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Hot Rod – Harder Faster Glitter – Recensione

13 Marzo 2026 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Street Symphonies Records

Conosciamo l’hard rock duro e puro degli italianissimi Hot Rod, con il loro nuovissimo album “Harder Faster Glitter”, denso di reminiscenze anni ‘80 e dal gusto decisamente interessante e coinvolgente.

Partiamo fortissimo con la opening “Wild Wheels”, scatenata, travolgente, corale al punto giusto, che prepara l’orecchio dell’ascoltatore a quanto succederà a breve. “Wasted” centra in pieno il bersaglio, riportandoci indietro nel tempo e presentandosi come un pezzone tosto e tirato, dalla voce tagliente e dalla base ritmica martellante. Continuiamo sulla stessa lunghezza d’onda con “Little Dirty Blonde”, canonica per tematica e atmosfera, piacevole per gli amanti del genere, sia per la resa strumentale che per l’ottimo arrangiamento. Arriva il momento di aprire i nostri cuori: “Clandestine” mischia elementi veloci e rudi a passaggi dolci e suadenti, in un mix godibile e di effetto. Torniamo a saltare con “HeadbanGirl”, ritmicamente movimentata, dalla dinamica interessante e globalmente ben riuscita. Con “Shot Of Love” ci apriamo verso orizzonti spaziosi e solari, un brano che riempie di sensazioni positive, nonostante una struttura non particolarmente originale. Proseguiamo nella corsa con la frenetica “Turning Blue”, sempre sulla linea stilistica del resto dell’album, a ribadire le influenze e le caratteristiche principali dell’Hot Rod – pensiero. Un riff tagliente ci dà il benvenuto in “Don’t Wanna Be Like You”, coinvolgente e gradevole, così come la successiva “Jenny”, intensa e dinamica, che alterna parti soft a parti ben più sostenute. “Rock The House” ci fa scatenare e muovere la testa, classico pezzo per lasciarsi andare e dal sicuro effetto bomba durante i live. Chiusura affidata alla taglientissima “Bullet Speed”, che strizza l’occhio allo speed, altra prova della poliedricità della band, capace di attingere da più settori del rock per consegnarci, in conclusione, un lavoro ben eseguito, solido e ben prodotto, per gli amanti delle atmosfere della golden age dell’hard rock e non solo.

Subway – Turn Back The Time – Recensione

04 Marzo 2026 1 Commento Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Luck Bob Records

Scusateci, ma tra uscite a mitraglia ed etichette che non ci mandano I promo, per forza di cose qualche recensione viene pubblicata (ingiustamente) postuma. È il caso di questo “Turn back the time”, nuova fatica dei misconosciuti Subway. Misconosciuti, ma dalla lunga carriera, iniziata addirittura nel 1990. Devo ammettere, in franchezza, di avere solo qualche reminiscenza del debutto per i numerosi inserti di sax che lo caratterizzavano. Poi ne ho totalmente perso le tracce. Vuoi per una distribuzione non proprio capillare dei successivi quattro lavori, vuoi perché, tutto sommato, quell’album non era esattamente all’altezza delle mirabolanti uscite dell’epoca. Fatto sta che mi sono trovato fra le mani un lavoro di una qualità che proprio non mi aspettavo. Partendo dal terzetto originario di sezione ritmica e chiatarra ed innestando i fratelli Stöckli alle tastiere e alla voce, i Subway ci buttano lì un platter di hard rock/Aor per nulla scontato né modaiolo, con cinque/sei pezzi di livello assoluto e, in generale, senza cali clamorosi di qualità.
Devo ammettere che l’hammond (che io odio) di “Breaking these chains” non mi ha invogliato da subito a proseguire l’ascolto… Tuttavia, come è noto, la perseveranza paga. E già dal bel ritornello le sorti del disco si risollevano. E continuano a migliorare sulle note della hardeggiante “When it’s gone”, assimilabile allo stile degli Alliance di mr. Robert Berry. Ma è da “In the shadows” che si prende decisamente quota: pop rock d’atmosfera, scritto con meastria e cantato alla perfezione dall’ottimo Peach Stöckli. E ancora le linee vocali fanno di “Bitter sweet melody” una gran bella canzone di hard melodico senza tempo. L’intro con voce femminile di “Turn back the time” innesca brividi emozionali alla base del cranio che non accennano a diminuire lungo il corso dell’intero brano, forse il migliore del lotto. Pure molto gradevole risulta il classicone di AOR “Unbreakable” semplice, pulito, efficace. E quanto è bello il coro del manifesto di intenti “I won’t change”? A questo punto, cari i miei arcigni metallari, tirate fuori i fazzoletti perché il lento “They taught me love” è di quelli che emozionano sul serio. E la lacrimuccia, si sa, ci scappa. Poi passate all’ennesima AOR track “Calling for you”, perfetto melange di chitarra tastiere e cori, ma senza metter via il kleenex! Perché la conclusiva “Hear you cry” è un’altra ballad. È vero che non è strappalacrime come la prima, ma segna il congedo da questo ottimo lavoro. Ed è un vero peccato…

