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19 Luglio 2026 0 Commenti Stefano Gottardi
genere: Hard Rock/Classic Rock
anno: 2026
etichetta: TLG|ROCK / Virgin Music Group
Nel 2024, all’indomani della cancellazione del tour d’addio degli Aerosmith per i problemi irrisolvibili alle corde vocali di Steven Tyler, il bassista Tom Hamilton ha avuto modo di ascoltare alcuni demo proposti da Trace Foster, storico tech della band di Boston. Foster stava lavorando a degli inediti con il chitarrista Peter Stroud (Sheryl Crow, Don Henley, Sarah McLachlan, Stevie Nicks) e il batterista Tony Brock (The Babys, Rod Stewart, Eddie Money, Jimmy Barnes). Colpito dal materiale, Hamilton ha deciso di unirsi al progetto e, dopo aver reclutato Chasen Hampton alla voce, sono nati i Close Enemies.
Il loro debutto autointitolato non è il solito side‑project di lusso: è un album che nasce da una necessità creativa, da un manipolo di veterani che ha ritenuto fosse il momento giusto per fare un po’ di rumore. Lo stile è hard rock classico dai riff robusti, ritornelli diretti, testi sinceri e una produzione potente e contemporanea. Il sound è fresco, con un chiaro DNA di stampo Aerosmith, ma che non suona mai come un clone.
Il brano d’apertura “Rain” è emblematico: un groove trascinante sorretto da una sezione ritmica solida, chitarre che si incastrano con precisione chirurgica tra riff e linee melodiche, e la voce versatile di Hampton che porta il pezzo verso un climax carico di emozione. Tra i passaggi più riusciti del disco troviamo “Sound Of A Train”, un blues-rock robusto e avvolgente con un basso pulsante in primo piano e un’aura quasi cinematografica; “Inside Out”, più “in-your-face” e graffiante; la toccante ballata “More Than I Could Ever Need”, scritta da Hamilton per la moglie, che mostra il lato più intimo del gruppo; l’energica “Wink And A Feather” e la tagliente “Take A Pill”, dal testo ironico e dal riff moderno che resta in mente. Tutti i brani sono realizzati con grande cura, dimostrando la volontà del combo americano non soltanto di stupire, ma di confezionare canzoni destinate a durare nel tempo.
L’alchimia tra i membri è tangibile: nonostante i curriculum importanti, il platter suona come il lavoro di una vera band, equilibrata tra esperienza e freschezza. Tom Hamilton ha dichiarato più volte che questo progetto, nato in modo spontaneo e organico, gli ha ridato entusiasmo.
La copertina rafforza l’identità del quintetto: una scena retro-fantascientifica con un grande robot umanoide che cammina mano nella mano con una donna lungo una strada deserta, piena di auto d’epoca abbandonate. Sullo sfondo, una città evoca un mondo sospeso tra passato e futuro. Esattamente come la musica del gruppo. È un’immagine che parla di dualità, di contrasti, di alleanze improbabili: un perfetto riflesso del nome Close Enemies e della natura stessa della band, nata dall’incontro di percorsi diversi che trovano un equilibrio nuovo.
IN CONCLUSIONE
Un debutto solido e convincente: un album che fonde la tradizione del rock americano con una sensibilità attuale, senza nostalgia sterile né manierismi. È il lavoro di musicisti che non hanno nulla da dimostrare, ma hanno ancora molto da dire e lo fanno con una luce tutta loro. Per i fanatici del supporto fisico, il CD in nostro possesso si presenta in digipack, accompagnato da un booklet di 8 pagine completo di tutti i testi. È inoltre disponibile un’edizione in vinile.
12 Luglio 2026 4 Commenti Samuele Mannini
genere: Hard Rock / Sleaze
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Gli Smoking Snakes tornano con il secondo capitolo della loro carriera, a due anni da “Danger Zone”, con una formazione parzialmente rinnovata: alla chitarra solista trattiamo ora Rob Raw al posto di Leo Razor, mentre alla batteria siede Mackey Gee, subentrato a Stan Ricci. “All Lights On” si apre con “103.1 The Scream”, un’intro radiofonica che strizza l’occhio a “Detroit Rock City” dei KISS, tra statiche e il rumore di un incidente notturno, prima di lanciarsi in “Don’t Touch”, singolo di apertura con cori gang e un assolo che profuma di Sunset Strip.
