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Recensione Gemma Sepolta

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Gemma Sepolta

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Lion – Dangerous Attraction – Gemma Sepolta

07 Giugno 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 1987
etichetta: Scotti Bros
ristampe:

Tracklist:


    Fatal Attraction
    Armed and Dangerous
    Hard and Heavy
    Never Surrender
    Death on Legs
    Powerlove
    In the Name of Love
    After the Fire
    Shout It Out

Formazione:

Kal Swan: Voce, chitarra acustica.

Doug Aldrich: Chitarre, cori.

Jerry Best: Basso, cori.

Mark Edwards: Batteria, cori.

 

Nel sottobosco dell’hard rock degli anni ottanta miriadi di band si sono affacciate al successo: alcune lo hanno sfiorato, altre raggiunto per brevi periodi o solo in determinati mercati, altre ancora lo hanno visto passare di lontano, magari mentre qualche loro membro lo conquistava poi altrove. I Lion sono stati un po’ tutto questo, e non per mancanza di meriti tecnici o compositivi, ma per circostanze avverse, per il classico non essere nel posto giusto al momento giusto. Perché come tutti i dischi di questa rubrica, il quid per il successo commerciale c’era eccome.

La band nasce a Los Angeles nel 1983, ma di californiano ha ben poco nel DNA: il suo fulcro è Kal Swan (all’anagrafe Norman Murray Swan), vocalist scozzese di Glasgow, già microfono dei Tytan, una di quelle meteore dell’immensa NWOBHM che bruciarono con intensità prima di scomparire. Swan porta con sé il gene british e un timbro vocale che, diciamolo subito, è una piccola meraviglia: caldo, sensuale, con quel filo di raucedine che rimanda a David Coverdale senza però mai diventarne una copia servile. Francamente, per chi scrive, una delle dieci voci più complete del panorama hard ‘n’ heavy: capace di raccontare storie anche quando canta urlato, e nei momenti più morbidi capace di una dolcezza ed un calore quasi disarmanti; probabilmente il carisma di Coverdale è inimitabile, ma a livello vocale se la gioca. Al suo fianco, Doug Aldrich. Non servono molte parole per chi frequenta questo sito: parliamo di uno dei chitarristi più completi e dotati che la scena hard rock abbia mai prodotto, destinato a una carriera che lo porterà, quasi come un segno del destino, nelle fila di Dio e degli Whitesnake, ai quali ovviamente i Lion devono molto. Ma già qui, a ventitré anni, Aldrich suona come se avesse alle spalle una carriera ben più lunga: un senso melodico sopraffino, riff che mordono senza essere gratuiti, assoli che raccontano qualcosa invece di limitarsi a esibire velocità e tecnica, puntando sul buon gusto e la grazia. La sezione ritmica completa il quadro con Jerry Best al basso e Mark Edwards dietro alle pelli, quest’ultimo ex Steeler, la band che aveva lanciato Yngwie Malmsteen. Quattro musicisti di razza, con una chimica che si avverte in ogni singolo pezzo.