Beh, ragazzi: per chi vi scrive questo è un discone. Punto. Belle canzoni, bravi musicisti e discreta (auto) produzione. Non aggiungo altro.

Joel Hoekstra’s 13 – From The Fade – Recensione

27 Febbraio 2026 0 Commenti Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Tornano i Joel Hoekstra’s 13, super band capitanata dal chitarrista degli Whitesnake, con un lavoro che mette subito in chiaro le intenzioni: hard rock di razza, curato nei dettagli, capace di alternare potenza e melodia con grande naturalezza.

Partiamo con l’ascolto e veniamo accolti da “You Can Give”, corposa e dalla struttura interessante, farcita da ottimi e immancabili fraseggi chitarristici che marchiano il territorio fin da subito. “The Fall” è un pezzo tagliente e spietato, ritmicamente sostenuto, dove la sezione ritmica spinge con decisione e lascia spazio a una linea vocale incisiva e memorabile. Puramente melodico, troviamo “Lifeline”, suadente e corale, costruito su un ritornello arioso che resta impresso già dal primo passaggio e dona respiro alla scaletta.

Con “Will You Remember Me” ci lanciamo a capofitto nell’universo ballad: dolce, calda e dal sapore vintage, con un gusto che richiama la grande tradizione melodica degli anni d’oro, ma senza risultare derivativa. “Misunderstood” riporta il disco su binari più heavy, con un riff deciso e una trama vocale aggressiva e potente, mentre la successiva “Start To Fight” prosegue sulla stessa scia con un’attitudine tosta e granitica, fatta di groove serrato e chitarre graffianti.

Perla inaspettata, arriva “All I’d Do”: drammatica e monumentale, costruita su una progressione che cresce fino a un ritornello arioso e godibile, uno di quei momenti che invitano immediatamente al riascolto. “Free To Be” si muove sulla stessa onda, ma con un taglio più dinamico e una grande maestria esecutiva, dove ogni elemento trova il proprio spazio senza mai appesantire il risultato finale.

Un arpeggio di chitarra, arricchito da un breve ma efficace assolo, introduce “The End Of Me”, brano dinamico e interessante, dalle tinte più oscure e tenebrose, che aggiunge ulteriore varietà all’insieme e prepara il terreno alla conclusiva “Quite The Ride”, ariosa e solare, perfetta per chiudere il cerchio con una sensazione positiva e appagante.

Nel complesso, ci troviamo davanti a un lavoro ben eseguito, maturo e piacevole all’ascolto nella sua globalità: un disco che conferma la qualità del progetto, la solidità dei musicisti coinvolti e la capacità di Joel Hoekstra di tenere insieme tecnica, feeling e songwriting in modo convincente e personale.

Black Swan – Paralyzed – Recensione

27 Febbraio 2026 0 Commenti Yuri Picasso

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Rimasi entusiasta nel 2020 quando uscì l’esordio dei Black Swan, super band composta da nomi illustri del panorama Hard & Heavy del passato e del presente che univa le esperienze artistiche pregresse riuscendo ad impartire a quell’etere una nuova dimensione, più moderna, dannatamente melodica ed ispirata. Dopo la virata metallica di ‘Generation Mind’ del 2022, eccoci alla terza opera edificata negli Studi di Jeff Pilson a Los Angeles.

