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02 Novembre 2026 Comment Samuele Mannini
genere: Rock
anno: 2026
etichetta: Steelheart Records
Tracklist:
My Friends Are Electric
Mysterious Delirious
Satin Angel
Paper Hearts & Clockwork Veins
Downtown Serenade
Who Let My Head Be Me?
Rendezvous in Glitter Town
Starlight Inferno
Formazione:
Tutti gli Strumenti e Voci : Stefano Mainini
«Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione».
Apro questa recensione con la celebre battuta di Amici miei, nella versione dell’Atto II pronunciata dal Melandri, perché in questo disco c’è del genio. Stefano Mainini, che su queste pagine abbiamo imparato a conoscere come Steve Emm, colpisce ancora con una delle sue innumerevoli creature, e lo fa con una maestria e una maturità che lo portano a raggiungere vette artistiche davvero notevoli, oserei dire assolute.
C’è l’intuizione di riuscire ogni volta a reinventarsi, la fantasia di spaziare praticamente in ogni genere musicale e il colpo d’occhio necessario per collocare la musica nelle diverse epoche e nei diversi stili. E poi c’è la velocità d’esecuzione: non è da tutti comporre due dischi all’anno. Ma non basta: ci sono la perizia con cui suona ogni strumento, la sapienza degli arrangiamenti e la capacità di produrre il tutto in modo magistrale.
Se non è genio questo…
E questa volta la creatura si chiama Chromette. La macchina del tempo di Stefano ci porta nel mondo delle paillettes e degli eccessi del glam britannico degli anni Settanta, dove la teatralità regna sovrana. Ma, come presto scopriremo, niente è come sembra.
Anche il suono contribuisce a costruire questo teatro rock. Chromette stempera la fredda perfezione della produzione digitale puntando su un impatto sonoro più vivo, viscerale e fortemente performativo. Il missaggio segue scelte rigorose e d’altri tempi: le chitarre elettriche tendono a concentrarsi sul canale destro, mentre pianoforti, tastiere e aperture armoniche dialogano da sinistra. Al centro della scena, in uno spazio appositamente ritagliato, la voce e la sezione ritmica fanno la parte del leone.
Come nella migliore tradizione teatrale, la musica è spesso in contrasto con i testi. Sotto le paillettes e le atmosfere cromate si nascondono significati che possono sfuggire a un ascolto distratto. Chromette è un disco maturo, che rivela la propria profondità a chi ha voglia di scavare. È qui che trova il suo equilibrio tra semplicità e complessità: l’ascolto scorre con naturalezza e le atmosfere del Bowie di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e dei Queen di II e di A Night at the Opera creano una familiarità immediata, quasi legata alla memoria. Ma appena sotto questa superficie, appunto, cromata, si cela una costruzione assai più complessa.
La narrazione si articola in una successione di canzoni a mo’ di atti musicali. My Friends Are Electric, Mysterious Delirious e Satin Angel aprono le porte di un teatro dell’illusione, decadente e artificiale. Tra pianoforti barocchi, chitarre taglienti e atmosfere glamorous, i brani esplorano la maschera, l’apparenza e l’oggettificazione: la coscienza si interroga sulla propria natura e sul disagio di dover recitare una parte in un mondo onirico che perde consistenza. Paper Hearts & Clockwork Veins raccoglie quell’inquietudine e la trascina verso l’alba; l’arrangiamento, inizialmente sospeso, cresce progressivamente fino a farsi sincopato, in una lotta per sentirsi ancora umani dentro una macchina che non dorme mai.
Downtown Serenade contrappone il sogno artificiale della costa, tramonti da cartolina e stelle di plastica, alla realtà ruvida della città, con i clacson che tagliano la notte e il selciato che sembra parlare, un modo ironico e teatrale per trovare appartenenza nel caos urbano, pur sapendo di essere ancora dentro le sue regole. Il cuore più inquieto dell’opera arriva però con Who Let My Head Be Me?, brano che affronta il confine fragile tra identità e meccanismo e spalanca un dilemma filosofico: dove finisce il corpo e dove comincia l’io? «Se ti tagliano un braccio dici “io e il mio braccio”… ma se ti tagliano la testa?» La domanda incrina ogni certezza e trasforma il brano in un dramma della coscienza, sostenuto da una solennità teatrale che richiama i Queen più operistici.
Rendezvous in Glitter Town ci spalanca invece una via di fuga edonistica. Il suo glam rock trascinante e teatrale, con la radio sintonizzata su AM 740 e la «sfilata dei folli», celebra la rottura con le aspettative altrui. La scelta è dichiarata senza esitazioni: perché accontentarsi della noia del paradiso quando si può fare festa all’inferno? A chiudere il cerchio è Starlight Inferno, una lunga composizione che raccoglie le diverse anime del disco: dialoghi teatrali, tensione orchestrale e corale, slanci melodici e oscurità faustiana. Il patto per l’immortalità, la giovinezza eterna pagata con la solitudine e il ritorno ciclico della stessa entità maledetta danno forma a un finale insieme grandioso e amaro. Nel duello conclusivo, «You made me immortal… So I made you suffer…», si condensa la condanna dell’intera storia: prigioni diverse, lo stesso inferno.
I testi, con una teatralità che richiama esplicitamente Meat Loaf, esplorano disagi ed emozioni profonde, dicotomie interiori e memorie dolorose, fino a sfiorare interrogativi esistenziali e filosofici. Ne emerge l’oscurità che attraversa la nostra epoca, ma anche quella degli anni Settanta: un decennio che cercava il disincanto celandolo dietro il proprio lato più provocatorio e oltraggioso.
La costruzione dell’album è barocca e ricca di dettagli. Eppure, nonostante la complessità dell’architettura, l’esecuzione conserva un’immediatezza carnale: ogni brano sembra accadere davanti a noi, a fior di pelle. È un’opera teatrale e ambiziosa che guarda ai grandi concept rock degli anni Settanta, ma trova la propria forza nel conflitto, sempre aperto, tra artificio e umanità, tra maschera e realtà.
Qualunque sia il modo in cui scegliate di ascoltare questo disco, ne trarrete qualcosa: puro intrattenimento oppure profondità emotiva. Sono stato a lungo combattuto sul voto: 100, in fondo, significa perfezione. Ma se i lavori di Stefano continuano a essere eccellenti, al prossimo salto evolutivo mi toccherà probabilmente inventare un nuovo gradino e infrangere la scala del valore assoluto.
Per dirla chiaramente: se questo disco fosse uscito per una major con risonanza internazionale, probabilmente parleremmo di un’opera epocale. E proprio per questo merita il massimo dei voti. Ma non fidatevi di me, ascoltate e giudicate con le vostre orecchie.
© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.
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