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18 Novembre 2017 3 Commenti Iacopo Mezzano
Sono state
ben sei le date che l’artista canadese Bryan Adams ha regalato all’Italia all’interno del suo lungo tour 2017, il Get Up Tour, intrapreso a supporto del suo ultimo album Get Up.
Padova, Milano, Torino, Roma, Rimini e infine Bolzano sono state le fortunate città ospiti di una serie di concerti meravigliosi e unici (secondo lo stile di unicità che solo le leggende della nostra musica sanno regalare) che sono stati raccontati con parole entusiastiche, foto e video da migliaia di fans tricolori su social, forum e sui più disparati siti.
Noi di MelodicRock.it eravamo presenti alla data numero uno del mini-tour italiano, quella di Padova, seduti sugli spalti della piccola ma accogliente Kioene Arena. E dobbiamo assolutamente confermare tutto il vostro entusiasmo: Bryan Adams rimane uno dei numeri uno assoluti della musica rock melodica. Il suo show è stato perfetto sotto ogni aspetto: emozionante, carico di energie positive e adrenalina, corale nel rapporto con il pubblico, vissuto e vivibile per tutti, fossero anziani, grandi, giovani, o piccini.
Del frontman canadese e di tutti i suoi musicisti invecchia solo l’età anagrafica, perchè l’intero spettacolo è stato all’insegna dell’18 til I die più assoluto, e dell’eterna giovinezza che solo le rockstar (quelle che però che sono state in grado di seguire una vita abbastanza regolare nonostante gli anni e anni di tour estenuanti) sanno rappresentare. Keith Scott, che lo accompagna da sempre alla chitarra solista e ai cori, è protagonista assoluto della sezione strumentale. E’ lui che corre con Bryan da una parte all’altra del palco, è lui che strappa applausi su applausi, è lui che ci fa piangere tutti quando tira fuori un assolo impossibile ed emozionantissimo su Heaven. Brividi.
Alle sue spalle, l’inossidabile Mickey Curry alla batteria ci insegna ancora come si fa ad essere considerati maestri delle pelli senza perdersi in frivolezze o gettarsi in assoli o robe pirotecniche. Lui è precisissimo, potente quando serve, lineare, la seconda solida spalla che ha permesso a Bryan Adams di diventare quello che è.
Infine, impossibile parlare male dei due nuovi Gary Breit alle tastiere e Norm Fisher al basso, entrambi presenti in formazione dal 2002 e divenuti anche loro solide radici di cotanta magnificenza sonora. Sono musicisti di alto (e altro) livello. Fuoriclasse.
E va beh, i brani e la scaletta. Tutto perfetto. Si mischiano alla perfezione pezzi nuovi e grandi classici, momenti di smisurata energia rock, e altri di soffusa delicatezza romantica. Il palco è apparentemente povero, spoglio fatta eccezione per un immenso megaschermo alle spalle del gruppo. Ma ehi, quando è la musica a farla da padrone pensate davvero che servano imponenti giochi di luce o fuochi d’artificio?! Assolutamente no, e la felicità di un pubblico mai così canterino e vivace è la perfetta cornice che un concerto come questo deve avere. E stop.
Do What Ya Gotta Do e Can’t Stop This Thing We Started aprono lo spettacolo assieme a Don’t Even Try, permettendo alla band e alla gente di scaldarsi prima della botta micidiale del classicone Run to You. Seguono Go Down Rockin’ e una Heaven cantata da tutti fino alle lacrime. Non si contano più i siparietti di Bryan con il pubblico, mentre si susseguono on stage nell’ordine canzoni come This Time, It’s Only Love, Please Stay, Cloud #9 e You Belong to Me, fino a Summer of ’69 che di nuovo scatena il putiferio di voci tra la platea.
Poi, il canadese imbraccia la chitarra acustica e ci regala nuove lacrime con Here I Am e When You’re Gone, intelligentemente seguite da l’inno d’amore (Everything I Do) I Do It for You, accolto da un nuovo immenso boato. Ottime sono ancora le esecuzioni di Back to You, Somebody, Have You Ever Really Loved a Woman? e Please Forgive Me, quest’ultima richiestissima da una certa Isabella presente tra la folla con addirittura 14 e-mail mandate all’artista nell ultime 24 precedenti lo show (siparietto di realtà, o di finzione? Non importa, ci ha fatto ridere un sacco!). E allora via, verso il finale, sulle note di The Only Thing That Looks Good on Me Is You, Cuts Like a Knife e della bombastica 18 til I Die, prima che I’m Ready e Brand New Day chiudano (per finta) lo show.
Già, perchè Bryan torna on stage per regalarci altre due canzoni con la band, Ultimate Love e C’mon Everybody (cover di Eddie Cochran), e altre tre da solo, lui e la sua chitarra acustica. Straight From The Heart, una rispolverata Heat of the Night (magnifica) e All for Love fanno così esplodere l’ultimo boato, prima che i selfie del musicista con la folla facciano calare il definitivo sipario sul bellissimo show padovano di questo intramontabile performer. Quasi trenta brani suonati a quasi sessant’anni di età. E non sentirli! Magia..
Setlist:
Do What Ya Gotta Do
Can’t Stop This Thing We Started
Don’t Even Try
Run to You
Go Down Rockin’
Heaven
This Time
It’s Only Love
Please Stay
Cloud #9
You Belong to Me
Summer of ’69
Here I Am (acustica)
When You’re Gone (acustica)
(Everything I Do) I Do It for You
Back to You
Somebody
Have You Ever Really Loved a Woman?