Il quartetto di Göteborg, prodotto da Jack Ström, non fa mistero delle proprie fonti di ispirazione: Ratt, W.A.S.P., la scena sleaze californiana degli anni ’80 tornano qui come punto di riferimento dichiarato più che come suggestione lontana. Le chitarre hanno quel suono potente e un po’ ruvido che rimanda all’hair metal delle origini, senza cedimenti verso sonorità più moderne o levigate, e il lavoro di Rob Raw in “Screaming For More” non è mai un semplice sfoggio di tecnica fine a se stesso, ogni assolo ha un ruolo preciso nell’economia del brano.
Il problema, però, è che l’ammirazione verso i propri modelli qui finisce per somigliare più a un calco che a una rilettura personale, esattamente come già notavamo su “Danger Zone”, dove le influenze risultavano “fin troppo rintracciabili”. A distanza di due anni e con metà sezione ritmica rinnovata, la band non sembra aver risolto questo nodo, semmai lo conferma. Ascoltando la scaletta, la sensazione è quella di un disco onesto ma piuttosto piatto, dove buona parte delle strutture di ritornello e delle progressioni sembrano già sentite, quasi intercambiabili tra un brano e l’altro. “All I Need” e “Nasty & Wild” restano forse i momenti più efficaci, quest’ultimo grazie a una batteria pensata per le grandi arene, ma anche loro faticano a lasciare un segno che vada oltre l’omaggio ben eseguito.
Anche la voce di Brett Martin, per quanto coerente con il registro graffiato tipico del genere, alle mie orecchie suona un po’ ostica. Sarò invecchiato e non più abituato a certe timbriche, ma in passato ho digerito voci ben più indigeste anche in altri generi musicali, ma in quei casi c’era comunque una personalità debordante a giustificare l’asprezza vocale, cosa che qui fatico a percepire. Nei passaggi più melodici, penso a “Look In Your Eyes”, servirebbe più controllo e meno grinta a tutti i costi, e il risultato è un timbro che rischia di dividere più di quanto unisca.
Chiude il tutto “The Last Nightmare”, breve outro horror che riprende il filo conduttore aperto in apertura, lasciando la sensazione di un disco costruito con cura nei dettagli di cornice, ma meno convincente nella sostanza delle canzoni.
“All Lights On” non è un disco fatto male, e i fan dello sleaze rock più fedeli troveranno comunque pane per i propri denti. Ma tra citazione e ripetizione il confine qui si assottiglia troppo spesso, e difficilmente un lavoro come questo riuscirà a conquistare nuovi proseliti fuori dalla cerchia già convinta del genere. Starà poi al lettore stabilire quanto, alla fine, l’acquisto del disco sia o meno necessario.
10 Luglio 2026 2 Commenti Yuri Picasso
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Ammetto di sentirmi emotivamente combattuto una volta ascoltato ed assimilato il nuovo lavoro dei Pride of Lions, ‘Unbridled’, disco numero 8 in studio: un album che cammina in bilico costante tra classe cristallina, marcata a più riprese in passato, e un’evidente, quasi fisiologica, staticità compositiva.
D’Istinto parto da una domanda (dal retrogusto amaro, negativo): il saccente in me suggerisce, era davvero necessario? Cosa può aggiungere un lavoro del genere alla gloriosa discografia dei Pride of Lions, o più in generale alla sterminata carriera di Peterik? C’era davvero il bisogno di pubblicare un album per confermare qualità e marchi di fabbrica di cui conoscevamo già, da anni, l’indiscussa bontà? Nei circa 100.000 upload giornalieri su Spotify, potremmo trovare risposta affermativa; alla peggio, a chi fa male in un mondo in cui la musica (a bassa qualità d’ascolto !) rimane gratuita e/o (co)scritta dall ‘IA? Al di la di queste riflessioni platoniche, La sensazione che si sia voluto timbrare il cartellino, confezionando un prodotto che farà felici i completisti ma che rischia di lasciare indifferenti alcuni stessi annessi al mondo del rock melodico, è presente.
Partiamo dai lati positivi, perché ce ne sono. Il disco è suonato e prodotto molto bene, moderno ma lontano da certi canoni freddi, per lo più derivanti dal nord Europa da anni oramai. La title track sprigiona energia decisa, aggressiva, adornata dall’unione vocale tra Toby Hitchcock e Jim Peterik; insieme reggono l’urto del tempo. Momenti di autentica ispirazione li apprezziamo nell’incidere rock dal sapore di rivalsa di “Edge of Forever”, uno dei tipici trademark della band; momento sempre presente e tanto atteso dai fan in ogni uscita PoL, in cui le melodie si stampano in testa al primo ascolto.