L’impressione a livello sonoro è quella di volersi collocare a metà strada tra le tentazioni 80’s del debutto e quelle in maggior misura moderne del successore, rimanendo maggiormente conforme a quest’ultima.

La carta d’identità di Robin McAuley dichiara 1953, eppure dalle prime note di “When The Cold Wind Blows” non si direbbe…eternamente pronto e ponderato dietro al microfono.

“Death Of Me” inala positività, grinta, in un pezzo dall’hook vincente che riporta alla mente i fasti del McAuley Schenker Group. La garanzia Reb Beach sforna riff killer secchi e taglienti nel pezzo “Different Kind Of Woman”, supportato da una sezione ritmica di livello superiore come nell’altrettanto incisive “If I Was King”, dove Reb mostra il talento assoluto come ascia solista, e nella sbarazzina “Shakedown” dove la ritmica Classy Metal tra i Dokken e i Mr Big la fa da padrona. Merito del sodalizio Pilson/Starr.

Non si tira il freno, ne con “The Fire and The Flame”, debitrice degli ultimi Winger, ne con il miglior pezzo del lotto, “I’m Ready”, hard rock easy listening trascinante ed immediato nel suo incidere.

Sul finale prevale la scelta e quindi il conseguente eccesso di regolarità sonora, pur rimanendo al cospetto di brani che non scendono mai al di sotto della sufficienza.

I ritmi monocromatici sincopati e compatti di “Battered and Bruised” e la conclusiva “What The Future Holds” confermano Reb Beach come totem chitarristico dando letteralmente fuoco alla sua 6 corde, un vero protagonista; al di là della riuscita dei pezzi, come si fa a non amarlo artisticamente?

I Difetti opinabili riscontrati dal vostro recensore sono la mancanza di un lento e una produzione metallica estremamente omogenea; alle mie orecchie, lasciandomi in discussione, sarebbe stata più “romantica” una scelta verso lidi sonori più caldi con tastiere e hammond sparsi, come nel debut. Ad ogni modo, i Black Swan si confermano una delle superband, messe insieme nei lustri, meglio riuscite.

It’sALIE – Wild Games – Recensione

27 Febbraio 2026 0 Commenti Giulio Burato

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Frontiers

 Recensione di stampo tricolore con il ritorno degli It’sALIE capitanati dalla frontwoman Giorgia Colleluori. Il tavolo da gioco, rappresentato dall’artwork, è apparecchiato con l’energia rock and roll che aveva già contraddistinto la prima release targata 2020, ma qui il tiro sembra ancora più diretto, più maturo e consapevole, quasi a voler dichiarare fin dalle prime battute un’identità ormai ben definita.

Gli It’sALIE sono Giorgia e Camillo Colleluori, rispettivamente voce e batteria; insieme a loro, Leonardo Duranti e il navigato Mat Sinner al basso, presenza che aggiunge solidità e un tocco internazionale al progetto. Proprio Sinner cura la produzione di “Wild Games”, in uscita per Frontiers Records, mentre il mix è affidato a Magnus Karlsson, garanzia di potenza e pulizia sonora.

Giorgia Colleluori è l’anima pulsante della band: una scoperta di grande impatto, con una voce hard rock passionale, intensa e capace di muoversi con naturalezza tra grinta e melodia. Le prime tre canzoni scaldano le arterie con il sanguigno rock della sezione ritmica: dal primo singolo Waiting For The Rain alla bluesy Living In The City, passando per la dinamica One Way To Rock, che gioca su intrecci vocali e ritornelli immediati.

Il passo si fa più profondo con History Remains, che lavora sulle basse frequenze e convince per struttura e sviluppo melodico, mentre i “giochi pericolosi” evocati dal titolo dell’album prendono forma in Believers Of Leaders, dove spicca un assolo da annotare per gusto e costruzione.

