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15 Agosto 2025 1 Commento Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 2025
etichetta: Frontiers
Tracklist:
1. One For All (All For One)
2. Songs Of Yesterday
3. Just Like Brothers
4. Hey Jane
5. Gone But Never Forgotten
6. Rollin' Till The Morning
7. Open Fire
8. I Am The One
9. Gave It All I Got
10. Fire It Up
Formazione:
Vince (Vinsentti Koivula)
Johnny (Joni Kuuri)
Jezzie (Joel Korpela)
Eddy (Eero Mäkinen)
Diciamolo: se c’è una cosa che Songs of Yesterday insegna, è che si può idolatrare il Glam Metal anni ’80 al punto da trasformarlo in un museo sonoro… polveroso.
I Rust n’ Rage, quartetto finlandese in pista dal 2010, piazzano il loro secondo album ufficiale (quarto in assoluto) con l’orgoglio di chi ha studiato a memoria il manuale del genere — e il terrore di cambiare anche solo una virgola.
C’è energia, certo. “Just Like Brothers” prova a ruggire con eco di chitarre alla Judas Priest, ma finisce come un cosplay ben fatto: fedele, ma privo di vita propria e con un ritornello che oscilla tra lo scontato e il banale. “One For All (All For One)” mette un velo industrial ad un riff alla Tora Tora vitaminizzati, e la title track scivola via in un Melodic Rock educato, troppo timido per lasciare il segno con plagio iniziale di riff bonjoviano incluso.
Vinsentti Koivula canta con la lama affilata di un soprano metallizzato, o lo ami o ti graffia il timpano, e io protendo decisamente per la seconda opzione. I cori sono da manuale, ma così “da manuale” che sembra di sentirli uscire da un pacchetto di Greatest Hits preconfezionato. Gli assoli? Perfetti al millimetro, come un compito in classe fatto con il righello: niente rischi, niente guizzi, niente “wow”.
Le influenze: Bon Jovi, Poison, Ratt, Europe e compagnia non sono ispirazioni, sono repliche: una sfilata di citazioni così fitta che a un certo punto smetti di ascoltare e inizi a giocare a “Indovina la band”. Il tutto rivestito di quella patina pseudo industrial alla Shotgun Messiah epoca ‘Violent New Breed’. Il mood delle canzoni non segue neanche un filone ben preciso e se a tutto ciò aggiungiamo una produzione iper-compressa ed una voce filtrata ai limiti dell’ossessivo il quadro è completo e la noia è servita.
Il colpo di grazia è l’artwork, che sembra arrivare da un album completamente diverso. E con un’etichetta che sforna titoli a ritmo industriale mi chiedo se ci fosse bisogno anche di questo.
Verdetto? Emotivamente inerte, è Glam Metal in formalina: lo guardi, lo riconosci, ma non pulsa, per fortuna le ‘canzoni di ieri’ erano ben altra cosa, altrimenti non saremmo qui.
© 2025, Samuele Mannini. All rights reserved.
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