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Classico

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Poets Of The Fall – Carnival Of Rust – Classico

10 Gennaio 2026 0 Commenti Samuele Mannini

genere: Alternative Melodic Rock
anno: 2006
etichetta: Playground
ristampe:

Tracklist:

1 Fire 3:56
2 Sorry Go 'Round 3:38
3 Carnival Of Rust 4:19
4 Locking Up The Sun 3:53
5 Gravity 3:56
6 King Of Fools 4:06
7 Roses 4:00
8 Desire 4:10
9 All The Way/4U 4:08
10 Delicious 3:54
11 Maybe Tomorrow Is A Better Day 4:44
12 Dawn 3:38
Video Carnival Of Rust

Formazione:

Marko Saaresto: Voce solista
Olli Tukiainen: Chitarra solista
Markus "Captain" Kaarlonen: Tastiere

 

Dopo quanto tempo un disco può essere considerato un classico? Io credo che vent’anni possano essere un tempo sufficiente. E siccome nel 2026 cade proprio il ventesimo anniversario del secondo album dei Poets of the Fall, mi sembra giusto rendere loro un riconoscimento, considerando che più volte abbiamo già trattato questa band sulle nostre pagine. Per collocarli correttamente, però, dobbiamo anche inserirli nel contesto dell’epoca in cui l’album è uscito.

Tra il 2002 e il 2006, la scena AOR era stagnante e relegata a circuiti quasi completamente underground. Tra le poche uscite di rilievo possiamo ricordare i Soul SirkUS negli Stati Uniti, con veterani come Jeff Scott Soto e Neal Schon, che mantenevano viva la tradizione hard/melodic rock con album come ‘World Play’, i The Ladder di Steve Overland nel Regno Unito, che teneva accesa la fiammella dell’AOR britannico, mentre il resto della scena restava confinato perlopiù alla Scandinavia. Band storiche come gli Europe, invece, segnavano un deciso stacco col passato con ‘Start From the Dark’ (2004), portando il loro hard rock melodico verso territori più moderni, senza scivolare nella nostalgia degli anni ’80.

Negli Stati Uniti, la scena post-grunge cominciava a segnare il passo, e anche i suoi nuovi alfieri, come i Theory of a Deadman, cercavano di virare verso atmosfere più melodiche, trovando un equilibrio tra riff robusti e approccio radio-friendly. In questo modo tentavano di creare un ponte tra l’energia ormai logora del rock alternativo e l’orecchiabilità tipica del melodic rock.

Parallelamente, il Brit Rock di band come Coldplay conquistava le classifiche internazionali con un approccio riflessivo ed emotivo, mentre gruppi come Anathema in Inghilterra esploravano territori malinconici e atmosferici dalle reminiscenze progressive, avvicinandosi per certi versi alle sensibilità melodiche più adulte e offrendo al pubblico europeo nuove forme di introspezione rock.

In questo panorama di contrasti, i Poets of the Fall emergono con ‘Carnival of Rust’ (2006) come una voce autenticamente contemporanea: unendo melodia, atmosfera emotiva e songwriting sofisticato, riescono a dar forma a un rock melodico europeo moderno, coerente con le tendenze del periodo e capace di dialogare tanto con i fan della tradizione AOR quanto con chi seguiva le nuove correnti alternative, e perché no, anche con chi ha sempre apprezzato generi musicali più teatrali.

A dire il vero, io li avevo conosciuti già con il singolo ‘Late Goodbye’, estratto dal loro album di debutto e parte della colonna sonora del celebre videogame Max Payne, ed era stato amore a primo ascolto. Quelle atmosfere notturne e cinematiche lasciavano presagire un’attitudine fortemente affine alla mia idea di musica, e con ‘Carnival of Rust’ si arriva appunto alla sublimazione di quel percorso.

‘Fire’, il brano di apertura, stabilisce immediatamente il tono del disco. La voce di Marko Saaresto prende il centro della scena con una presenza “da stadio”, accompagnata da un notevole assolo di chitarra e da un’energia che cattura subito l’ascoltatore. Segue ‘Sorry Go ’Round’, brano sicuramente di orientamento più pop grazie al suo ritornello ossessivo. Poi arriva ‘Carnival of Rust’, la title track e vero cuore emotivo dell’opera. È una ballata rock che fonde parti malinconiche a riff più energici, utilizzando la metafora di un luna park arrugginito per descrivere una vita o una relazione deteriorata. Il ritornello è semplicemente memorabile e le liriche esplorano temi di dipendenza emotiva e consapevolezza di sé. Guardando il video emerge appieno anche la teatralità di Marko Saaresto, e fare paragoni con Peter Gabriel e Fish non appare poi così azzardato. ‘Locking Up the Sun’ è invece una traccia più imprevedibile, che introduce sonorità inedite all’interno della cornice alternative rock del gruppo, donando varietà e inafferrabilità al sound della band. In ‘Gravity’ e ‘King of Fools’ emergono invece le influenze dei già citati Theory of a Deadman. Altro pezzo di categoria superiore è ‘Roses’, che si inserisce nella tradizione del melodic rock più classico: grazie al suo lavoro acustico e a un testo quasi narrato, risulta commuovente e sincera. ‘All the Way for You’ è una traccia fortemente emozionale, caratterizzata da un uso sapiente di campionamenti e parti orchestrali che guidano il trascinante ritornello finale. Passando dalla più marcatamente rock ‘Delicious’ e dalla electro-pop ‘Maybe Tomorrow Is a Better Day’, si arriva a ‘Down’: il brano di chiusura è una ballata epica e straziante, con ancora Saaresto sugli scudi grazie alla sua interpretazione teatrale. La conclusione affidata al pianoforte sigilla l’album in modo perfetto, lasciando un senso di malinconica compiutezza.

In sintesi, ogni brano dell’album contribuisce a creare un’esperienza sonora che non risulta mai monotona, grazie a una struttura imprevedibile che attinge a generi diversi come pop, elettronica e rock, fino alle sue sfumature più progressive.

Un disco, dunque, che merita pienamente di stare in questa rubrica e che, in un periodo di stanca del rock melodico più canonico, ha fornito un appiglio a chi, come me, cominciava a sentire l’astinenza di emozioni in musica, e che dovrebbe stare bene in evidenza in ogni collezione di chi ama il rock in tutte le sue sfumature.

© 2026, Samuele Mannini. All rights reserved.

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