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Recensione

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Boulevard – Talk Without Speaking – Recensione

02 Maggio 2026 1 Commento Samuele Mannini

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: AOR Blvd

Tracklist:

1. Banbury Green
2. Ready To Let Go
3. Talk Without Speaking
4. Perfect Time Of The Day
5. Fly Away
6. Long Time Coming
7. Heaven Help Me
8. Start All Over Again
9. Halo
10. Thank You
11. Prologue
12. Only Love

Formazione:

Mel Stevens (vocals)
Mark Holden (sax/vocals)
David Forbes (vocals/keyboards)
Andrew Johns (keyboards)
Cory Curtis (drums/percussion)
Randall Stoll (drums)

Ospiti:

Paul Laine, Jeff Pilson (backing vocals)

 

Parliamoci chiaro: quando si tratta dei Boulevard tendo a perdere l’obiettività. Chi segue i nostri archivi lo sa bene, ho già scritto della band più di una volta. E sono uno di quelli che accolse Luminescence come un raggio di sole: quando nel 2017, dopo una valanga di anni di assenza, quel disco arrivò, rimise in riga buona parte della produzione AOR del decennio, mischiando il saper fare della band con una maturità compositiva magistrale. Talk Without Speaking parte da lì, ma non lo ripete. Percorre la strada e sposta il concetto in avanti. E forse è proprio questa la sua proposta più onesta: a prescindere dal fatto che possa piacere meno, la band non deve dimostrare nulla a nessuno e percorre la strada che ha scelto senza guardare indietro.

Poiché sapevo che l’etichetta non invia promo per le nostre recensioni, ho voluto adottare un approccio assoluto: niente singoli su YouTube, niente ascolti anticipati. Ho acquistato il CD e l’ho ascoltato per intero, senza aspettative e senza distrazioni. E devo dire che fin dalle prime note si capisce che qualcosa è cambiato. Il suono è morbido, levigato, notturno. Le atmosfere west coast che avevano sempre abitato il DNA della band qui prendono il sopravvento su tutto il resto, e il sax di Mark Holden smette di essere un colore tra gli altri e diventa il centro gravitazionale dell’intero progetto. Non è un dettaglio di produzione: è una dichiarazione d’intenti, del resto la copertina, un giovane buddista che scruta l’orizzonte da una duna del deserto, qualcosa sulla contemplatività della proposta faceva già presagire e il progetto grafico è particolarmente coerente con il messaggio sonoro, e raramente capita di dirlo.

Ascoltato in auto, il disco è corso via piacevolmente ma non ha lasciato il segno… secondo ascolto, stessa sensazione. Ma ascoltato sul mio impianto hi fi la produzione si svela all’udito e mostra la sua vera natura e fatalmente Talk Without Speaking diventa un’esperienza diversa. La spazialità del mix, la cura nei dettagli timbrici, la profondità degli arrangiamenti emergono con una forza emotiva che non ti aspetti. Non è un disco che ti colpisce, è un disco che ti avvolge lentamente e se gli concedi il tempo e il contesto giusto ti conquista.

Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che questa natura richiede un ascolto attivo e consapevole che sempre meno persone sono disposte a concedere. E la scrittura, a differenza di Luminescence, viene meno in soccorso con ritornelli capaci di restare immediatamente. Brani come Ready to Let Go e Perfect Time of Day hanno tutto, arrangiamenti curati, melodie solide, una qualità esecutiva fuori discussione, ma non quel guizzo che ti fa tornare indietro a riascoltarli subito. Start All Over Again, che la band stessa definisce una sorta di canzone simbolo per questo 2026, si avvicina di più a quelle coordinate e si intravede qualcosa di più audace. Ma resta un momento isolato in un disco che ha scelto consapevolmente di non spingere mai sull’acceleratore.

Ma non mancano certo i momenti di classe assoluta. L’intro strumentale della title track, quasi due minuti di sax grezzo e sospeso nel vuoto, trascende la canzone in sé e la rende memorabile. Holden stesso ha raccontato come quella registrazione fosse un momento spontaneo, non rifinito, catturato nell’istante, qualcosa di vivo e magari non perfetto che parla più di qualsiasi cosa costruita a tavolino. E chi sa cosa ha attraversato l’artista in quel periodo capisce che quella crudezza non è una scelta estetica. È altro, è vita.

La “Totoesque” Long Time Coming è uno dei momenti in cui il disco trova la sua dimensione più compiuta, ariosa, dignitosamente malinconica e con un assolo di chitarra che renderebbe orgoglioso Michael Thompson, un lavoro di arrangiamento che è davvero difficile criticare. Si ricorda più il suono che il brano, certo. Ma come ebbe a dirmi qualcuno che scriveva su Metal Shock: “a volte il suono è tutto”, ed è quindi inutile che vi tedi con un freddo track by track, il suono permea tutto il disco e prescinde dalle singole canzoni, ascoltatelo per intero e non mancheranno i momenti magici.

Insomma, saranno le vicissitudini della vita, saranno i cambi di lineup con l’aggiunta di una nuova voce, ma rispetto a Luminescence, e a maggior ragione rispetto ai due classici degli anni Ottanta, Talk Without Speaking è su un’altra lunghezza d’onda sul piano della scrittura. Ma sarebbe sbagliato fermarcisi. È un disco che parla di un momento preciso nella storia di una band, e lo fa con una coerenza e una maturità che non sempre si trovano. Non cerca consensi facili, non insegue l’immediato. Si fida dell’animo di chi lo ascolterà.

Dategli il tempo e l’ascolto che merita. E senza dubbio riceverete molto indietro.

© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.

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