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27 Giugno 2026 6 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Hard Rock / Alternative Rock / Post-Grunge
anno: 2026
etichetta: Fearless Records
Tracklist:
1. Life Evermore Part 2
2. For I Am Death
3. When I Wake Up
4. Love Me
5. Dragonfire
6. Dear God
7. Life Evermore Part 3
8. About You
9. Spell On You
10. Rollercoaster of Life
11. Eye Of The Storm
12. Devil In Disguise
13. Dark Days
14. Life Evermore Part 1
Formazione:
Taylor Momsen – lead vocals, rhythm guitar
Ben Phillips – lead guitar, backing vocals
Mark Damon – bass
Jamie Perkins – drums
Acclamati in modo viscerale dai giovanissimi rockettari, ma ben supportati anche da una solida platea di fans più attempati, gli statunitensi The Pretty Reckless ritornano sulle scene con un nuovo album, intitolato Dear God.
Il platter, nei negozi dal 26 giugno 2026 per la label Fearless Records, segue di cinque anni la pubblicazione del loro ultimo disco Death By Rock and Roll, e nasce dal palmo forte di una band che ha ormai alle spalle una solida discografia (che vanta altri quattro album di incredibile successo, tutti entrati nelle classifiche USA e internazionali, al pari dei rispettivi singoli) e una enorme esposizione mediatica data dal lungo tour che li ha visti opener per gli AC/DC attraverso tutto il globo.
La band, capitanata dalla splendida e carismatica ex attrice Taylor Momsen, ha potuto sfruttare il lungo lasso di tempo intercorso tra questo disco e il precedente per sviluppare un sound in linea con i suoi successi, ma ancora più ricco e personale di quello esibito in precedenza, e sotto molti aspetti persino ancora più maturo. L’album suona intimo nelle sue tematiche, forte di un concept attuale, riflessivo ma talvolta rabbioso e ribelle, che tocca costantemente argomenti e pensieri comuni, risultando vicino a chi ascolta. Lo stile è personale, lo dicevamo, ma sono sempre ascoltabili gustose reminiscenze che spaziano dall’hard rock classico, all’alternative, al punk, al post-grunge, fino al metal tradizionale, risultando anche per questo di facile approccio per i più, e immediato nella sua orecchiabilità.
Al via con la breve ma calamitante ballata acustica di Life Evermore Part 2 (che, come indica il titolo, ritroveremo ancora in altre sue due parti), il disco ha il primo acuto elettrico con il singolo e video di successo For I Am Death, una canzone hard rock cupa e minacciosa ma di gran gusto, molto radiofonica con il suo refrain d’impatto, urlato in faccia all’ascoltatore da una Momsen indiavolata. La cantante ha fatto, se possibile, ulteriori passi avanti nella sua resa vocale, alternando con stile e grande tecnica parti quasi scream e dannatamente rock, ad altre più blues e sensuali, e ben bilanciandosi con la grinta e le energie sprigionate da un gruppo di strumentisti che progredisce album dopo album.
When I Wake Up è un secondo singolo provocante e provocatorio, dall’attitudine punk, emblema di libertà morale e ribellione, ma anche riflessivo con la sua sincera analisi di una vita che sta andando alla deriva passo dopo passo, giorno dopo giorno. Si avvale di un ritornello pregiato, facile, da dimensione live, e di un sound grezzo che ben si sposa con lo stile del gruppo.
Parimenti, suona a tratti tormentato e disperato il songwriting che si cela dietro alla semi-ballad Love Me, che narra di un cupo dialogo con il Divino che si svolge in musica attraverso il bel riffing delle chitarre di Ben Phillips, musicista che troveremo in grande spolvero lungo tutta la durata del disco, per indole lontano dai riflettori, ma non per questo meno utile e fondamentale per la riuscita di questa registrazione.
Dragonfire, che mi ha ricordato fin dal primo ascolto lo stile più alternative rock di alcune tracce dell’ultimo album degli Steelheart, è una composizione avanzante nel suo ritmo, che si evolve camaleontica e guidata da una bella chitarra e dalla sezione ritmica dinamitarda di Mark Damon al basso e Jamie Perkins alle pelli. Ancora eccellente qui l’interpretazione della frontwoman americana, che ritroviamo in grande spolvero anche nella title-track Dear God, che sfrutta una gustosa assonanza col doom di War Pigs dei Black Sabbath per suonare orecchiabile, heavy, cupa ma poi capace anche di ampia ariosità negli attimi finali che precedono l’ultimo ritornello.
Poi, dopo il ritorno acustico di Life Evermore Part 3, il disco cambia, e acquista un po’ di colore. Largo a About You, una canzone vicina al punk moderno, più simile ad alcune tracce degli esordi del gruppo, decisamente ariosa e molto più melodica di gran parte delle canzoni qui contenute. E’ un pezzo di carattere, che definirei solare nel mood nonostante un testo non proprio gioioso, ma leggero nel suo approccio quasi scherzoso all’argomento. Analogamente, Spell On You è un divertente e divertito sfogo verso un qualcuno che ci ha fatto un torto (se fossi una strega avrei..) e che strizza ancora l’occhio al doom, ma con una energia così trascinante da farci alzare in piedi dalle seggiole.
Segue, senza un attimo di respiro o un riempitivo, la canzone Rollercoaster of Life che, costruita su un giro di batteria vivace che ricorda i Red Hot Chili Peppers, suona leggera e armoniosa come le sue chitarre, catchy e quasi estiva. L’intimità melodica di Eye Of The Storm ci tiene ancora leggeri sul sentiero della redenzione sulle note di un rock melodico egregiamente cantato dalla Momsen, molto personale e intimo al pari del molto introspettivo brano Devil In Disguise, una dolce ballad acustica, impostata quasi come una ninnananna, commovente, pura e sincera.
Infine, prima dell’ultimo cantico affidato a Life Evermore Part 1, ecco Dark Days, una traccia dal sound scarno e pulito, dalle liriche religioso/apocalittiche, guidata da un ottimo giro di batteria, e arricchita da ottimi ingressi corali che la fanno avvicinare a un gospel.
IN CONCLUSIONE
I The Pretty Reckless sono ufficialmente una band di successo, una realtà solida e arrivata, un caposaldo della nostra musica. Punto.
Se siamo qui ancora a parlare di questo gruppo come una promessa (lo si legge continuamente in giro) è chiaramente perché ancora non siamo in grado di concepire il fatto che una realtà giovane, e in più guidata da una bella e famosa donna, possa raggiungere un successo tale da essere affiancata a certi nomi storici. Riempendo i palazzetti ed esaltando esattamente come loro, quelli che sono sulle scene da decenni e decenni.
E’ un dato oggettivo. Non lo dico io per il gusto di dire. Lo riportano i dati di vendite, le classifiche, le radio, le tv, i podcast. Lo dice l’unico show italiano di Milano al Fabrique, che è sold out. Ci vediamo lì.
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