Alcuni lenti sono costruiti per resistere in futuro, pur prendendo in prestito soluzione note (il migliore rimane “Ride The Lighting” dal crescendo suggestivo ed incisivo, mentre “Don’t Waste a Wish On Me” poggia eccessivamente sulle capacità vocali di Toby). Da apprezzare la sinergia corale e la cura del dettaglio mostrata in “What the Whole World needs to Know” cantata a tonalità alta…altissima. Encomiabile per l’arrangiamento “1000 Long Goodbyes”, dal sapore di treno in corsa. “I Can See The Dark” mostra un lavoro stratificato alle chitarre e alle tastiere in grado di riempire il brano con dettagli piacevoli da riscoprire.
Il problema subentra quando si fa un passo indietro e si contestualizza ‘Unbridled’ nella discografia della band americana. DI canzoni quali “I’ll Be Your Rock”e “Loose like a Winner” ne dobbiamo apprezzare l’immediatezza, il refrain riuscito e diretto, il messaggio positivo di non perdere mai la speranza o accusarle di essere simili (alcuni passaggi identici) ad altre dello stesso repertorio dei PoL? Dietro la patina di una produzione impeccabile e di performance strumentali e vocali ineccepibili, di assoluto valore musicale, si percepisce in modo nitido l’inevitabile sensazione di deja-vu compositiva derivante dal lavoro inesauribile di Jim Peterik.
Il nuovo capitolo dei Pride of Lions è un buon album, meglio riuscito dell’ultimo ‘Dream Higher’, un passo indietro rispetto al più efficace ‘Lion Heart’. La qualità tecnica e l’esperienza intervengono quando l’ispirazione fa eccessivamente ricorso all’ispirazione stessa del passato. Prevedibile ma estremamente curato e di qualità.
09 Luglio 2026 0 Commenti Yuri Picasso
genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers
Leggete la line up e avrete una review concisa, sintomatica ma straordinariamente indicativa di cosa state per ascoltare.
È da lì che nasce l’attenzione per le superband e la curiosità di sapere se le nostre aspettative troveranno una risposta affine.
In questo secondo capitolo degli Iconic, che segue di 4 anni il debutto, gli ingredienti rimangono gli stessi ma meglio focalizzati; perizia tecnica assoluta rifinita da una produzione moderna, esplosiva.
Prendete gli ultimi Stryper, il sound della sezione ritmica degli Whitesnake post 2008 e la straordinaria ugola di Nathan James (Inglorious, le lead vocals sono tutte a suo onore) con annessa una vena blues dosata sapientemente lungo la scaletta. E sono proprio le canzoni che trasudano questa natura sanguigna ed incorrotta a farmi apprezzare ‘II’.
La doppietta “Cry No More” e la seguente “All I Want” fungono da bignami del concetto sopra espresso, rappresentando anthem assimilabili dal primo ascolto, completati dalle chitarre della coppia Hoekstra Sweet e arricchiti dalla versatilità e drammaticità espressa da James. Sulla stessa scia, ma abbassata a mid tempo, “Tears Keep On Falling”: ripercorre ciò che Coverdale costruì in ‘Good To Be Bad’ e ‘Forevermore’, con efficacia.
“S.O.S.” spinge, trascina, vibra nel petto come un motore acceso a pieno regime, costruita su riff che esaltano senza trascendere. La padronanza della materia esce nell’hard blues notturno di “Far Away”: drammatico e viscerale, dove la malinconia si appoggia a un groove robusto e inesorabile. Come una notte lunga che non concede né tregua né fragilità.
Melodie ad ampio respiro su “Valley Of Lost Souls”, sospesa tra polvere e cielo aperto.
Al fianco di quanto riportato sopra troverete pezzi dal taglio spiccatamente Heavy, più freddi ma non per questo ‘brutti’, quali “Open My Eyes” (eccessivamente moderna al mio padiglione) o la prevedibile “Written In The Stars”.
Capitolo a parte per la chiusura di “Heart Of Stone”; con l’aggiunta di tastiere si cerca e raggiunge l’armonia vintage e permette all’anima ottantiana dei componenti di scintillare. A rendere il tutto più omogeneo sottolineo la giustificata mancanza di un lento. Troverete melodie accessibili e variazioni di tempo continue nei solchi di questa riuscita scaletta.