Rebels attraversa territori più tenebrosi, con atmosfere intrise di whisky da saloon e un lavoro di basso e chitarra che crea un tappeto ruvido e suggestivo; la voce di Giorgia graffia nei versi, così come nella successiva Bring It On, più sostenuta e incalzante sul piano ritmico.

Gates Of Faith si apre con un effetto di chitarra evocativo e cresce nell’urlo (“Screaming, dreaming”) fino al messaggio identitario del ritornello (“Remember who you are”), uno dei momenti più emotivi del disco.

Le ultime tre tracce sono dannatamente incentrate su movenze ruvide e sabbathiane, con richiami evidenti all’oscurità di “Eternal Idol”, e tra queste Death Road è quella che salta maggiormente all’orecchio per impatto e personalità.

“Wild Games” è un album roccioso, settantiano nelle sue radici, ma capace di restare al passo con i tempi: un lavoro aperto a diverse influenze, coeso e ricco di sfumature, che conferma la crescita degli It’sALIE e li posiziona con decisione nella scena hard rock contemporanea. Qui non c’è solo energia: c’è identità, direzione e la voglia chiara di lasciare un segno.

Violet – Silhouettes – Recensione

27 Febbraio 2026 0 Commenti Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Metalopolis Records

I giovani virgulti teutonici Violet tornano sul mercato con un EP di quattro pezzi inediti, tre live e 1 demo, interludio fra l’album del 24 e la prossima uscita full lenght. Dal punto di vista musicale, le quattro canzoni nuove sono in linea con lo stile ascoltato sull’ultimo disco: la fanno da padroni i cori e i passaggi tastierosi, con la voce di Jamie a disegnare linee vocali più simili ad Abba e Roxette che non a Heart e Vixen. Di melodia ce n’è sempre a bizzeffe, anche se, come già osservato su Mysteria, una buona parte della freschezza e dell’immediatezza del debutto sono andate perdute.

“Set me free” è il pezzo un po’ più rockeggiante del lotto con un certo qual sentore di certi Triumph. “Dangerous you” è quello più scorrevole: tutto fluisce in una melodia pop con un bel refrain non complicato da sovrapposizioni corali e un finale pianistico intrigante. Di multi layer choruses, invece, è ricca “Somewhere somehow”, dove è possibile ascoltare un pregevole duetto fra Jamie ed il chitarrista Manuel Heller,il cui timbro soffiato ricorda vagamente Torstein Flakne. Ultimo brano inedito è “Calling for you” sulla quale aleggia lo spirito della mai troppo compianta Marie Fredrikkson. I tre pezzi live, registrati al teatro Scala della loro Ludwigsburg, danno un’idea dell’energia e della professionalità della band sul palco: niente affatto male per una gruppo di giovanissimi! Infine la versione demo di “Fall in love” è utile solo ad apprezzare nuovamente le affinità vocali di Heller con mr. Stage Dolls.

Al netto dell’opinione di chi vi scrive sull’utilità di una operazione strettamente commerciale quale può essere la pubblicazione di un EP, e limitandomi a giudicare i brani nuovi, direi che il livello compositivo ed esecutivo di questo Silhouettes è esattamente lo stesso del disco del 2024. Si è perso un po’ del fattore sorpresa dell’esordio ma i ragazzi restano una realtà più che valida nonché discretamente originale nel panorama contemporaneo. Attendo con ansia il futuro full lenght.

Michael Monroe – Outerstellar – Recensione

20 Febbraio 2026 1 Commento Alberto Rozza

genere: Hard Rock
anno: 2026
etichetta: Silver Lining

Ritorna con un nuovo disco solista il leggendario cantante degli Hanoi Rocks Michael Monroe, energico e riconoscibilissimo, un sempreverde dell’hard rock/slaze.

