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Recensione Classico

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Classico

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Bon Jovi – Slippery When Wet – Classico

20 Giugno 2026 0 Commenti Redazione MelodicRock.it

genere: Hard Rock
anno: 1986
etichetta: Mercury Records
ristampe:

Tracklist:

01. Let It Rock
02. You Give Love A Bad Name
03. Livin' On A Prayer
04. Social Disease
05. Wanted Dead or Alive
06. Raise Your Hands
07. Without Love
08. I'D Die For You
09. Never Say Goodbye
10. Wild Int The Streets

Formazione:

Jon Bon Jovi: Vocals,Guitars
Richie Sambora Guitars, Vocals
Tico Torres: Drums
Alec Such: Bass
David Bryan: Keyboards

 

Quella che state per leggere non è una recensione come le altre. E d’altronde, cosa potremmo scrivere su questo disco che non sia già stato scritto? Decine di milioni di copie vendute, un disco con hit cantate anche dalle pietre. Eppure è impossibile non includerlo nella nostra rubrica dei classici. Per non fare l’ennesimo compitino, abbiamo deciso di incrociare le nostre penne: per raccontare non solo la macchina da guerra industriale che fu quel disco, ma anche l’atmosfera di un’epoca su cui andò a schiantarsi.

Samuele Mannini & Yuri Picasso

 

Il Perfect Timing (momento perfetto) indica la capacità di compiere un’azione nel momento storico migliore per massimizzare i profitti, non solo quelli economici. Chi può sapere se Jon Bon Jovi, Richie Sambora e, quando presente, Desmond Child si rendessero conto che, in quel seminterrato di proprietà della madre di Sambora, stavano scrivendo il disco che li avrebbe proiettati nella stratosfera? Eppure, proprio lì, negli ultimi mesi del 1985, stava prendendo forma quello che sarebbe diventato “Slippery When Wet”.

I ragazzi erano nel giro giusto, sotto contratto con la Mercury per merito del successo del singolo “Runaway”; dopo il tiepido riscontro ottenuto dal secondo album “7800° Fahrenheit”, la casa discografica diede loro la possibilità di incidere un terzo lavoro: una fiducia accompagnata da un team creativo rinnovato. Di certo ingredienti quali il talento, la presenza scenica, la fame artistica e la giovane età non mancavano. Completata la fase di scrittura all’inizio del 1986, i nostri si trasferirono a Vancouver, ai Little Mountain Sound Studios, in compagnia di Bruce Fairbairn e Bob Rock. E proprio durante una serata di svago, in uno strip club locale, ai piedi di una spogliarellista impegnata in un’esibizione sotto una doccia, nacque il titolo dell’album.

Il 23 luglio 1986 iniziò la scalata. L’intero panorama hard rock venne scosso dal lancio del singolo “You Give Love a Bad Name”: il brano arrivò al numero 1 della Billboard grazie a un hard rock immediato, una batteria potente e un ritornello indimenticabile. Dopo la pubblicazione del disco, avvenuta in agosto, a ottobre la strategia di marketing mise a segno un colpo devastante con il secondo singolo, “Livin’ on a Prayer”, brano sulla cui bontà Jon nutriva inizialmente qualche dubbio, a differenza del duo Sambora/Child. Anche questo pezzo raggiunse il numero 1.

Gli altri due singoli contribuiranno a rendere il disco il più venduto negli USA nel 1987: parliamo del rock western cantautoriale di “Wanted Dead or Alive” e della malinconica ballad “Never Say Goodbye”, brano nato dalla penna a quattro mani di Jon e Sambora. Venne inoltre girato un video per “Wild in the Streets”, party song diretta che, in sede live, incendiava il pubblico. Per consolidare l’immagine ‘hair metal’ della band e dare un’ulteriore spinta commerciale al disco, anche i videoclip dei singoli, diretti da Wayne Isham, ebbero un ruolo chiave. Personalmente, le canzoni che oggi riascolto più spesso rimangono le opener di ciascun lato: “Let It Rock”, arena rock dal ritmo sostenuto, e la sontuosa “Raise Your Hands”, concepita per essere cantata e accompagnata da tutti i presenti allo stadio, sera dopo sera.

“Social Disease” rappresenta uno degli ultimi brani adolescenziali della band: hard rock riempitivo, ma di qualità.

“Without Love” è il perfetto equilibrio tra le due anime che il gruppo aveva ormai sviluppato: da una parte l’atmosfera pop rock, dall’altra chitarre elettriche raffinate, risultato di un meticoloso lavoro in studio di registrazione. “I’d Die for You” è una power ballad energica, ancora oggi riascoltata con piacere perché meno “consumata” all’epoca.