Please Forgive Me
The Only Thing That Looks Good on Me Is You
Cuts Like a Knife
18 til I Die
I’m Ready
Brand New Day
Ultimate Love
C’mon Everybody (Eddie Cochran cover)
Straight From The Heart (acustica)
Heat of the Night (acustica)
All for Love (Bryan Adams, Rod Stewart & Sting cover, acustica)
12 Novembre 2017 0 Commenti Iacopo Mezzano
In attesa dell’uscita di Re-Idolized (The Soundtrack To The Crimson Idol) – la ri-registrazione integrale del capolavoro discografico hard ‘n’ heavy The Crimson Idol, inizialmente prevista per settembre 2017, ma posticipata al febbraio 2018 su Napalm Records, e comprendente l’inedito film relativo al concept -, gli W.A.S.P. del leggendario frontman Blackie Lawless si sono imbarcati in un tour mondiale, il Re-Idolized – The Crimson Idol 25th Anniversary World Tour, che festeggia i 25 anni dall’uscita del platter con la sua riproposizione integrale dal vivo, più l’esecuzione di alcuni classici della loro carriera.
Delle due tappe in programma in Italia, qui il report della seconda, quella fissata al Live Club di Trezzo Sull’Adda in data 9 novembre. Special guest per l’evento, gli italianissimi Rain.
RAIN
Vista l’improvvisa defezione dei Beast In Black, tocca ai soli Rain intrattenere il pubblico lungo le restanti date della band americana. Il gruppo, fondato a Bologna originariamente nel lontano 1980, è arrivato fino ai giorni nostri e, seppur attraverso continui cambi di formazione, è riuscito a prodursi in una carriera di tutto rispetto, coronata da ben otto album in studio.
La formazione si compone oggi del bravo Maurizio “Evil Mala” Malaguti alla voce, supportato dallo storico Alessio “Amos” Amorati (l’unico componente presente dal 1998) e da Freddy “V” Veratti alle chitarre, da Gabriele “King” Ravaglia al basso, e da Andrew Gunner alla batteria. Lo show è tirato, potente, piacevole nonostante i suoni non all’altezza per due quarti di concerto (per un certo periodo si faticava a sentire la voce e c’era in generale poca amalgama nei suoni dei diversi strumenti). La band è coesa, in forma, tecnicamente valida e capace di stare sul palco anche grazie alla mosse dello scattante frontman. L’heavy/power dei nostri scalda così la platea, regalando momenti da headbanging, e caricando le giuste energie in vista del main event. Insomma, missione compiuta!
W.A.S.P.
Gli ormai fedelissimi Mike Duda (basso) e Doug Blair (chitarra) accompagnano, assieme al neo entrato e bravissimo Aquiles Priester (battiera, ex-Angra, ex-Primal Fear, ex-Paul Di’Anno), il leggendario Blackie Lawless nella sua emotivamente sofferta riproposizione live della vicenda di Jonathan, l’eroe-martire del rock narrato nel capolavoro discografico The Crimson Idol. Con un palco piuttosto buio e scarno, fatta eccezione per i tre schermi che trasmettono a tempo con la musica l’anteprima della versione integrale della pellicola che sarà il fiore all’occhiello della prossima riedizione del disco, gli W.A.S.P. si concentrano ben più sulla resa sonora che sull’impatto visivo. Nasce così uno show tecnicamente perfetto, dominato dall’intenso cantato di un Blackie che appare in splendida forma vocale (l’uso di qualche base alla sua età direi che è più che consentito) e totalmente parte della narrazione. Il leader del gruppo cerca infatti più e più volte il contatto visivo con le prime file, spiengendo la gente a cantare con lui le parti più intense e drammatiche della storia, e voltandosi sovente verso gli schermi a osservare le immagini del film che intervallano le diverse canzoni, quasi traesse da esse e dal volto di Jonathan l’energia e la forza per affrontare i passaggi più cupi del concept. Alla sua destra Mike Duda propone un elegante lavoro di groove attraverso le corde tese del suo basso, mentre alla sinistra Doug Blair si getta a capofitto in parti di chitarra e assoli magnifici, grintosi, entrando anche lui al 100% nella parte. Alle spalle, il nuovo componente del gruppo dona adesso maggiore vigore al drumming rispetto allo stile originale, sfruttando al meglio il suo background di batterista heavy/power metal.
La folla impazzisce lettalmente allo sbocciare delle note di The Titanic Overture, ma con l’avanzare della canzone acquista mano a mano una particolare compostezza, atipica per un concerto di questo tipo, che è dettata dalla intensa resa emotiva che la visione delle immagini sugli schermi riesce a dare. The Invisible Boy, Arena of Pleasure e Chainsaw Charlie (Murders in the New Morgue) riescono a far muovere qualche headbanging, ma l’ingresso di The Gypsy Meets the Boy con le sue evocative liriche riporta nuova quiete, e maggiori cori da parte dei presenti all’interno di un ormai gremito Live Club. Doctor Rockter e I Am One appaiono allora come gli ultimi momenti di euforia, visto che con il trio finale The Idol – Hold on to My Heart – The Great Misconceptions of Me ci sarà spazio solo per i canti e per la – reale – commozione di fronte al declino del protagonista, salutato dal pubblico con un lunghissimo applauso finale, quasi ci trovassimo di fronte a un individuo realmente esistito, e adesso venuto a mancare. Blackie lascia qui il palco in silenzio, chinando il capo tre volte verso la platea, ringraziandola per la sua partecipazione.
Qualche minuto e, con tutt’altro spirito, gli W.A.S.P. fanno il loro ritorno sul palco per regalare ai fans quattro hit del loro passato. L’immancabile L.O.V.E. Machine fa scatenare, ora davvero, il caos generale, e la gente spinge, scalpita, salta e si muove al ritmo forsennato di questa canzone. Segue un altrettanto gloriosa Wild Child, mentre Golgotha (tratta dall’ultimo omonimo album in studio della band) permette al leader del gruppo di affrontare con grinta il tema religioso a lui caro, parlando della passione di un Cristo che nel recente Lawless ha ritrovato e abbracciato nel suo cammino di vita. Infine la super hit I Wanna Be Somebody fa da chiusura di spettacolo, con la band che lascia Trezzo tra i lunghissimi e meritati applausi di una folla convinta a pieno dallo show a cui ha preso parte, in una serata che per i più (me compreso) sarà indimenticabile..