Sfrenata e travolgente, iniziamo subito col botto: “Rockin’ Horse” è una cannonata, ritmicamente coinvolgente, dal ritornello catchy e che resta inchiodato nella mente dell’ascoltatore. “Shinola” emana vibrazioni positive e scanzonate, con una struttura pregevole e corale: gioiellino. Arriva il turno di “Black Cadillac”, cadenzata e spietata, dalla linea vocale crudele e violenta. Con “When The Apocalypse Comes” ci alleggeriamo nelle ritmiche e nelle sonorità, per abbracciare atmosfere più soavi e delicate: il momento perfetto per tirare il fiato. Saliamo di giri con “Painless”, dalla trama oscura e misteriosa, circondata da una specie di alone di mistero, che la rende piacevole e godibile. “Newtro Bombs” è un pezzone tosto e punkeggiante, veloce, semplice, diretto, al contrario del successivo “Disconnected”, contemporaneo, quasi pop – rock, dalla struttura tradizionale e confortevole. Saltiamo nelle atmosfere sintetiche di “Precious”, effettata, un po’ vuota, forse l’unico cedimento all’interno di un lavoro ben eseguito. Ritorniamo su livelli accettabili con la nostalgica “Pushin’ Me Back”, profonda, azzeccata in ogni sfumatura, globalmente gradevole. “Glitter & Dust”, introdotta da un arpeggio di chitarra acustica, è un brano da strada, semplice, una ballata necessaria e dal sapore vintage: ci voleva. Veloce e canonica, “Rode To Ruin” passa veloce e senza grandi balzi di originalità, portandoci alla traccia conclusiva “One More Sunrise”, insolitamente lunga e orchestrata in modo particolare (addirittura con inserti di armonica), che mette la parola fine a un disco piacevole, divertente, autentico e genuino.

Transatlantic Radio – Midnight Transmission – Recensione

20 Febbraio 2026 1 Commento Vittorio Mortara

genere: AOR
anno: 2026
etichetta: Frontiers

Ahhhh! Finalmente un disco di vero, puro ed incontaminato AOR di stampo americano! Penso che fosse dai tempi del secondo fantastico album dei Tour De Force che non mi capitava di ascoltarne uno così! Un melange di riff hard rock, scintillanti keys e ritornelli ammiccanti. Questa multinazionale di cinque ragazzi con sede a L.A. sa sicuramente il fatto suo quando si tratta di suonare. E per gran parte dell’album dimostra anche di saper scrivere belle canzoni. Peccato che qua e là il livello cali un poco, altrimenti saremmo di fronte ad un serio candidato alle top ten del 2026…
Infatti come si fa a non emozionarsi già dalle prime note di “That’s what you got (for falling in love)? Riff cromato, tastiere d’atmosfera ed il classico crescendo strofa-bridge-coro-assolo che ci porta all’epoca che fu con tutte le conseguenze emozionali che ne derivano. Mentre i brividi ci corrono ancora lungo la schiena, “City of angels” ci ricorda qual’era il nostro sogno da diciottenni: stare in sella ad una Harley con biondona al seguito su e giù per il Sunset boulevard. Mattias Osbäck è un cantante dotato e, soprattutto, perfetto per il genere proposto. Ascoltatelo prima graffiare su “Wide awake” e poi accarezzarvi i timpani sulla splendida semiballad “Fever dream” e ditemi che non ho ragione. “The good times” è un manifesto di quanto detto sopra: un revival di quei “good times” a noi tanto cari… Tempi in cui il compianto Jack Ponti componeva pezzi che parecchio assomigliavano a “First to be the last”. E ancora: gli Atlantic del primo disco fanno capolino su “All for you”, azzeccata nelle atmosfere soft e nel coro facile facile. Un po’ sotto tono, “Against all odds” ricicla per l’ennesima volta nella storia riffone killer di “Love cries” degli Stage Dolls per poi cedere il passo alla conclusiva “Born to raise”, altro classico pezzo di AOR a stelle e strisce introdotto da un delicato pianoforte.

Insomma, bel lavoro per Osbäck e soci. Veramente. Un paio di pezzi sono un poco sottotono e manca una vera e propria ballad, ma ciò non toglie che siamo di fronte ad un album che ha tutti i crismi per piacere. Compresa una produzione all’altezza. Certo, non vi è traccia di originalità qui. Ma, in fondo, ci importa veramente? La musica si ascolta perché provoca emozioni. E i ragazzi lo fanno. Garantito!

