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Recensione

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Bangalore Choir – Rapid Fire Succession: On Target Part II – Recensione

20 Dicembre 2025 6 Commenti Samuele Mannini

genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: BraveWords Records

Tracklist:

Act 1
01 How Does It Feel
02 Driver’s Seat
03 Love And War
04 I Never Meant To
05 I’m Headed For
06 Bullet Train
07 Swimming With The Shark
08 The Light

Act 2
09 Prisoner
10 The Beauty
11 Sail On
12 Trouble With The Truth
13 Still The Same
14 Blinded By Fire In The Sky
15 Rock Of Ages
16 Mending Fences

Formazione:

David Reece: Vocals
Diego Pires: Lead and Rhythm Guitars
Eric Juris: Lead and Rhythm Guitars
Andy Susemihl: Lead, Rhythm Guitars & Backing Vocals
Mario Percudani: Lead, Rhythm Guitars & Backing Vocals
Riccardo Demarosi: Bass and Backing Vocals
Nello Savinelli: Drums

Ospiti:

Jimmy Waldo: Keyboards
Ferdy Doernberg: Keyboards

 

Era l’ottobre del 1992 quando i Bangalore Choir lanciarono ‘On Target’. Noi amanti del genere non ci eravamo ancora resi conto fino in fondo che il mondo stava cambiando, e quelle 400.000 copie vendute in una settimana sembravano confermare che la nostra musica fosse ancora al centro della scena. In realtà le major avevano già deciso di guardare altrove, e il 1992 sarebbe rimasto nella storia dell’hard rock melodico come l’ultima fiammata di gloria. Oggi, più di trent’anni dopo, David Reece, dopo aver tentato con i dischi precedenti di esplorare nuove direzioni musicali, torna a riprendere in mano quella storia interrotta. Lo fa a partire dalla copertina, riannodando un percorso di sonorità e di mood che allora si era spezzato in modo così traumatico.

Il nuovo lavoro si presenta con una struttura ambiziosa, forse persino troppo: 16 tracce suddivise in due atti, per un totale di 66 minuti di musica. Una durata così generosa rischia di togliere immediatezza al disco, perché mantenere costante il livello compositivo lungo tutto il percorso è un’impresa difficile. Non a caso, la seconda parte segna un po’ il passo rispetto al primo blocco di brani, decisamente più omogeneo e convincente.
Reece resta l’unico superstite della formazione originale, ma la chimica con il ritrovato chitarrista tedesco Andy Susemihl (del cui disco solista ci siamo già occupati) e con una band di talenti europei, tra cui spiccano Mario Percudani e Riccardo Demarosi, permette di ricreare alla perfezione quel sound “yankee”, muscolare e melodico, che aveva reso celebre il gruppo.

‘How Does It Feel’ apre il disco e mette subito le cose in chiaro. Il sound è quello di trent’anni fa: riff che colpiscono dritti e una prova vocale di Reece che richiama certe sfumature alla Coverdale, tanto da far sembrare il brano una outtake del debutto. ‘Driver’s Seat’, invece, fila via come un’auto lanciata sull’asfalto, leggera e affamata di libertà. ‘Love and War’ chiude il trittico con un tuffo pieno nella nostalgia di fine eighties, tra melodie ampie e quell’atmosfera sospesa che profuma di un’epoca irripetibile.
Altri brani degni di nota sono la lenta e passionale ‘I Never Meant To’ e il singolo ‘Bullet Train’, una traccia che parte a razzo e mostra subito l’attitudine più grintosa di Reece, richiamando l’energia dei suoi anni più combattivi.

Ma l’album regala altri ottimi momenti, come ‘The Light’, un pezzo dalle venature country, e la martellante ‘Sail On’. Anche la rivisitazione del brano degli Accept ‘Prisoner’ è degna di nota. La chiusura è affidata alla ballata ‘Mending Fences’, una traccia intima e “minimalistica” di sei minuti in cui Reece mette a nudo le proprie radici con una voce roca e matura, regalando un finale gradevolmente emotivo.

In definitiva, ‘Rapid Fire Succession’ è senza dubbio un’operazione nostalgia, ma portata avanti con una classe e una consapevolezza rare. Non tenta di rivoluzionare il sound di quell’epoca: preferisce onorarlo, restituendo dignità a un genere che l’industria provò a spazzare via troppo in fretta. E lasciatemi dire che, a giudicare da come sono andate le cose, non è stata poi questa grande idea…

Probabilmente questo disco rappresenta il miglior lavoro di David Reece negli ultimi quindici anni. Non raggiungerà l’apice del debutto del ’92, ma è un successore solido e farà battere il piedino a più di uno di noi. Nonostante il tempo e le mode, l’obiettivo dei Bangalore Choir è ancora perfettamente a fuoco, e lo è anche il nostro.

© 2025, Samuele Mannini. All rights reserved.

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