Setlist:
The Crimson Idol:
The Titanic Overture
The Invisible Boy
Arena of Pleasure
Chainsaw Charlie (Murders in the New Morgue)
The Gypsy Meets the Boy
Doctor Rockter
I Am One
The Idol
Hold on to My Heart
The Great Misconceptions of Me
Encore:
L.O.V.E. Machine
Wild Child
Golgotha
I Wanna Be Somebody
12 Novembre 2017 5 Commenti Iacopo Mezzano
Sono tre le date italiane che gli inglesi The Darkness hanno riservato all’Italia all’interno del tour a supporto del loro ultimo disco Pinewood Smile, uscito ormai qualche settimana fa.
La prima di queste si è tenuta l’8 novembre all’Alcatraz di Milano, in un locale veramente gremito di fans calorosi (tanti i giovani e i giovanissimi!) pronti a cantare a squarciagola i più grandi successi dei loro beniamini.
A supporto del gruppo di cartellone, gli americani Blackfoot Gypsies, venuti apposta da Nashville, nel Tennessee, per incontrare per la prima volta i fans italiani.
BLACKFOOT GYPSIES
Autori di un set un po’ più lungo del previsto a causa di qualche ritardo della band headliner, i Blackfoot Gypsies riescono ad infiammare la platea grazie al loro particolarissimo sound hard rock a stelle e strisce, fortemente influenzato dal country, dal southern rock, dal blues e dal folk USA anni’60/’70s.
Divertentissimi e fortemente coesi come band, i quattro si fanno guidare dal carisma e dalla simpatia del frontman e chitarrista Matthew Paige, la cui timbrica acuta tende a ricordare un po’ a quella di un certo Tommy Shaw degli Styx. Al suo fianco, fondamentale con i suoi cori, il bassista Dylan Whitlow e il preciso e potente batterista Zack Murphy, ma soprattutto il (geniale) armonicista di colore Ollie Dogg, vero fautore del peculiare sound di questo gruppo, e autore di alcuni assoli di armonica davvero di alto profilo.
L’impressione finale è che questo giovane gruppo abbia stoffa da vendere, e che la scelta di accompagnare i The Darkness in tour sia stata fortemente azzeccata, basti vedere l’enorme applauso che il pubblico italiano gli riserva a fine show, e i tanti, tantissimi selfie scattati e dischi venduti nell’area merchandising. Non mi stupirei di rivederli presto alle nostre latitudini.
THE DARKNESS
Alla fine praticamente puntuali, i The Darkness salgono sul palco milanese accompagnati dalle note della intro Arrival. Il boato è assordante, e si amplifica ancora non appena – nell’ordine – il nuovo (fenomenale) batterista e figlio d’arte Rufus Taylor, il simpatico bassista Frankie Poullain, il chitarrista Daniel Hawkins e infine il coloratissimo frontman Justin Hawkins irrompono uno dopo l’altro on stage. L’apertura di set è affidata alla rocciosa Open Fire, che scalda a puntino le ugole della gente prima dell’attacco di una Love Is Only a Feeling che per prima fa esplodere l’Alcatraz di energia. La serata è una di quelle buone, e la band si dimostra davvero in formissima, tanto che alla terza canzone – Southern Trains – Justin avrà già raccolto almeno cinque o sei reggiseni lanciati sul palco dalle fans estasiate. Da ora in avanti il frontman – permettetemi di dirlo, piaccia o non piaccia la sua ugola, è tra i più carismatici in circolazione – inizierà a giocare con la platea, tra pose bizzarre, smorfie facciali, incitamenti vari e accenni improvvisati a canzoni dei Queen e dei Van Halen che regalano ben più che un sorriso ai supporter.
Se il classicone Black Shuck viene poi accolto con totale euforia, anche la nuova Buccaneers of Hispaniola non manca di risultare efficace suonata in sede live. One Way Ticket e Givin’ Up, una dietro l’altra, fanno esplodere ancora una volta i fans, prima delle più recenti All the Pretty Girls e Barbarian, ben interpretate dal gruppo. Il sempreverde Justin (non invecchia mai!) siede poi alla tastiera per interpretare in stile Freddie Mercury Friday Night prima e English Country Garden poi, a cui seguono la nuova Happiness (sensazionale dal vivo), l’ancora recente Every Inch of You
Makin’ Out, e il secondo singolo tratto dal nuovo disco Solid Gold.
Per il finale ritornano i classici, ed ecco allora Get Your Hands Off My Woman e Growing on Me, dopo le quali la band saluta e lascia per finta il palco. Il bis è a sorpresa affidato prima alla bella Japanese Prisoner of Love, dopo la quale Justin ringrazia il sempre fedele pubblico italiano (ci siamo visti diverse volte, questa serata credevo sarebbe stata la peggiore di sempre a causa di alcuni problemi che abbiamo avuto. Invece, si è rivelata la più bella e folle di tutte, e di questo vi ringrazio di cuore, sono state all’incirca le sue parole) per attaccare con la definitiva I Believe in a Thing Called Love, conclusasi con la totale standing ovation del pubblico di frone a una esisizione da lode di questa – decisamente maturata e migliorata – band inglese.
Setlist:
Open Fire
Love Is Only a Feeling
Southern Trains
Black Shuck
Buccaneers of Hispaniola
One Way Ticket
Givin’ Up
All the Pretty Girls
Barbarian
Friday Night
English Country Garden
Happiness
Every Inch of You
Makin’ Out
Solid Gold
Get Your Hands Off My Woman
Growing on Me
Encore:
Japanese Prisoner of Love
I Believe in a Thing Called Love
06 Novembre 2017 34 Commenti Iacopo Mezzano
Domenica 5 novembre 2017: fuori tuona e c’è il diluvio, dentro al Legend Club di Milano c’è la musica, e quindi il sole.
