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27 Agosto 2026 3 Commenti Luke Bosio
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Andromeda Relix
Tracklist:
CD1-01 Take Off
CD1-02 Secret Of The Holy Grave
CD1-03 Lord Of The Rings
CD1-04 The Riot Of The Young Guns
CD1-05 Brainstorm
CD1-06 Dirty War Of Bloody Angels
CD1-07 Lucille
CD1-08 Time Machine
CD1-09 Still Remember
CD1-10 Evil Empire
CD2-01 Prelude To A Hero
CD2-02 Fly High (Hero)
CD2-03 Snake 92
CD2-04 Big City
CD2-05 Pain
CD2-06 Magic Lamp
CD2-07 St. Valentine's Day
CD2-08 A Man That Got No Heart
CD2-09 Back On The Road
CD2-10 Escape From The Rock
Formazione:
Elio Maugeri: vece
Simone Falovo: chitarre, cori
Eugenio Massanero: piano, synth, sequences, cori
Stefano Turolla: basso, cori
Alex Jorio: batteria, cori
Ritorno al futuro del Rock Sabaudo: quando la memoria incontra il sudore del palco!
‘’Certe uscite discografiche non si limitano a occupare uno spazio sugli scaffali dei negozi di dischi o a rimpinguare i cataloghi delle etichette indipendenti; a volte, aprono una botola temporale. Ascoltare oggi “40th Anniversary – Live!” degli Elektradrive, pubblicato per Andromeda Relix, mi fa inevitabilmente fare un salto indietro nel tempo di oltre quarant’anni,’’
Nei primi anni ’80, nascere in Italia e decidere di suonare Heavy Metal significava partire con un handicap che sembrava quasi impossibile da colmare. La distanza dai grandi centri discografici internazionali – Londra su tutti – le barriere linguistiche, la scarsità di strutture professionali e una scena italiana guardata con sufficienza oltreconfine rappresentavano ostacoli enormi per qualsiasi band che aspirasse a uscire dai confini nazionali.
Gli Elektradrive, però, avevano tutte le carte in regola per competere con molti dei grandi nomi d’oltremanica e d’oltreoceano. Tecnica, personalità, capacità compositiva e soprattutto quella perfetta combinazione di melodia e potenza che, proprio in quegli anni, stava conquistando il pubblico internazionale. Eppure finirono vittime di quel particolare “limbo tricolore” nel quale sono rimaste intrappolate tante eccellenze del Rock italiano, lontane dai circuiti che contavano per trasformare il talento in una vera carriera internazionale.
A volte ripenso al giovane metallaro torinese che ero in quegli anni ruggenti. Al mio giubbotto di pelle tempestato di toppe, alle fanzine ciclostilate passate di mano in mano, alle discussioni fuori dai negozi di dischi e ai concerti nei club, dove il fumo sembrava parte integrante dell’impianto scenico. Scoprire una band era quasi una caccia al tesoro: una recensione su una rivista straniera, una cassetta duplicata, un vinile importato, una registrazione passata da un amico all’altro. In quel contesto ho visto gli Elektradrive dal vivo tre o quattro volte. E già allora era evidente che non fossero la solita formazione italiana impegnata a inseguire mode provenienti dall’estero. Certo, il loro linguaggio musicale guardava dichiaratamente ai grandi nomi americani, ma dentro quel suono c’era qualcosa di profondamente nostro e persino torinese: un’attitudine operaia, la testardaggine di chi sa che nulla verrà regalato e che ogni centimetro di strada dovrà essere conquistato con il lavoro. Riff di chitarra affilati, melodie assai efficaci, arrangiamenti curati e una capacità compositiva tutt’altro che comune. Tutto lasciava pensare a una band con il potenziale per andare molto lontano. E oggi, rivederli sul palco con la stessa passione, ma con una maturità esecutiva affinata da quarant’anni di esperienza, produce una sensazione difficile da spiegare. È contemporaneamente un pugno nello stomaco e una carezza al cuore: la felicità di ritrovare una band che non ha smarrito la propria identità e, allo stesso tempo, la consapevolezza quasi dolorosa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Ma proprio qui devo fare un passo indietro e correggere me stesso.
Rileggendo queste righe mi accorgo di essere stato troppo clemente. Ho indossato gli occhiali sfumati del fan nostalgico, lasciandomi trasportare dal ricordo di un’epoca ormai consegnata alla storia. Ma la penna, per essere veramente tale, deve anche graffiare. E allora mettiamo da parte la retorica da libro Cuore e affrontiamo la parte della storia drammatica degli Elektradrive con la lucidità che merita.
