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23 Agosto 2025 1 Commento Samuele Mannini
genere: Hard Rock
anno: 1992
etichetta: Mca
ristampe:
Tracklist:
‘Life’s a Bitch’ – 4:30
‘Dr. Love’ – 4:46
‘Rhythm from a Red Car’ – 5:27
‘Change of Heart’ – 4:40
‘Takin’ Me Down’ – 4:56
‘Hot Cherie’ – 4:49
‘Bad Taste’ – 5:20
‘Everything’ – 5:23
‘Original Sin’ – 4:40
‘I’ll Be There’ – 5:20
‘Can’t Find My Way’ – 5:17
‘31-91’ – 1:55
‘In the Hands of Time’ – 7:17
Formazione:
Johnny Gioeli – voce
Neal Schon – chitarra solista, cori
Joey Gioeli – chitarra ritmica, cori
Todd Jensen – basso, cori
Deen Castronovo – batteria, cori
Quando nel 1992 gli Hardline pubblicarono il loro debutto ‘Double Eclipse’ per la MCA, ero in piena botta di dipendenza dai Bad English, e vedere in formazione due quinti di quella band fece sì che acquistassi il disco senza nemmeno ascoltare mezza traccia, come si usava allora nei negozi di dischi… ahhh, la nostalgia. Il panorama musicale stava cambiando rapidamente e il ‘genere che non può essere nominato’ stava conquistando le scelte delle major, spazzando via il regno dell’hard rock melodico e dell’AOR che avevano dominato gli anni ’80. Eppure, proprio in quel momento critico, i fratelli Johnny e Joey Gioeli, insieme a Neal Schon, Todd Jensen e Deen Castronovo, riuscirono a firmare un album che, pur non sfondando le classifiche, è rimasto negli anni come un punto di riferimento imprescindibile per chi ama il genere. Naturalmente il sound non era proprio Bad English style, ma la combinazione di un songwriting ispirato e di una formazione stellare creò un suono solido e moderno, che ancora oggi mantiene intatta la sua freschezza e che comunque mi fece apprezzare il disco dopo appena un paio di ascolti.
Johnny Gioeli, a malapena ventenne, sfoderava una voce già matura, graffiante e melodica al tempo stesso, capace di dare vita a interpretazioni trascinanti in brani come ‘Takin’ Me Down’ (singolo che raggiunse il #37 delle Mainstream Rock Charts) e ‘Life’s a Bitch’, e di emozionare con intensità in pezzi più melodici come ‘Everything’ e soprattutto nella splendida power ballad conclusiva ‘In the Hands of Time’, in cui la sua vocalità, sorretta dall’introduzione acustica e dall’assolo magistrale di Schon, tocca vette altissime. Colpisce come, a distanza di oltre trent’anni, la sua voce non abbia perso nulla in potenza ed espressività: se i lavori con Axel Rudi Pell hanno confermato la sua versatilità, negli album più recenti degli Hardline (da ‘Danger Zone’ fino a ‘Heart, Mind and Soul’) ha dimostrato di saper reggere il confronto con il proprio passato, aggiungendo profondità e maturità a un timbro che sembra immune allo scorrere del tempo. Neal Schon, libero di esprimere il suo lato più hard, si ritaglia un ruolo da protagonista con riff granitici e assoli incandescenti, fino a firmare lo strumentale ‘31-91’, inquieto e ipnotico, che mette in luce la sua capacità di sperimentare. Todd Jensen e Deen Castronovo sostengono la sezione ritmica con precisione chirurgica e pathos, mentre Joey Gioeli completa il muro sonoro con una chitarra ritmica compatta ed efficace.
La produzione di ‘Double Eclipse’, curata dallo stesso Neal Schon insieme a Mike Stone, valorizza ogni elemento della band, conferendo al disco un suono cristallino e potente, perfettamente bilanciato tra melodia e hard rock, senza mai sacrificare la spontaneità delle performance. Questo lavoro in studio contribuisce a rendere il disco moderno e nitido, pur mantenendo il calore tipico dell’hard rock a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.
Oltre ai singoli di punta, ‘Hot Cherie’ (cover degli Streetheart che arrivò al #25 delle Mainstream Rock Charts) resta uno degli inni più riusciti dell’intero repertorio, mentre ‘Bad Taste’ e ‘Rhythm from a Red Car’ aggiungono grinta e dinamismo a una tracklist priva di veri riempitivi. Certo, qualche passaggio può risultare meno incisivo, come ‘Change of Heart’ o ‘I’ll Be There’, o forse più scontato, come ‘Dr. Love’, ma nel complesso la qualità media resta altissima e rende ‘Double Eclipse’ un ascolto imprescindibile.
Da segnalare che nell’edizione giapponese è presente la bonus track ‘Love Leads the Way’, inserita come terzo brano della tracklist, con conseguente slittamento di tutte le tracce successive.
Uscito in un’epoca ostile al suo stesso genere, questo album ha trovato nuova vita negli anni, conquistandosi lo status di piccolo classico e mantenendo un fascino intatto, capace di raccontare con sincerità l’ultima grande stagione dell’hard rock melodico.
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