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23 Maggio 2026 4 Commenti Samuele Mannini
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Tracklist:
1. I’ll Wait
2. Hotline
3. Hold Your Heart
4. Street Life
5. Say Goodbye
6. How Long
7. Eileen
8. I Will Never Let You Down
9. Time Is On Our Side
10. Till The Bitter End
Formazione:
Chris Catton – Lead vocals
Jonas Klintström Larsen – Saxophone
Mads Noyé – Keyboards
Mads Schaumann – Guitar and backing vocals
Søren Viig Mathiesen – Drums
Nonostante il look futuribile delle loro copertine, tra sci-fi e fantasy, i Boys from Heaven non vengono dal futuro ma dal passato… anzi, a voler essere pignoli, dal passato di un universo parallelo, dove a inizio anni Ottanta i Toto avevano come vocalist Lionel Richie e l’AOR sofisticato si fondeva con le tonalità soul della pop music nera.
Questo quintetto danese è dannatamente credibile in questo mélange musicale tra epoche e generi, che incarna appieno tutte le sfumature degli anni Ottanta, probabilmente il decennio d’oro per il rock e il pop in generale. Credibile perché il disco è arrangiato talmente bene, e le varie sfumature sono così ben amalgamate, che dopo trenta secondi di ascolto ci ritroviamo catapultati e immersi in un’epoca ormai lontana, ma che quelli della mia generazione conoscono assai bene. A mio avviso sono tra le band più capaci nel mettere in atto questa sorta di revival musicale, e mi viene in mente solo un altro nome capace di operare a questi livelli: il nostrano Steve Emm, che pur toccando aspetti diversi del sound ottantiano, ha molti punti di contatto sia a livello di atmosfere che di arrangiamenti, basti pensare ai numerosi e sapienti inserti di sax presenti nei rispettivi lavori. Certo, esistono band come i Nestor che si rifanno pesantemente, e anche in maniera tecnicamente ineccepibile, a quell’epoca e a sonorità affini; ma, rispettando i gusti di ognuno, a mio avviso si avverte un distacco più marcato. C’è la stessa differenza che si trova nel guardare un dipinto o una fotografia dello stesso dipinto in alta risoluzione: magari la foto è perfetta e nitidissima, la puoi zoomare e osservare nei dettagli, ma resta quella percezione di artefatto, di distacco emotivo, di qualcosa visto ma non completamente vissuto. Non so se ho reso l’idea…
E se per caso pensate che io abbia avuto le traveggole in questa mia parossistica descrizione, vi faccio l’invito a posizionare il CD nel carrello del lettore e premere play, e iniziare il viaggio. Dopo l’iniziale e super catchy ‘I’ll Wait’, che si fregia di un assolo di synth niente affatto scontato, sbarchiamo nella forse un po’ prolissa ‘Hotline’, che ci catapulta nelle serie tv degli anni Ottanta con quel suo assolo di sax semplicemente strepitoso. Ma come si dice, il meglio deve ancora arrivare, ed eccolo accorrere: ‘Hold Your Heart’ espleta completamente l’anima del disco con quella verve interpretativa dell’ottimo Chris Catton, che interpreta con feeling magistrale le atmosfere soul del pezzo. Ascoltate l’attacco della successiva e funkeggiante ‘Street Life’ e ditemi che la mia teoria dei Toto mutanti è campata in aria. ‘Say Goodbye’ è una sorta di Georgy Porgy in salsa black, mentre ‘How Long’ si muove su un giro di synth e chitarra e sfocia in un ritornello danzereccio quasi da disco di fine anni Settanta. In ‘Eileen’ i capelli di Catton si riempiono di lacca e l’anima funky di Richie si impossessa della sua ugola per portarci di nuovo negli USA di quarant’anni fa. Ho detto disco music? Ho detto black music? Eh, per forza, e spero proprio che queste atmosfere mischiate a sapienti tocchi di chitarra e a un incedere urgente vi conquistino nella splendida ‘I Will Never Let You Down’. E mentre ‘Time Is on Our Side’ scorre sinuosa e affascinante, la sorpresa arriva dall’ultima track ‘Till the Bitter End’, sicuramente la traccia più canonicamente AOR di tutto il disco: qui le atmosfere sono blueseggianti, la voce si fa roca e la chitarra acustica ci guida in paesaggi, a tratti bonjoviani, mostrandoci che i nostri eroi si trovano perfettamente a loro agio in qualsiasi situazione, e questa raffinata ballad lo dimostra appieno.
Disco perfetto quindi? Beh, forse no, ma ci va davvero vicino. Continuo a preferirgli il precedente ‘The Descendant’, ma parliamo davvero di inezie e gusto personale. Questo disco funziona, e anche molto bene, e se non li conoscete ancora potete tranquillamente partire da qui e percorrere questo viaggio nello spazio-tempo, ricolmo di emozioni e sorprese, fatto di buon gusto, maestria tecnica e tanto feeling, condito per di più da una ineccepibile produzione di Erik Martensson, che a mio modesto parere è molto più capace di ottenere grandi suoni quando lavora per altre band: segno che tiene conto della sensibilità dei musicisti con i quali collabora, e per un produttore penso sia il miglior complimento possibile.
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