Eh sì, perchè il ritorno in Italia degli amastissimi H.e.a.t coincide, ahimè, con una giornata milanese a dir poco invernale e piovosa, la quale però non spegne minimamente il grande entusiasmo della gente, accorsa in gran numero fin dal primo pomeriggio per far festa e supportare i propri beniamini svedesi, accompagnati in tour per l’occasione dai colleghi Degreed e Black Diamonds.
Ha avuto così luogo una serata decisamente convincente e coinvolgente, una vera night to remember per chi nel rock cerca tanta melodia, tanta energia, e perchè no, anche una bella dose di sfrontatezza giovanile. Ma soprattutto, finalmente eravamo in tanti. E sì, ci siamo divertiti, sì, ci siamo ritrovati, ma ancor più sì, abbiamo finalmente visto anche qualche faccia nuova tra le tante già viste! E con loro, i visi di diversi giovanissimi!
Insomma, credo che questa serata sia andata oltre le aspettative, e che la musica e il divertimento siano stati il re e la regina di questo evento. Tanto che non credo di offendere nessuno se dico che con questa data degli H.e.a.t ci siamo trovati al cospetto di uno dei migliori concerti visti in Italia in questo 2017. Liberi di smentirmi eh, ma ci siamo divertiti davvero un mondo ieri sera!!
continua
29 Settembre 2017 2 Commenti Denis Abello
Tanta buona musica che tocca tutti i generi del Rock, un sacco di amici su e giù dal palco e quel senso di appartenenza ad una famiglia speciale che in queste situazioni riesce sempre a riempire il cuore… questo in definitiva il resoconto di quella che speriamo sia solo la prima di tante edizioni del Tanzan Music Festival, evento che si è tenuto in una delle serate della ormai consueta rassegna Rock in Park al Legend Club di Milano!
Diciassette settembre duemiladiciassette, quattro band sul palco; Six Impossible Things (Alternative, Acoustic, Emo), Soul Seller (Melodic / Modern Rock), HungryHeart (Hard Rock), Smokey Fingers (Southern Rock) che danno un’idea di quanto la piccola etichetta italiana Tanzan sia riuscita a seminare (e raccogliere) bene in questi anni di attività. Quattro realtà tutte “nostrane” che questa sera sapranno mettere in mostra i muscoli e far vedere come la musica possa andare oltre i “generi” e le “etichette” a tutto vantaggio di quella che a conti fatti sarà una serata in grado, oltre che di omaggiare la Tanzan, di dare uno spaccato a 360° delle “potenzialità Rock” che l’Italia può mettere in campo!
Prima di partire con un resoconto dettagliato delle singole esibizioni è doveroso fare un plauso al pubblico, che oltre a dimostrarsi sempre più unito, questa sera pur con complici negativi il fatto di essere una domenica ed un acquazzone dell’ultimo minuto, si dimostra già dalla salita sul palco dei giovani Six Impossible Things numeroso e partecipe! Merito questo anche di uno “zoccolo duro” di fans che ha saputo crearsi e rafforzarsi nel tempo e che rende ogni evento di questo tipo un incontro “di famiglia”.
Denis Abello
19 Settembre 2017 0 Commenti Denis Abello
Si si, lo so lo so… arrivo un po’ in ritardo con questo report! Però in fondo parliamo di una band, i Bad Bones, che ha raggiunto la ragguardevole cifra di 10 anni di carriera, e non è poco per un gruppo dedito all’Hard Rock nato in provincia di Cuneo (dove se dici che ascolti hard rock la maggior parte delle gente pensa che sei strano perchè fai lo psicologo delle pietre d’alta montagna)… e quindi che vuoi che sia per loro aspettare un report qualche giorno (mese?) in più! 😀
Diciamolo subito, ci sono Grandi concerti, quelli che riempiono gli stadi e fanno cantare tutti uniti sotto uno stesso cielo lasciandoti quel senso di “evento storico” sotto pelle… e poi ci sono i concerti Grandi, quelli che anche con molte meno persone sotto al palco ti lasciano comunque la consapevolezza di star vivendo un piccolo pezzo di storia.
Nel caso specifico siamo nella seconda opzione e stiamo per andarvi a parlare di un piccolo pezzo di storia dell’Hard Rock Melodico che per una volta tanto ferma le lancette del tempo in quel di Cuneo… a 10 minuti da casa mia… le mie preghiere al Dio del Rock (Ronnie James) han finalmente avuto effetto!
20 Luglio 2017 0 Commenti Matteo Trevisini
Report a cura di Matteo Trevisini e Giorgia Massarotto
Fotografie a cura di Matteo Trevisini
Caldo per caldo… almeno sudiamo per qualcosa! In una bollente serata di metà giugno dove anche mangiare un gelato, passeggiando lentamente, procura aloni di sudore sui vestiti, non c’è niente di meglio che giustificare quelle poco estetiche chiazze sulla maglietta con del sano e ruggente rock ‘n roll! …e gli australiani Airbourne sono la band giusta per incrementare il liquido ipotonico che fuoriesce dal nostro corpo.
Unica data italiana di questo tour europeo, la band dei fratellini O’Keefe non ha bisogno di presentazioni: c’è chi li ama alla follia per aver portato avanti il sacro fuoco del rock’n roll senza compromessi e contaminazioni e c’è chi invece polemizza sul fatto che siano solamente una band clone dei loro connazionali più famosi (…serve dire chi siano?).
La storica Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro accoglie calorosamente la band nonostante gli spalti mostrino molti buchi (…evidentemente i classici turisti tedeschi della cittadina balneare friulana hanno recepito fino ad un certo punto…).