Perché il vero dramma degli Elektradrive (e di vero dramma si tratta) non è il tempo passato. È l’occasione colossale che non è mai stata colta. Negli anni Ottanta il Rock duro viveva una delle sue stagioni più floride. Le grandi etichette cercavano nuovi nomi, i videoclip spalancavano le porte della televisione musicale e le tournée potevano trasformare una band in un fenomeno internazionale. Formazioni provenienti da Paesi considerati fino a pochi anni prima periferici riuscivano a costruirsi una carriera globale grazie a strutture, manager, etichette e circuiti promozionali adeguati. Gli Elektradrive, invece, si muovevano all’interno di un sistema che sembrava quasi progettato per impedire a una band italiana di compiere quel salto. L’Italia del Rock è stata per molti dei suoi figli migliori una splendida tomba: culturalmente provinciale, spesso convinta che ciò che arrivava dall’estero fosse automaticamente superiore a ciò che nasceva in casa e dominata da logiche discografiche che privilegiavano la melodia sanremese, il pop da classifica e i prodotti facilmente assimilabili. Una musica come quella degli Elektradrive richiedeva invece competenza, investimento e soprattutto una precisa strategia internazionale. Ed è proprio questo che fa male. Gli Elektradrive non erano semplicemente “bravi per essere italiani”, anzi, questa definizione rischia di sminuirli. Senza alcun timore sul piano compositivo avrebbero potuto confrontarsi con una parte consistente della concorrenza internazionale. E invece arrivarono budget ridotti all’osso, distribuzioni artigianali, scarsa esposizione internazionale, una rete promozionale insufficiente e un mercato domestico che troppo spesso sembrava preferire la copia sbiadita dell’originale straniero al talento di casa. È qui che la nostalgia smette di essere nostalgia e diventa rabbia. Perché ascoltare oggi gli Elektradrive significa rendersi conto di quanto fosse enorme il potenziale rimasto inutilizzato. Questo live, però, non è soltanto l’atto d’accusa definitivo contro le vecchie amarezze giovanili, è anche la radiografia di una band che, nonostante tutto, è riuscita a sopravvivere alle proprie occasioni perdute senza smarrire dignità, identità e voglia di suonare.
Ed è questo, forse, il suo valore più grande.
Gli Elektradrive hanno continuato a fare una cosa semplice e difficilissima: suonare. Senza scorciatoie, senza adeguarsi alle richieste del mercato e senza trasformare la propria storia in una semplice celebrazione nostalgica. Il loro sound riassume perfettamente questa identità: Hard’n’Heavy melodico e di classe, AOR raffinato e grandi architetture dell’Arena Rock anni ’80. Tastiere avvolgenti, chitarre incisive, ritornelli tosti, melodie vocali monumentali e arrangiamenti capaci di dare profondità anche alle strutture apparentemente più semplici. Rainbow, Foreigner, Journey, Van Halen [periodo con Diamond Dave], Saxon, Scorpions e, in certi frangenti, persino i primi Bon Jovi possono essere evocati come riferimenti. Ma fermarsi ai paragoni sarebbe un errore. Gli Elektradrive non sono diventati headliner del Wacken, né hanno dominato le classifiche Billboard, ma ascoltando oggi la qualità degli arrangiamenti, la solidità delle composizioni e la convinzione con cui questi brani vengono riproposti, una cosa appare evidente: il valore artistico non sempre coincide con il successo commerciale. E certi vizi d’orgoglio non si comprano e non si vendono al miglior offerente. Restano l’unica vera aristocrazia rimasta in questo circo.
Ed eccoci finalmente al nuovo disco live…
Il live in questione cattura la quintessenza degli Elektradrive attraverso una serie di concerti tenuti tra il 2023 e il 2024 per celebrare quarant’anni di storia. Ma la cosa più convincente è che non sembra di assistere a una semplice operazione commemorativa, anzi, la prima cosa che salta all’orecchio — e che farà felici i puristi del vero Rock — è l’assenza di rifiniture chirurgiche, correzioni posticce o artifici destinati a rendere il prodotto più perfetto di quanto fosse realmente sul palco.
Quello che si sente è quello che ho visto con i miei occhi in una delle serate: sudore, amplificatori tirati al limite, energia e tanto savoir-faire. La scaletta è un vero bignami di quattro decenni di Hard Rock melodico, condensati in venti tracce che attraversano le diverse stagioni artistiche della band.
