan per il nuovo platter fosse spasmodica e le aspettative elevate. La copertina del CD, su cui campeggia una versione aggiornata del logo, ricalca quella del suo predecessore (a cui, forse per un errore, mancava il titolo stampato). Il booklet, di dodici pagine, contiene i testi ed un collage con le facce dei musicisti, fra i quali rispetto al precedente lavoro manca solamente il chitarrista Michael Grant, licenziato qualche tempo fa. Inserito il supporto fisico nel lettore, alzato il volume a palla e premuto il tasto play, dalle casse dello stereo esce la musica che ci si aspetterebbe di sentire. Chiamatelo sleaze rock, o se preferite dirlo “all’italiana” street rock, di certo gli L.A. Guns sono da considerarsi uno dei padri fondatori di questo stile caratterizzato, fra le altre cose, da un sound sporco e selvaggio, di derivazione punk. È quindi lecito da un gruppo che professa tale credo attendersi un disco dai suoni grezzi e in-your-face, ma questo non può mai giustificare carenze di produzione. The Devil You Know all’ascolto appare molto più come un demo che come un full-length album e questa, per quanto possa essere una scelta, è la caratteristica che ne abbassa irrimediabilmente il gradimento. Ed è un vero peccato, perché canzoni come la veloce e robusta “Rage”, la più quadrata e old-style “Stay Away” e la rock’n’roll oriented “Loaded Bomb” – che compongono il terzetto d’apertura – dimostrano che la premiata ditta anglo-americana Lewis/Guns sa mantenersi fedele alla linea e ha ancora delle cartucce da sparare. Certo qualche calo di intensità alla lunga si registra (e non mancano dei filler), ma questo può anche essere considerato un fattore fisiologico giunti al capitolo dodici della carriera. Quello su cui non si può chiudere un occhio, purtroppo, è la qualità della produzione che inficia pesantemente la resa e di conseguenza il giudizio finale.

IN CONCLUSIONE

Mettendo sul piatto della bilancia pregi e difetti, è impossibile andare oltre ad un sei politico: dopo la buona prova offerta da The Missing Peace, questo The Devil You Know è una mezza delusione…

Shout – People Of The Night – recensione

Nel vedere questa recensione qualche lettore distratto potrebbe domandarsi: “mi sono perso qualcosa”? Sgomberiamo subito il campo da equivoci: non vi siete persi nessuna reunion o pubblicazione inedita del gruppo cristiano guidato da Ken Tamplin, questa band è svedese e People Of The Night è il suo debut album. Ok, probabilmente la scelta del nome è un tantino infelice. Nati dalle ceneri dei The Scams, dei quali permane una citazione nel logo, oltre alla presenza di Kriss Biggs (basso) e Danny Diemond (chitarra) il combo scandinavo può vantare quella di Rob Raw, la cui sei corde ha impreziosito i lavori dei Danger (dei quali, se non li conoscete, è d’obbligo un ascolto al disco autointitolato del 2014). L’unico membro a non aver ancora lasciato una traccia tangibile nel music business è il batterista Ol’ Hurricane, che la press release che accompagna il CD ci informa essere un ex contadino trasferitosi dalle campagne alla città, dove ha conosciuto gli altri tre e dato vita alla band. Anticipato dal singolo omonimo (stampato in cardboard sleeve con la cover di “No Voices In The Sky” dei Motörhead come B-Side), People Of The Night si presenta in un jewel case con booklet a 8 pagine completo di tutti i testi. La partenza, affidata a “Scream Shout” e alla title track (di entrambe le canzoni sono stati girati dei video), rivela senza mezzi termini le coordinate stilistiche: heavy metal classico di stampo britannico condito da ritornelli ficcanti e cori anthemici di impronta arena rock. L’album sembra ricominciare da dove si era fermato Bombs Away dei The Scams: sebbene in quel gruppo il cantante principale fosse Diemond e qui Biggs, lo stile in qualche modo ricalca quello del defunto quartetto. Di certo è un po’ meno AC/DC oriented, anche se l’influenza della leggendaria formazione australiana è palpabile, vedasi “Alive”, “Young And Wild” o “Live Free”. Pezzi come “Shoot First”, “We Are Champions”, “Rock Her Bones” e “Racing With The Devil”, invece, mostrano chiaramente come il credo sonoro degli Shout sia devoto alla dottrina di artisti come Judas Priest, Iron Maiden, Motörhead, KISS e Turbonegro, ma con una cura per i refrain tipica dell’hair metal. L’ibrido in questione è una bomba melodica difficile da ignorare, il classico disco da sparare a tutto volume facendo air guitar in mezzo alla stanza, sognando di stare sopra ad un palco con i riflettori puntati addosso e un parterre di fan scalmanati davanti. Spesso, lavori di questo tipo scadono in fretta dopo qualche ascolto, ma People Of The Night sembra avere le carte in regola per superare la prova del tempo. Merito di un songwriing solido e ben strutturato che sostiene saldamente le fondamenta del sound del combo di Växjö. Forse con i suoni non siamo proprio al top, ma il prodotto è comunque competititivo e al passo coi tempi.

IN CONCLUSIONE

Un debutto convincente, ben scritto e realizzato, senza momenti di stanca. Energetico e dannatamente catchy, questo album ha la parola headbanging stampigliata nel suo DNA. Attenzione alla cervicale!