In Giappone “Slippery When Wet” venne pubblicato con la copertina originariamente concepita, raffigurante il busto di una modella con un top giallo; per il mercato statunitense, invece, si optò per la grafica neutra e minimalista che tutti noi conosciamo, ritenuta più sobria e meno provocatoria.

Essere stati al posto giusto nel momento giusto ha permesso alla band di rendere accessibile, da quel momento in poi, una musica che oggi continuiamo ad amare in tutte le sue sfumature e sottogeneri. L’importanza storica dell’album è incommensurabile, così come il suo valore artistico intrinseco, che va oltre i gusti personali di ciascuno di noi.

Tutto questo, la cronaca, le date e i numeri, racconta perfettamente cosa abbia rappresentato “Slippery When Wet” per la storia della musica. Ma un disco del genere non si esaurisce nella sua vicenda ufficiale: per chi lo ha incrociato da ragazzino, spesso senza nemmeno sceglierlo, esiste anche un’altra storia, fatta di ricordi che riaffiorano quando meno te lo aspetti.

Tornate con la memoria a un bar di provincia, alla fine degli anni Ottanta, con un flipper consumato dalle monetine, un juke box nell’angolo e due cabinati che profumano di plastica calda. Io ho tredici anni e tutta la mia attenzione è lì, sulle palline d’acciaio e sugli sprite che saltano sullo schermo. La musica, in quel posto, è arredamento. Esiste, riempie i vuoti, ma non la ascolto: la subisco, come si subisce il rumore del traffico fuori da una finestra aperta.

Eppure “Slippery When Wet” girava spesso, in quei pomeriggi, tra una moneta nel flipper e una nel juke box. Non lo sapevo ancora, non avevo nemmeno un nome da dare a quel suono, ma certe cose si imprimono comunque, anche quando non stai prestando attenzione. È il modo in cui funziona la musica vera, credo: entra anche quando hai la testa altrove e si deposita da qualche parte, in attesa.

Il primo indizio che lì sotto ci fosse qualcosa di importante non me lo ha dato il mio orecchio, ma le ragazzine. Al bar, certo, ma anche a scuola, alle medie, dove nei corridoi e durante l’intervallo si parlava di questi nuovi fighi arrivati dall’estero: Bon Jovi, Europe, nomi che giravano tra i banchi con un’aura quasi leggendaria, anche se io non avevo ancora capito bene perché. Erano loro a illuminarsi quando partiva quel ritornello, a canticchiarlo mentre io ero concentrato su tutt’altro. Avevo tredici anni e quella reazione, per quanto non capissi bene il motivo, registrava comunque qualcosa. Bon Jovi condivideva quello spazio nella mia testa con un altro disco che sentivo ovunque in quel periodo, “The Final Countdown” degli Europe: due facce dello stesso momento storico, anche se io, allora, stavo guardando da un’altra parte. La mia strada sembrava già tracciata verso il metal, verso suoni più ruvidi e meno patinati. Bon Jovi era un rumore di fondo simpatico, non una scelta.

Poi il tempo ha fatto il suo lavoro, come fa sempre. Alle superiori ho cominciato ad avvicinarmi a un hard rock più melodico, più costruito, più attento al songwriting oltre che al riff e, in quel momento, qualcosa si è riacceso da solo. Quell’hook che si era sedimentato anni prima senza che lo invitassi è riemerso, quasi per conto suo. Non è successo che Bon Jovi diventasse uno dei miei artisti preferiti: questo va detto con onestà, perché non è mai stato così. Ma il richiamo c’era e tornava a galla ogni volta che il genere che stavo scoprendo mi riportava su quelle strade.

Penso sia questa la vera eredità di “Slippery When Wet” per chi ha una certa età: forse non un disco amato fin da subito, ma un disco che si è infilato dentro per vie traverse, da un flipper, da un juke box, da un crocchio di compagne di classe a ricreazione, per poi tornare a bussare anni dopo, quando finalmente avevamo gli strumenti per riconoscerlo. Tanti di noi sono arrivati al melodic rock così, senza saperlo, lasciando che fosse il disco a scegliere noi, e non il contrario. E quando il cerchio si chiude e capisci che quel ritornello canticchiato da una ragazzina era in realtà uno dei più grandi successi della storia del rock, resta la sensazione di aver vissuto un pezzo di storia della musica prima ancora di rendersene conto.

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