La storia extramusicale dei Lion è intessuta di aneddoti che nel tempo ne hanno alimentato il culto. Prima ancora di questo album, la band aveva già conquistato un posto nella storia della cultura pop registrando il tema principale di The Transformers: The Movie (1986), quel brano esplosivo che i bambini degli anni ottanta hanno nel midollo anche se non sanno da dove viene. Poi due brani inseriti ne Il Replicante con Charlie Sheen, poi il debutto su Scotti Brothers: sembrava tutto pronto per il salto definitivo. Non andò così. La label non investì mai seriamente, il tour support venne ritirato proprio quando la band era pronta a partire, e i Lion si ritrovarono a navigare controcorrente in un mercato che premiava chi aveva i soldi per stare sullo schermo e in rotazione radio. Tentarono di ripartire nel 1989 con Trouble in Angel City, su Grand Slamm Records, un disco più grezzo ma non meno valido. Poi, nel settembre di quell’anno, la storia si chiuse in modo brutale: Mark Edwards cadde da una scogliera durante una gara motociclistica a Palmdale, in California, riportando la rottura del collo e lesioni spinali che posero fine per sempre alla sua carriera di batterista. La band si sciolse un mese dopo. E se volete la dimostrazione che quando la vita ti si mette contro lo fa anche con una certa ironia e spietata cattiveria, sappiate che nel film c’è una scena in cui un’auto va fuori strada proprio in quel modo e sulle note di Never Surrender dei Lion. Certi destini sembrano scritti prima. La coppia Swan/Aldrich non si diede però per vinta e tornò successivamente sulle scene con i Bad Moon Rising, naturale prosecuzione del progetto Lion sia per sound che per spirito, ottenendo un discreto riscontro nel mercato giapponese. Con lo spazio per queste sonorità sempre più ristretto negli anni novanta, anche questo progetto rimase sospeso tra notorietà e successo. Ma questa è un’altra storia.

Il suono dei Lion è una cosa precisa: è l’hard rock americano degli anni ottanta nel suo momento di massima maturità espressiva, quell’istante prima che il genere diventasse parodia di sé stesso. Si sente il peso specifico dei Dokken nei riff e nelle strutture, si sente l’epicità bluesy dei Whitesnake nel fraseggio vocale di Swan, e si sente, soprattutto, una personalità propria, un modo di costruire i pezzi che non è mai banale anche quando lavora con materiale familiare e l’opener Fatal Attraction lo dimostra subito: se non sai cosa ti aspetta sei spacciato. Quattro minuti di hard rock compatto, un riff che entra in testa e non ne esce più, con Swan che aggredisce il microfono dall’inizio senza riscaldamento. È il biglietto da visita perfetto per un disco che non ha intenzione di fare cerimonie. Armed & Dangerous e la velocissima Never Surrender, poi finita nella già citata colonna sonora de Il Replicante, mostrano la vena più muscolare della band, con Aldrich che sforna riff uno dopo l’altro come se costassero nulla. Powerlove, altro brano presente nel medesimo film e diventato un video MTV top venti, è la hit mancata per antonomasia: melodia irresistibile, ritornello che chiunque conosce dopo due ascolti. Il cuore emotivo del disco è però In The Name Of Love: sei minuti abbondanti di ballad hard rock in cui Swan esplode in tutta la sua grandezza, la chitarra di Aldrich lavora con una sobrietà quasi commovente, e la band dimostra di saper gestire le dinamiche con una maturità che molti loro contemporanei di più alto profilo non possedevano. Death On Legs è erotismo elettrico puro, il tipo di brano che nei live fa sculettare mentre contemporaneamente fai headbanging. After The Fire brucia con la stessa intensità, hard rock teso e diretto che non concede un attimo di respiro, mentre Shout It Out chiude il disco alzando ulteriormente il pugno, come se la band volesse ricordarti fino all’ultima nota di cosa è capace. Nove brani, serrati, emotivi e zero riempitivi.

Dangerous Attraction è dunque il prototipo della gemma sepolta, sepolta dalla sfiga e da un music biz beffardo e crudele, il tipo di album che ti fa arrabbiare un poco, perché ascolti e pensi a quanta strada potevano fare questi quattro ragazzi se solo qualcuno avesse davvero creduto in loro al momento giusto. La Rock Candy Records ha provveduto negli anni a restituirgli la dignità discografica che meritava, con una ristampa rimasterizzata e documentata come si deve, ma il punto non è la ristampa. Il punto è il disco: nove brani di hard rock scritto con intelligenza e suonato con classe, da una band che aveva tutto per sfondare e che invece rimase schiacciata sotto il peso di circostanze avverse. Cercatelo, ascoltatelo, e poi cercate di trovarmi un motivo che vada oltre la sfortuna per cui, ad esempio, i Bon Jovi vendevano milioni di copie e questi quattro no. Io non ci sono ancora riuscito.

 

© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.

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