Poco importa… perchè chi ha deciso di esserci dimostra di avere tanta energia e voglia di divertirsi già durante il set della band di supporto, i pordenonesi Fake Idols, che si ritrovano sorprendentemente sepolti dalla partecipazione e dagli applausi dei fans a dimostrazione del loro reale valore, non solamente su disco, ma anche e soprattutto in sede live. A distanza di due anni dal debutto, i friulani sono appena tornati in pista con un disco nuovo di zecca come “Witness” e gli si legge negli occhi la voglia di dimostrare a tutti di essere una band di caratura internazionale.
Il bravissimo singer Claudio Coassin ha gli occhi della tigre come i suoi compagni ed inondano letteralmente il pubblico con il loro hard rock moderno impastato in modo egregio a riff di groove metal possenti come monoliti.
Fate un favore a voi stessi e andate almeno ad ascoltare brani d’impatto come “Out Of Gear” e la splendida “I Am A Fake”… ulteriore dimostrazione che qui in Italia ci sono delle piccole grandi band che all’estero ci farebbero fare un figurone… ed il pubblico di Lignano – grazie a Dio – se ne è accorto!
Ma è già tempo per gli headliner di salire on stage …Il boato che accoglie “Ready To Rock” è impressionante (…soprattutto se ci si trova tra l’incudine ed il martello del pit fotografi, tra i decibel della band e l’entusiasmo dei fans!).
Protagonista assoluto, al centro del palco Joel O’Keefe, a torso nudo che schiuma energia da ogni poro, saltando e correndo con la chitarra a tracolla. “Too Much, Too Young, Too Fast” è già un cavallo di battaglia che cede il passo alla nuova e coinvolgente “Rivalry” (…ad essere sinceri una delle poche dell’ultimo disco…).
“Down on You”, il classicone “Cheap Wine & Cheaper Women” e “Girls in Black”, la band australiana fila come un bolide senza il minimo intralcio: una vera macchina macina riff.
Uno degli ultimi singoli, “It’s All for Rock ‘n’ Roll”, dedicata a Lemmy, possiede un ritmo potente grazie anche ad una sezione ritmica solida e precisa dove il bassista Justin Street ed il fratello di Joel, Ryan hanno imparato alla perfezione la lezione dei padri putativi, lasciando cosi ampio spazio al leader di scorrazzare in libertà coprendogli le spalle in modo egregio… della partita anche Harri Harrison, il chitarrista ritmico appena arrivato a sostituire David Roads che ha lasciato la band pochi mesi fa.
“Breakin’ Outta Hell”, “No Way but the Hard Way” ed un altro piccolo inno come “Stand Up for Rock ‘n’ Roll”: salti, acrobazie, smorfie e passeggiate tra il pubblico sulle spalle di un roadie (…chi lo faceva anche ???), lanci di birra al pubblico e tutti i trucchetti che rendono uno show rock’n roll accattivante.
Joel si diverte come un matto a girare la manovella di una vecchia sirena antiaerea, posizionata strategicamente in mezzo al palco, prima di aprire le danze dei bis con “Live It Up”: la sirena ha fatto il suo dovere visto che fa saltare tutto l’impianto d’allarme dell’arena che continuerà a suonare in modo indecoroso fino alla fine dello show con un paio di addetti alla sicurezza che danno l’idea di non sapere che pesci pigliare… insomma una cascata di decibel che proviene dal palco con il gran finale di “Runnin’ Wild” e altre tonnellate di decibel che provengono dalle scalinate di fronte mettono a durissima prova i timpani dei fans… alla faccia dei padri putativi nominati prima che cantavano “Rock’n Roll ain’t Noise Pollution” !!!
Nonostante tutto, il pubblico sorride felice quando le luci si accendono… c’è poco da fare, questi sono i concerti che divertono e divertiranno sempre! I detrattori della band “aussie” avranno sempre una critica riservata a loro ma finchè il livello dei loro show sarà questo gli Airbourne avranno un futuro radioso nel rock’n roll del nuovo millennio.
P.S. Consiglio vivamente tra qualche anno a Joel O’Keefe una tac di controllo al cervello vista la sua spettacolare quanto traumatica abitudine di aprire le lattine di birra sbattendosele sul cranio: ormai un suo trademark che può, a lungo andare, provocare seri problemi, non solo ai fans completamente lavati dal prezioso liquido dorato.
FAKE IDOLS
AIRBOURNE
10 Giugno 2017 11 Commenti Denis Abello
Quarta edizione… e se già le premesse erano di un’edizione che puntava in alto possiamo ora dire con certezza che tra sorprese, scoperte e qualche piccola delusione il carrozzone del Frontiers Rock Festival ha portato a casa forse una delle sue migliori edizioni.
Bands e organizzazione a parte, e come se ce ne fosse ancora bisogno, il Frontiers si conferma anche come il punto d’incontro centrale e più importante dell’anno tra tutti gli appassionati di AOR, Melodic Rock e Hard Rock italiani e come vero polo d’attrazione per molti fans stranieri, ancora una volta accorsi in massa (e aimè ancora una volta in numero quasi maggiore degli italiani) per questo evento che consolida la sua ormai rinomata fama a livello internazionale…
… ma bando ai convenevoli e partiamo per questo lungo resoconto che per noi parte la sera del 28 aprile con lo speciale show acustico che da tre anni a questa parte viene offerto dalla Frontiers come “benvenuto” ai possessori del VIP Ticket!
Live report a cura di Denis abello
Tutte le foto a cura di Monica Manghi eccetto serata acustica e Palace a cura di Denis Abello
VENERDI’ 28 APRILE – Acoustic Show
NANA ONLUS
La serata acustica inizia con un salto nel… sociale! Infatti da alcuni anni la Frontiers Music nella persona di Serafino Perugino si è impegnata nel progetto “NANA Music” legato all’associazione NANA Onlus, associazione nata in memoria di Francesca Martini, ragazzina di 14 anni mancata per una malattia incurabile.