Un passo avanti e compatto rispetto al debutto sulla qualità del songwriting e, come scritto da Frontiers, evitando sorprese radicali, consolida l’identità del progetto: un hard rock classico pensato per chi ama sonorità retrò ma suonate con precisione moderna.
06 Luglio 2026 0 Commenti Alberto Rozza
genere: Melodic Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy
In uscita, per questa torrida estate, il nuovissimo lavoro dei Rockett Love, compagine svedese che propone un melodic rock autentico e dalle venature vintage. Attivi dal 2015, gli svedesi arrivano a questo quarto capitolo discografico con un songwriting più maturo e una produzione via via più curata, che valorizza al meglio le sonorità AOR care alla band fin dagli esordi.
La carica della band non si lascia attendere: “If You Want Love” spezza subito gli equilibri con la sua ritmica travolgente e un ritornello orecchiabile e gradevole. “I Feel Alive” è un brano compatto e sicuro, dall’impatto interessante. Restando sulla stessa onda, troviamo “Stand Up”, granitica e dalla dinamica canonica, che sfocia in un refrain cantabile e corale. Passiamo alla robotica “Into Oblivion”, divertente e graziosa, non particolarmente originale, ma sicuramente attrattiva. Apriamo gli orizzonti e cerchiamo atmosfere più rilassate con “Living On The Edge”, musicalmente interessante, dove la sezione ritmica la fa da padrona, con un’ottima cadenza e tessitura strumentale. “Take It Or Leave It” è un pezzone arrembante, anch’esso giocato su un buon andamento, ottimale per gli amanti del genere e non solo, grazie (ancora) a un buon ritornello che resta stampato in testa. Proseguiamo sullo stesso registro con la turbolenta “Ready To Fly”, bella tagliente e aderente al genere, così come la successiva “Change”, pressoché simile per caratteristiche e globalmente accattivante. “I (Make It Real Tonight)” è una traccia gustosa, variegata, vintage, che in un lampo ci riporta agli anni ’80. Chiudiamo questo album tutto sommato positivo con l’inno “Get Out Of My Face”, in linea con il resto del lavoro, nostalgico e divertente, forse un po’ scontato nella scrittura, un ascolto leggero e che lascia comunque abbastanza soddisfatti.
01 Luglio 2026 0 Commenti Vittorio Mortara
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy
Se vi state chiedendo che disco sia questo “Let’s Stop the World”, la risposta è semplicissima. È l’ennesima “operazione nostalgia” messa in piedi, nello specifico, dal terzetto di dotati polistrumentisti e songwriters Darin Scheff (fratello di Jason Scheff, già bassista e cantante dei Chicago e oggi membro dei Generation Radio), Christian Tolle (CTP e Tiffany Kills) e Morris Adriaens. Gli ingredienti sono quelli classici: melodie hard ma orecchiabili ed assunto strumentale adeguato a proporre un’amalgama di Def Leppard, Kiss, Foreigner e, qua e là, Chicago. A rendere ancora più familiare l’operazione ci pensano gli ospiti coinvolti nelle session, con lo stesso Jason Scheff al basso sulla title track e un altro fratello Scheff, Lauren, che presta il suo caratteristico cinque corde a “Let’s Rise” e “Rain”: un vero affare di famiglia, insomma, che si respira lungo tutto il disco.
Le canzoni sono gradevoli, a cominciare dalle contaminazioni southern di “Headstone on the Highway”. Più consone alle nostre pagine risultano però le sornione melodie pop rock della title track, con il refrain in primo piano, o la suadente dolcezza del lento “How Do I Get Over You”. Chiuso il primo capitolo più leggerino, parte un terzetto di tracks hard rock in pieno stile anni 80 tra Kiss (“What Love’s Done to Us”) e Def Leppard (“Walk Through the Fire”, “Let’s Rise”). Il tris di canzoni poste in chiusura è, infine, AOR classicissimo, dalle belle intro tastierose e cori piacioni di foreigneriana o Chicaghiana memoria.
