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19 Febbraio 2026 2 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1992
etichetta: Giant/WB
ristampe:
Tracklist:
1. Angel in Black (03:29)
2. Loaded Gun (03:47)
3. If the Good Die Young (We’ll Live Forever) (04:26)
4. Doin' the Dance (04:10)
5. Hold on to You (04:09)
6. All or Nothin' (03:11)
7. Slippin' Away (04:08)
8. She Can't Stop (03:40)
9. Freight Train Rollin' (03:34)
10. Just One Night (03:47)
Formazione:
David Reece: Voce
• Curt Mitchell: Chitarra
• John Kirk: Chitarra
• Ian Mayo: Basso
• Jackie Ramos: Batteria
Molto spesso i dischi presenti nelle nostre Gemme Sepolte sembrano nati sotto una stella maligna: opere che, pur possedendo tutto il DNA necessario per dominare le classifiche, finiscono per essere inghiottite dalle sabbie mobili del tempo, vittime di una serie di sfortunati allineamenti cosmici. Dovessimo stilare una classifica dei “capolavori perduti” del rock melodico, On Target dei Bangalore Choir sarebbe sicuramente nelle posizioni più alte. L’occasione per includere questo disco nella nostra rubrica nasce dalla mia recensione del recente Rapid Fire Succession: On Target Part II (link alla recensione), che presenta molti rimandi a questo esordio della band; ho ritenuto quindi giusto chiudere un cerchio e dare a On Target il giusto spazio sul nostro sito.
Pubblicato originariamente nel 1992 per la Giant Records, questo lavoro esemplifica il paradosso definitivo di un’epoca: un album tecnicamente impeccabile, prodotto con i crismi del blockbuster, ma lanciato nel bel mezzo dell’uragano grunge che stava spazzando via ogni traccia di lacca e glitter dalle radio.
La storia di questo disco è, prima di tutto, la storia di David Reece: reduce da una parentesi turbolenta negli Accept, conclusasi nel 1990 dopo il divisivo Eat the Heat, tra cambio di direzione stilistica, tensioni interne e un tour americano problematico, il cantante si ritrova a dover ripartire da zero, trovando nei Bangalore Choir la valvola creativa ideale per dare finalmente forma alla propria visione melodica. Al suo fianco recluta musicisti di mestiere come la sezione ritmica formata da Ian Mayo al basso e Jackie Ramos alla batteria (noti agli appassionati per le partecipazioni con Hericane Alice prima e Bad Moon Rising dopo), oltre alla coppia d’asce composta da Curt Mitchell e John Kirk.
Riascoltato oggi, On Target ribalta la narrazione: l’uscita dagli Accept non fu una sfortuna per David Reece, ma una liberazione artistica. È su queste coordinate sonore che la sua voce calda e graffiante trova finalmente il proprio habitat naturale, muovendosi con una sicurezza che lo avvicina a un credibile interprete alla David Coverdale, decisamente più a suo agio rispetto ai panni, ormai troppo stretti, del metal tradizionale.
Il pedigree dell’album è di prim’ordine: alla console siede Max Norman (già regista del suono per lavori di Ozzy Osbourne e Megadeth), mentre tra le firme in fase compositiva compaiono nomi del calibro di Jon Bon Jovi, Aldo Nova e Steve Plunkett. Ne scaturisce un concentrato di ciò che il rock degli anni ’80 sapeva offrire al meglio: chitarre taglienti, ritornelli da arena e una resa sonora limpida e potente. L’avvio è affidato a “Angel In Black”, un’esplosione hard rock originariamente scritta da Plunkett per gli Autograph, che dichiara fin da subito le ambizioni del gruppo.
È però addentrandosi nella tracklist che emergono i veri gioielli. “Loaded Gun” profuma di hit immediata, con quel gusto tipico della scuola Bon Jovi che, in un universo parallelo privo dell’impatto delle camicie di flanella, avrebbe potuto dominare le classifiche globali. Personalmente, però, prediligo i brani più audaci: il groove dalle marcate inflessioni funk di “Doin’ The Dance” rappresenta un esempio impeccabile di fusione tra melodia e tiro ritmico, configurandosi come uno degli apici dell’intero lavoro, come del resto anche la semplice, ma serrata e coinvolgente “All Or Nothin'”.
Non mancano, naturalmente, i momenti più raccolti. La ballata “Hold On To You” consente a David Reece di mettere in mostra tutta la propria espressività, ma è l’inno “If The Good Die Young (We’ll Live Forever)” a lasciare il segno più profondo.
Riletto oggi, il titolo assume i contorni di un’amara ironia: i Bangalore Choir erano un’ottima band destinata a spegnersi troppo presto, travolta da un tempismo spietato. On Target incarna perfettamente il concetto di disco “nato sotto una stella maligna”: un lavoro che possedeva tutto per brillare, ma che il destino ha relegato in un’ombra ingiusta. Come se non bastasse, la band fu costretta a sostituire la cover originale con la procace Bellona sdraiata su un missile, sembra da delle pressioni dell’allora attivissimo Parents Music Resource Center (PMRC) guidato da Tipper Gore. La nuova copertina, anonima e priva di appeal, ha probabilmente dato il proverbiale colpo di grazia al destino commerciale dell’album, trasformando un capolavoro mancato in un’autentica perla per appassionati amatori.
Il mio consiglio, per chi ancora non lo conoscesse, è di recuperare questo bersaglio mancato il prima possibile: la voce di Reece e la produzione di Norman vi ricorderanno perché amiamo così tanto questo genere. Un’opera che, pur essendo stata travolta dalle mode passeggere dei Nineties, continua a brillare di luce propria.
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