Da qui l’idea del Presidente di Frontiers di legare l’associazione ad un progetto musicale che permette a ragazzi svantaggiati di poter seguire un corso di tre anni che gli permetterà di ricevere un diploma dalla prestigiosa Rock School of London… e l’arduo onere ed onore di aprire le danze di questa edizione spetta proprio ai primi due vincitori di questa borsa di studio… Raul Manalo, chitarrista di 17 anni, e Hellison Fabri, voce di 15 anni.
L’emozione gioca qualche colpo mancino alla comunque brava Hellison Fabri mentre Raul Manalo dimostra subito una bravura ed un talento alla chitarra che speriamo possa solo crescere con il tempo. Non poteva esserci inizio migliore e applausi alla Frontiers e all’Associazione NANA Onlus per questa iniziativa!
PALACE
Michael Palace aveva già fatto la sua presenza al Frontiers come bassista lo scorso anno con i Find Me (con il fenomenale La Blanc alla voce) e quest’anno si ripresenta con la sua band Palace. Sul palco con il chitarrista Rick Digorio il buon Michael piazza alcuni “strilli” che forse avrebbero già dovuto far intuire come sarebbe andata il giorno seguente. In realtà in acustico Palace e Digorio se la cavano portando comunque a casa un’esibizione accettabile… vedremo che in “elettrico” andrà molto… ma molto peggio…
MILJENKO MATIJEVIC (Steelheart)
Qui Signori sulla prestazione vocale non si discute… Matijevic sale sul palco con quel suo fare un po’ arrogante che ad un primo approccio lo fa subito passare per antipatico ma quando apre bocca siede tutti. Esibizione sentita, la bravura ed il talento sono innegabili, servirebbe forse solo qualche sorriso in più e un fare un po’ più terra a terra (imparare da Deen Castronovo?)… ma lo perdoniamo, anche per il chitarrista ubriaco che si porta appresso! 😀
REVOLUTION SAINTS
Primissima assoluta per i Revolution Saints con un “battesimo” acustico… Splendidi, vedere poi il nostro Alessandro Del Vecchio vicino a gente come Jack Blades, Deen Castronovo e Doug Aldrich rende innegabilmente fieri della nostra bandiera italiana. A loro agio, Artisti navigati, mettono insieme uno show emozionante e ricco di momenti che fanno battere il cuore prendendo dal repertorio dei Revolution Saints ma giocandosi anche alcune carte a sorpresa… High Enough dei Damn Yankees, così giusto per gradire…
TYKETTO (non previsti)
Volete capire l’atmosfera che si respira negli acustici del Frontiers Rock Festival? Bene… chiedete ai Tyketto che, pur non previsti in scaletta ma inebriati dalla serata, hanno chiesto la possibilità di salire sul palco per piazzere tre pezzi dal loro repertorio… risultato… Splendidi e sorpresa che il pubblico ha gradito parecchio!
JIM PETERIK (Pride of Lions, Survivor, Ides of March)
La Rockstar, dove c’è Peterik l’aria profuma di quel senso assoluto di Golden Era dell’AOR… un signore su e giù dal palco che in questa venuta più intima rispetto alla prima calata italiaca con i suoi Pride of Lions trova il tempo per infarcire il suo Magistrale show con aneddoti e racconti tratti dalla sua lunga carriera… il raccondo della telefonata con Sly (Sylvester Stallone) entrerà di diritto negli annali del Festival.
Che dire… se il Festival finisse qua ci sarebbe già di che esserne più che soddisfatti!
SABATO 29 APRILE – Day 01

PALACE
Cos’ha di positivo l’esibizione dei Palace? Che forse per la prima volta il Live è già quasi pieno al primo gruppo che apre il Festival… e cos’ha di negativo? Aspettate, avete tempo mezza giornata per leggervi la risposta? Allora, per farla breve, erano uno dei gruppi che sinceramente più attendevo avendo divorato il loro disco di esordio… in più lo scorso anno con i Find Me Michael Palace aveva dimostrato di essere un ottimo artista… e allora?
Allora qualcosa a questo giro deve essere andato storto… Michael canta molto male (leggende dicono che sui suoi “acuti” più di un pollaio nei dintorni di Trezzo abbia risposto a tono), la band è disorganizzata e poco amalgamata e il tutto sa veramente di raffazzonato… un vero peccato e speriamo che si sia solo trattata di una brutta giornata, cosa che purtroppo può capitare.
ONE DESIRE
Un po’ temevo anche per i One Desire dopo la delusione dei Palace… invece il gruppo dimostra di esserci. Paga un po’ di inesperienza e i pochi live fatti insieme, il che rende forse un po’ meno coesa la loro esibizione, ma la band funziona e dopo il primo pezzo mostra già di saper aggiustare il tiro. Andrée Linmann dimostra di avere la stessa bella voce che ci ha regalato su disco, anche se furbescamente si tiene qui un pelo più basso, ed il resto della band lo segue in bravura e cerca già da subito di diventare parte attiva dello show.
Possono solo crescere e meritano di poterlo fare calcando molti palchi. Mi sono piaciuti, una bella conferma anche live dopo l’ottima figura fatta su disco!
CRAZY LIXX
La cannonata Crazy Lixx… non deludono mai. Potremo chiuderla qui, ma il gruppo Svedese merita ben più di poche righe. I nuovi innesti alla chitarra funzionano e, oltre che su disco, donano movimento e grinta anche in sede live. I pezzi ci sono, la carica della band anche… successo assicurato! Sempre un’ottima band da vedere su di un palco!
ECLIPSE
Eroi! Amati in Italia come poche altre band di questo genere… Erik Martensson e soci mostrano i muscoli con uno spettacolo adrenalinico, esaltante e coinvolgente. Mi sono piaciuti? Si, tantissimo… e non vedo l’ora di rivederli! Questi hanno tutto, carisma, talento, una vagonata di pezzi cuciti apposta per la dimensione live (che per capirci sono quelli da pugnetto al cielo e un sacco di whooooo ho ho) e ormai a Trezzo sono più conosciuti del parroco tanto sono di casa al Frontiers Rock Festival (terza edizione per loro)! Trionfanti!