Rozario – Northern Crusaders – Recensione

20 Febbraio 2026 0 Commenti Luca Gatti

genere: Heavy/ Melodic Metal
anno: 2026
etichetta: Pride & Joy

Ciao amici di MelodicRock.it si parte forte con l’anno nuovo, volgiamo subito lo sguardo a nord e ritroviamo all’orizzonte una recente conoscenza nel panorama Melodic Metal, direttamente dalla Norvegia tra vichinghi, salmone e Welfare ad alti livelli ci imbattiamo nuovamente nei ‘cattivi’ Rozario con il loro secondo album Northern Crusaders che è una chiara dichiarazione di intenti: non lasciatevi ingannare dal nome della band per chi non fosse ancora incappato tra le loro grinfie, nessuna spogliarellista brasiliana, solo puro e duro heavy metal a bollino doc per gli affezionati di Odino e dell’epica norrena.
Per l’appunto la prima traccia ‘Fire And Ice’ (tu guarda) che esce della forgia è la tempra di un modern metal compresso ed incalzante pienamente in linea con la concorrenza delle giovani band che sgomitano qui su Melody Rock, ispirazioni alternative ed una punta di power però senza ossessionare l’ascoltatore, canzone decisamente in continuità con il primo godibilissimo album d’esordio del 2023 ‘To The Gods We Swear’, ritornelli mastodontici in pieno stile AOR che non domandano certo il permesso di farsi piacere.

E’ Con la seconda traccia ‘We Are One’ che la band rompe il ghiaccio (gli indugi…) e trascina la composizione verso un metal intriso di epic e nordiche leggende senza abbandonarsi a troppo facili cliché di genere che hanno sinceramente rotto la spada magica, batteria muscolosa a carro armato in pieno stile Manowar tutta bisunta di riverbero ed autocelebrazione, ritornelli che galoppano con quanto di meglio questo Epic ha da offrire, un po’ Sabaton ed un po’ Five Finger quindi si, “l’effetto pettine” del vento che esce dalle casse è assicurato, Holter Studio si legge dai comunicati stampa coadiuvati in produzione da niente poco di meno che “the amazing” Trond Holter (ricordate Dracula – Swing of Death con Jorn?), beh ringraziate anche lui nel caso vi sconfinferino (piacciano).

Traccia 3 ‘Down Low’ spiccano evidenti le contaminazioni Avenged Sevenfold, il giovane neoassunto chitarrista Taran Lister eccelle per virtuosismo e tocco in un genere che mal tollera gli insicuri, una vera e propria iniezione di testosterone nella sezione strumentale che fa spalle larghe ad una produzione complessa ed articolata. Suona bene? Si. Perché? Perché stupisce anche dalle casse marce del mio Dobló.

Traccia 4 ‘Free Forever’ è il discreto esempio di come una buona canzone hard rock debba suonare, chitarre elettriche che ricordano perché le alte frequenze siano il loro regno a compensare un basso-batteria che sono un tuono dentro un fiordo, nel sandwich sonoro martella i medi la voce del talentuoso Rosario David (no non lo so se sia un lontano parente del nostro Muniz) con il giusto repertorio di controcori ed armonizzazioni, la ciccia vocale soddisfa a pieno i requisiti di questo melodic metal che non se le fa certo mandare a dire da altre band concorrenziali, il bite nelle parti alte ricorda un po’ Twisted Sister e più in generale ricorda un cantante che sa il proprio mestiere.

Traccia 5 ‘Crusader’ è una degli ordigni a orologeria dell’album, tripudio anni 80 da stadio senza però perdere il focus sul fatto di essere parenti con dei vichinghi incazzati, come detto qui il sound ala Hammerfall – modern Manowar è strabordante, temi di chitarra solista del baby chitarrista Lister passato dal biberon alla Mesa Boogie, é il videoclip che in altre ere (ciao Mtv) si sarebbe meritato mezza giornata di riprese su una scogliera, da ascoltare.

