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11 Ottobre 2026 Comment Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining
Tracklist:
“Too Far Gone”
“The Greater Good”
“Talk or Walk”
“Adrenaline”
“Can’t Go Back in Time”
“Chains”
“It Ain’t Over”
“Liar”
“Best of the Best”
“Sorry”
“Try (To Believe Me)”
Formazione:
Samuel Nilsson — voce, tastiere
Lukas Axx — chitarra
Noah Mardh — chitarra
Vilmer Fall — basso
Isac Borg — batteria
Nati a Göteborg nel 2021, i Velveteen Queen sono un quintetto svedese che ha fatto presto a farsi notare nel pur affollato panorama scandinavo: dopo il debutto ‘Consequence of the City’ del 2024, ‘The Greater Good’, uscito il 18 settembre per Silver Lining Music, è il loro secondo album. La giovane età non si sente nella sicurezza con cui affrontano il proprio territorio: hard rock, glam e sleaze, suonati con l’ambizione di chi vuole portare quei suoni su palchi sempre più prestigiosi.
L’opener ‘Too Far Gone’ parte con un giro di note che pare il copia e incolla di quello di ‘Shake My Tree’ di Coverdale e Page, seguito da chitarre vistose, groove sciolto, ritornello da cantare a squarciagola e un vago sentore di Tora Tora. È molto piaciona e funziona alla grande, chiarendo subito quali saranno le coordinate del disco. I Velveteen Queen non nascondono affatto i propri modelli, ma li snocciolano con convinzione. Che siano cresciuti a pane e Guns N’ Roses si capisce presto, ed è quasi clamoroso in ‘Can’t Go Back in Time’.
‘Talk or Walk’ e ‘Adrenaline’ sembrano il cuore più immediato dell’album: brani compatti, pieni di cori e di quella spavalderia che il genere richiede. Non cercano di sorprendere a ogni svolta, puntano a farti alzare il volume e cantare il ritornello già al secondo ascolto. La title track cambia passo con il piano (ospite Peter Keys dei Lynyrd Skynyrd) e un tono più ombroso, mentre ‘Liar’ spinge sul lato più ruvido e stradaiolo della band.
A mio avviso il disco regala di più quando i Velveteen Queen abbassano la guardia ed il tono. Un pezzo come ‘Chains’ lascia infatti spazio a una vena più intima e personale, senza sembrare un lento messo lì per contratto. In questi momenti Samuel Nilsson tenta di allontanarsi dal cliché di Axl Rose e la sua voce acquista personalità, mentre nei pezzi più aggressivi questa tende a essere travolta. Sono questi brani a dare respiro alla scaletta e a lasciare intuire che la band potrebbe avere più da dire della sola attitudine rock’n’roll.
Il limite è la ripetizione della formula. Dopo una prima metà efficace, alcuni pezzi cominciano ad assomigliarsi e le influenze sono così in primo piano che a volte sembra di riconoscere i modelli prima della personalità dei Velveteen Queen. In brani come ‘It Ain’t Over’ e ‘Best of the Best’ mi pare di ritrovare riff familiari, cori robusti e acceleratore premuto, senza veri picchi che facciano alzare il sopracciglio, lasciando soltanto alla conclusiva ‘Try (To Believe Me)’ il compito di stupire, grazie alla sua parte finale cupa ed ossessiva. La band suona affiatata, con il duo di chitarre Lukas Axx e Noah Mårdh sempre in evidenza, e la produzione di Sören Andersen dà al disco un suono pulito e potente, ma nella seconda parte l’effetto sorpresa pare attenuarsi.
‘The Greater Good’ è un tuffo nello street di fine anni ottanta, ma non sempre riesce a lasciare un’impronta tutta sua. È però divertente, ben suonato e attraversato da un’energia che arriva dritta: quando gira bene, ha il calore di una band che vuole conquistarsi il pubblico concerto dopo concerto. I Velveteen Queen hanno mestiere e vitalità, ora devono rendere la propria identità più riconoscibile. Il prossimo album sarà l’occasione per capire se sapranno trasformare queste solide basi in una voce davvero personale.
© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.
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