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Lalu – A Mythmaker’s Demise – Recensione

02 Agosto 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: Prog. Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Tracklist:

Tears Of The Muse
EKO
I Am The One
Mayacama (Instrumental)
Prince With The Swift Warning
Learning To Fly
A Drop Of Water (Instrumental)
Fhloston Paradise
Cordal Weaves
Midnight Ink

Formazione:

Martin LeMar - Vocals
Joop Wolters - Guitars & bass
Simon Phillips - Drums
Vivien Lalu - Keyboards

Ospiti:

Jens Johansson (tastiere, quattro brani)
Virgil Donati (versione strumentale bonus di EKO

 

Quando nel 2022 scoprii i Lalu con Paint The Sky lo misi senza esitazione nella mia top ten dell’anno, poi l’anno successivo The Fish Who Wanted To Be King mi lasciò ammirato ma con una certa fatica, un disco più cerebrale che chiedeva ascolti ripetuti per essere davvero assorbito. Con A Mythmaker’s Demise, uscito per il ventennale del progetto, Vivien Lalu compie una scelta che potremmo definire quasi sentimentale: chiude il cerchio tornando alle voci delle origini. Esce quindi Damian Wilson, che tanto bene aveva figurato negli ultimi due lavori, e torna Martin LeMar, la voce del debutto Oniric Metal del 2005. Alla batteria arriva Simon Phillips, già presente come ospite proprio in Paint The Sky, mentre Joop Wolters resta l’unico punto fermo dell’ultima trilogia, stavolta anche al basso.

Il concept, dichiarato fin dal titolo, riguarda l’affievolirsi dell’immaginazione umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, tema che chi segue questo sito sa quanto mi stia a cuore. Ma a differenza del dadaismo un po’ ostico di Fish, qui il discorso si dipana in maniera più diretta ed emotiva, quasi un’elegia in più movimenti. Si apre con Tears Of The Muse, ingresso magniloquente dove le tastiere di Lalu costruiscono subito un’atmosfera cinematografica. I Am The One, personalissimo ritratto della doppia vita di ogni musicista non professionista, sposta il discorso dal generale al particolare con grande efficacia. Prince With The Swift Warning, ispirato a Watership Down, porta con sé temi di esilio e ricerca di un rifugio sicuro, mentre Fhloston Paradise (il resort de Il Quinto Elemento, per chi non lo ricordasse) rappresenta il momento più diretto e ruvido del lotto, con una vocalità di LeMar che in certi punti richiama esplicitamente Bruce Dickinson. Il vero climax arriva però con Cordal Weaves, la cui coda, “We create…”, ribalta il lutto iniziale in affermazione, prima che Midnight Ink chiuda tutto con una ballata malinconica e, in fondo, consolatoria.

Musicalmente il disco recupera quella immediatezza melodica che avevo premiato in Paint The Sky, ma con una sostanza sonora che, a un ascolto più attento, si rivela diseguale, e proprio in questo sta parte del suo fascino. In alcuni passaggi ci si avvicina davvero al prog metal, ma è una questione di timbrica e di produzione più che di struttura delle canzoni, che restano nel solco melodico tipico di Lalu. In altri momenti, al contrario, tornano atmosfere più leggere e ariose, quasi a voler alternare consapevolmente i due registri lungo tutto l’album.

Un fattore che a mio parere pesa parecchio in questo equilibrio è il cambio in cabina di regia vocale. Damian Wilson aveva una versatilità che su Paint The Sky e Fish contribuiva ad alleggerire anche i passaggi più densi, portando sempre una vena melodica capace di ammorbidire il materiale. Martin LeMar mi sembra invece una voce più monocorde, meno duttile, ma probabilmente più adatta proprio ai tratti più metal delle composizioni, dove la sua timbrica meno versatile finisce per assecondare bene la ruvidezza produttiva di cui parlavo. È un cambio che quindi non va letto come un peggioramento, ma come una scelta coerente con la direzione più grezza e meno orchestrale intrapresa per questo disco. Poi, che io personalmente preferisca il timbro vocale e la capacità interpretativa di Wilson, è un’altra storia…

Se Paint The Sky mi aveva conquistato per la sua ricchezza di ospiti e la sua immediatezza, e Fish mi aveva messo alla prova con la sua complessità, A Mythmaker’s Demise trova un equilibrio quasi ideale tra i due, aggiungendo però una ruvidezza sonora che i due predecessori non avevano. Un disco che, vent’anni dopo Oniric Metal, dimostra come Vivien Lalu sappia ancora reinventarsi senza tradire se stesso.

© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.

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