Ragazzi, è difficile giudicare un lavoro come questo. Ci troviamo fra le mani tre ottimi strumentisti, autori e produttori. I pezzi scorrono via facilmente ed i suoni non sono affatto male. Chi vi scrive ritiene che manchi altresì l’effetto wow… Essenzialmente per due motivi. Prima cosa, è del tutto assente il “pezzone” che alza di una spanna il livello di qualsiasi disco. Secondo, la voce del buon Darin non riesce a innestare quella marcia in più che certi pezzi necessiterebbero. Ad ogni modo ritengo “Let’s Stop the World” assolutamente degno di ascolto e gli appioppo la piena sufficienza.
30 Giugno 2026 0 Commenti Denis Abello
genere: Hard Rock / Alternative Rock
anno: 2026
etichetta: Indipendente
So cos’è la prima cosa che vi chiederete ascoltando questo Jackpot a firma Trideli… perché è la stessa cosa che mi sono chiesto anch’io… ma questi… da dove ca@@o arrivano??? Ecco… io alla fine una risposta l’ho trovata! Seguitemi gente che ora vi spiego, perché dietro la sorpresa iniziale c’è un disco che merita di essere ascoltato con attenzione.
I Trideli sono una band tutta Italiana e arrivano direttamente dalla nostra Amata Capitale, Roma! Daniele Trissati (chitarra), Marco Bucci (voce), Manuel Moscaritolo (batteria) e Simone N’Diaye (basso) sono i nomi che si celano dietro questo moniker… ma… ne manca uno! Già, infatti per chi segue MelodicRock.it non risulterà nuovo il nome, e soprattutto la qualità, di chi ha lavorato dietro le quinte come produttore e songwriter, ovvero Mr. Mike Della Bella!
A chiudere le note introduttive un sound potente ma pulito, valorizzato ulteriormente dal mix di Ronny Lahti in Svezia e dal mastering di Svante Forsbäck in Finlandia. Il risultato è un disco che suona internazionale senza perdere personalità.
Ad aprire il disco ci pensa “Here And Now”, e bastano pochi secondi per capire dove vogliono andare a parare i TRIDELI. Il basso di Simone N’Diaye costruisce un groove coinvolgente che diventa la vera spina dorsale del pezzo, mentre il ritornello, sorretto da un riff efficace, entra subito in testa. È un biglietto da visita convincente che mette immediatamente in mostra uno dei punti di forza dell’album: una sezione ritmica di assoluto livello.
Con “Everything” il tiro si fa ancora più deciso. L’attitudine hard rock si fonde con un gusto melodico moderno, mentre Marco Bucci sfoggia un’interpretazione che richiama certe sonorità alternative rock anni Novanta. Ancora una volta basso e batteria lavorano in perfetta sintonia, creando un tappeto ritmico solido ma mai invadente.
L’album cambia leggermente pelle con “Shame”, probabilmente il brano più rabbioso della tracklist. Le influenze funky emergono con decisione, regalando al pezzo un groove trascinante che si sposa perfettamente con un testo carico di tensione. Anche qui la prova vocale convince pienamente, dimostrando come Bucci sappia passare con naturalezza da momenti più aggressivi a soluzioni decisamente più melodiche.
Uno degli episodi più particolari è sicuramente “The Loser”. Qui i TRIDELI giocano con elementi progressive senza perdere l’immediatezza tipica dell’hard rock. Ancora una volta è l’intesa tra basso e batteria a fare la differenza, costruendo un intreccio ricco di sfumature che rende il brano uno dei più interessanti dell’intero disco.
Con “Push It” si ritorna su territori più aperti e ariosi. Le atmosfere richiamano chiaramente certo alternative rock americano di quella stagione, e il risultato è uno dei pezzi più immediati dell’album, capace di trovare il giusto equilibrio tra energia e melodia.
Se dovessi indicare il vero protagonista di Jackpot, probabilmente sceglierei il basso. “Ginger Doll” ne è l’esempio perfetto. La linea di basso domina letteralmente il brano, sostenuta da una batteria precisa e potente, mentre sullo sfondo si percepiscono piacevoli venature blues che aggiungono ulteriore personalità alla composizione.
Quel gusto per le sonorità di fine secolo torna prepotentemente in “Somehow Someday”, altro episodio convincente che conferma quanto la band abbia saputo assimilare quel linguaggio musicale senza limitarsi a copiarlo. Il risultato è un brano che suona familiare ma mai derivativo.
Con “The Echo” il riferimento più immediato porta inevitabilmente agli Alter Bridge. Non tanto per una questione di imitazione, quanto per quell’equilibrio tra potenza, melodia e intensità emotiva che caratterizza il pezzo. Ancora una volta Marco Bucci offre una prova vocale di assoluto spessore, probabilmente una delle migliori dell’intero album.