Aggiungiamo poi il duetto inaspettato tra Erik ed il nostro Michele Luppi (Whitesnake, Los Angeles, Secret Sphere…)
REVOLUTION SAINTS
Un inizio travagliato causa qualche problema al microfono di Deen e un po’ poca empatia iniziale tra i componenti della band non fermano questa splendida realtà… che in brevissimo recupera il gap tecnico e trova il giusto movimento per portare in scena, dopo la serata acustica, un’altra prestazione emozionante.
Era lecito aspettarsi tanto da questa band e così è stato, con ancora una volta un perfetto Alessando Del Vecchio che ormai a fianco di nomi “pesanti” del nostro amato genere cammina a testa alta! A mio parere le possibilità di questa band a livello live sono immense e la speranza è che possano suonare sempre più spesso in modo da trovare quell’assoluto bilanciamento sul palco tra i suoi componenti che potrebbe rendere i Revolution Saints sicuramente una delle band più spettacolari da vedere su di un palco! Setlist giocata nella prima parte sul repertorio Revolution Saints e in chiusura su cover di valore quali Love Will Set You Free (Whitesnake), Coming of Age (Damn Yankees) e Higher Place(Journey).
TYKETTO
Macchine da Live! Sanno cosa devono fare, sanno come lo devono fare, hanno i mezzi per farlo (leggasi bravura, tecnica e pezzi) e soprattutto lo sanno fare. Vincitori assoluti per chi scrive della prima giornata del Frontiers Rock Festival. Sparano tutto “Don’t Come Easy”, album storico per gli amanti del genere e fanno sobbazare i cuori su pezzi come Lay Your Body Down, Wings, Standing Alone e l’evergreen Forever Young!
Il pubblico è tutto dalla loro, Danny Vaughn è un vero e proprio animale da palco che salta da una parte all’altra e che mostra una vocalità ancora sorprendente! Vincitori Assoluti di un primo giorno che partito stentato si è risollevato con una caratura notevole!
STEELHEART
Non avrei voluto essere nei panni della band che sarebbe salita sul palco dopo l’esibizione dei Tyketto! Il compito tocca agli Steeelheart che a onor del vero portano sul palco un discreto show che però non raggiunge assolutamente le vette toccate dai Tyketto.
Sarà lo stile rabbioso e metallico molto anni ’90 con cui suonano i pezzi (anche quelli dell’era più “hair”), sarà l’apparenza arrogante che si porta dietro Matijevic ma la band non riesce a conquistare e a portare dalla sua l’interezza del pubblico in sala… e non basta neanche il comunque apprezzabile tentativo di movimentare il tutto da parte di Matijevic salendo a cantare sul bancone del bar del Live Club! Si parte carichi con due pezzi degli Steel Dragon tratti dal film Rockstar, si continua su una scaletta altalenante ma comunque apprezzabile e si arriva a sentire il calore del pubblico solo sulle note di We All Die Young durante l’encore…
… menzione a parte per il tarantola Bassista che continuerà a saltellare esagitato anche nella consueta festa in hotel del dopo festival!
DOMENICA 30 APRILE – Day 02

CRUZH
Ammettiamolo… ci andava poco a iniziare meglio del primo giorno. I Cruzh per fortuna danno lo start al day 2 con carattere e convinzione con un “sostituto” alla voce come Philip Lindstrand (anche lui visto lo scorso anno in veste di chitarrista dei Find Me) che ben si adatta alla band!
I pezzi dell’album di debutto vengono rivitalizzati da un approccio più energico che su disco, tutto a favore di uno spettacolo sicuramente più galvanizzante e coinvolgente! I Cruzh ne escono quindi bene e danno il via nel modo giusto a qquesto intenso secondo giorno.
LIONVILLE
Devo dirlo… non sapevo cosa aspettarmi… ho amato i Lionville su disco e questo non si può negare… ma dal vivo? Per di più con una band stravolta rispetto ai primi due album (nel terzo restano solo il mastermind Stefano Lionetti e la splendida voce di Lars Safsund) che vede tra le sue fila gente che finora non aveva mai praticamente messo “note” nel melodic rock e AOR.
Invece mi sono trovato a vedere ed ascoltare una delle migliori esibizioni del festival con un Lars grandioso alla voce e sul piano scenico, uno Stefano Lionetti che battuta la sua timidezza ha saputo tenere le redini dei Lioville e dulcis in fundo una band veramente di quelle di Talento con una sezione ritmica (Giulio Dagnino al basso e Martino Malacrida alla batteria) precisa, pulita e sicura come il genere proposto dai Lionville richiede per chiudere con un chitarrista dal tocco fine come Michele Cusato.
La sorpresa del Festival! TOP!
ADRENALINE RUSH
Visti al primo Frontiers e rimandati a data da destinarsi causa “acerbità acuta”. Bene, la data da destinarsi è finalmente giunta e gli Adrenaline Rush, con un nuovo album in saccoccia, tornano alla ribalta per la loro seconda venuta in territorio Italiano.
E’ indubbio che la bella Tåve Wanning sappia attirare l’attenzione del pubblico maschile e finalmente sul palco si mostra nettamente meno costruita nelle movenze a tutto vantaggio dello spettacolo generale. La band non è male anche se manca ancora un po’ di coesione tra i singoli elementi. Per il resto però il punto che fa crollare un po’ tutto il castello rimane la voce proprio della front-woman Tåve che non riesce a reggere il palco con nuovamente una prestazione non a livello di quanto finora visto sul palco dei FRF (Palace a parte… 🙂 ). Ancora di più sui nuovi pezzi dal tratto più ruvido e roccioso rispetto ai brani del debutto la voce mostra tutti i suoi limiti.
