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Recensione Gemma Sepolta

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Gemma Sepolta

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Myles Hunter – Northern Union – Gemma Sepolta

22 Novembre 2025 0 Commenti Iacopo Mezzano

genere: AOR, Pop Rock
anno: 1990
etichetta: Island Records
ristampe:

Tracklist:

1. Dream Big 4:48
2. Celebrate Love 3:52
3. Always Twenty-One 3:36
4. A Handful of Love 4:46
5. Katie (Long Ride Comin' Home) 6:01
6. What Is This Freedom 4:59
7. Easter 4:15
8. 5 A.M. Again 1:45
9. Shine On 4:28
10. After the Fall 3:34
11. St. Mary's Road 4:23

Formazione:

Myles Hunter - vocals, acoustic guitar
Rob Kennedy - guitar, rockslide, mandolin, vocals
Martyn Jones - bass, harmonica, vocals
Bryan Doerner - drums, percussion, vocals

Ospiti:

Tom Cochrane - vocals
Ken Greer - bass
Hugh Marsch - fiddle
The Partland Brothers - vocals
Greg Bociek - keyboards
Cam Butler - keyboards
Nancy Girardi - backing vocals
Tracy Mastaler - backing vocals

 

Il terzo album in studio dei canadesi Refugee – ehm – il primo disco solista della carriera di Myles Hunter, ex-cantante dei Refugee, merita di diritto un posto nella nostra raccolta di gemme sepolte della musica rock melodica. Questo, grazie al suo ottimo songwriting, che non si discosta di molto dalla alta qualità delle due registrazioni edite precedentemente dalla sua band (Affairs in Babylon (1985) e Burning From The Inside Out (1988)), anche perché suonato e interpretato dagli stessi musicisti di quel gruppo, ovvero Rob Kennedy alla chitarra, Martin Jones al basso, Howard Helm alle tastiere, e Brian Doerner alla batteria.

Uscito nel 1990 per il compartimento canadese della Island Records, questo platter mancò il successo meritato credo prevalentemente per la sua scarsa pubblicizzazione, probabilmente troppo concentrata alla sola nazione di origine. L’album infatti suona decisamente bene, merito questo dell’ottima produzione curata dalla stesso artista ma anche delle grandi prestazioni singole strumentali e vocali dei suoi interpreti, con menzione per le riconoscibili tracce di cori eseguite, oltre che dagli ex Refugee, anche da Tom Cochrane, dai The Partland Brothers, da Nancy Girardi e da Tracy Mastaler.

Tanti momenti diversi colorano e rendono entusiasmante questo ascolto, che è stato composto (a detta dello stesso autore) rileggendo ed ispirandosi a una serie di scritti personali, chiamati Northern Higways, e relativi al periodo tra l’aprile del 1988 e il maggio del 1990. Nasce così un filo continuo narrativo che sa tanto di asfalto e di vita percorsa, di racconti, di albe e di tramonti, di sole, di polvere e di pioggia. Di stanchi chilometri affrontati su ruota, con il vento addosso, lungo strade dritte, infinite, che sanno di vita.

Il primo di questi racconti nasce dalla traccia di apertura (e unico singolo uscito per il disco) Dream Big, una roboante canzone radiofonica guidata da un bel riffing rock, maschio e sanguigno, che apre a un ritornello semplice e corale, e ben intervallato da un battito vivo di batteria che vibra nel petto dell’ascoltatore. E’ un pezzo da classifica, deciso e appassionante, che punta subito i riflettori non solo sul bel songwriting di Hunter, ma anche sul suo cantato ispirato, con la sua timbrica calda ed interpretativa che, lo vedremo, non calerà mai di qualità lungo tutte le tracce del disco.

Segue Celebrate Love, un brano vivo, corale e cantato, on the road e ancorato forte al suolo. E’ un pezzo ricco di tanta chitarra, di tanta energia e di tanto calore nelle sue note, con qualche ventata di polvere arancio-rossastra che lo avvicina qua e là in certe sue sfumature al folk e al country rock, ma che si mantiene sempre rock ann’80 dentro il suo midollo più puro. Always Twenty-One è invece una ballad mozzafiato, di quelle che se le ascolti davvero ti si incastrano lì tra i ventricoli del cuore e non se ne vanno più via. Ha al suo interno un carico di nostalgie e di vita passata e vissuta che neppure uno di quei giganteschi tir da autostrade americane potrebbero facilmente trasportare, per un bagaglio di emozioni e ricordi sintetizzati in musica che strappano la lacrimuccia dagli occhi e la poggiano candida lì, sul booklet del disco, tra le magnifiche parole del suo testo.

A Handful of Love entra sfumata ed echeggiante nelle orecchie dell’ascoltatore con il suo particolare arrangiamento di chitarre e basso, avanzante come il suo ritmo ripetuto, ritmato a moto continuo come il motore di un mezzo stradale, sui cui si destreggia bene la voce di Hunter, che esplode di energie sul finale deciso ed elettrico del pezzo. La bella Katie (Long Ride Comin’ Home) è una toccante traccia semi-acustica che sfiora il country rock più tradizionale, nonché un altro dei pezzi forti di questo album grazie alla sua capacità di accelerare e rallentare ritmo ed energie con il passare dei suoi oltre sei minuti di durata, quasi fosse una canzonetta scritta a mano da quattro amici al bar ricordandosi di una loro vecchia fiamma di gioventù. Oppure, di quella ragazza-sogno forse neppure mai avvicinata.

Poi, la frizzante What Is This Freedom si interroga sul tema della libertà, oscillando tra vita terrena e religione (ricordiamo che Hunter è stato fervido credente, nonché Pastore). La canzone lascia spazio a Easter, seconda ballad del platter, in stile folk e dallo stile nostalgico. E’ la realizzazione, poetica e improvvisa, del valore di quell’amore che ci fa venire voglia di tornare a casa al termine di un lungo viaggio, e si differenzia (non nel tema, ma nei toni) da 5 A.M. Again, che è invece un breve motivo piano-voce dal tono più depresso, e meno lucido, ma non meno innamorato.

Shine On è una canzone più vivace e allegra, che risalta come un lampo di luce chiara dopo la riflessività introspettiva delle ultime tracce. Ma è un istante, perché già After the Fall torna a presentare delle tonalità più cupe e a lavorare tra le emozioni interiori, in un altro splendido brano d’amore, molto ben arrangiato, che vede proprio nel re dei sentimenti musicali la speranza unica che ci tiene su, forti di energie anche dopo i momenti più difficili. E a calare il sipario, la acustica St. Mary’s Road suona come un commiato allegretto e folk, da serata al pub, che lava via tutto il sudore e tutta la polvere che abbiamo raccolto lungo il magnifico viaggio percorso con questa musica.

Così Myles Hunter, dopo un ultimo album uscito nel 1995, si ritirerà a vita privata, diventando Pastore di una chiesa. Morirà il 20 dicembre 2017 all’età di 60 anni, circondato dall’affetto dei suoi famigliari, vinto purtroppo da un male incurabile. La sua storia, e la sua persona, restano incastonati nell’eternità di questo bellissimo prodotto musicale, in una piccola gemma (ingiustamente sepolta) della ricca discografia rock dei primissimi anni’90.

© 2025, Iacopo Mezzano. All rights reserved.

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