La chiusura è affidata a “Let Yourself Go”, e difficilmente si sarebbe potuto immaginare un finale migliore. Una ballata acustica intensa, elegante e profondamente emozionante che dimostra come i TRIDELI sappiano convincere anche quando abbassano i volumi. È il classico brano che, dopo tanta energia, lascia l’ascoltatore con quella piacevole sensazione di aver completato un vero viaggio musicale.
Ciò che rende Jackpot un debutto particolarmente riuscito è la capacità della band di evitare qualsiasi effetto nostalgia. Le influenze sono evidenti, dall’hard rock classico all’alternative di fine anni Ottanta e inizio Novanta, passando per funk, blues e qualche sfumatura progressive, ma vengono sempre rielaborate attraverso una personalità già ben definita.
La produzione è moderna, potente e valorizza perfettamente ogni musicista, ma sono soprattutto il feeling ritmico e la prova vocale a rappresentare i veri punti di forza dell’album. Le chitarre di Daniele Trissati costruiscono riff efficaci senza cercare inutili virtuosismi, lasciando sempre respirare le canzoni. I TRIDELI non stanno cercando di reinventare il rock. Stanno semplicemente suonando la musica che amano con sincerità, competenza e personalità. E oggi, in un panorama spesso dominato da produzioni costruite a tavolino, è già un punto di forza enorme.
Jackpot è un debutto convincente, ricco di idee, ben suonato e prodotto con gusto. Un disco che lascia intravedere un potenziale importante e che fa guardare con curiosità ai prossimi passi della band.
27 Giugno 2026 1 Commento Luca Gatti
genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Good Time Music
Ciao amici di MR, quale miglior distrazione sotto la calura nel recensirvi un bell’album d’esordio di una band svedese (bella fresca quindi) anzi surgelata, contando il lungo trascorso dei due fondatori Christer Green e Henrik Svedberg già in attività dai primi anni ’90: “Turn Back Time”, nome pretenzioso e dai chiari rimandi a quella decade di musica a noi congeniale come l’ossigeno.
Una bella copertina fatta con l’IA raffigurante con gioiosa astrazione una manciata di orologi: giusto non perdere tempo con queste ciance commerciali e concentrarsi sul mandare indietro il suono di queste benedette lancette. La loro millantata macchina del tempo pare essere il progetto d’esordio “Maybe Tomorrow” (scusate il cinismo del gioco di parole, ma “turn back time maybe tomorrow” lascia già presagire una certa perdita d’entusiasmo…).
A conclusione, apprezzabile il non troppo velato intento di dare smalto e taglio nostalgico a questo progetto di chiara ispirazione ’80; mio onesto parere è che il piglio pop scelto per brecciare i cuori di un pubblico il più trasversale possibile rischi di portare ad arrangiamenti che, più che giustificabili per un’industria musicale dell’epoca che aveva il compito oneroso di vendere, oggi in libero mercato risultano stereotipi un po’ stucchevoli per i devoti al genere.
Se ci si pensa, “pop” non è forse il compromesso musicale preteso dal music business di ogni determinata epoca? Ad una certa il gusto personale diventa questione di preconcetto e soggettività: rispetto quindi per un progetto dai lineamenti retrò e per chi in esso non ha lesinato energie ed entusiasmo.
27 Giugno 2026 6 Commenti Iacopo Mezzano
genere: Hard Rock / Alternative Rock / Post-Grunge
anno: 2026
etichetta: Fearless Records
Acclamati in modo viscerale dai giovanissimi rockettari, ma ben supportati anche da una solida platea di fans più attempati, gli statunitensi The Pretty Reckless ritornano sulle scene con un nuovo album, intitolato Dear God.
Il platter, nei negozi dal 26 giugno 2026 per la label Fearless Records, segue di cinque anni la pubblicazione del loro ultimo disco Death By Rock and Roll, e nasce dal palmo forte di una band che ha ormai alle spalle una solida discografia (che vanta altri quattro album di incredibile successo, tutti entrati nelle classifiche USA e internazionali, al pari dei rispettivi singoli) e una enorme esposizione mediatica data dal lungo tour che li ha visti opener per gli AC/DC attraverso tutto il globo.
continua
26 Giugno 2026 5 Commenti Giulio Burato
genere: Melodic Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Greenwall Entertainment