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Recensione

89/100

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Tony Mitchell – Immortalis – Recensione

22 Agosto 2026 2 Commenti Samuele Mannini

genere: AOR / Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: AOR Blvd Records

Tracklist:

Living for the Weekend
Beautiful Mistake
Heart Made Me Do It
Immortalis
Lady Jane
The Traveller
When We Were Brothers
Cellar 36
Gonna Take a Miracle
Funky Feelin'
Heart of Fire
Who I Am
Stop Me Now

Formazione:

Tony Mitchell: voce, chitarre, basso, tastiere
George Williams (Kiss Of The Gypsy / The Alarm): tastiere, orchestrazioni, Hammond
Paul Hume (Demon / Dirty White Boyz / Lawless): chitarra solista
Eddie Antony (Kingdom Of Deadmen / Puppetmaster): batteria, cori
Darrel Treece Birch (Ten): pianoforte, tastiere, synth
Roger Cartwright: chitarra solista

Ospiti:

Rouges Gallery Gospel Choir: cori
Remi Jefferson: sax, cori
Alessia: cori

 

Nel redigere questa recensione potrei sembrare un po’ di parte, perché per me Tony Mitchell rimanda immediatamente ai Kiss Of The Gypsy, band meteora dei primi anni ’90 che ho collocato anche nelle nostre Gemme Sepolte, quindi inevitabilmente la mia mente associa quella voce a quel preciso sound, anche perché ammetto di aver trascurato in gran parte i suoi successivi lavori solisti. Ergo, sono andato a recuperare un po’ del vecchio materiale, e a ripescare sul sito le vecchie recensioni dei dischi precedenti, per farmi un quadro più attuale ed esaustivo della proposta musicale post-Kiss Of The Gypsy.

Finito il ripasso, quello che sinceramente mi sento di dire è che la matrice autobiografica di questo lavoro traspare fin dal primo ascolto: è come se Tony, arrivato a questo punto della sua carriera, si voltasse indietro e ci raccontasse la sua storia, e questo appare sia dalle differenti sonorità e stili che permeano le tracce, sia dai testi che narrano cose di vita vissuta, passando dalla normalità della vita quotidiana, non solo nei momenti nei quali tutti possiamo riconoscerci, ma anche da eventi più personali e forgianti che, da buon artista, è riuscito a mettere in musica. Certo, questa eterogeneità delle composizioni potrebbe spiazzare l’ascoltatore distratto, ma la si può affrontare in due modi, uno più filologico e uno più estetico. Il primo guarda alle numerose mutazioni e influenze sonore che attraversano il disco e che potrebbero far risultare *Immortalis* un po’ slegato come stile, ma che in realtà raccontano un percorso narrato in maniera temporale, quasi un attraversamento cronologico della carriera di Mitchell più che un semplice susseguirsi di canzoni. Il secondo è uno sguardo più propriamente estetico, che nota come questi continui cambi di registro tendano a spezzare il ritmo narrativo, rendendo il disco forse fin troppo vario per un’assimilazione immediata.

Il mio approccio però è rimasto legato essenzialmente alla qualità delle composizioni e, sinceramente, sono rimasto talmente rapito dall’immediatezza di alcuni ritornelli, dalla maestosità di certi passaggi e dalla varietà e dalla profondità dei testi da non far quasi caso all’altalena di generi ed atmosfere che si alternano nelle varie parti del disco. Anzi, vi dirò di più: tolte un paio di canzoni, a mio giudizio più debolucce, mi trovo davanti ad un probabile disco da podio nella mia top ten di fine anno, tant’è che dopo il secondo ascolto ho immediatamente ordinato la mia copia fisica.

Cominciamo col dire che Mitchell, in questo lavoro, si è circondato di professionisti di assoluta sostanza. George Williams, già tastierista dei Kiss Of The Gypsy e oggi nei The Alarm, cura tastiere e orchestrazioni. Paul Hume, che i frequentatori del melodic rock britannico riconosceranno da Demon, Dirty White Boyz e Lawless, firma la chitarra solista. Darrel Treece Birch dei Ten si aggiunge al piano, mentre il sax di Remi Jefferson completa un impianto sonoro più ricco rispetto ai lavori precedenti.

Adesso finalmente passiamo a dare uno sguardo alle canzoni a mio avviso più riuscite, ma cercando di evitare un asettico track by track, perché, se vi fidate di me, questo è un disco che merita di essere scoperto ed ascoltato da ognuno secondo la propria sensibilità. Comunque già l’opener *Living for the Weekend*, che racconta quello che tutti noi viviamo, ha tutti i crismi per colpirvi col suo hook micidiale. Segue la doppietta *Beautiful Mistake*, intrisa di sax suadente, e *Heart Made Me Do It*, più vicina all’hard dei Kiss Of The Gypsy, ma che canterete a squarciagola dopo due ascolti di numero. Ecco, a questo punto lo stupore, perché con la title track *Immortalis* il taglio cambia in maniera radicale: tutto si fa maestoso, quasi barocco, e la canzone appare in tutta la sua pomposità. Tratti queenesque appaiono qua e là, ma è una goduria per le orecchie. C’è un dettaglio che, da appassionato di lunga data dei Kiss Of The Gypsy, non posso fare a meno di notare in *When We Were Brothers*: quel calore corale che accompagna il brano, quella scelta di affidarsi a voci di ascendenza soul per dare profondità emotiva alla struttura, non è una novità nel percorso di Mitchell. Già nel 1992, in *No Prize For The Loser*, i Kiss Of The Gypsy si affidavano a coretti dallo stesso sapore per costruire quella che allora definii una vera chicca del disco. Ritrovare oggi, in forma più esplicitamente gospel grazie al contributo del Rouges Gallery Gospel Choir, lo stesso istinto che Mitchell aveva già trent’anni fa mi restituisce la sensazione di un cerchio che si chiude, quasi un filo mai davvero interrotto tra il ragazzo che incideva quel disco a Fleetwood e l’artista che oggi guarda alla propria storia con la consapevolezza di chi ha ancora qualcosa da raccontare. Scanzonata e con accenni beatlesiani, *Cellar 36* è probabilmente la canzone più profondamente autobiografica del disco e, pur con una decisa virata stilistica, si ascolta con piacere. Non stupitevi poi se *Funky Feelin’* vi parrà un’outtake del disco del ’92, perché a tutti gli effetti lo è: il brano è stato infatti scritto in quell’epoca e poi escluso dal disco, ma, come una time machine, vi riporta subito dentro a quelle magiche atmosfere, restituendole intatte. Il disco prosegue con altri ottimi episodi, ma mi pare il caso che li scopriate da soli: a questo punto dovrei avervi incuriosito abbastanza.

Concludo dunque consigliandovi senza riserve questo disco, che recupera in parte le sonorità dei Kiss Of The Gypsy, ma le arricchisce e le amplia con l’esperienza accumulata; in certi tratti non teme di osare e sperimentare, regalando momenti che, secondo me, sapranno stupirvi ed emozionarvi come raramente succede al giorno d’oggi. Bravo Tony, per me hai fatto centro.

© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.

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