Traccia 6 ‘Coming Home’ mantiene alta la qualità e l’epica, riff accattivante ala Linch su cui è cucita l’intera canzone, potente, memorabile, un’altra traccia azzeccata, un po’ più piratesca nel mood ma sempre e comunque gente incazzata con barbe e capelli lunghi pronta a scorrerie per i mari delle onde radiofoniche.

Consapevole che una disamina traccia per traccia romperebbe un pò le spade magiche ma la produzione delle composizioni resta alta, siamo sempre all’arrembaggio (traccia 7 ‘Die Like Warrior’… traccia 10 ‘The Warning’ traccia 11 Haunted By The Past ).
Traccia 12 ‘Betrayed’ insieme a tutto il succulento già descritto trova spazio quasi per gioco un po’ di intenzione hard rock ala Whitesnake, grazie.
Segnalo ad ultimo traccia 9 ‘Sleepless’ ballata rabbiosa di scuola Nightwish che mantiene l’impronta aggressiva della band senza sgonfiarsi in facili sentimentalismi di chitarre troppo mosce; torbida, tormentata, anche un vichingo ogni tanto prova a piangere. Anche se ovviamente non ci riesce.
In conclusione, Rozario mi ha convinto con buon margine, da buoni norvegesi gli si perdona pienamente la stropicciata etichetta di vichingo con la chitarra elettrica, sono il giusto retaggio, il moderno che porta avanti la stirpe, la nobile tradizione dell’epic metal che sempre più con piacere contagia il melodic e l’Aor dei suoi stilemi ma non dei suoi stereotipi.

Temple Balls – Temple Balls – Recensione

13 Febbraio 2026 0 Commenti Vittorio Mortara

genere: Melodic Metal
anno: 2026
etichetta: Frontiers

 

Prendete i Judas Priest di Painkiller, stemperate con una cucchiaiata dei primi Motley e sfumate con un bicchierino di Firehouse. Cosa ottenete? Ma i Temple Balls, ovviamente! Orfani del compianto axeman Niko Vuorela, prematuramente scomparso l’ottobre scorso, i compaesani di Babbo Natale lanciano sul mercato la loro quinta fatica autointitolata. Un platter che non sposta di una virgola il tiro stabilito dai quattro precedenti lavori.

“Flashback Dynamite” fa partire il disco con il giusto mix degli ingredienti, ed il funky metal di “Lethal force” prosegue legato a doppio maglio alla band di Reach For The Sky. Poi, alla terza, arriva la top track: “Tokyo love” spacca di brutto con la strofa rubata a Painkiller e l’esplosione di un ritornello che vi ritroverete a canticchiare più spesso di quanto immaginiate. Il singolo “There will be blood” è il risultato della ‘scandinavizzazione’ di Shout at the devil, tamarrizzata da dissonanti tastiere. “We are the night” è un anthem dalle atmosfere americane che ci sorprende con il suo assolo centrale… di sax!!! Poi il ritmo accelera nello speed-metal scarno ed essenziale “Hellbound” e subito dopo “Soul survivor” cerca di fare la piaciona ma senza riuscirci appieno. E ugualmente inoffensiva risulta “The path within”. Meglio va con “Stronger than fire” con linee melodiche più articolate e la giusta dose di commercialità. Bel pezzo.
“Chasing the madness” scivola via senza graffiare e la conclusiva “Living in a nightmare” è soltanto un filo più incisiva grazie al refrain orecchiabile.

Cosa si può concludere, quindi su questo “Temple Balls”? Per il sottoscritto si piazza una buona spanna sotto il dirompente Pyromide del 2021, così come lo era stato “Avalanche” del 2023. Quell’album è inarrivabile per la sua qualità compositiva su tutti i pezzi e le dosi massicce di adrenalina che è in grado di mettere in circolo. Restano in piedi, altresì, i punti di forza del gruppo: Arde Teronen è una belva assetata di sangue, la doppia chitarra crea un sound dall’impatto terrificante e la sezione ritmica è puntuale come un orologio. Quindi assolutamente da promuovere ed ascoltare. Ma so che i ragazzi possono fare meglio!