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20 Aprile 2026 0 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1989
etichetta: Polydor
ristampe:
Tracklist:
Do You Wanna Riot
Kick Hard
Big Bad World
Kicking Up Dust
Don't Pray For Me
Radical Your Lover
Broken Wings Of An Angel
Bitter & Twisted
Promises
When I Get Out Of Here
No Solution
She's A Little Angel
Formazione:
Mark Plunkett - Bass Guitar, Backing Vocals
Michael Lee - Drums, Percussion
Bruce John Dickinson - Electric Guitar, Guitar [Spanish Guitar]
Toby Jepson - Lead Vocals, Acoustic Guitar
Jimmy Dickinson - Piano, Organ [Hammond Organ], Synthesizer, Backing Vocals
Correva l’anno 1989 e il panorama del rock pesante era ancora ignaro che pochi anni dopo sarebbe stato travolto da uno tsunami proveniente da Seattle. Eppure, al massimo splendore del genere, proprio un attimo prima che la rivoluzione grunge rimescolasse le carte, una band di Scarborough, nello Yorkshire, riusciva a piantare la propria bandiera con un debutto folgorante: Don’t Prey For Me. I Little Angels non erano semplicemente un’altra band nel calderone dell’hard rock melodico di fine decennio; erano l’ennesima risposta britannica, fresca e vibrante, alla saturazione sonora che arrivava da oltreoceano.
Nel periodo in cui usciva il disco, la scena rock britannica era nel pieno della sua maturità espressiva, con band come Thunder, FM e Gun che coprivano a tutto tondo l’hard rock nelle sue molteplici sfumature. In questo fervente panorama, i Little Angels avevano già convinto con il loro EP indipendente Too Posh To Mosh e, dopo essersi fatti le ossa con performance dal vivo, inclusa un’apertura per i Guns N’ Roses agli esordi, erano stati messi sotto contratto dalla Polydor. L’album fu registrato nel giugno e luglio del 1989 e prodotto da Owen Davies, con il missaggio affidato a Ian Taylor. Il quintetto era composto da Toby Jepson alla voce, Bruce John Dickinson alle chitarre, Jimi Dickinson alle tastiere, Mark Plunkett al basso e Michael Lee alla batteria. La band si era formata a Scarborough nel 1984, passando dai nomi Zeus e Mr. Thrud prima di stabilirsi su quello definitivo durante le registrazioni di Too Posh To Mosh nel 1987. Michael Lee era entrato nella band nell’agosto 1988, prendendo il posto del batterista originale Dave Hopper.
Mentre il mercato era inondato da band hair metal intrappolate in dinamiche sonore ormai al limite della ripetizione, i Little Angels scelsero di percorrere una strada diversa. Il loro suono, pur influenzato da giganti come Aerosmith e dagli emergenti Tesla, conservava un chiaro imprinting della tradizione del rock classico britannico; volendo tracciare un riferimento, si potrebbero citare i Bad Company. Ne derivano arrangiamenti curati e una solida matrice bluesy, fatta di chitarre più ruvide e meno patinate rispetto allo standard dell’hard rock d’oltreoceano. In tre brani, ‘Radical Your Lover’, ‘Promises’ e ‘When I Get Out of Here’, si avverte inoltre la mano di Dan Reed come coautore, dettaglio che conferma la volontà della band di ampliare il proprio linguaggio oltre i cliché del periodo. L’album è inevitabilmente figlio del suo tempo, e non è una critica: i pezzi, ricchi di hook melodici ma dal taglio ancora grezzo, risultano tuttora freschi e incisivi. Si può quindi sostenere che i Little Angels fossero, almeno in parte, in anticipo sui tempi, dimostrando come anche nell’hard rock melodico esistesse spazio per una scrittura più eclettica.
L’apertura del disco è un inno al rock. ‘Do You Wanna Riot’, con il suo ritmo pulsante, ‘Kick Hard’ e ‘Kicking Up Dust’ sono autentici anthem da arena. La scrittura è solida anche nei brani meno celebrati: ‘Big Bad World’ e ‘No Solution’ esplodono di energia pura e passione, mentre ‘When I Get Out Of Here’ e ‘Promises’ rendono omaggio con intelligenza alle radici del classic rock. Dove i Little Angels stupiscono davvero è nelle ballate, che pur risentendo meno dello spirito innovativo della band rimangono esempi solidi della power ballad anni Ottanta, mature e meno stucchevoli di molti esempi più famosi. La traccia acustica ‘Don’t Pray For Me’ e la struggente ‘Broken Wings Of An Angel’ brillano per raffinatezza ed emotività.
In Jepson i Little Angels avevano un cantante di razza, una voce capace di spingersi in alto senza forzare e di scendere in basso senza perdere colore, con una naturalezza che in questo genere è tutt’altro che scontata. Al suo fianco, Bruce John Dickinson si confermava uno dei chitarristi più talentuosi e meno apprezzati del panorama britannico. E poi c’era Michael Lee, un batterista dotato di potenza, naturalezza e un tocco già riconoscibile. La sua permanenza nei Little Angels fu però breve: durante il tour di Young Gods venne allontanato dopo aver sostenuto audizioni in segreto con i The Cult. La sua carriera proseguì poi ad altissimo livello, collaborando con nomi come Robert Plant, Jimmy Page e Lenny Kravitz. Morì nel 2008, lasciando il ricordo di un talento straordinario.
Nonostante il sostegno della casa discografica e numerose performance in patria come band di supporto a grandi nomi, i Little Angels non riuscirono a sfondare nel mercato nordamericano. Il successivo album Young Gods del 1991 fu un altro assalto fallito al mercato americano, sorte peraltro comune a molte altre band inglesi. Eppure la fanbase di casa continuò a crescere e nel 1993 Jam debuttò addirittura al primo posto nelle classifiche britanniche, prima dello scioglimento del 1994.
Don’t Prey For Me non è dunque solo un reperto degli anni Ottanta. È la testimonianza di una band che, se avesse debuttato ai giorni nostri con questa qualità, avrebbe in un sol colpo ridimensionato torme di gruppi che non fanno altro che suonare le stesse cose di quarant’anni fa. Un ascolto illuminante per chiunque voglia riscoprire l’anima melodica e autentica dell’hard rock britannico.
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