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Recensione

78/100

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Kickin Valentina – Anthems From The Underground – Recensione

28 Agosto 2026 1 Commento Luca Gatti

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Mighty Music

Tracklist:

01. Generation Time Bomb
02. Dance Of Destruction
03. Rock'N'Roll Casualty
04. Don't Be Mad
05. Silver Moon
06. Dog Fight
07. Good Time Bad Guys
08. Overdose On Cloud 9
09. Bulletproof Sound
10. Just Like A Movie

Formazione:

D.K. Revelle – vocals
Heber Pampillon – guitar
Chris Taylor – bass
Jimmy Berdine – drums

 

Amici di MelodicRock.it, consoliamoci in questa fine estate con il nuovo e atteso lavoro dei Kickin Valentina, in uscita worldwide il 28/08/2026, band statunitense con tredici anni di attività sulle spalle ma con già un prolifico rullino di 4 album all’attivo che si sono fatti notare e rispettare sulle chart americane e non solo: sano ed arrogante hard rock a stelle e strisce, di brutti ceffi catapultati fuori dalla Sunset Boulevard, cosa chiedere di meglio.

Registrato ad Atlanta, “Anthems From The Underground” cattura ambizione e volontà della band di alzare l’asticella, partendo dall’affidare la produzione e il mixaggio del disco a Pete Newdeck (Tony Martin, Steve Grimmett’s Grim Reaper) e il mastering a Harry Hess (Harem Scarem); già al primo ascolto spicca all’orecchio l’appagante tridimensionalità del mastering che, paragonato ai già ottimi precedenti lavori, porta una bella ventata di cattiveria e freschezza. Questo sound moderno contribuisce sicuramente a scolpire il suono dei Kickin’ in maniera più identitaria e coinvolgente, in un genere di mostri sacri e tatuati che fa pochi sconti alle brutte copie.

“Generation Time Bomb” si presenta on your face, resa sonora eccellente e produzione convincente: “out of the comfort zone”, come osa esprimersi il bassista Chris Taylor, definendo questa ritrovata energia della band nell’esplorare nuovi territori. I rimandi di lusso sono notevoli, dagli AC/DC agli Accept; batteria bene sui denti che tanto mi ricorda il primo Adler dei Gn’R, hard rock bilanciato tra aggressività strumentale e apertura vocale sui ritornelli che convince al primo ascolto.

“Dance Of Destruction” mantiene quel tiro di batteria da Sunset Boulevard band che fa godere e mi stuzzica l’acufene, con tutti i migliori cliché compositivi sfacciatamente Airbourne, ma con range vocali decisamente più bassi, godibili (dipende), e forse maggiormente sfruttabili radiofonicamente ($); sano rock and roll per dirla da cafone yankee, accattivante e comunque melodico. Canzone che gira bene, come bene percepibile è l’affiatamento strumentale dei componenti, che a parere personale fanno da giusto contorno a una batteria che da sola vale l’ascolto.

Altro calcio alla povera Valentina, e altro titolo senza mezze misure, è la terza “Rock’N’Roll Casualty”: piacevoli sentori di Alice Cooper su un groove molto più alternative. Il ritornello mi ricordava tanto qualcosa e, dopo un paio di notti insonni, l’ho associato a “Knucklebones” di D. Lee Roth: ora posso finalmente dormire senza melatonina.

L’album scorre in cuffia con coerenza e filo logico: a ogni pezzo l’ascoltatore viene martellato con dell’ottimo hard rock, seppur senza particolari esasperazioni di chitarre virtuose. Ma forse è proprio questa la loro ricetta: un’amalgama sonora fatta sì per piacere, ma con pochi fronzoli e tanta sostanza, da una band d’esperienza che fa il suo mestiere.

“Don’t Be Mad” ve la descriverei come una quasi ballad: c’è qualcosa dei Mötley Crüe e un che dei Foo Fighters, e direi perché no.

“Silver Moon” e la chitarra rimettono le carte in tavola: il pezzo prende la rincorsa con un’inquietante strofa alla Bon Jovi dai capelli ormai bianchi, poi sale di gradazione, con parti in scream accattivanti e ritornelli in pieno stile Skid Row (“Big Guns”). Mr. Revelle alla voce è concretezza: perde forse le altezze timbriche dei precedenti cantanti dei Kickin’ (n.d.r. Joe Edwards, 2013-2018; Brian Bezotte, 2018), non fa dell’irruenza la sua arma vincente ma apporta qualità e spessore vocale, garantiti anche dall’ottima produzione. Il bite sporco del suo attacco mi ricorda tanto il miglior Pino Scotto (è un complimento), mentre per l’ottimo bilanciamento penso al da poco recensito John Corabi.

Solida come una roccia anche la sesta “Dog Fight”: grintosa, attuale, ma senza mai perdere il filo conduttore con la semplicità e l’efficacia di chi li ha ispirati. L’abc è semplice: sezione ritmica a carpenteria e parti vocali che remano sulle medie per non fingersi mero accompagnamento. Non è la ricetta sforna-hit, ma garantisce di sicuro rock di ottimo livello.

Decisamente più classic “Good Time Bad Guys”: c’è ancora quel croccante e delizioso nostalgico del buon Corabi nel suo ultimo album, che vi invito ad ascoltare. L’affinità è palesemente figlia di questa produzione moderna, che conferisce nitidezza e focus strumentale a tutta la banda (di frequenze): una delle rare cose che possiamo invidiare agli americani.

“Overdose On Cloud 9” parte di gran cassa con una bella live vibe che vorreste sentire una sera in un pub, se non abitassimo la dimensione sbagliata: canzone semplice, come tracciata con il righello, ma efficace, scuola Alice Cooper. Non sapremo mai con certezza quanto l’IA influenzerà i processi compositivi delle piccole o grandi band che amiamo, o se non lo stia già facendo da parecchi anni a nostra insaputa; comunque, stile e grinta della band non perdono mai il focus sul genere, e tutta la tracklist si scolpisce quadrata, senza pezzi materasso: canzone dopo canzone l’album non si sgonfia e non stanca l’orecchio.

“Bulletproof Sound” è la nona traccia e ciò che meglio descrive la filosofia musicale dell’album: tutta batteria avanti e chitarre sui denti, come già accennato, pedigree genealogico di nonni AC/DC e cugini Airbourne. È la canzone che consiglio e che meglio la fotografa.

“Just Like A Movie” mostra un lato più introspettivo, stile Gotthard: un tentativo rabbioso di ballad che non snatura il filo logico hard rock del lavoro, ma anzi lo arricchisce. Canzone equilibrata e completa, che mi fa battere il tempo con il dito mentre butto giù questo scempio di recensione: anche i rocker più incalliti e incartapecoriti stile Rose Tattoo se ne innamorano.

In conclusione, non posso che valutare positivamente questa giovane-vecchia band che non molla l’osso, anzi rilancia, con questo nuovo album, consacrandosi (un augurio) o semplicemente affinandosi verso sonorità più identitarie. Piacevole quella punta glam stile Guns, acchiappa-ragazzini che funziona collaudata per tutto l’album: forse mancherà quell’insana dose di irruenza giovanile per azzeccare una hit e sparire come le migliori meteore, ma ci accontentiamo volentieri dell’esperienza di questi veterani, che tengono duro il rock puntando tutto su longevità e concretezza.

© 2026, Luca Gatti. All rights reserved.

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