Peccato, ancora una volta rimandati in attesa di capire se questa band abbia i numeri per sollevarsi e farsi notare oltre la bellezza di Tave.
KEE MARCELLO
Parlando di voci non proprio da Top Act arriva sul palco lo “(Ex) Europe Chitarrista” Kee Marcello che, sarà anche il fatto di esserci appena devastati le orecchie con la voce di Tave, ma risulta meno peggio di quello che ci si poteva aspettare… ed anzi, in sede live riesce a portare a casa una discreta prova vocale che unita al suo stile unico ed inimitabile alla chitarra gli fa giustamente tributare una cascata di applausi, soprattutto nel momento “Europe” dell’esibizione quando passano in sequenza Girl From Lebanon, Superstitious e The Final Countdown.
A parte questo momento va però detto che anche i brani proposti dal recente Scaling Up ben si adattano al palco, e anche se non hanno l’impatto emotivo dei brani citati sopra, riescono comunque a tenere ben salda l’attenzione del pubblico verso la prova di Kee.
Piccola nota di colore: tra il pubblico della serata si aggira un certo Tommy Heart (Fair Warning, Soul Doctor), che si scoprirà in seguito essere qui proprio in virtù di una sua prossima collaborazione con Kee Marcello.
UNRULY CHILD
Uno dei momenti per il sottoscritto più attesi del Festival sta per arrivare… gli Unruly Child prendono posto sul palco. Una larga parte del pubblico è li per loro e si vede, dal parterre si sente il calore che viene riservato ad una quasi intimorita Marcie Free.
Forte anche di questo abbraccio familiare che avvolge il palco l’esibizione degli Unruly Child va in un continuo crescendo. L’occasione poi di ascoltare per intero il primo album è di quelle ghiotte ed il pubblico apprezza la scaletta e man mano che si procede l’elegante Marcie prende sempre più confidenza e le si perdona anche qualche imperfezione ed il notevole cambio della sua voce dai tempi in cui fu Mark Free… ma va detto che resta comunque una voce splendida!
Perdoniamo infine il tablet da cui legge i testi e lo sgabello per riposare… diciamocelo, in fondo alla zia Marcie si perdona praticamente tutto, anche grazie ad una band alle spalle che suona con una bravura ed un talento veramente destinato a poche altre realtà del panorama AOR / Melodic Rock.
L.A. GUNS
… e se abbiamo appena salutato la zia del Festival ecco che arrivano allora i cuginetti teppisti! Gli L.A. Guns salgono sul palco coltello tra i denti ed una carica pazzesca, la band che ha fatto al storia dello street/sleaze rock, finalmente con la formazione unificata che vede i due fondatori storici Phil Lewis e Tracii Guns nuovamente insieme.
La band è nettamente in serata ed in palla, e regala una prestazione magistrale che corre a rotta di collo su pezzi come Electric Gipsy, Over the Edge (con un gran assolo di Tracii), Don’t Look at Me That Way e una Malaria giustamente esaltata dal pubblico.
Per ultime vengono regalate al pubblico la splendida Ballad of Jayne e la schiacciasassi Rip and Tear. Prestazione mostruosa di una band in netto stato di Grazia!
T.N.T.
Adruo compito quello di chiudere un Festival veramente degno di nota e ancora più quello di mantenere vivo l’interesse dopo una prestazione monumentale come quella degli L.A. Guns… ma se ti chiami T.N.T. e ti presenti con alla voce un certo Tony Harnell e per di più festeggi i trent’anni di un album come Tell No Tales sicuramente la cosa non ti fa paura.
Stride un po’ l’immagine “occhiali da sole divo di Hollywood” di Harnell versus la tutina bianca (manco fosse uno degli Angel) di Le Tekro, ma a parte questo la band sicuramente c’è. Poter contare sui pezzi di Tell No Tales è sicuramente un vantaggio non da poco, ma anche il resto della scaletta che ripesca brani di altri album come Intuition, Forever Shine On, la perla Northern Lights cantata con trasporto da Harnell, Listen to Your Heart, 10000 Lovers (In One) ed Everyone’s a Star.
La band dimostra di saperci ancora fare con un Le Tekro sempre pulito e perfetto negli assoli e un Harnell in grado di arrivare ancora in alto… degna conclusione di questo grande Evento.
Cala il sipario su questa quarta edizione del Frontiers Rock Festival che sicuramente sarà ricordata come una delle più riuscite della sua storia!
04 Giugno 2017 12 Commenti Iacopo Mezzano
Domenica 21 maggio 2017 dove diamine eravate tutti?!
Una cinquantina di spettatori per gli Hardline live nella loro prima data europea dell’Human Nature Tour 2017/18 sono davvero troppo pochi. In Spagna, Portogallo, Inghilterra, stanno facendo sold out a ripetizione, da noi faticano ad arrivare a cento spettatori. Pazzesco. E quindi ora, mi raccomando, non lamentatevi MAI PIU’ se in Italia non passa mai qualcosa di figo da vedere dal vivo eh. La persistente stagnazione della scena – salvo qualche eccezione annuale che ben conosciamo – la vuole anche chi non alza MAI il sedere dalle proprie sedie. Specie per gli eventi medio-minori poi, proprio quelli in cui si misura la reale esistenza di una vera scena musicale!
Scusate l’incipit un po’ accesso, ma in cuor mio sono ancora oggi decisamente arrabbiato. Non si può rispondere così freddamente a certi eventi, tanto più se supportati da due dei migliori gruppi melodic rock della nostra scena nazionale, ovvero gli Hungryheart e i Mr.Riot. Impariamo un po’ a dimostrare che esistiamo anche al di là di ste maledette tastiere. Se no tutto quello per cui ci sbattiamo, beh, diventa in un sol colpo ogni qual volta vano.
09 Maggio 2017 1 Commento Denis Abello
Il report fotografico del Live di Steve Stevens al Druso di Ranica (BG) del 15/04/17
Tutte le foto a cura di Monica Manghi