È come sfogliare un vecchio album fotografico, solo che qui le fotografie hanno ancora il volume al massimo, i riff sono incandescenti e le melodie continuano ad essere affascinanti.
Dietro il microfono, Elio Maugeri offre un’interpretazione calda, teatrale e vigorosa, dimostrando di non avere alcuna intenzione di vivere di rendita sul proprio passato. Il cantante non cerca di imitare il cantante che era quarant’anni fa e non rincorre nostalgicamente una versione giovanile di sé stesso: ma porta sul palco l’esperienza accumulata in decenni di attività e la mette al servizio dei brani. La sua è la voce di un musicista che ha attraversato il tempo, ne ha conosciuto difficoltà e trasformazioni e oggi può permettersi di interpretare ogni pezzo con una consapevolezza che va oltre la semplice tecnica. La chitarra e gli intrecci di tastiere guidati da Simone Falovo ed Eugenio Manassero ricreano quel muro di suono che ci stregava nei club dei nostri vent’anni, quando bastavano un riff, una melodia di tastiera e un ritornello da cantare a squarciagola per sentirsi parte di qualcosa. La differenza è che oggi quella stessa materia sonora viene affrontata con una maturità e una precisione esecutiva che la rendono, se possibile, ancora più efficace. I suoni in sala sono pieni, compatti e potenti, ma non perdono mai la componente melodica che rappresenta l’anima stessa della band. È il passato che torna a bussare alla porta, ma lo fa con un suono sorprendentemente presente. Basta riascoltare alcuni dei brani presenti in questo live per rendersi conto della sproporzione tra il loro potenziale e le opportunità che ebbero a disposizione. Si parte dagli inzi, con “Secret Of The Holy Grave” e ”Lord Of THe Rings” che danno il via allo show con quelle strutture ”tirate” che strizzano l’occhio sia ai Rainbow dell’epoca Dio che agli onnipresenti maestri Black Sabbath periodo ”Heaven & Hell/Mob Rules” ed è giusto che sia così, dato che quelle erano le influenze principali ai tempi dei ragazi torinesi. La full-immersion delle grandi composioni prende piede con la magnifica “The Riot Of The Young Guns” (sempre adorata), “Lucille” e la B-side del primo singolo, “Brainstorm”, mostrano una band che non si limitava a riprodurre un genere, ma cercava di interpretarlo con una propria identità. Otitma come sempre “Snake ’92”, la trascinante “Dirty War Of Bloody Angels” e la malinconica “Still Remember”. Tutti tasselli fondamentali della scaletta. “Fly High (Hero)” conserva intatta tutta la propria grinta, “Time Machine” porta con sé quella carica immediata che invita a muoversi e cantare, mentre “Evil Empire” aggiunge una dimensione più intensa e malinconica, dimostrando quanto la componente melodica possa diventare emotivamente potente quando è sostenuta da un’interpretazione autentica.
“Back on the Road” ed “Escape From the Rock” completano un excursus che non perde mai tensione, alternando momenti diretti ad altri più atmosferici. Le canzoni non vengono semplicemente ripescate dal repertorio: vengono restituite al pubblico con una forza che dimostra quanto certe melodie siano ancora capaci di resistere al tempo. Quando le ultime note si spengono, rimane la sensazione che quei quattro decenni non siano affatto un capitolo chiuso, ma una storia ancora in movimento. Una storia fatta di chitarre, tastiere, grandi ritornelli, sudore, passione e soprattutto di quella ostinata, bellissima convinzione che il Rock, quando è suonato con il cuore, non abbia davvero una data di scadenza. Ed è forse questo il merito principale degli Elektradrive di oggi.
Non suonano per dimostrare che erano bravi quarant’anni fa. Suonano per dimostrare che lo sono ancora. Questo live non è quindi soltanto un’operazione nostalgica destinata ai fedelissimi reduci di una subcultura musicale cittadina, ma è la testimonianza di una vitalità artistica che, nonostante tutto, ha rifiutato di spegnersi. Per chi c’era nei club sabaudi negli Eighties, ascoltare queste tracce equivale a ritrovare vecchi amici che non sono mai davvero cambiati. Per i neofiti, invece, può rappresentare una piccola lezione di storia: non quella raccontata dai grandi libri del Rock, che ricordano soprattutto chi è riuscito ad arrivare in cima, ma quella parallela, fatta di band che hanno avuto talento, coraggio e ostinazione senza ricevere in cambio la stessa attenzione.
Bentornati, ragazzi. La strada è ancora lunga e voi, fortunatamente, siete ancora saldamente in sella.
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