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05 Settembre 2025 1 Commento Vittorio Mortara
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Tracklist:
1. Voice In My Head
2. My Alibi
3. Chosen
4. Heal
5. In The Golden
6. The Lost Parade
7. Hot Damn Thing
8. Black Cat Moan
9. Come And Go
10. Into The Fade
Formazione:
Glenn Hughes – Voce e basso
Soren Andersen - Chitarre
Ash Sheehan - Batteria
Bob Fridzema - Tastiere
Partendo dal presupposto che chi legge queste pagine conosca perfettamente il personaggio in questione, non mio dilungherò qui ad elencare tutte le produzioni e cooperazioni dello stesso negli ultimi 40 anni, altrimenti questa recensione risulterebbe più lunga di un romanzo di Stephen King. Qui vi racconterò solo e soltanto questa nuovissima opera di Glenn Hughes sotto egida Frontiers.
Qui il bassista/cantante inglese viene coadiuvato dalla band che lo ha accompagnato dal vivo negli ultimi due anni. Intesa rodata che traspare subito in “Voice in my head”, ruvido ma orecchiabile hard rock con l’inconfondibile voce di Glenn che sembra ancora quella di 40 anni fa. L’heavy-blues di “My alibi” non è il genere preferito di chi vi scrive: un po’ troppo pesante e senza troppe concessioni alla melodia. Melodia che, invece, non manca a “Chosen”, title track a tratti psichedelica ma decisamente catchy nel ritornello. “Heal” si presenta con un ritmo da battilastra che spiana la strada ad un crescendo vocale dove Glenn rispolvera tutto il suo repertorio di urli e urletti profumati di primi anni ottanta. La metalmeccanica sezione ritmica non si concede pause e riparte su “In the golden”, fortunatamente addolcita dagli arpeggi che accompagnano la strofa e, soprattutto, dal sofferto refrain. Vi ricordate che Hughes ha collaborato anche con Toni Iommi, vero? Sarà per quello che “The lost parade” ha quell’incedere così sabbathiano? Probabile! In fondo i due non hanno recentemente messo lo zampino insieme su “Rocket” di Robbie Williams (!!!)? “Hot damn thing” torna all’hard blues tipico dell’ex Deep Purple, ben suonata e cantata, ma molto canonica. Esattamente come la martellante “Black cat moan”. Al penultimo pezzo arriva la ballata. “Come and go” è un lento che si pone in equilibrio fra il passato remoto ed il passato prossimo. Tra le tentazioni psichedeliche degli anni 70 e il pop degli anni 90. Il pezzo più bello, inaspettatamente, arriva in coda: “Into the fade” è frizzante, sorniona nelle melodie e, nel complesso, trascinante e commerciale.
Bene, fin qui il vostro scribacchino ha cercato di fare una disamina il più possibile imparziale ed oggettiva. Ma soggettivamente mi è piaciuto questo “Chosen”? Beh, non proprio. E ve ne spiego il motivo. Anzi, i motivi. Innanzitutto nella maggior parte dei pezzi ci sono questi riff con batteria, basso e chitarra che picchiano un po’ troppo all’unisono e rendono, a mio avviso, le canzoni più pesanti e simili le une alle altre. In secondo luogo, sempre a parere di chi scrive, manca una dose consistente di melodie facilmente assimilabili che renderebbe forse tutto un po’ più variegato. Infine, e non me ne vogliano i fan del nostro eroe, la sua voce, pur restando una delle più caratteristiche in campo hard’n’heavy, nel corso di un intero album, soprattutto quando indulge negli acuti, tende a stancare l’ascoltatore. Secondo il modesto parere di chi vi parla, disco consigliato solo ai fans. Se volete sentire un Glenn Hughes più melodico andate a prendere i due album degli HTP o, perché no, “Seventh star” dei Black Sabbath feat. Toni Iommi.
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